venerdì 11 agosto 2017

ERRORI E MODE DELLA LINGUA ITALIANA

LA DERIVA

“A me non convince”: quante volte abbiamo sentito ripetere questo costrutto improprio e scorretto, in cui un verbo transitivo è brutalmente trasformato in un verbo intransitivo?

Congiuntivi dimenticati, prestiti generosi, sintassi ‘allegra’, lessico gergale, frasi scisse, dislocazioni et cetera: si tratta di alcuni degli elementi di deriva della lingua italiana, la quale, nell’ultimo decennio, s’è fatta sempre più passiva, anomala e aspra, a causa del dominio dei social network, sostituitisi addirittura alla scuola in funzione di apprendimento paradossale. Qualcuno contesterebbe con veemenza questa tesi della deriva, sostenendo che ogni lingua è sottoposta a metamorfosi storico-sociali, pertanto le sue forme, quand’anche appaiano improprie, acquisiscono credito e dignità grazie all’uso costante che se ne fa. Per carità, storia ed evoluzione sono innegabili, tuttavia ci chiediamo per quale motivo sia sempre necessario indulgere a tutti i tentativi di alterazione del nostro sistema di linguaggio. Siamo davvero costretti ad accettare che l’indicativo prenda il posto del congiuntivo in dipendenza dai verba putandi, il condizionale scompaia, la paratassi (‘periodo semplice’) prevalga sull’ipotassi (‘periodo complesso’) e così via? Molti linguisti dicono di sì, ma, a nostro avviso, è difficile essere d’accordo appieno. Se, per esempio, la legge stabilisce che rubare è reato, è impensabile che il legislatore faccia delle concessioni per il semplice fatto che, un bel giorno, un numero molto alto di cittadini decida di cominciare a rubare e, per giunta, di farlo in massa.

La verità che c’interessa è una verità di fatto: l’italiano è una lingua della concessione, della sudditanza e del conguaglio.

Di certo, l’articolo di un blog non è sufficiente a far luce sull’intera vicenda, ma nessuno c’impedisce di dare qualche spunto. Da parecchio tempo ormai, dopo la reggente “Io credo”, si dimentica di utilizzare il congiuntivo e si opta per l’indicativo, la cui coniugazione sembra sicuramente più semplice. Dunque: “Io credo che egli sia cattivo” diventa “Io credo che egli è cattivo”. Qui, non si vuole richiamare alla memoria la scelta elitaria d’un Pietro Bembo o degli umanisti, che rifiutavano gli alleggerimenti della lingua, a tal punto da mettere in discussione pure Dante, che, nella Commedia, non faceva a meno di parole ‘basse’ come puttana e merda, ma non si può neppure ammettere impunemente uno snaturamento della lingua italiana, la quale, presto, finirà in pasto alle community. Sia chiaro: non ci vergogniamo affatto delle community in quanto espressione d’una nuova realtà linguistica, ne temiamo tuttavia il potere attrattivo-tutoriale nei confronti di chi non conosce ancora una grammatica basilare. Gli anglofoni non fanno differenza tra “Io credo che sia (…)” e “Io credo che è (…)” perché, in entrambi i casi, ricorrono alla seguente morfosintassi: “I think he is (…)”. Noi ci stiamo per caso adattando?

Ormai, nessuno dubita più di poter dire “più estremo”, ma ciò non implica che sia corretto: “estremo” è un superlativo assoluto d’origine prettamente latina e in italiano si rende, nei tre gradi, con “esterno, esteriore estremo” (“extra, exterior, extremus”). Pertanto, “più estremo” equivale a “più bellissimo. Lo stesso dicasi per “più intimo”: dai tre gradi “interno, interiore, intimo” (“intra, interior, intimus”) rileviamo il superlativo assoluto e notiamo l’errore. È evidente che in alcuni casi la tolleranza è obbligatoria e indiscutibile, ma la frase “Se tu venivi prima, ti aiutavo” è totalmente sbagliata e deve essere sostituita con “Se tu fossi venuto prima, ti avrei aiutato”. Sul piano della pragmatica del linguaggio, si sono ormai consolidate le cosiddette dislocazioni, cioè degli spostamenti degli elementi del discorso che forzano un po’ la naturale sequenza morfosintattica: si tende a dire “Questo lavoro devi farlo tu”, anziché “Tu devi fare questo lavoro”, producendo una dislocazione a sinistra, per la quale si mette in evidenza il tema della frase, si anticipa l’oggetto e lo si riprende con un clitico atono (“lo”), alterando la naturale sequenza SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto). Allo stesso modo, è molto in uso la dislocazione a destra: “Lo vuoi un bacio?”. In questo caso, si notano facilmente l’anticipazione del pronome clitico e un processo di focalizzazione, ovverosia una messa in evidenza del focus. Alla base di questi processi si rintracciano anche esigenze emotive, poiché i parlanti tentano spesso di dare enfasi a ciò che dicono, tuttavia è molto probabile che s’insinui l’errore. Altra forzatura è quella del c’è presentativo, struttura mediante la quale si raddoppia il contenuto dell’informazione: in genere, la frase “Paolo deve parlare con te” viene ampliata con “C’è Paolo che deve parlare con te”, in cui il raddoppiamento è evidente e, per certi aspetti, pure poco utile. I fenomeni di corruzione della lingua sono troppo numerosi perché se ne possa offrire un elenco esauriente tramite una cartellina di word. Basta considerare che siamo in presenza di una sorta di lingua parallela. Un esempio simbolico può esserci di grande aiuto: il significato del termine “suggestione”, come ci indica il vocabolario Treccani, è “fenomeno della coscienza indotto da altri”, laddove, oggi, va diffondendosi il significato di “suggerimento”, che ha una netta matrice inglese (“To suggest: suggerire”). Di conseguenza, questo lavoretto è da considerarsi come un insieme di 'autentiche suggestioni' e null’altro, data la mole…

I linguisti hanno il compito di descrivere la lingua, rispettandone derive e storpiature. Essi non devono suggerire la forma corretta, come, al contrario, fanno i grammatici. Chi scrive non si candida ad alcun ruolo, fuorché a quello dell’osservatore dispiaciuto che, comunque, si occupa di linguaggio da più di vent’anni. Andare dal fruttivendolo e dire “Volevo un chilo di mele”, anziché “Vorrei un chilo di mele”, tutto sommato, è qualcosa di accettabile, se si considera l’adozione del cosiddetto imperfetto desiderativo, ma perché non vogliamo abituarci a dire “Verrò domani alle 14:00” al posto di “Vengo domani alle 14:00”? Perché non ci rendiamo conto che abbiamo una lingua unitaria nazionale da un secolo scarso e, ciò nonostante, siamo già pronti a farne a meno? Insomma, nell’usare il monosillabo affermativo, mettiamo l’accento sulla “i”: non è così faticoso neppure dagli smartphone, che forniscono pure le soluzioni corrette a chi digita: “sì”!

  

3 commenti:

  1. Buongiorno Francesco, per me che ho una competenza medio-bassa della lingua italiana, l'importante è capirsi. Parlo (scrivo) per me, perché non sono in grado di giudicare gli altri. Io parlo e scrivo come riflesso condizionato, ormai le non ricordo nemmeno una regola, e quel che esce lo fa di sua spontanea volontà. Tutti i tentativi di correggere le mie cattive abitudini si son risolte in altre cattive abitudini.
    Un caro saluto, e buon lavoro

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    1. Oreste, il problema dell'italiano attuale non sta affatto in chi, come te, scrive per riflesso condizionato. Devi considerare che il web, oggi, è simile a una marea che avanza portando con sé sedicenti esperti e consiglieri di scrittura più o meno creativa. Ecco il guaio: l'autoproclamazione!

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    2. Francesco, l'autoproclamazione, come assunzione di ruolo..
      Siamo di fronte a una riorganizzazione sociale e cognitiva, di cui volente o nolente, mi sento parte. Come tale non posso esimermi da sentirmi responsabile delle anomalie e delle devianze: forse è per questo che cerco di non essere mai me stesso per troppo tempo. L'esser qualcosa ed avere un ruolo, punta a comportamenti che manifestano conoscenze e competenze. Queste ultime, che nella società contemporanea, sono come i tomi nella biblioteca di Alessandria, ci sovrastano. Ci vien richiesto di essere competenti, troppo competenti e su troppe cose, spesso ci sentiamo tali, a volte abbiamo bisogno di un appoggio. Gli autoproclamati, nuovi profeti dell'apocalisse, ci tolgono il peso della complessità del conoscere. Posso io sapere chi è il Vero esperto se non ho conoscenza del verbo? a chi mi potrò mai affidare per le mie piccole certezze, se non son sicuro di quali siano i vangeli portatori di verità e quali quelli apocrifi?
      Quindi, in qualche modo, mi sento responsabile, in quanto incompetente, portatore del desiderio di essere riconosciuto nel mondo e della tendenza a nascondere le vergogne dovute della mia piccolezza.
      La lingua, la scienza, l'etica, la politica, ecc.. hanno bisogno dei loro prelati e dotti sacerdoti che non spaventino il gregge di cui faccio parte. In fondo, il tuo Dio è serio e vendicativo, non credi? Noi pecorelle vogliamo un dio più magnanimo con noi, qualcuno che salvi Noi e condanni solo gli altri peccatori sconsiderati.
      Un caro saluto, scusa la divagazione, mi son fatto coinvolgere da alcuni pensieri e immagini.

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