lunedì 30 gennaio 2017

L’EONIA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Nell’ottavo canto del Purgatorio, Dante descrive in questo modo il calar del giorno: <<Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core / lo dì c’han detto ai dolci amici addio (…)>>. La metamorfosi del sentimento degli uomini di mare, i quali, verso sera, misurano le proprie fatiche con la memoria dei propri cari lontani, sembra condurre il corpo e l’ingegno d’un qualsivoglia interprete alla quiete e al silenzio. In effetti, quale che sia il giudizio sui versi appena letti, la notte dovrebbe rappresentare per lo più il momento dell’intimità per antonomasia e della separazione dal resto del mondo. Dovrebbe e, forse, è così; ma non per tutti. I protagonisti della finanza e, in particolare, del mercato interbancario approfittano proprio della quiete e del silenzio per svolgere alcune operazioni che di giorno, molto probabilmente, sarebbero impedite da troppi fattori. Non a caso, overnight è il termine inglese con cui sono riconosciuti questi movimenti: durante la notte.


Di fatto, può anche non sorprendere che questa operatività sia ininterrotta e, forse, c’è da immaginarselo, ma ciò che può generare stupore è la notizia secondo cui la maggior parte delle operazioni di cui stiamo parlando sono caratterizzate da una scadenza brevissima: i depositi overnight, per esempio, devono essere estinti il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui sono stati costituiti. Ciò nonostante, sia per i depositi sia per il collocamento della liquidità in eccedenza, esiste un tasso d’interesse che copre, per l’appunto, la brevissima durata. Naturalmente, la faccenda non riguarda affatto il comune correntista, che, in genere, durante la notte dorme, ma interessa esclusivamente le banche e i grandi operatori finanziari.

L'EONIA, che, in forma esplicita, è l'Euro OverNight Index Average, è il tasso d'interesse medio delle operazioni interbancarie a brevissima scadenza, overnight. La Banca centrale Europea e la Federazione Bancaria Europea provvedono, ogni giorno, a registrarne i valori, trarne la media ponderata e darne pubblica comunicazione. È bene precisare che questa media è calcolata sulla base di un campione di banche selezionate. Di fatto, tutte le banche operano più o meno allo stesso modo: trattengono la riserva di liquidità obbligatoria per legge e collocano la parte restante ottenuta dal flusso giornaliero. Sull'uso di questa parte restante si applica l'EONIA.


venerdì 27 gennaio 2017

IL VALUE AT RISK

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

In finanza, il più delle volte, la traduzione dall’inglese all’italiano non è affatto utile a veicolare significati e metodi di lavoro; anzi, accade spesso che un’espressione, una volta tradotta, includa un tale ampliamento dell’area semantica che i tentativi di comprensione si trasformano in veri e propri salti nel vuoto. Dire valore a rischio, esplicitando il titolo di questo capitolo o il suo acronimo di riferimento, VaR, può significare tutto e il contrario di tutto. Ciò conferma, ancora una volta, che il significato della lingua, specie entro i confini d’un certo metalinguaggio, è costituito da una funzione d’uso e da uno specifico contesto.


A tal proposito, vale a dire in materia di funzioni d’uso e di contesti, nell’accingerci a far luce su questa nuova tappa del nostro cammino esplorativo, dobbiamo fare ricorso a tutte le risorse o doti di fantasia, poiché non sempre metafore, similitudini e aneddoti sono a portata di mano.

Questa volta, l’immaginazione deve condurci fino all’organizzazione ideale di una battuta di pesca e, in particolare, di una battuta di pesca durante la stagione invernale; il che implica il rischio del mal tempo. Un pescatore attento, prima di acquistare l’esca, scegliere lo spot e preparare l’attrezzatura, oltre a consultare il meteo, controlla le tavole solunari e verifica il moto ondoso: sia quello dei giorni precedenti sia quello dei giorni a venire. Dopo avere portato a termine l’istruttoria preliminare, egli sceglie il modulo di pesca, pur essendo consapevole del rischio che la stagione invernale comporta non solo per i cambiamenti improvvisi del clima, ma anche e soprattutto per la temperatura dell’acqua e per le correnti. Il pescatore fa comunque un investimento in termini di denaro e fatica e, se è davvero esperto, sa bene che, in quell’unica giornata, diversamente che nella stagione estiva, il rischio di sprecare tutto è concentrato nella stima effettuata, cioè in un intervallo di confidenza costituito da tutti i valori che il parametro di valutazione può assumere secondo la statistica essenziale dell’uomo di mare. Oltre queste misurazioni, tutto può succedere: la giornata di pesca può anche rivelarsi miracolosa e, nello stesso tempo, può essere l’inizio di una catastrofe.


Il Value at Risk è la misurazione del rischio di perdita potenziale di un investimento finanziario. Il metodo di riferimento non è affatto differente da quello adottato nell’ambito della valutazione della battuta di pesca. L’arco di tempo in cui è fissato il VaR, in genere, è costituito da un giorno e l’intervallo di confidenza è pari al 95% o al 99%. In altri termini, con riferimento alla cosiddetta confidenza, si calcolano tutte le variazioni negative possibili fino alla designazione della stima suesposta. È evidente che si tratta di una proiezione effettuata a condizioni di rendimento e di varianza normali. Il Value at Risk non è fatto di valori previsionali e deve essere applicato a un portafoglio di cui si conoscono bene non solo i titoli, ma anche le correlazioni tra i titoli, altrimenti il parametro e le variabili diventano aria fritta.   


mercoledì 25 gennaio 2017

ALCUNI COSTI VESSATORI PER IL CORRENTISTA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

A ciascuno di noi capita, prima o poi, di rivolgersi al vicino di casa per chiedere qualcosa in prestito; in genere, si tratta di qualche ingrediente che dimentichiamo di acquistare e, sapendo di non avere più tempo a disposizione per una corsa verso il supermercato, bussiamo alla porta accanto, senza pensarci due volte. La scena rientra facilmente nella consuetudine, cosicché non ci costa particolare fatica utilizzarla come similitudine. Con un piccolo sforzo, possiamo immaginare di avere bisogno di tre limoni, che ci vengono dati senza alcun problema. Ipotizziamo che questo accada intorno alle 19:00. C’impegniamo a restituirli, sebbene il donatore non ne faccia richiesta, e tutto sembra sistemato. Mezz’ora dopo, tuttavia, decidiamo di tornare dal vicino per restituire un limone inutilizzato. Pensiamo che sia corretto e procediamo a testa bassa. L’espressione del vicino di casa, questa volta, non è tanto rassicurante quanto lo era in precedenza. Capiamo di esserci imbattuti nella persona sbagliata, quando il nostro prestatore di limoni, con una smorfia indecifrabile, ma preoccupante, stampata sul viso, ci chiede a titolo di risarcimento almeno un limone in più a fronte dei tre da noi ottenuti in prestito. La consuetudine, di colpo, è annientata.


Se, fino a poco fa, potevamo considerare queste immagini come ordinarie e naturali, adesso siamo certi di doverle classificare come ‘aliene’ o, per lo meno, ‘vessatorie’.

Fino al 2009, in banca, il rapporto di fido era istruito sulla base della regola vessatoria dei sei limoni. La sorpresa sarebbe massima e agghiacciante, sia per l’unicità della richiesta sia per l’illegittimità, se la persona della porta accanto pretendesse, con cadenza periodica, tanti altri limoni in più rispetto a quelli prestati; eppure, per anni, in banca la contabilità del correntista all’interno di un fido, che, già da sé, ha un costo, era ulteriormente gravata della cosiddetta commissione di massimo scoperto, applicata ogni tre mesi. In altri termini e per capirci meglio: tizio chiedeva e otteneva un fido di 20.000,00; entro il primo mese ne utilizzava solamente una piccola parte; poco dopo, giungeva alla metà; prima della chiusura del trimestre, finiva con l’utilizzarne € 14.000,00. Ebbene? La banca applicava un ulteriore interesse che veniva calcolato sulla base dello scoperto massimo raggiunto dal correntista: nel caso del nostro esempio, quattordicimila euro. Dunque: gli interessi passivi per il cliente aumentavano e seguivano due direttrici o due modalità di sviluppo.

L’uso dell’imperfetto indicativo è giustificato da un cambiamento voluto dal legislatore: la commissione di massimo scoperto è stata abolita perché è stata giudicata illegittima e vessatoria. Correva l’anno 2009, come s’è già detto.


Nel 2011, tuttavia, la commissione di massimo scoperto è riapparsa sotto mentite spoglie e ha preso il nome di commissione d’istruttoria veloce. In sostanza, che cosa è successo? Nell’ambito delle procedure di istruttoria dei fidi, la banca che permetta al correntista di sconfinare, per così dire, è autorizzata dal Testo Unico Bancario a imporre un costo aggiuntivo per pagare le spese d’indagine necessarie al regolare espletamento della pratica. Per intenderci, se una madre chiede al figlio di andare a fare la spesa, questi può aver bisogno dei soldi per la benzina. La madre non esiterà a darglieli e nessuno penserà che il gesto sia sbagliato. Se tuttavia il ragazzo pensa pure di guadagnare qualcos’altro, facendo la cresta alla madre sul costo della spesa, allora la santa donna si vedrà costretta a pagare una commissione d’istruttoria veloce.


lunedì 23 gennaio 2017

IL MONEY TRANSFER

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

S’è attestato che nel 2010, dall’Italia sono stati trasferiti oltre 6 miliardi di euro verso i paesi stranieri. La Cina è stato il maggiore tra i paesi beneficiari. Il sistema adottato per lo spostamento di queste somme è stato, per l’appunto, quello del money transfer, ovverosia il ricorso a delle piccole agenzie di trasferimento del denaro ben collegate a un circuito internazionale e che, con una commissione del sette per cento circa, consentono delle transazioni rapide ed efficienti. Le più note tra queste sono sicuramente Western Union e Money Gram. È molto meno noto che l’Italia è il secondo paese al mondo per volume d’affari di questo tipo. Il primo è la Spagna. Non si capisce bene per quale motivo l’Italia, le cui norme in materia di antiriciclaggio e, di conseguenza, sulla circolazione del contante sono ormai molto stringenti, sia così amato da queste agenzie.


I dubbi che questo business fa nascere in tutti noi sono parecchi. Infatti, la semplicità con cui può essere effettuata un’operazione – in pratica, bastano i contanti e un documento d’identità – lascia intravedere l’ipotesi di fini illeciti e che sfuggono sistematicamente ai controlli. Quando s’è parlato del riciclaggio, s’è detto che l’esistenza di una rete di collaboratori fidati può permettere al riciclatore di eludere ogni forma di controllo di polizia. In questo caso, è difficile a dirsi in che misura percentuale il denaro fatto transitare da queste agenzie sia trasferito per finalità terroristiche, ma è verosimile che sia sottratto al fisco.

L’ingresso in Italia di una banca extracomunitaria può avvenire solo in seguito all’approvazione della Banca d’Italia e del Ministero degli Affari Esteri. La banca, in quanto soggetto giuridico sottoposto alla vigilanza della Banca d’Italia, per svolgere attività di raccolta diretta e impiego deve osservare scrupolosamente la normativa sulla trasparenza e sull’antiriciclaggio. E inoltre, coloro che lavorano all’interno dell’istituto di credito o d’un qualsivoglia intermediario finanziario devono essere iscritti negli elenchi degli agenti e dei mediatori gestiti dall’Organismo Agenti e Mediatori. In gergo, si dice che devono possedere requisiti di onorabilità e professionalità, che si ottengono col superamento di un esame e con un aggiornamento annuo, oltre che con una condotta adeguata. Si capisce facilmente che coloro che commettono reati contro il patrimonio possono incontrare qualche difficoltà a qualificarsi presso l’Organismo. Qual è invece l’identità professionale dei gestori delle money transfer? Essi non sono tenuti al superamento di un esame né all’iscrizione negli elenchi degli agenti in attività finanziaria. L’autorizzazione di cui godono è quella del paese di provenienza.


A questo punto, dato che il fatturato annuo dichiarato dagli stranieri in Italia supera i trenta miliardi di euro, non ci vuole chissà quale presupposto scientifico per capire che il flusso finanziario è spaventoso e, in quanto tale, dovrebbe essere seguito diversamente. 


venerdì 20 gennaio 2017

IL VENTURE CAPITAL, LA JOINT VENTURE, IL TRUST

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

È tristemente noto che, in Italia, un’idea brillante, quantunque sostenuta da buona volontà, competenza, audacia e spirito d’iniziativa, non basta ad avviare un progetto d’impresa perché le banche non finanziano facilmente le start-up. Talora, mettersi in cerca di capitali, specie se il settore d’applicazione o il presunto core business sono innovativi, vuol dire trasformarsi in questuanti ed esporsi a un elevato rischio di stress. Allo stesso modo, trovare finanziatori ‘smart’ comporta impedimenti e fatiche di pari livello. Nel mondo angloamericano, accade qualcosa di diverso e si ha testimonianza di investimenti straordinari, anche molto rischiosi, che hanno rivoluzionato i mercati e il modo di concepire la finanza mondiale. La Google Inc. è nata in questo modo: due studenti di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, dopo avere sviluppato l’idea del motore di ricerca, usufruirono dell’investimento di qualcuno che credette nell’idea; non si rivolsero alle banche. La stessa vicenda di Facebook non differisce molto, se si tiene conto di un investimento di cinquecentomila dollari arrivato poco l’iniziale diffusione sulla rete.


La tipologia d’investimento cui abbiamo fatto riferimento finora è quella del venture capital, cioè un fondo che una persona fisica o una persona giuridica mettono a disposizione dell’idea entro un tempo predeterminato. In parole povere, viene costituita una società vera e propria il cui unico scopo è quello del finanziamento d’impresa e la cui durata mediamente è fissata in circa cinque o sei anni. Anche in questo caso, ovviamente, esistono delle regole circa la strutturazione e la gestione del fondo: in particolare, sottolineiamo che il venture capitalist, può esercitare il proprio diritto di riscossione degli utili solo in seguito alla conclusione dell’intero periodo d’investimento prestabilito; non si tratta di un prestito, ma di pura partecipazione al business, che, naturalmente, può anche risolversi in un fallimento. Sebbene l’origine di questo modello di business sia prettamente statunitense, anche l’Europa, in ultimo, s’è data da fare in tale direzione. L’Italia resta sempre molto lenta nel recepire il concetto di rischio d’impresa.

La joint venture nasce, invece, da un progetto di collaborazione di due o più imprese già attive sul mercato, le quali stabiliscono di unirsi, a breve, medio o lungo termine, per costituire un nuovo soggetto giuridico. Bisogna stare attenti, a questo punto, a non scambiare la joint venture con la fusione societaria perché, qui, il termine ‘collaborazione’ non è adottato quale metafora dell’intreccio aziendale, ma costituisce la nuova operatività. In pratica, si tratta di un accordo aziendale specificamente finalizzato. Due grandi case automobilistiche, per esempio, possono decidere di realizzare insieme un’autovettura che riporti la scocca di un’azienda e il motore d’un’altra. Allo stesso modo, due imprese edili possono dare vita a una joint venture per la realizzazione di un grande impianto sportivo e così via. Il fondamento di questa formula è dato dalla condivisione di oneri e onori. Esiste, naturalmente, un capitale di rischio, versato nel momento della costituzione ed esisteranno degli utili in caso di buona riuscita dell’iniziativa.


La discussione circa queste due formule imprenditoriali non deve essere giudicata come la deviazione verso il diritto societario, che non può essere annoverato tra i fini e gli oggetti di questo lavoro. Non a caso, non abbiamo trattato la disciplina delle società di capitali o delle società di persone. Tuttavia, fare menzione di alcuni processi imprenditoriali che non appartengono alla visione comune del finanziamento d’impresa significa, a nostro avviso, dare al lettore un’opportunità in più, senza che ciò si traduca in una pretesa scientifica avanzata dall’autore. Non c’è dubbio che tutti hanno sentito parlare di s.r.l., ma pochi hanno sentito parlare di joint venture o di ventur capital. 


A tal proposito, concludiamo con la descrizione di una figura tutta anglosassone del trust, che – si badi bene! – non ha niente a che vedere con l’antitrust, essendo quest’ultimo l’insieme di regole concepite a tutela della concorrenza equa e libera. Il trust è un vero e proprio istituto giuridico mediante il quale i beni mobili o immobili vengono trasferiti a un amministratore o trustee, il quale ha il compito della gestione patrimoniale. È di certo singolare il modo in cui questi beni vengono trasferiti. La proprietà, infatti, non è oggetto del trasferimento: ciò che cambia è unicamente l’intestazione; la qual cosa sembra rivelare un meccanismo artificioso e diabolico, ammesso dallo stesso legislatore, per aggirare il fisco perché, se è vero che la proprietà resta inviolata, è altrettanto vero che il trustee, pur dovendo agire nell’interesse del proprio cliente, ha carta bianca su tutto, può disporre a proprio piacimento dei beni ‘consegnatigli’ in gestione. Nei regimi di common law, dove questo istituto è più diffuso che dalle nostre parti, di fatto, non esiste un vero e proprio inquadramento legislativo o, in altri termini, non esiste un quadro legislativo completo. Non bisogna dimenticare, infatti, che il presupposto è quello del legame fiduciario. 

venerdì 13 gennaio 2017

LA CURVA DELLA DOMANDA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Nella relazione triangolare tra consumatore, bene o servizio e reddito, emerge subito un dato sorprendente: quando si registra un aumento improvviso del reddito, l’interesse dei consumatori è immediatamente rivolto ai beni di lusso, per così dire. In pratica, secondo la statistica di riferimento, è sufficiente un’entrata straordinaria, anche modesta, affinché venga acquistato qualcosa di accessorio o, addirittura, inutile. Questo fenomeno è apparentemente inspiegabile. Per quale motivo – ci si chiede – un uomo abituato alle ristrettezze per mesi e, talora, anche per anni, in caso di una vincita di poche migliaia di euro, per esempio, non pensa di gestire la somma secondo i criteri elementari del risparmio e della prudenza?


Esiste una branca dell’economia che prende il nome di economia comportamentale e segue le metamorfosi dell’interesse dei consumatori studiandone i profili. Gli esperti hanno dimostrato che, in molte circostanze, il motivo che sta alla base di talune scelte è irrazionale. Di conseguenza, non è raro che un operaio, pur vivendo di stenti, decida di acquistare l’ultimo modello dell’iPhone o del Samsung. Recenti studi hanno attestato che nel mondo esistono circa sei miliardi di smartphone, ossia più di uno per abitante, se si considera che la popolazione mondiale è fatta anche da bambini e da una categoria di anziani che non è più in grado di gestire i ‘telefoni intelligenti’.  Naturalmente e per fortuna, l’irrazionalità non è l’unica spinta all’acquisto; anzi, si può dire che, in genere, esistono delle precise leggi che regolano il rapporto tra domanda e offerta. Quantità del bene, prezzo e disponibilità all’acquisto del consumatore sono le variabili da prendere in esame. Si sa o, se non lo si sa, è facile intuirlo, che il legame tra offerta e domanda è condizionato dal prezzo ed è, di conseguenza, inversamente proporzionale: all’aumentare del prezzo, diminuisce la domanda e viceversa. La domanda è chiaramente una funzione del prezzo.

Nelle moderne economie di mercato, si deve tenere conto di un fondamentale cambiamento linguistico, in virtù del quale il focus della questione è costituito dal consumatore. Infatti, si definisce domanda la quantità di un bene che i consumatori sono disposti ad acquistare e non la quantità di prodotto messa a disposizione dall’azienda produttrice. È evidente altresì che altri fattori intervengono a costruire la cosiddetta curva: reddito, beni correlati, moda, demografia et cetera.


Un fattore che non deve sfuggirci è dato dall’elasticità della domanda stessa, che consiste nella variazione percentuale di domanda e prezzo, variazione a causa della quale la curva degli assi cartesiani si modifica. Prendendo in esame un prodotto e il suo bene correlato, ci rendiamo immediatamente conto dell’effetto elasticità. In tutti i libri di Economia per studenti, si scelgono il burro e la margarina e così facciamo anche noi. Se i prezzi dei due prodotti restano invariati a lungo, il consumatore tende a rifornirsi di burro, tuttavia, se si rileva una diminuzione del pezzo della margarina, vale a dire del bene correlato, allora il consumatore modifica immediatamente l’asse dei propri acquisti e ne diventa acquirente, anche se il prezzo del burro non è cambiato. A questo punto, i produttori del bene principale, possono intervenire al ribasso con modifiche anche irrisorie del prezzo. Se ciò accade, si nota un nuovo posizionamento della curva perché il consumatore ritorna sui propri interessi originari.  

mercoledì 11 gennaio 2017

IL RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Chi pensa che i riciclatori siano loschi figuri dediti al malaffare e avvezzi alla violenza commette un errore madornale: il riciclaggio di denaro sporco è un’arte complessa ed elitaria ed è praticata da artisti raffinati, competenti e, soprattutto, ben vestiti. Sono uomini che vivono nelle ombre dei mercati, raggiungibili solo attraverso l’istituto dello sponsor, in grado di destreggiarsi tra diritto societario, speculazione finanziaria e immobiliare e obblighi fiscali: sono scienziati della finanza, prestigiatori dell’elusione; insomma, gente che ha studiato parecchio.


La cronaca è spesso farcita di storielle e aneddoti circa l’esportazione di denaro contante, l’alterazione delle scommesse sportive e le famigerate società offshore, tuttavia è almeno il caso di precisare che ognuna di queste soluzioni criminose è preceduta da metodo e programmazione. Quando un’organizzazione criminale punta alle scommesse sportive per ripulire il denaro proveniente dalle estorsioni, dal narcotraffico o dall’evasione fiscale et cetera, essa non può mica consegnare ‘pacchi di soldi’ allo sportello di una banca (...almeno non sempre!), ma, per esempio,  avvalendosi di collaboratori fidati all’interno del sistema, non fa altro che acquistare le scommesse vincenti. In pratica, se tizio vince € 100,00, il riciclatore acquista il biglietto vincente per € 110,00 e si ritrova tra le mani un documento che certifica una somma ‘pulita’. In questo caso, non c’è alcunché di complicato, ma ne ricaviamo subito una considerazione importante: il primo anello della catena di riciclaggio è costituito dalla rete di collaboratori.

Facendo leva sull’esistenza comprovata della suddetta rete, è possibile che le organizzazioni criminali varchino facilmente anche la soglie delle banche, come potrebbe fare qualsiasi correntista che volesse depositare una certa somma sul proprio conto. La quantità è, quindi, il fattore dominante. Ci si provi, nello stesso tempo, a immaginare con quale perizia e con quale scrupolo il riciclatore deve gestire la contabilità! Non è un ambiente in cui gli ammanchi dovuti a un eventuale errore di distrazione sono perdonati facilmente.


A questo punto, bisogna volgere lo sguardo alle operazioni di grado e complessità superiori, per le quali la rete stessa non è più sufficiente: serve, è fondamentale, ma non è tutto. I casinò, non di rado, sono presi di mira perché consentono un effetto lavatrice immediato e a buon mercato, dato che, sfruttando il meccanismo della frequenza, si può impiegare un numero inferiore di risorse umane. Una volta concessa una lauta ricompensa ai responsabili della casa da gioco, si acquista una certa quantità di gettoni – inizialmente anche modesta – allo scopo di fare poche puntate fittizie e riconvertire immediatamente i gettoni in denaro con rilascio del certificato di vincita.

L’evoluzione ‘commerciale’ si ha con la costituzione di un certo numero di società a responsabilità limitata, mai inferiore a due, mediante cui si avvia lo scambio dei servizi e delle relative fatture. Si capisce che il capitale sociale importa molto poco. I proprietari del denaro, tra le altre cose, possono essere assunti da una di queste società, così da ottenere una serie di sgravi fiscali e di benefit, oltre a uno stipendio mensile. Se si crea un vero e proprio circuito ‘virtuoso’, diventa molto difficile per gli investigatori smontare lo schema d’interazione. In alcuni casi, s’è attestata la presenza di intrecci talmente fitti da contenere anche un centinaio di società.


Si è già detto ed è risaputo che queste grosse somme di denaro, molto di frequente, vengono dirottate all’estero, in direzione di paradisi fiscali; per la qual cosa deve intervenire l’eccellenza del riciclatore, cioè una figura professionale che, oltre ad avere competenze specifiche, possa vantare anche relazioni sociali importanti in diversi paesi. Il primo passo di un’operazione di questo tipo è sicuramente il più pericoloso tra quelli da compiere perché il denaro, diversi milioni di euro, in genere, deve essere spostato fisicamente da un paese all’altro. I metodi principali sono due: il cosiddetto cash-to-cash e il trasporto. Nel caso del cash-to-cash, l’organizzazione criminale o, più in generale, il possessore di denaro sporco si rivolgono a un’organizzazione bancaria internazionale clandestina che dispone di enorme liquidità in diverse città del mondo. Un attimo dopo la consegna, il riciclatore non fa altro che telefonare al proprio referente di zona per accertarsi che chi va a ritirare il denaro sia in possesso della password corretta e gli ordina di pagare la cifra pattuita, cui viene sottratta la commissione richiesta. Il denaro non fa altro viaggio, non viene più toccato. Nel secondo caso, invece, si organizzano delle vere e proprie spedizioni con macchine civetta e macchine ombra per arrivare a destinazione.  La messa in funzione della lavatrice avviene, dunque, all’estero, dove si può trovare subito un istituto bancario riconosciuto legalmente, ma compiacente, oppure si fa nascere una prima società. Il Lussemburgo è un meta abbastanza ricercata per la costituzione di Società a Partecipazione Finanziaria (SoParFi), capitalizzate esclusivamente con denaro di dubbia provenienza e protette dal silenzio delle banche.  Queste SoParFi, come si può dedurre dal nome, sono concepite con l’unico obiettivo di effettuare acquisizioni di altre società. Da questo momento in poi, scatta il meccanismo di costruzione delle scatole cinesi, tant’è che la successiva società non viene costituita neppure in Lussemburgo, ma presso un altro paese: di solito, si tratta di una LTD, cioè una limited company di diritto inglese, che ottiene una linea di credito grazie alla riproduzione di una serie di garanzie bancarie ben pagate. La seconda società, a propria volta, può capitalizzare una terza società in un terzo paese e, alla fine del percorso, spunterà, nella totale limpidezza, una società italiana, che potrebbe essere la quinta o la sesta della serie e che, a questo punto, non avrebbe alcunché da temere.

Lungo il suesposto itinerario, non abbiamo menzionato affatto le operazioni d’investimento finanziario, il trading immobiliare o il trading classico, che, in genere, implicano la cooperazione ‘criminosa’ di società fiduciarie, banche e operatori o broker presta-nome. La tecnica d’approccio è sempre la stessa: trasporto del denaro a destinazione e accoglienza da parte dell’istituto. Superate queste fasi critiche, il denaro viene autenticamente ‘frammentato’ in un modo simile a quello che accade con la cartolarizzazione e viene investito in titoli di diversa natura. A questo punto, entra in gioco la società fiduciaria, che, in apparenza, si fa presentatrice di una serie di investitori pronti a entrare nel mercato. Ne vien fuori un accordo commerciale tra la banca e la società fiduciaria, i cui clienti, come s’è già intuito, sono i rappresentanti dei possessori o i possessori stessi del denaro che era stato sottoposto a riciclaggio.  


Purtroppo, non siamo in grado di andare molto oltre con gli esempi perché le variabili sono talmente numerose che una classificazione, a nostro avviso, risulta impossibile.

lunedì 9 gennaio 2017

LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven dii #AnalysisAndForecasting)

Il comune concetto di Stato, per lo più, è distante da un esame oggettivo della realtà e, in particolare, dalle funzioni che questo ‘supremo ente pubblico’ deve possedere per garantire la continuità dei servizi e lo sviluppo economico. Nell’immaginario collettivo, per esempio, non è ben vista, in genere, la stretta relazione tra una banca commerciale e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la quale relazione, al contrario, è giudicata pericolosa e illecita. Come s’è detto in altre circostanze, quest’associazione di idee è sbagliata, almeno da un punto di vista dell’utilità sociale. Se non fossero ammessi intrecci, partecipazioni e interventi d’ogni genere e specie, verrebbero meno immediatamente sia le forme di controllo e disciplina dell’azione privata sia la mobilità dei capitali all’interno di un paese. Lo Stato ‘non è in affari con il cittadino’, ma deve agire come se lo fosse. Vien fatto di obiettare che, in affari, le regole contrattuali dovrebbero essere uguali per tutti, mentre, nel caso del rapporto Stato-cittadino, il divario di potere è notevole: rispondiamo dicendo, anzitutto, che, a ben vedere, in nessuna trattativa commerciale al mondo le regole sono perfettamente bilanciate, essendoci sempre un vantaggio per chi ha più potere contrattuale; in secondo luogo, lo Stato è la rappresentazione della pluralità degli interessi contro gli interessi del singolo soggetto, di conseguenza deve avere i cosiddetti vantaggi.


Fatta questa premessa, cominciamo a parlare della Cassa Depositi e Prestiti in modo poco ortodosso e anomalo, dicendo cioè che la Fondazione Monte dei Paschi di Siena possiede la maggiore tra le quote di capitale delle banche che ne costituiscono l’azionario. Oggi, infatti, la Cassa Depositi e Prestiti è una Società per Azioni controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e quasi il 20% del suo capitale sociale è detenuto dalle Fondazioni Bancarie. Il suo principale obiettivo è sostenere il finanziamento di impianti necessari alla realizzazione del servizio pubblico, laddove il suo compito essenziale consiste nel gestire gl’investimenti delle regioni e degli altri enti locali, oltre che quelli dello Stato stesso. La provvista che garantisce quest’attività è determinata principalmente dalla raccolta di risparmio postale: buoni fruttiferi e libretti di risparmio.


La Cassa Depositi e Prestiti, in effetti, nacque più di centocinquant’anni fa proprio per gestire la raccolta di risparmio e iniziò molto presto a emettere titoli di debito. Si può affermare che, con l’introduzione dei buoni fruttiferi postali, veri e propri titoli di debito per l’emittente, si costruì la prima vera forma d’investimento pubblico per i cittadini italiani, i quali, nel tempo, si affezionarono molto a questa tipologia di risparmio.


Oggi, il core business della Cassa Depositi e Prestiti, per così dire, si è ampliato parecchio con interventi e partecipazioni che vanno dal settore immobiliare a quello dell’energia e dell’innovazione tecnologica, attraverso l’emissione pura di titoli obbligazionari, nell’ottica dello sviluppo d’un sistema economico e industriale non più limitato ai confini territoriali, ma esteso a ogni possibile cooperazione internazionale.  


mercoledì 4 gennaio 2017

L’ASSEGNO, IL PROTESTO E LA CAMBIALE

#errorieparole #legami 

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Quasi tutti ne hanno fatto uso o l’hanno avuto tra le mani; tutti, senza eccezioni, ne hanno sentito parlare; molti lo temono e lo reputano minaccioso, molti altri se ne servono in modo produttivo o, diversamente, senza scrupoli: stiamo parlando dell’assegno, che può essere definito sia come titolo di credito sia come ordine di pagamento. Da un po’ di tempo, su di esso circola una bufala mastodontica, vale a dire la teoria secondo la quale gli assegni siano emessi tutti con la clausola “non trasferibile”. Non è così. L’adozione della clausola “non trasferibile”, che ormai si trova, in effetti, su tutti gli assegni in circolazione, è solo la conseguenza della volontà del legislatore di contrastare aspramente il riciclaggio di denaro sporco, come si suol dire. Nella sostanza, tuttavia, la non-trasferibilità vale esclusivamente per gli assegni d’importo pari o superiore a € 1.000,00. Per cifre inferiori, invece, il correntista potrebbe richiedere alla propria banca un carnet privo della suddetta dicitura, pagando solamente € 1,50 per ciascun assegno circolare o bancario, come si legge inequivocabilmente nel testo redatto e pubblicato dalla Banca d’Italia.


Abbiamo iniziato la trattazione di questo argomento in modo anomalo proprio perché l’anomalia, in questo caso, domina la scena. Un altro equivoco grossolano, per esempio, riguarda la terminologia adottata: in parecchie circostanze, si sente dire che il traente è colui che riceve l’assegno, laddove è vero l’esatto contrario. Il traente è il titolare del conto dal quale l’assegno è emesso a vantaggio di un beneficiario, mentre la banca che riceve l’ordine di pagamento prende il nome di trattario. Se è vero che l’errato uso di un lemma del linguaggio tecnico non causa danni, nella maggior parte dei casi, è altrettanto vero che una conoscenza lacunosa dei metodi di gestione di un carnet può determinare illeciti amministrativi o, addirittura penali. È molto diffusa, per esempio, la pratica della post-datazione di un assegno, con la quale il traente indica una data successiva a quella entro la quale il titolo dovrebbe essere messo all’incasso. Si comprende bene che, il più delle volte, non si tratta di cattive intenzioni del debitore, tant’è che negli scambi commerciali si ricorre molto di frequente a questa prassi, tuttavia non bisogna mai dimenticare che la post-datazione non è affatto consentita dalla legge, come, di tanto in tanto e per faciloneria, si sente dire. La consegna del titolo al creditore, titolo che spesso è privo di provvista, cioè di fondi, sembra costituire emissione di garanzia, ma la frequenza con cui si verifica il fenomeno non è ancora stata accolta e disciplinata dalla legge. Non di rado, infatti, s’incorre in sanzioni pecuniarie, revoche di sistema, protesti e, nel peggiore dei casi, nella reclusione. La sanzione pecuniaria si può evitare tramite un pagamento tardivo. Talora, ciò che non può essere evitato è il meccanismo della già citata sospensione tardiva, con cui al correntista è vietata l’emissione di assegni bancari per sei mesi ed è imposta la restituzione di quelli in suo possesso, pur se non utilizzati. All’eventuale compilazione di un assegno in mancanza di autorizzazione farebbe seguito la segnalazione alla Centrale di Allarme Interbancaria (CAI).

I guai arrivano col protesto, che rappresenta un’azione giudiziaria bell’e buona mediante la quale il beneficiario o creditore può ricorrere a un pubblico ufficiale, qual è, per esempio, il notaio, per entrare in possesso delle somme che gli spettano, ma di cui il conto corrente dell’emittente risulta privo. I tempi d’incasso sono fissati in otto giorni per gli assegni di piazza, cioè all’interno dello stesso comune, e in quindici giorni per quelli fuori piazza. Di conseguenza, è implicito che il protesto tragga origine in questo arco temporale. La disciplina del protesto continua a provocare ancora un certo caos sia tra coloro che s’imbattono in questa disavventura sia tra coloro, professionisti o sedicenti professionisti, che approfittano dell’inconsapevolezza del cliente per spillargli denaro. Il protesto non si può cancellare per avvenuto pagamento: è impossibile; bisogna toglierselo dalla testa. L’iscrizione nel Registro Informatico dei Protesti è diretta e incontrovertibile. La riabilitazione può essere richiesta al Tribunale di pertinenza dopo un anno dalla levata del protesto, sebbene l’istanza di cancellazione debba essere inoltrata alla Camera di Commercio. In generale, la cancellazione dal Registro avviene dopo cinque anni. Pertanto, bisogna prestare particolare attenzione a chi promette di mettersi in sella al cavallo alato per portarvi sulla luna. Le eccezioni, come sempre, confermano la regola.

Se l’assegno provoca l’insorgenza di remore di varia natura nel beneficiario, la cambiale non è affatto da meno, anzi il ricorso a essa peggiora pure lo stato d’animo sia dell’emittente sia del destinatario. È considerata dai più uno strumento di pagamento spaventoso; la qual cosa, oltre a costituire un grave errore d’interpretazione, ne altera irrimediabilmente l’uso, che potrebbe rendere agevoli molti scambi. Si tratta, infatti, di un titolo di credito all’ordine, completo ed esecutivo.


Alcune delle sue caratteristiche sono simili a quelle dell’assegno: un traente può ordinare a un debitore il pagamento, tramite la sottoscrizione del titolo in questione. In questo caso, il titolo di credito prende il nome di cambiale tratta. Un esempio concreto può esserci molto utile: se un tizio, dopo un determinato periodo di insolvenza nei confronti di un intermediario finanziario, raggiunge l’accordo di ‘cambializzazione’ del debito, egli, di mese in mese, si recherà presso una banca a pagare la cambiale sottoscritta e proposta dal creditore. Il traente, nell’ambito di questa relazione, è anche il creditore. Se, invece, l’azione è promossa dal debitore stesso, sempre attraverso la sottoscrizione della promessa di pagamento, il mezzo utilizzato diventa il vaglia cambiario. È universalmente noto, nello stesso tempo, che la cambiale, a differenza dell’assegno, non è legata a un rapporto di conto corrente tra l’ordinante e la banca.

Condizione fondamentale per la validità esecutiva di una cambiale è il pagamento di un’imposta di bollo, senza il cui adempimento il creditore non può seguire la via giudiziaria per ottenere eventuali somme non pagate. 


Resta che la cambiale è un mezzo di convenzione di pagamento molto comodo e di cui ci si può servire con rapidità perché può essere acquistata preso qualsiasi rivenditore di valori bollati. In pratica, recandosi in una normale tabaccheria si può anche effettuare il pagamento dell’imposta che rende effettivo il titolo. 

lunedì 2 gennaio 2017

LE ASSET BACKED SECURITIES
E LA CARTOLARIZZAZIONE

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Per la banca il mutuo è un credito, ma è anche un prodotto da introdurre sul mercato; non è affatto un’operazione che si conclude nel momento dell’erogazione della liquidità o dell’acquisto d’un immobile, come può pensare il cliente. Anzi, si può proprio dire il contrario: finanziare l’acquisto di una casa è soltanto la prima tappa di un lungo processo finanziario che, come si evince dal titolo, ci conduce dalla cartolarizzazione al rischio attraverso le Asset Backed Securities (ABS).


I crediti che la banca vanta in seguito all’accensione di un mutuo, di fatto, sono immobilizzati e non garantiscono al mutuante chissà quale liquidità o, in altri termini, disponibilità corrente, tranne che in un lungo periodo, cosicché è stato generato un meccanismo di triangolazione economico-finanziaria che, per certi aspetti, s’è rivelato rischioso e s’è esposto a parecchi tentativi di alterazione fraudolenta. A tal proposito, basta pensare ai famigerati mutui subprime e al relativo effetto domino per documentarne la pericolosità. È evidente tuttavia che la pericolosità può solo essere la conseguenza di una gestione insana e imprudente da parte degli istituti di credito; non si tratta di una componente implicita. Quale che sia la condotta degli operatori, il cosiddetto obiettivo di gestione in fatto di crediti è uno e uno solo: renderli immediatamente ‘fruibili’.

In pratica, mutui e altri prodotti vengono ‘impacchettati’, ossia entrano a far parte del suddetto processo di cartolarizzazione, e ceduti a delle società che nascono, a bella posta, per liquidare i mutuanti: le Società Veicolo o Social Purpose Vehicle (SPV), strutture strumentali a bassa patrimonializzazione. Crediti e interessi vengono immediatamente scorporati dal bilancio affinché se ne eviti l’appesantimento, mentre la società neonata, oltre a garantire una certa liquidità alla banca, di cui acquista i crediti, emette delle obbligazioni, da cui si ricava il cosiddetto gruzzoletto. Il pagamento delle cedole obbligazionarie dovrebbe essere garantito, per l’appunto, dal rimborso delle rate, che la banca gira periodicamente alle SPV.


Le Asset Backed Securities, che nel caso dei mutui prendono il nome di Mortage Backed Securities, sono costituite, per l’appunto, da questa trasformazione del credito in strumento finanziario. Ciò che spesso si dimentica sta nella natura di queste obbligazioni, il pagamento delle cui cedole, come abbiamo detto, è garantito unicamente dalla riscossione dei crediti. In altre parole, se il padre di famiglia s’imbatte in una disgrazia che gl’impedisce di pagare le rate e, assieme a lui, pure tanti altri mutuatari, il default è molto probabile.

I dubbi che gravano su questo metodo di ‘raccolta’ dei fondi sono numerosi: in primo luogo, le banche stesse hanno facoltà di creare le SPV; il che può anche farci pensare a manovre interne e occulte per rivalutare, almeno temporaneamente, dei crediti che abbiano un potenziale di sofferenza medio-alto; in secondo luogo, il rapporto tra i bilanci dell’istituto cedente e la ‘qualità’ delle obbligazioni restano accessibili a pochi eletti; in terzo e ultimo luogo, nella maggior parte dei casi, com’è noto, i mutui costituiscono l’attività sottostante di una ricca serie di derivati, pertanto il groviglio diventa inestricabile.