sabato 31 marzo 2018


LO ZUCCHERO TROPPO DOLCE, LO ZIO TROPPO DEBOLE



Anche la Z merita rispetto

Rivolgendosi al fratello di mamma o di papà, si dovrebbe dire tsio, non dzio. La Z di zio, infatti, è sorda, sebbene si sia consolidata l’abitudine fonetica opposta. La stessa cosa accade con lo tsucchero, che è diventato dzucchero: in pratica, lo zucchero s’è addolcito oltremodo e lo zio s’è indebolito alquanto. La Z può essere riprodotta e articolata in due differenti fonemi: /ts/ (affricata alveolare sorda) e /dz/ (affricata alveolare sonora); di conseguenza, la pronuncia può essere sorda o aspra e sonora o dolce. Il compito che ci proponiamo di svolgere è abbastanza rognoso; non si pensi di poterlo liquidare in quattro e quattr’otto! Avere una lettera e due fonemi che da essa dipendono, infatti, fa nascere molto spesso dei dubbi e, altrettanto spesso, genera errori da matita blu. Quale delle due forme scegliamo? In molte circostanze, troviamo conforto nell’uso comune, ma non di rado anche la parlata della comunità cui apparteniamo è ambigua e amletica: ne abbiamo già avuto prova in apertura di questo scritto con zio e zucchero. In questi casi, in genere, ci si appella al web, ma (sì, un altro ‘ma’) non sempre il web è generoso e attento come appare.

Sul dizionario de La Repubblica, leggiamo che <<la Z può essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare>> e, poche righe dopo, <<in posizione intervocalica o tra una vocale e una consonante ha sempre grado rafforzato>>. Ci affrettiamo a giudicare come imprecise e fuorvianti queste affermazioni, suggerendo al lettore la consultazione del sontuoso e magistrale capolavoro di Luca Serianni, Grammatica Italiana Italiano comune e lingua letteraria, pubblicato dall’UTET. Come vedremo e dimostreremo, infatti, la Z non può essere pronunciata sorda o sonora, in qualunque posizione essa si venga a trovare. Allo stesso modo, per parole come azoto e Donizetti, che, essendo un cognome, di certo non è un forestierismo, si deve adottare la pronuncia dolce o sonora. Bisogna sempre stare attenti al modo in cui si scrivono le cose, specie all’interno di una ‘guida’: l’eccesso di generosità può condurre a gravi strafalcioni.

Tentiamo, con molta umiltà e facendo sempre riferimento alle sacre ‘fonti’, di mettere un po’ d’ordine! Alcuni dicono caldzino (sonora), altri dicono caltsino (sorda), ma la pronuncia corretta è caltsino perché quest’ultimo deriva dal latino tardo calcjam e il fonema /ts/ costituisce l’evoluzione del fonema -cj-. Allo stesso modo, si dovrebbe dire tsanna, non dzanna, tsucchero, come abbiamo già scritto, non dzucchero e, sorprendentemente, tsolfo, non dzolfo, come comunemente si sente dire. In pratica, i gruppi TJ e CJ si sono trasformati in ts. Sulla base dello stesso criterio di derivazione latina, noi diciamo prandzo, che si origina da prandium, e non prantso: il fonema d’origine è DJ.

In genere, dopo la ‘elle’, la pronuncia è sempre sorda: alziamoci, scalzo et similia. Il gruppo LZ, purtroppo, è molto vessato, se ne fa scempio, cosicché esso assume pronuncia sorda o sonora a seconda della provenienza geografica dei parlanti e la lingua italiana finisce con l’essere una specie di omogeneizzato. Per carità, ci tocca mettere in chiaro una questione: se diciamo caldza al posto di caltsa, il nostro interlocutore ci capisce benissimo e sa che ci riferiamo a quell’indumento dentro il quale insacchiamo il piede, tuttavia, se durante un intervento pubblico diciamo nadzismo in luogo del corretto natsismo, allora i più raffinati tra gli uditori potrebbero storcere il naso.  

Il merito della presenza della Z nel nostro alfabeto spetta indirettamente ai Greci perché i Latini, di fatto, la reintrodussero nel proprio alfabeto solo nel I secolo a. C. al fine di riprodurre correttamente fonologia e grafematica greche.

A questo punto, possiamo dire di aver già dimostrato perché la Z non deve essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare: aggiungiamo qui, quale esempio ulteriore, che la Z iniziale seguita da i + vocale è indubbiamente sorda, mentre la Z intervocalica è sonora. È essenziale comprendere che questo articoletto non può saturare la ricchezza documentale dei casi e delle occorrenze perché l’obiettivo della rubrica è quello di far percepire al lettore l’importanza e la complessità della lingua, invitandolo all’approfondimento. Nel trattare un tema, ne prendiamo in esame sempre le forme più ‘problematiche e ostiche’, tralasciando quelle ovvie e risapute.

Andando in giro per il web, ci si rende conto che pochi si assumono la responsabilità di offrire al lettore definizioni e indicazioni precise circa la pronuncia; il che è preoccupante, se si considera che la lettera in questione possiede un’identità netta e nitida. Ipotizziamo che la confusione sia causata dalla sua pretta appartenenza alla ‘lingua greco-latina’, per così dire.



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