venerdì 7 luglio 2017

LINGUAGGI, PRESTITI, FALLIMENTI

I sintomi e la fase decisiva della malattia

Ogni crisi economica sembra sempre peggiore di quelle che l’hanno preceduta, tanto che, dappertutto, gli avventurieri dell’informazione si sforzano d’inventare un nuovo sistema di linguaggio che possa descriverla in modo efficace e, soprattutto, spettacolare. Il 2008 ha fatto scuola, per così dire, contenendo in sé sia la parodia linguistica sia la catastrofe morale e filosofica. In quell’anno, si consumò quella che è passata alla storia come crisi dei subprime, essendo questi, almeno in apparenza e impropriamente, i prodotti finanziari che causarono il crollo. Quando l’oggetto del nostro interesse è il denaro, il più delle volte, non si presta attenzione a ciò che le parole rappresentano e rivelano. Tradurre suprime con ‘sotto il primo’, come qualcuno ha fatto, è ridicolo soprattutto perché, di fatto, una traduzione vera e propria di subprime non esiste.  Si trattò di prestiti concessi a persone che non avevano i requisiti per richiederli: alcuni di loro avevano subito pure pignoramenti e fallimenti. Vien fatto di chiedersi allora per quale motivo o sulla base di quali elementi furono concessi certi prestiti? Cominciamo col dire che il peggiore dei problemi consiste nel dover riconoscere un’invenzione forzosa, subprime, e nell’associarla col sostantivo crisi. Se, infatti, come abbiamo già visto i subprime costituiscono un prodotto che ‘sta al di sotto dei requisiti di accesso al credito’, non possiamo fare a meno di ammettere di essere nei guai fin dall’inizio: quasi come vestirsi a lutto per la celebrazione di un battesimo. La sorpresa spunta col termine crisi perché, di per sé, non indicherebbe affatto una brutta cosa; il vocabolario Treccani scrive ‘santamente’: scelta, decisione oppure fase decisiva di una malattia. Crisi deriva dal greco krìno, distinguere, giudicare. Dunque, correttamente o ingenuamente: la scelta di un prodotto senza garanzie. Non vogliamo giocare a fare l’etimologia da banco, per carità! Ma i fatti denunciano cattive intenzioni. Ogni crisi è una scelta; è voluta, concepita ad arte e nessuno potrà mai convincerci della casualità dell’evento inaspettato.


Nella maggior parte dei casi, i primi sintomi, quelli che conducono alla fase decisiva della malattia, sono i seguenti: elevata quantità di denaro in circolazione, introdotto non a caso dalle banche centrali, credito accessibile, ma spread esoso, notevole presenza di attivi illiquidi tra le PMI, buoni rendimenti del mercato immobiliare e, soprattutto, performance brillanti di alcuni titoli, che, facendosi notare per impennate pazzesche, finiscono con l’attirare su di sé una quantità incalcolabile d’investimenti. È evidente che si potrebbe continuare a fare l’elencazione dei sintomi, ma questo primo quadro può bastare per le nostre esigenze. Quella che abbiamo appena descritto non è altro che la fase di uno schema ciclico che si può prevedere adottando scrupolosamente il metodo dell’analisi fondamentale. Pertanto, la domanda sconcertante è questa: se pure noi, che non abbiamo di certo ricevuto il Nobel per l’Economia e non rappresentiamo una voce autorevole, siamo in grado di darne notizia, perché nessun istituto internazionale di garanzia tra quelli sorti a Bretton Woods si preoccupa mai di anticipare o contenere la rovina? La risposta è altrettanto sconcertante quanto la domanda: il debito, oltre a essere un importante strumento di lavoro per l’economia reale, è diventato – lo è già da tempo – un vero e proprio prodotto finanziario: è scambiato, quotato, venduto e rivenduto ed è, molto più spesso di quanto si immagini, il fine stesso dell’attività finanziaria. Oggi, dobbiamo parlare unicamente in termini di ‘iperconnessione del mercato dei debiti’.

Non si può più pensare che Tizio abbia un debito nei confronti di Caio perché Caio, sicuramente, suddivide il proprio credito in diverse parti e lo vende a Sempronio, il quale probabilmente fa la stessa cosa, mentre Caio scommette contro la capacità di Tizio di pagare; il che è paradossale, se si considera che gli ha concesso il prestito. Questo processo è da considerarsi inarrestabile, tranne che si punti a un azzeramento… Lasciamo la frase incompiuta per rispetto nei confronti del lettore. 

      
Si può quindi pensare che per il piccolo investitore i mercati finanziari funzionino molto bene, a patto che egli non decida di trarne profitto.
   
A questo punto, è doveroso ricordare che il nostro tempo non è affatto più malato di quelli passati, come spesso si vuol far credere per acchiappare consensi elettorali. La storia dei crack finanziari si svolge imperturbabile da circa 600 anni, talora generata da bolle speculative, talaltra provocata da autentiche frodi, ma la sostanza non cambia. Tutti sappiamo del recente fallimento della Grecia, che nel 2012 non fu più in grado di pagare un terzo dei 350 miliardi di euro del proprio debito, ma nessuno menziona la vicenda delle pluridecorate Finlandia, Svezia e Norvegia, che negli anni Novanta se la videro brutta, o, sempre nello stesso periodo il terribile fallimento di numerose banche nipponiche. Tra il 1970 e il 1980, invece, toccò a Messico, Brasile e Argentina, che avevano contratto debiti per più di 300 miliardi di dollari con banche statunitensi ed europee per avviarsi a un processo di industrializzazione. Quando queste alzarono i tassi, modificando gl’impegni macroeconomici, il debito lievitò paurosamente mettendo in ginocchio i paesi debitori. La Spagna, d’altro canto, è rinomata per quantità di fallimenti: più di dieci dal 1500 al 1939. Nel 1998, fu la volta della Russia, che non poté pagare più della metà del proprio debito e la cui moneta, il rublo, perdette due terzi del proprio valore a causa della crisi asiatica e della svalutazione del baht thailandese. Insomma, tanto più indaghiamo quanto più troviamo conferme della tesi secondo cui il crollo fa parte del ciclo economico ed è una scelta, non già la deriva di un certo sistema.



Non si dimentichi che John Law viene fatto studiare sui banchi di scuola come autore d’una teoria economica, laddove fu soprattutto autore d’una frode colossale che condusse alla bancarotta sia la Compagnia del Mississippi sia la corona francese! Nel 1717, fece finanziare la compagnia con titoli di stato, promettendo il reperimento di grandi quantità di oro in Louisiana. Si scatenò subito una corsa all’acquisto delle azioni, ma si scoperse presto che la finanza di Law era più alchemica che reale e il tracollo fu inevitabile.

1 commento:

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