sabato 18 marzo 2017

BANCHE, FALLIMENTI e RUBERIE: dal 1892 a oggi

In quel tempo, il Presidente della Camera era Giovanni Giolitti. Correva l’anno 1892 e lo Stato autorizzava le alcune banche a stampare moneta. I vertici della banca romana, governata dal senatore Bernardo Tanlongo e amministrata dal barone Michele Lazzaro, pensarono di non farsi scappare la ghiotta occasione e decisero di produrre sessanta milioni di lire, vale a dire il doppio di quanto era stato concesso. L’ispezione si tradusse immediatamente in arresti di personaggi illustri e, all’epoca, insospettabili. Oggi, molto probabilmente, nessuno qualificherebbe come insospettabile il presidente di una banca, ma, nello stesso tempo, nessuno dovrebbe dire, come si è soliti fare, che, un tempo, le ‘cose andavano meglio’ o ‘esistevano certi valori’ et cetera’. È trascorso più d’un secolo, eppure le circostanze criminose si ripetono, senza troppe variabili né differenze specifiche, ma con esemplare monotonia. Basta pensare che lo stesso Dante Alighieri, che ha composto la Divina Commedia nel XIV secolo, facendo parlare il proprio trisavolo, Cacciaguida, contesta la decadenza e la corruzione dei costumi fiorentini e rivendica la purezza morale della Firenze antica: basta pensare questo, come si diceva, per scoprire che parlar male del tempo presente è un’abitudine italiana congenita e, purtroppo, insana. Ostentare sdegno e cantare inni alle sacre origini sembra essere un nobile passatempo a cui nessuno intende sottrarsi.


Tra le due guerre si consuma l’altra grande tragedia bancaria: il fallimento della Banca di Sconto. L’istituto, poco dopo la propria fondazione, aveva finanziato la Fiat e l’Ansaldo per lo sviluppo dell’industria bellica. L’operazione, tuttavia, si rivelò proficua solo fino a un certo punto, cioè fino alla fine della guerra, che coincise naturalmente con la fine della domanda del mercato di riferimento. La Fiat si salvò con una manovra abbastanza aggressiva: acquisì la maggioranza del Credito italiano. L’Ansaldo Invece restò molto esposta con la BiS, che, di conseguenza, dovendo considerare quell’enorme credito come irrecuperabile, si avviò al tracollo. Il governo, a quel punto, si trovò a un bivio: salvare la banca e cinquecentomila risparmiatori o salvare i migliaia di posti di lavoro dell’azienda di Genova? La Banca di Sconto fu fatta fallire. Giudicare il valore della scelta, a nostro avviso, anche a distanza di parecchi anni, è molto difficile. Sia nell’uno sia nell’altro caso, chi subisce le conseguenze di questi disastri è la povera gente, sebbene sia per lo meno inopportuno condannare una lunga serie di controllori della cosa pubblica, i quali, checché se ne dica, non potranno mai accontentare tutti.

Massoneria, mafia, politica, chiesa, misteri e intrighi sono gli elementi d’uno scandalo che è ormai noto ai più, quello del Banco Ambrosiano, che sicuramente va esaminato e giudicato con una certa freddezza analitica, in considerazione dell’incalcolabile quantità d’intrecci e irregolarità concepiti da Roberto Calvi e Michele Sindona, entrambi morti in circostanze sospette. Non vogliamo entrare nel merito di una storia che è stata ampiamente trattata e raccontata perché non abbiamo la pretesa di riferire qualcosa di nuovo. Ci limitiamo unicamente a includere il caso nella rassegna in questione, ricordando che la crisi di liquidità oltrepassò il miliardo di dollari e fu causata principalmente dall’uso improprio della banca, che serviva più a finanziare la politica e la finanza occulta che a svolgere un autentico ruolo creditizio.


Risale al biennio 2004-2005 il fattaccio successivo: questa volta l’imputato numero uno è Gianpiero Fiorani, amministratore delegato di Banca Popolare di Lodi. Verso di lui, i magistrati mossero le accuse di aggiotaggio, insider trading, associazione a delinquere, falso in bilancio et cetera. Tralasciando la trama penale, che non è oggetto delle nostre riflessioni, ci occupiamo di quella prettamente finanziaria: l’obiettivo di Fiorani e soci era quello di acquisire quanti più titoli possibile della Banca Antoniana Veneta; il che non avrebbe costituito reato, se non si fossero sfruttati i favori occulti, ottenuti addirittura dai vertici della stessa Antonveneta, e le alleanze illecite con altri finanziari, quali Gnutti e Ricucci, che tutto fecero, fuorché comunicare correttamente alla Consob e agli investitori la propria posizione. Anche in questo caso, ogni stima dei danni ci condurrebbe, come sempre, non già a un riposizionamento morale, che, dal nostro punto di vista, è impraticabile, bensì a testimoniare quanto sia lontano dal risparmiatore il mondo delle banche: l’unico legame che si possa configurare tra correntista medio e istituto di credito è quello dell’assenza. Il ripetersi ciclico e quasi ossessivo di questi fenomeni ci scopre impotenti e inidonei a dare un giudizio obiettivo. Non si può utilizzare il denaro pubblico per salvare i banchieri, specie quando delinquono, ma non si possono far fallire le banche perché ciò significherebbe vivere d’ideali e far morire di fame la comunità civile.

Proseguendo oltre, troviamo la vicenda di Bernardeschi, ex presidente del CDA di Banca Carige arrestato per truffa ai danni del comparto assicurativo dell’istituto: vicenda ‘meno chiacchierata’, ma non meno scandalosa delle altre.  Il meccanismo messo a punto da Bernardeschi consisteva nella distrazione di capitale realizzata mediante acquisizioni immobiliari e societarie sovrastimate rispetto al valore di mercato; l’indotto, oltre a essere sottratto alla cassa della Carige, era in seguito destinato a società fittizie composte da manager compiacenti e trasferito dalla Svizzera nei soliti paradisi fiscali. In altri termini, di là dal ‘furto’, si materializzava una consistente opera di riciclaggio. Ci toccherebbe fare le solite considerazioni, ma ci asteniamo.


La crisi della Monte dei Paschi di Siena, giunse alla ribalta nel biennio 2011-2012, ma forse sottovalutata perché l’attenzione, allora, fu centrata interamente sui cosiddetti bond di Mario Monti, che con circa quattro miliardi di euro salvò la più vecchia tra le banche del mondo. All’origine, l’obiettivo di MPS sembrava meritevole di lode, almeno sotto il profilo imprenditoriale: acquisire Antonveneta per entrare a far parte dell’olimpo bancario. Fin qui, è tutto regolare. Un po’ meno i 9 miliardi necessari all’operazione e che avviarono la crisi. Poco dopo, il management di MPS decise di correre ai ripari utilizzando i derivati, ma ne conseguì un disastro. In modo irresponsabile e inaspettato, strano e paradossale, acquistò quasi mezzo miliardo di prodotti tossici e cedette i prodotti finanziari migliori. Il governo Monti, da ultimo, rilevò delle obbligazioni bancarie per soccorrere l’istituto senese. È universalmente noto che non s’è ancora scritta la parola fine sul capitolo senese. Registriamo, fino a ora, migliaia di licenziamenti, parecchie chiusure di filiali e perdite spaventose.

The last, but not the least, arriva Banca Etruria, per la quale gli ispettori accertano un deterioramento del credito pari 3 miliardi di euro, una cifra record. In pratica, senza giri di parole, amministratori e banchieri hanno utilizzato la banca come un bancomat personale: prestiti privi di qualsiasi fondamento patrimoniale, consulenze offerte ad amici e parenti, derivati acquistati senza criterio e, da ultimo, capitale dell’istituto azzerato, correntisti, azionisti e obbligazionisti disperati.

Da 60 milioni di lire a 3 miliardi di euro, la cronologia non cambia i termini del disagio socio-economico. Oggi, si punta il dito contro Renzi, qualche anno fa contro Monti, e ci si lascia indignare dalle varie forme di collusione e corruzione, ma sembra arrivato il momento di fare i conti con la realtà: Renzi e Monti non sono il vero problema perché il problema è dato da ciò cui ogni governo si opporrà sempre: la riforma del sistema bancario.    

La fonte bibliografica di cui ci siamo serviti è la seguente: CATTANEO, C., 2015, Banche italiane, oltre un secolo di scandali, Lettera43.   
  



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