lunedì 6 febbraio 2017

IL RISCHIO DI LIQUIDITA’ PER LE BANCHE

Con questo capitolo si conclude la rubrica di #AnalysisAndForecasting: di fatto, non mancano gli argomenti, che la disciplina in questione ci fornisce generosamente, ma il progetto è sempre stato animato dall'obiettivo di offrire al lettore un compendio essenziale di economia e finanza. Di conseguenza, ci sembra opportuno dare un certo compimento a un lavoro di ricerca composto da 78 capitoli e svoltosi nell'arco di 6 mesi. 

Seguirà, adesso, una necessaria pausa di studio, dopo la quale la rubrica di #errorieparole sarà riproposta con nuovi spunti e nuove suggestioni.    


Tentare di semplificare il concetto di rischio di liquidità, con riferimento allo spirito riformista di degli accordi di Basilea, farà storcere il naso agli addetti ai lavori e agli analisti raffinati, ma percorrere le vie del mondo vuol dire anzitutto distinguere ciò che accade dal modo in cui l’uomo lo interpreta e lo racconta. Fin dalle prime parole di questa rubrica, abbiamo voluto immaginare che un fruttivendolo, un operaio, un pensionato o chiunque non avesse a che fare col metalinguaggio dell’economia e della finanza fosse alle prese con cocenti dubbi sulla gestione di un conto corrente o su ciò che di solito si sente al TG, dato che chi scrive proviene da una categoria sociale sempre in lotta con la comprensione.

Funding Liquidity Risk e Market Liquidity Risk sono due espressioni che, nonostante la propria originale forza semantica, farebbero o impallidire o fuggire a gambe levate un qualsivoglia lettore. Eppure, negli ultimi anni, sono diventate dei condizioni dello stato d’animo dei banchieri e del top management delle banche, cosicché è il caso di cominciare a parlarne attraverso l’introduzione di un concetto che le precede e le istruisce entrambe: la liquidità. In genere, nessuno è convinto di non sapere che cos’è la liquidità: basta mettere mano al portafoglio per tirare fuori qualche banconota e ogni dubbio sembra fugato. In parte, è così; il denaro contante costituisce liquidità, tuttavia è così solo in minima parte, come s’è accennato. Ampliando questa prima descrizione, si scopre già che il denaro contante non è l’unica forma di liquidità: tutte le forme di pagamento a brevissimo termine lo sono; un assegno, per esempio, lo è, se è monetizzabile, naturalmente. Se poi passiamo alla liquidità finanziaria, allora non ci si può più limitare al conto corrente e a ciò che sta nei suoi paraggi, ma occorre trattare gli investimenti, quelli al riparo da volatilità e rischi d’ogni natura, e valutare in che misura si possano trasformare in denaro. In sostanza, il ‘brevissimo’ termine ha la meglio su tutto.

Nell’uno o nell’altro dei due casi, nessuno, fino a quindici o vent’anni fa, avrebbe mai potuto immaginare che un qualche problema di liquidità potesse riguardare da vicino le banche: non solo quelle piccole, ma anche i colossi del sistema. Oggi, invece, le cose sono cambiate e non sempre le banche dispongono della liquidità necessaria per far fronte ai propri obblighi di pagamento.  Sulla base di questi radicali cambiamenti, le aree di rischio di liquidità sono state denominate Funding Liquidity Risk e Market Liquidity Risk.


Il Funding Liquidity Risk è il rischio in base al quale la banca potrebbe rivelarsi incapace di rispettare i propri obblighi di pagamento per cassa o consegna, anche quando questi siano imprevisti. Tale rischio matura nel momento in cui l’istituto bancario non è più in grado di tutelare l’operatività ordinaria, che viene di conseguenza alterata. Il Market Liquidity Risk invece riguarda direttamente alcune tra le posizioni aperte sul mercato, che potrebbero essere liquidate in condizioni molto penalizzanti allo scopo di recuperare liquidità. Per intenderci, ricorrendo alla solita forzatura, possiamo immaginare il padre di famiglia che per aiutare il figlio ad avviare un’attività commerciale decida di dismettere un investimento assicurativo, pur sapendo di perdere qualcosa. 

venerdì 3 febbraio 2017

IL LOSS GIVEN DEFAULT


#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Dal 2008 in poi, cioè dall’anno dell’apocalisse bancaria, padri di famiglia e, soprattutto, imprenditori, recandosi in banca, si sono sentiti definire ‘inaffidabili’ e ogni ulteriore accesso al credito è stato loro negato. Se fino a un paio d’anni prima, i funzionari delle banche erano disposti a chiudere un occhio su qualche parametro, dalla data nefasta in avanti, l’imperativo categorico è stato: “rientrare”, ossia recuperare crediti incagliati, sofferenze d’ogni genere e specie, chiudere all’angolo il debitore. Si è passati da un eccesso all’altro e, purtroppo, non c’è stata neppure la possibilità di fare un processo analitico che permettesse di ricostruire un rapporto adeguato tra istituti di credito e clienti. Indubbiamente, gli operatori incaricati del ‘rientro’ si sono guardati bene dall’usare l’aggettivo ‘inaffidabile’. Nel sistema di linguaggio di pertinenza, hanno fatto la propria comparsa espressioni come “il suo rating è troppo basso”, “non ha uno scoring adeguato”, “siamo costretti a girare la pratica all’ufficio contenziosi” et similia. La certezza è una sola: troppe imprese sono fallite e tanti padri di famiglia sono finiti sul lastrico.


Che cosa è successo? La vigilanza prudenziale sulle banche s’è fatta alquanto severa, almeno secondo i presupposti burocratici, cosicché gli accordi di Basilea, di cui abbiamo parlato in precedenza, sono diventati i dogmi di un catechismo dominante. Tutti gli istituti bancari sono tenuti a rispettare dei requisiti patrimoniali, detenendo un patrimonio di vigilanza a tutela del rischio di perdita, come se un padre dicesse al figlio: – Ti do € 200,00 per tutto il mese, ma devi sempre conservare almeno € 20,00 per l’emergenza. Se non rispetti questa regola, non avrai più un soldo! –. L’esempio è banale, ma è fedele alla realtà.

Le principale attività delle banche, tuttavia, consiste nel comprare denaro, a un determinato tasso, da una Banca Centrale per rivenderlo applicando uno spread di maggiorazione al costo del denaro. Sappiamo che rivendere vuol dire prestare e attendere i profitti attraverso il piano di rimborso. Purtroppo, non sempre questo rimborso è regolare e, talora, si trasforma in una vera e propria perdita per il finanziatore.


Il Loss Given Deafault non è altro che un indicatore del rischio del recupero. Gli analisti, in pratica, prendono in esame quei crediti che, in caso di default, diventano irrecuperabili e calcolano quanto costerebbe all’istituto la perdita. Non si può pensare, tuttavia, che l’eventuale perdita di profitto non si ripercuota sul costo del credito, sebbene i criteri siano indicati dalle autorità di vigilanza. Tecniche e metodi di stima non sono affatto da riportarsi in questo scritto perché costringerebbero il lettore a occuparsi di formule matematiche poco accessibili e, di conseguenza, estranei agli obiettivi dell’intero libro.