sabato 10 giugno 2017

Perché Fazio è un candidato buono e giusto

Non è l’uso della ragione ma l’osservanza di certi divieti che dette agli uomini il sentimento di non essere animali [1]

(ph. Mediaset)

Molto probabilmente, tentare di abbattere un gigante o di distruggere un mito è un comune e atavico sogno di gloria, un bisogno di riscatto che, spesso, trasforma tante personcine ombrose e inconcludenti in pellegrini ben vestiti e capaci di far bella mostra di sé, ma assetati di sangue e pronti ad avventarsi addosso alla possibile vittima. La letteratura del vecchio testamento ce ne dà conferma attraverso la vicenda in cui Davide si oppone a Golia e lo sconfigge con l’aiuto divino. Freud, invece, ne Totem e tabù, spiega questo fenomeno descrivendolo come naturale e, per certi aspetti, inevitabile: i figli, presto o tardi, uccideranno il padre.  Se, poi, volgiamo lo sguardo alle trame hollywoodiane, troviamo quasi sempre un eroe che, sprezzante del dolore e del pericolo, attacca il potere e trionfa su di esso. Per immedesimazione, il popolo vive nella speranza di queste forme di protagonismo. Le consultazioni elettorali dei piccoli comuni sembrano costituire un’opportunità preziosa e irrinunciabile per quanti, frustrati e insoddisfatti a causa di un’esistenza plumbea, a un certo punto, si convincono – chissà perché – di poter essere i campioni del rinnovamento, della libertà e della legalità. Della rivoluzione francese hanno scarsa memoria scolastica e, se chiedi loro il nome di almeno due illuministi o quale ne sia stato il vero movente, rischiano la crisi respiratoria… per non parlare del significato di ‘assemblea costituente’. In effetti, cominciamo a pretendere troppo. Insomma, è vero che, se non sussistono cause di ineleggibilità e incandidabilità, a nessuno si può negare questa esperienza, ma altrettanto vero, a nostro avviso, che il presunto aspirante al ruolo di consigliere comunale dovrebbe conoscere almeno i rudimenti dell’economia, del diritto pubblico, del diritto amministrativo e – perché no? – la struttura di una delibera di giunta. Invece no! I candidati vivono di ideali, sono puri, sanno mostrare sdegno.

A Trapani, le cose sono andate male, bisogna ammetterlo. I maggiori tra i candidati a sindaco, Antonio D’Alì e Girolamo Fazio, hanno subito due provvedimenti giudiziari importanti: soggiorno obbligato per il primo e arresti domiciliari per il secondo. In particolare, per Fazio, accusato di corruzione, si è scatenata una specie di gara allo sdegno. I forcaioli mascherati hanno alzato la testa, confidando di eliminare il totem per prendere il suo posto. Scompare così il concetto di ‘presunzione d’innocenza’, che dovrebbe far parte del nostro diritto penale. Non entro nel merito delle vere e proprie accuse perché s’è detto di tutto e di più: io non sono una firma autorevole, pertanto non è proprio il caso di aggiungere altro, tuttavia riesce davvero difficile credere che Girolamo Fazio, già sindaco di Trapani per due volte, e, di conseguenza, amministratore di parecchio denaro, si sia lasciato corrompere in cambio dei biglietti gratis dei mezzi della Liberty Lines o dello stadio e d’una Mercedes in prestito. Fazio ha un caratteraccio, forse non eccelle per empatia, verosimilmente non sa gestire le interviste e manda a quel paese i giornalisti, ma considerarlo corrotto e ineleggibile in virtù di questa inaccettabile tesi della Procura di Palermo significa far prevalere la frustrazione sull’intelligenza. Sono certo che Girolamo Fazio guadagni molto di più di mille euro al mese, pertanto credo che possa permettersi di pagare un biglietto per la tratta Trapani-Favignana. Neppure io, che campo coi soldi che Fazio usa per la colazione, mi sarei lasciato corrompere per così poco. A ogni modo, dato che Fazio e Morace sono amici da più di vent’anni, non è innaturale che l’uno non faccia pagare un servizio all’altro. Tutto questo è ridicolo. Voglio precisare che io non ho mai stretto la mano a Fazio e non so neppure se leggerà mai queste mie righe, pertanto non sono condizionato da interessi personali.

(ph. Wikipedia)

Qual è il vero problema in tutta questa storia? Alcuni uomini hanno potere e altri no? Questo ci spaventa? Si pensa davvero che si possa fare della buona politica, senza possedere il cosiddetto potere? L’economia di un comune – ancor più di quella di una nazione – è basata essenzialmente sulla forza contrattuale dei suoi amministratori. Con gli ideali di purezza non si riempie la pancia. E se dobbiamo dire le cose come stanno… è preferibile che certi posti di comando siano occupati da persone alle quali non giri la testa al passaggio di denaro in quanto già soddisfatte. Far parte di una comunità vuol dire rinunciare alla libertà incondizionata del tempo e dell’azione, ma ciò risulta accettabile in presenza di forme di agio e benessere, di cui non tutti dispongono. Diversamente, s’inveisce per compensazione e per ignoranza di mezzi e fini. Un cittadino normale è distante dall’autorità costituita, ma la distanza è ciò per cui egli riconosce l’autorità, la rispetta, ne teme l’intervento e, nello stesso tempo, nutre un’invidia latente e pronta ad esplodere. È così che ai margini di questa società qualcuno vede sempre complotti, qualcun altro sempre i misteri e tutti sono affamati di scandali e condanne, come se la condanna ponesse fine alle ingiustizie.    

La percezione di essere socialmente riconosciuti è costitutiva del nostro autoriconoscimento, della nostra autostima. Nella misura in cui il riconoscimento da parte di autorità è decisivo per il sentirsi socialmente riconosciuti da questo riconoscimento “autorevole” dipende anche il nostro autoriconoscimento. L’aspirazione al riconoscimento da parte delle autorità è quindi anche un’aspirazione al riconoscimento di noi stessi. [2]







[1] BATAILLE, G., 1976, La Souveraineté, trad. it. di L. Gabellone, 2009, La sovranità, SE, Milano, p. 132.
[2] POPITZ, H., 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 77., p. 27.

domenica 21 maggio 2017

RITARDI DI PAGAMENTO E SOLUZIONI CONCRETE

Diamoci subito un taglio! Il ritardo nel pagamento di una rata d’un qualsivoglia prestito è un’inadempienza vera e propria e preclude, in genere, l’accesso al credito. Il sistema creditizio italiano non perdona e non ammette distrazioni o cali di tensione. Il debitore, in pratica, è costantemente sotto tiro; basta un errore perché egli sia colpito dai cecchini della CRIF, la Centrale di Rischio Finanziario, nient’altro che una società privata nata alla fine degli anni ottanta dall’iniziativa di diverse banche e gruppi bancari. La segnalazione di un ritardo viene rimossa dopo un anno dalla regolarizzazione, mentre per due o più ritardi occorrono due anni. È inutile che si cerchino prestigiatori e mestieranti sulla piazza perché non esistono accomodamenti; gl’istituti di credito e le finanziarie non danno soldi a chi è marchiato, specie se la somma richiesta è importante. Com’è naturale, non si può fare di tutta l’erba un fascio; ci sono casi in cui i rapporti fiduciari, i patrimoni e l’intervento dei garanti diventano elementi di riesame delle pratiche e possibile riammissione.


Un esempio piuttosto interessante è quello di un libero professionista con un reddito annuo superiore a € 35.000,00, sostenuto da un garante con una busta paga da lavoro dipendente a tempo indeterminato di € 3.500,00 e la cui richiesta di liquidità corrispondeva a € 30.000,00. Il credito gli è stato negato a causa di parecchi ritardi di pagamento delle rate di un precedente prestito personale. È chiaro che, in questo caso, potremmo contestare molte cose all’intero sistema, tuttavia la contestazione non è sufficiente a restituire la speranza a chi almeno di essa avrebbe bisogno. Uno dei compiti delle banche dovrebbe consistere nell’agevolare famiglie e imprese, immettendo denaro nel circuito dell’economia reale. Questo compito, da quasi un decennio, non è più assolto e nessuno se ne cura. Se è vero, infatti, che l’esempio americano dell’epoca dei mutui subprime costituisce ormai una lezione di vita per le banche, in considerazione del fatto che, poco prima del disastro (2008), veniva concesso denaro in prestito a chi aveva basso reddito e mediocri possibilità di risarcimento, e se è pur vero che i parametri di Basilea si sono fatti sempre più stringenti, è altrettanto vero e, a ogni modo, inconfutabile che il Quantitative Easing e le varie forme con cui la BCE ha introdotto liquidità nel mercato bancario si sono rivelati fallimentari, almeno sotto il profilo dell’economia reale. Il prestito dovrebbe essere il fulcro dei mercati; di conseguenza le banche non funzionano più perché non si avvalgono di analisti, esseri umani dotati di capacità critiche, ma di punteggi.


A questo punto, bisogna rimboccarsi le maniche e sforzarsi di comprendere alcune regole fondamentali. Le alternative possono essere create, ma ciò non avviene con uno schiocco delle dita. Prima regola: rivolgendosi a un consulente del credito, non si può avere fretta; non si può pretendere che ci faccia ottenere denaro rapidamente, come se dovesse tirarlo fuori da un cilindro. È evidente che chi tenta di ottenere un prestito lo fa per un bisogno reale, ma questo non cambia le cose. Ogni posizione va analizzata e studiata con attenzione affinché possa essere ricostruita e ripresentata. Seconda regola: quando andiamo dal fruttivendolo per comprare le mele o le banane, sappiamo di dover pagare e di non potergli dire “pago dopo averle mangiate”; allo stesso modo, non si può pretendere che il consulente lavori gratis o che attenda la riscossione per andare a fare la spesa. La percentuale di mediazione è un’altra questione; qui, si sta parlando della perizia e della progettazione necessarie a che si generi un profilo idoneo all’accesso ad altre forme di credito. Esistono nel mondo diversi finanziatori privati, veri e propri investitori che intendono diversificare la sorte dei propri guadagni. Un buon consulente che abbia fatto un po’ d’esperienza in giro per il mondo potrebbe anche avere qualche contatto di questo tipo. Però, sia chiaro che si tratta di una disciplina regolare e, di conseguenza, soggetta a leggi internazionali canoniche: dall’atto notarile alla relativa apostille, dalle tasse di concessione alle spese varie, i costi sono innegabili e nessun notaio accetterà mai d’essere pagato dopo l’erogazione della somma. Insomma, non bisogna fare richieste inconcepibili, inaudite e demenziali. Qualcuno potrà obiettare che si tratta del cane che si morde la coda, ma non c’è alternativa, anzi tutti questi passaggi determinano delle garanzie di trasparenza e legalità per il richiedente. Terza e ultima regola: diffidate nettamente di quei presunti prestatori che si presentano sul web, offrendo condizioni vantaggiose e rapidità d’erogazione! Nella maggior parte dei casi, chiedono soldi sulla base del nulla e vi rifilano una potente fregatura.


In conclusione, è opportuno aggiungere che certi canali alternativi non sono inesauribili e non si possono ingolfare, per così dire. Quindi, è corretto dire che ci vuole anche un po’ di fortuna nel fare la richiesta al momento giusto.

dr. Francesco Mercadante
AnalistaFinancial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n.M54

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giovedì 11 maggio 2017

€ 240.000,00 A FONDO PERDUTO (totalmente) 
ALLE START-UP (in Romania)

La prima volta in cui lo raccontai a un imprenditore italiano, negli occhi del mio interlocutore vidi diffidenza, scetticismo, incredulità e tutto ciò che potesse mantenere una certa distanza tra la mia proposta e la sua adesione. Insomma, diciamolo pure, si trattò d’una specie di psicodramma perché chi stava seduto di fronte a me, in un pomeriggio qualunque, presso il tavolino di un noto bar di Trapani, temeva che io volessi fregarlo. Non me lo disse con chiarezza, ma le sue mezze frasi e i suoi espedienti linguistici me ne davano prova.


La piccola e media impresa italiana vive in una dimensione kafkiana, noi tutti – italiani – siamo un popolo kafkiano. L’aggettivo ad alcuni potrebbe sembrare improprio e forzato, ma vi assicuro che è quanto mai pertinente. Ne ‘Il castello’, Kafka narra di un agrimensore assunto dai signori di un castello, tuttavia K., questa la lettera con cui è identificato il protagonista, non svolge mai lavori di agrimensura, anzi in un’occasione si ritrova a fare il bidello, non riceve mai alcun compenso e tenta di raggiungere ossessivamente i funzionari locali, i quali sono quasi sempre irraggiungibili. A questo punto, penso che non si faccia fatica a ridefinire kfkiano, per esempio, il credito all’impresa, com’è kfkiana la speranza di raggiungere certi obiettivi.

Schiacciati da questo aggettivo, quel pomeriggio, io e quell’imprenditore non concludemmo alcunché. Eppure gli dissi con estrema limpidezza: - Fatti preparare un contratto dal tuo legale e aggiungi tutte le clausole di risarcimento che desideri! Io lo firmerò a tutela dei tuoi interessi. –. Non ci fu garanzia sufficiente a rassicurarlo. Ora… A pensarci bene, come dargli torto? Un imprenditore italiano, abituato a sentire la distanza da tutto sulla propria pelle e, soprattutto, abituato a vedersi negare il credito anche per tre giorni di ritardo in un pagamento, come può credere che, in Romania, il governo finanzi l’iniziativa imprenditoriale senza pretendere alcunché in cambio, tranne che il progetto finanziato  resti attivo e conforme al business plan per cinque anni?


In sostanza, il governo della Romania eroga il cento per cento a fondo perduto. Sì, è il caso di ripeterlo, considerati i precedenti: una start-up può accedere a un finanziamento a fondo perduto da un minimo di € 240.000,00 fino a una somma che dipende dal valore della proposta presentata. E non deve restituire neanche un euro. Gli step da seguire, tra le altre cose, sono semplici e non implicano che il protagonista debba traghettare le acque infernali dell’Acheronte, come, nostro malgrado, accade in Italia. Il primo passo consiste nell’apertura di una posizione societaria e di un profilo bancario. Successivamente, si preparano il progetto e il business plan di pertinenza e, da ultimo, si presenta la domanda. Le spese, come si può immaginare, non sono affatto paragonabili a quelle italiane: con € 7/8.000,00, in pratica, si acquisisce l’intero pacchetto senza spese aggiuntive né sorprese. In quanto al resto, i dubbi possono essere fugati facilmente perché, in questo articolo, si fa riferimento alle misure progettuali dei fondi europei per la Romania, pertanto ogni essere umano dotato di capacità di discernimento può accertarsene.

Cos’altro aggiungere, se non che le imposte sul reddito ‘commerciale’ sono altrettanto confortanti? Il 3% fino a € 100.000,00 di fatturato.


A voi la scelta! Vi aspetto

dr. Francesco Mercadante
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sabato 29 aprile 2017

CHIEDE 10.000 euro, MA DEVE RESTITUIRNE più di 16


Quando si parla di prestiti, i sospetti e i timori sono sempre numerosi e i motivi di tanto e marcato disagio sono presto detti. Anzitutto, la disponibilità delle banche e degli intermediari finanziari si può ormai definire elitaria, è rivolta a quei pochi che abbiano un discreto reddito e altrettanto interessanti garanzie; la qual cosa ci riporta a un film di Roberto Benigni del 1983, Tu mi turbi, in cui il protagonista, in sintesi, chiedeva a un direttore di banca perché fosse necessario avere denaro per ottenere denaro in prestito: una contraddizione cocente, ma che rispecchia le reali condizioni del credito. In secondo luogo, in un’epoca in cui il costo del denaro è ridotto ai minimi termini, è assurdo, oltre che frustrante per famiglie e imprese, che per accedere a un finanziamento sia necessario spendere parecchio in termini d’interessi e oneri aggiuntivi. Il primo problema sta tutto nello spread.

È universalmente noto che le banche acquistano il denaro per rivenderlo ed è naturale che su questo passaggio costruiscano il proprio profitto. Ciò che, tuttavia, continua a suscitare dubbi significativi è la regolarità con cui gl’interessi sono applicati, giacché, nella maggior parte dei casi, nonostante la Legge 24 del 29 febbraio 2001, che ha modificato l’art. 644 del codice penale e l’art. 1815 del codice civile, le nostre fonti giurisprudenziali in materia di usura, i contratti di finanziamento presentano ancora parecchia 'devianza'. Di là dall’interpretazione delle norme, è stabilito che, qualora, in un contratto di ‘finanziamento’, si riscontrino interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi. Di conseguenza, la vittima ha diritto alla restituzione di quanto ha versato a titolo d’interessi usurari, al pagamento della sola sorte capitale ed eventualmente al risarcimento dei danni patrimoniali. A questo punto, emerge nettamente la controversia. Si sente dire di tutto sull’argomento a causa della presenza di un nutrito gruppo di ciarlatani e approfittatori, laddove sarebbe sufficiente attenersi a dei parametri scientifici, che la stessa Banca d’Italia fornisce periodicamente.

Prendere le mosse da un esempio concreto è di certo molto più utile che dare definizioni, pertanto analizzeremo adesso un caso tra i tanti e, solo dopo, proveremo a definire il quadro di operatività e le opportunità di esercizio dei nostri diritti in qualità di consumatori ‘offesi’. Dal prospetto informativo di un prestito personale, leggiamo che il contratto in questione è stato stipulato nel mese di luglio del 2013. Di conseguenza, andiamo a consultare il Tasso Effettivo Globale Medio pubblicato dalla Banca d’Italia nel periodo di applicazione corrispondente e leggiamo che, per la categoria di pertinenza, il tasso medio è il 10,47%, mentre il tasso soglia è il 17,0875%. Adesso, occorre tornare sul nostro contratto e fare qualche calcolo. Leggiamo che il TAEG calcolato escludendo oneri e coperture assicurative è pari al 16,36%. Un po’ più in basso, leggiamo, invece, che il TAEG calcolato includendo oneri e coperture assicurative è pari al 23,21%. Assumendo come dato imprescindibile che imposte e tasse non sono rilevanti agli effetti del calcolo del tasso soglia, ci rendiamo conto che, a fronte di una somma di € 10.000,00 richiesta, il consumatore deve risarcire all’intermediario finanziario € 16.241,00, com’è scritto nell’apposita sezione ‘importo totale dovuto dal consumatore’.

Straniti e preoccupati, ci adoperiamo per analizzare un importo, € 6.241,00, che, a prima vista, sembra superare di più del 50% il capitale richiesto in prestito. Com’è possibile? Come si calcola la soglia anti-usura? Si rileva il tasso medio fornito dalla Banca d’Italia aumentandolo di un quarto e si aggiungono ulteriori quattro punti percentuali. Nel caso che ci riguarda direttamente, le percentuali sono ingannevoli perché quel 16,36% che viene ‘pubblicizzato’ determina un’indicazione impropria. Ribadiamo, infatti, che, fatta eccezione per imposte, tasse e spese notarili, tutti gli altri oneri e le coperture assicurative concorrono a determinare l’intero costo reale del finanziamento, pertanto in questo contratto si riscontrano gli elementi per il cosiddetto ‘risarcimento’. Se consideriamo che il tasso soglia è fissato nel 17,085% e che la differenza tra il tasso medio e il tasso soglia deve essere inferiore a 8 punti percentuali, non ci vuole chissà quale competenza per giungere alle conclusioni.

In conclusione, è appena il caso di precisare che l’analisi qui presentata è chiaramente superficiale e incompleta, rispondendo a un’esigenza di adattamento editoriale, per così dire. Ogni, valutazione dev’essere inscritta in uno studio accurato e personalizzato. Per qualsiasi informazione e richiesta di consulenza, utilizza i contatti di seguito riportati!

dr. Francesco Mercadante
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lunedì 3 aprile 2017

ROMANIA, IN 3 GIORNI, SI OTTIENE UN MUTUO

…e sono ancora in credulo

Quando lo si sente dire per la prima volta, si aggrottano le sopracciglia, si arriccia il naso e si sporgono le labbra; insomma, si è increduli e perplessi: in Romania, l’imposizione fiscale per un fatturato di € 100.000,00 è pari al 3%. A questo punto, subentrano l’imbarazzo e lo stordimento. Ci si sente impreparati. Si crede di possedere lacune significative, nonostante gli anni di esperienza. Com’è possibile? Ecco, appunto!  Com’è possibile solo il 3% per centomila euro, quando in Italia, per questo scaglione, si supera abbondantemente il 40%? Ammettiamolo, una risposta vera non esiste!


In Italia, siamo abilissimi a giudicare male lo straniero, ma questo straniero giudicato spesso come arretrato, incivile e inadeguato potrebbe rispedire le accuse al mittente con una pernacchia o con un bel fischio, come nella tradizione cinematografica di Alvaro Vitali. Qualcuno potrebbe obiettare che noi siamo la culla della cultura. Allora, la situazione sarebbe grave, giacché, in nome di questa cultura, gl’insegnanti sono pagati poco, i neolaureati, come sostiene il Ministro del Lavoro Poletti, devono andare a giocare a calcetto, anziché inviare il curriculum alle aziende, i cosiddetti cervelli fuggono verso mete lontane e gl’intellettuali veri e propri vivono di stenti e muoiono di fame. Evviva la cultura! Per non parlare della burocrazia e delle banche… O dobbiamo parlarne?

Mi tocca personalizzare il racconto e usare la prima persona. Un mercoledì qualunque mi reco in banca per trattare una pratica di mutuo assieme a un mio cliente. Sono già provvisto di tutti i documenti, che il direttore esamina in mezz’oretta circa. Ci stringiamo la mano. Entro l’ora di pranzo del giovedì, cioè in ventiquattr’ore, ottengo la risposta. Sono incredulo e ricomincio a produrre smorfie facciali d’ogni tipo. Nessun documento aggiuntivo? Nessuna imperfezione? Nessun ‘ma’? No, niente di tutto questo. Ho un crollo emotivo, quando, il lunedì successivo, vale a dire tre giorni dopo, se si escludono il sabato e la domenica, il direttore mi telefona per comunicarmi che c’è già una delibera ufficiale. Ebbene? Mi sento arretrato, incivile e inadeguato. Mi sento così perché, in effetti, lo sono. Io non sono nato in un paese dell’ex regime comunista sovietico, non sono mai stato costretto a fare la fila per le quote cibo, non sono mai stato sottoposto a dittatura, eppure devo appellarmi a tutti i santi del calendario gregoriano per ottenere un mutuo, sono perseguitato dall’Agenzia delle Entrate e faccio la fila dappertutto per avere un briciolo d’informazione, nonostante i successi della digitalizzazione.


Decido di trascorrere in Romania qualche giorno in più del previsto perché io sono italiano – mi dico – e so bene che il trucco c’è, anche se non si vede; io sono italiano, non mi faccio fregare, sono un professionista – continuo a ripetermi –. Sono certo che, prima o poi, verrà fuori qualcosa di ambiguo, ma le mie certezze si disintegrano. Il notaio mi chiede solamente € 300,00 per la redazione e la registrazione dell’atto, che in due ore è già nelle mie mani, mi informano che, se ho qualche iniziativa imprenditoriale valida, mi viene concesso il 90% a fondo perduto e, a un certo punto, scopro un problema. Finalmente! La cucina, a mio modo di vedere, è pessima: zuppe e miscugli d’ogni genere e specie. Devo cavalcare l’onda e riscattare un minimo di primato italiano, ma mi rendo conto che ciò non basta a rigenerarmi.
     
Io ho viaggiato molto, quasi sempre per lavoro, ma non riesco ancora ad abituarmi a questa storia diabolica del falso primato italiano che ci è stato inculcato con inaudita violenza psicologica. Lo ripeto: si tratta d’inaudita violenza psicologica perché finiamo col crederci e con l’avere delle aspettative. E fa male scoprire che noi italiani viviamo ancora in un regime feudale travestito da Repubblica fondata sul lavoro. Fa sempre male e sempre di più, ogni qual volta in cui metto piede all’estero e soprattutto in quei paesi contro i quali noi puntiamo costantemente il dito. Nel mondo arabo africano, ho visto costruire ponti in una settimana, mentre la Salerno-Reggio Calabria è stata vista nascere dai miei nonni e, forse, non sarà vista completa neppure dai miei nipoti.  Eppure, noi, popolo colto per eccellenza, scambiamo marocchini e tunisini per razze inferiori e non comprendiamo neppure il vero motivo che li spinge a venire in Italia. Nella regione scandinava, un anziano che paga regolarmente le tasse si vede arrivare in casa una persona che, oltre ad assisterlo, gli prepara anche il cibo e gli lava la biancheria, persona inviata e pagata dal servizio pubblico. In Russia, dove, a nostro modo di vedere, stanno i cattivi e pericolosi comunisti l’ordine pubblico e la sicurezza – solo per fare un esempio – sono impeccabili e inossidabili. E potrei continuare a elencare tutti i luoghi comuni che la disinformazione ha elaborato per deviare le nostre conoscenze, ma, credetemi, sono stanco di sentirmi arretrato, incivile e inadeguato.

Io ho studiato tanto. Davvero! Mi sono laureato col massimo dei voti. In Italia, tuttavia, non serve. Ho scoperto l’estero e non l’ho fatto da turista: questo serve.

dr. Francesco Mercadante
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lunedì 20 marzo 2017

PRESTITI 
5 motivi per rivolgersi a un consulente


Le presentazioni sono doverose perché fanno nascere relazioni umane e intellettuali in assenza delle quali si farebbe fatica a trovare senso nell’esperienza quotidiana: io sono un Financial Advisor, ho superato regolarmente la prova valutativa dell’Organismo Agenti e Mediatori, l’ente italiano che gestisce gli elenchi di coloro che possono esercitare questa professione e ho sottoscritto un regolare mandato con la Prestito Sì Finance SpA, una società di mediazione creditizia. Il mio, in realtà, è un percorso desueto perché, dopo la laurea in filosofia, ho insegnato Analisi del Linguaggio presso l’Università degli Studi di Palermo, ma la presunta nobile arte dell’insegnamento in Italia è trattata talmente male che vivere di stenti e rischiare di morire di fame sono, spesso, delle prospettive ordinarie. Negli anni, tuttavia, ho nutrito una discreta passione per l’economia, la finanza e tutto ciò che riguarda le banche, finendo col ritrovarmi, quasi inaspettatamente, fuori delle aule universitarie e, soprattutto, in giro per il mondo a occuparmi di aziende, scambi commerciali, investimenti et similia. Vi ho detto di me e dei miei ultimi vent’anni di vita in poche righe, confidando che questa densa sintesi trovi presso di voi benevola accoglienza.

Adesso, senza premesse né espedienti pubblicitari, è il caso di rispondere alla domanda del titolo, cominciando col riproporla e ampliarla: per quale motivo una persona o un’azienda che hanno bisogno di un prestito, d’una qualche forma di liquidità, dovrebbero rivolgersi a un Financial Advisor, anziché andare direttamente in banca?

A partire da questo articolo, farò del mio meglio per illustrarvi tutti motivi che dovrebbero sempre indurvi ad affidare il vostro bisogno di denaro a un consulente per la mediazione creditizia. In particolare, nell’indicarvi una sorta di calendario editoriale, vi dico che in ogni pubblicazione discuterò uno specifico motivo. Ogni volta, in appendice, riporterò sia le aree di cui mi occupo sia i miei contatti.


MOTIVO 1

Il consulente per la mediazione creditizia guadagna qualcosa solo se guadagni anche tu: in parole povere, egli ottiene una percentuale, cioè il proprio profitto, solo in caso di esito positivo della pratica di finanziamento, di conseguenza è inevitabile che si faccia in quattro per raggiungere l’obiettivo. La finanziaria o la banca, invece, si basano sulla legge dei grandi numeri, possono perdere dieci clienti e trovarne altri cento: i clienti per loro sono numeri e parametri.

MOTIVO 2

Il consulente per la mediazione creditizia ha un curriculum, non è rappresentato da un marchio o da una filiale. Se ne possono valutare le competenze. Diversamente, se valutiamo lo situazione patrimoniale di una banca, non ne ricaviamo un granché.

MOTIVO 3

Il consulente per la mediazione creditizia ha un volto, con lui si può prendere un caffè, a lui si possono esporre i motivi autentici della richiesta, gli si può telefonare e incontrarlo facilmente. Al contrario, è difficile che si possano fare le stesse cose all’interno di una banca o di una finanziaria.

MOTIVO 4

Il consulente per la mediazione creditizia ha un interesse specifico: valutare il migliore tra gli istituti di credito al quale si possa inoltrare la richiesta di finanziamento; non è obbligato a sceglierne uno in particolare; egli sceglie il più conveniente o quello che gli garantisce la soluzione più rapida ed efficace. Se invece si varca la soglia di una banca, si va incontro a delle inevitabili imposizioni di metodo. A questo punto, emerge anche il grande e impareggiabile vantaggio di Prestito Sì Finance SpA, vantaggio per il quale ho scelto quest’azienda: Prestito Sì ha costruito una rete, è un vero e proprio network finanziario e può contare sulla compresenza di diversi istituti partner; Prestito Sì non è costretta a indirizzare le richieste di liquidità a un istituto di credito in particolare, cosicché ogni finanziamento può essere valutato e concesso sulla base di diverse unità di misura. In questo modo, la percentuale di successo aumenta notevolmente. Qualcuno può dire sì dove altri hanno detto no.

MOTIVO 5

Il consulente per la mediazione creditizia, oggi, è l’unico che possa contrastare la stretta del credito e, quindi, la tendenza delle banche a non concedere denaro in prestito: non perché sia un mago della mediazione, ma perché il suo vero compito consiste nella riduzione di tutti quegli elementi che impediscono l’accesso al credito. L’analisi dei documenti e la formulazione della richiesta costituiscono un vero e proprio processo scientifico. Se fino a una decina d’anni fa, il problema non si poneva perché i requisiti richiesti non erano rigidamente definiti, oggi, invece, la situazione è cambiata radicalmente.

dr. Francesco Mercadante
Analista, Financial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n. M54

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sabato 18 marzo 2017

BANCHE, FALLIMENTI e RUBERIE: dal 1892 a oggi

In quel tempo, il Presidente della Camera era Giovanni Giolitti. Correva l’anno 1892 e lo Stato autorizzava le alcune banche a stampare moneta. I vertici della banca romana, governata dal senatore Bernardo Tanlongo e amministrata dal barone Michele Lazzaro, pensarono di non farsi scappare la ghiotta occasione e decisero di produrre sessanta milioni di lire, vale a dire il doppio di quanto era stato concesso. L’ispezione si tradusse immediatamente in arresti di personaggi illustri e, all’epoca, insospettabili. Oggi, molto probabilmente, nessuno qualificherebbe come insospettabile il presidente di una banca, ma, nello stesso tempo, nessuno dovrebbe dire, come si è soliti fare, che, un tempo, le ‘cose andavano meglio’ o ‘esistevano certi valori’ et cetera’. È trascorso più d’un secolo, eppure le circostanze criminose si ripetono, senza troppe variabili né differenze specifiche, ma con esemplare monotonia. Basta pensare che lo stesso Dante Alighieri, che ha composto la Divina Commedia nel XIV secolo, facendo parlare il proprio trisavolo, Cacciaguida, contesta la decadenza e la corruzione dei costumi fiorentini e rivendica la purezza morale della Firenze antica: basta pensare questo, come si diceva, per scoprire che parlar male del tempo presente è un’abitudine italiana congenita e, purtroppo, insana. Ostentare sdegno e cantare inni alle sacre origini sembra essere un nobile passatempo a cui nessuno intende sottrarsi.


Tra le due guerre si consuma l’altra grande tragedia bancaria: il fallimento della Banca di Sconto. L’istituto, poco dopo la propria fondazione, aveva finanziato la Fiat e l’Ansaldo per lo sviluppo dell’industria bellica. L’operazione, tuttavia, si rivelò proficua solo fino a un certo punto, cioè fino alla fine della guerra, che coincise naturalmente con la fine della domanda del mercato di riferimento. La Fiat si salvò con una manovra abbastanza aggressiva: acquisì la maggioranza del Credito italiano. L’Ansaldo Invece restò molto esposta con la BiS, che, di conseguenza, dovendo considerare quell’enorme credito come irrecuperabile, si avviò al tracollo. Il governo, a quel punto, si trovò a un bivio: salvare la banca e cinquecentomila risparmiatori o salvare i migliaia di posti di lavoro dell’azienda di Genova? La Banca di Sconto fu fatta fallire. Giudicare il valore della scelta, a nostro avviso, anche a distanza di parecchi anni, è molto difficile. Sia nell’uno sia nell’altro caso, chi subisce le conseguenze di questi disastri è la povera gente, sebbene sia per lo meno inopportuno condannare una lunga serie di controllori della cosa pubblica, i quali, checché se ne dica, non potranno mai accontentare tutti.

Massoneria, mafia, politica, chiesa, misteri e intrighi sono gli elementi d’uno scandalo che è ormai noto ai più, quello del Banco Ambrosiano, che sicuramente va esaminato e giudicato con una certa freddezza analitica, in considerazione dell’incalcolabile quantità d’intrecci e irregolarità concepiti da Roberto Calvi e Michele Sindona, entrambi morti in circostanze sospette. Non vogliamo entrare nel merito di una storia che è stata ampiamente trattata e raccontata perché non abbiamo la pretesa di riferire qualcosa di nuovo. Ci limitiamo unicamente a includere il caso nella rassegna in questione, ricordando che la crisi di liquidità oltrepassò il miliardo di dollari e fu causata principalmente dall’uso improprio della banca, che serviva più a finanziare la politica e la finanza occulta che a svolgere un autentico ruolo creditizio.


Risale al biennio 2004-2005 il fattaccio successivo: questa volta l’imputato numero uno è Gianpiero Fiorani, amministratore delegato di Banca Popolare di Lodi. Verso di lui, i magistrati mossero le accuse di aggiotaggio, insider trading, associazione a delinquere, falso in bilancio et cetera. Tralasciando la trama penale, che non è oggetto delle nostre riflessioni, ci occupiamo di quella prettamente finanziaria: l’obiettivo di Fiorani e soci era quello di acquisire quanti più titoli possibile della Banca Antoniana Veneta; il che non avrebbe costituito reato, se non si fossero sfruttati i favori occulti, ottenuti addirittura dai vertici della stessa Antonveneta, e le alleanze illecite con altri finanziari, quali Gnutti e Ricucci, che tutto fecero, fuorché comunicare correttamente alla Consob e agli investitori la propria posizione. Anche in questo caso, ogni stima dei danni ci condurrebbe, come sempre, non già a un riposizionamento morale, che, dal nostro punto di vista, è impraticabile, bensì a testimoniare quanto sia lontano dal risparmiatore il mondo delle banche: l’unico legame che si possa configurare tra correntista medio e istituto di credito è quello dell’assenza. Il ripetersi ciclico e quasi ossessivo di questi fenomeni ci scopre impotenti e inidonei a dare un giudizio obiettivo. Non si può utilizzare il denaro pubblico per salvare i banchieri, specie quando delinquono, ma non si possono far fallire le banche perché ciò significherebbe vivere d’ideali e far morire di fame la comunità civile.

Proseguendo oltre, troviamo la vicenda di Bernardeschi, ex presidente del CDA di Banca Carige arrestato per truffa ai danni del comparto assicurativo dell’istituto: vicenda ‘meno chiacchierata’, ma non meno scandalosa delle altre.  Il meccanismo messo a punto da Bernardeschi consisteva nella distrazione di capitale realizzata mediante acquisizioni immobiliari e societarie sovrastimate rispetto al valore di mercato; l’indotto, oltre a essere sottratto alla cassa della Carige, era in seguito destinato a società fittizie composte da manager compiacenti e trasferito dalla Svizzera nei soliti paradisi fiscali. In altri termini, di là dal ‘furto’, si materializzava una consistente opera di riciclaggio. Ci toccherebbe fare le solite considerazioni, ma ci asteniamo.


La crisi della Monte dei Paschi di Siena, giunse alla ribalta nel biennio 2011-2012, ma forse sottovalutata perché l’attenzione, allora, fu centrata interamente sui cosiddetti bond di Mario Monti, che con circa quattro miliardi di euro salvò la più vecchia tra le banche del mondo. All’origine, l’obiettivo di MPS sembrava meritevole di lode, almeno sotto il profilo imprenditoriale: acquisire Antonveneta per entrare a far parte dell’olimpo bancario. Fin qui, è tutto regolare. Un po’ meno i 9 miliardi necessari all’operazione e che avviarono la crisi. Poco dopo, il management di MPS decise di correre ai ripari utilizzando i derivati, ma ne conseguì un disastro. In modo irresponsabile e inaspettato, strano e paradossale, acquistò quasi mezzo miliardo di prodotti tossici e cedette i prodotti finanziari migliori. Il governo Monti, da ultimo, rilevò delle obbligazioni bancarie per soccorrere l’istituto senese. È universalmente noto che non s’è ancora scritta la parola fine sul capitolo senese. Registriamo, fino a ora, migliaia di licenziamenti, parecchie chiusure di filiali e perdite spaventose.

The last, but not the least, arriva Banca Etruria, per la quale gli ispettori accertano un deterioramento del credito pari 3 miliardi di euro, una cifra record. In pratica, senza giri di parole, amministratori e banchieri hanno utilizzato la banca come un bancomat personale: prestiti privi di qualsiasi fondamento patrimoniale, consulenze offerte ad amici e parenti, derivati acquistati senza criterio e, da ultimo, capitale dell’istituto azzerato, correntisti, azionisti e obbligazionisti disperati.

Da 60 milioni di lire a 3 miliardi di euro, la cronologia non cambia i termini del disagio socio-economico. Oggi, si punta il dito contro Renzi, qualche anno fa contro Monti, e ci si lascia indignare dalle varie forme di collusione e corruzione, ma sembra arrivato il momento di fare i conti con la realtà: Renzi e Monti non sono il vero problema perché il problema è dato da ciò cui ogni governo si opporrà sempre: la riforma del sistema bancario.    

La fonte bibliografica di cui ci siamo serviti è la seguente: CATTANEO, C., 2015, Banche italiane, oltre un secolo di scandali, Lettera43.   
  



lunedì 6 febbraio 2017

IL RISCHIO DI LIQUIDITA’ PER LE BANCHE

Con questo capitolo si conclude la rubrica di #AnalysisAndForecasting: di fatto, non mancano gli argomenti, che la disciplina in questione ci fornisce generosamente, ma il progetto è sempre stato animato dall'obiettivo di offrire al lettore un compendio essenziale di economia e finanza. Di conseguenza, ci sembra opportuno dare un certo compimento a un lavoro di ricerca composto da 78 capitoli e svoltosi nell'arco di 6 mesi. 

Seguirà, adesso, una necessaria pausa di studio, dopo la quale la rubrica di #errorieparole sarà riproposta con nuovi spunti e nuove suggestioni.    


Tentare di semplificare il concetto di rischio di liquidità, con riferimento allo spirito riformista di degli accordi di Basilea, farà storcere il naso agli addetti ai lavori e agli analisti raffinati, ma percorrere le vie del mondo vuol dire anzitutto distinguere ciò che accade dal modo in cui l’uomo lo interpreta e lo racconta. Fin dalle prime parole di questa rubrica, abbiamo voluto immaginare che un fruttivendolo, un operaio, un pensionato o chiunque non avesse a che fare col metalinguaggio dell’economia e della finanza fosse alle prese con cocenti dubbi sulla gestione di un conto corrente o su ciò che di solito si sente al TG, dato che chi scrive proviene da una categoria sociale sempre in lotta con la comprensione.

Funding Liquidity Risk e Market Liquidity Risk sono due espressioni che, nonostante la propria originale forza semantica, farebbero o impallidire o fuggire a gambe levate un qualsivoglia lettore. Eppure, negli ultimi anni, sono diventate dei condizioni dello stato d’animo dei banchieri e del top management delle banche, cosicché è il caso di cominciare a parlarne attraverso l’introduzione di un concetto che le precede e le istruisce entrambe: la liquidità. In genere, nessuno è convinto di non sapere che cos’è la liquidità: basta mettere mano al portafoglio per tirare fuori qualche banconota e ogni dubbio sembra fugato. In parte, è così; il denaro contante costituisce liquidità, tuttavia è così solo in minima parte, come s’è accennato. Ampliando questa prima descrizione, si scopre già che il denaro contante non è l’unica forma di liquidità: tutte le forme di pagamento a brevissimo termine lo sono; un assegno, per esempio, lo è, se è monetizzabile, naturalmente. Se poi passiamo alla liquidità finanziaria, allora non ci si può più limitare al conto corrente e a ciò che sta nei suoi paraggi, ma occorre trattare gli investimenti, quelli al riparo da volatilità e rischi d’ogni natura, e valutare in che misura si possano trasformare in denaro. In sostanza, il ‘brevissimo’ termine ha la meglio su tutto.

Nell’uno o nell’altro dei due casi, nessuno, fino a quindici o vent’anni fa, avrebbe mai potuto immaginare che un qualche problema di liquidità potesse riguardare da vicino le banche: non solo quelle piccole, ma anche i colossi del sistema. Oggi, invece, le cose sono cambiate e non sempre le banche dispongono della liquidità necessaria per far fronte ai propri obblighi di pagamento.  Sulla base di questi radicali cambiamenti, le aree di rischio di liquidità sono state denominate Funding Liquidity Risk e Market Liquidity Risk.


Il Funding Liquidity Risk è il rischio in base al quale la banca potrebbe rivelarsi incapace di rispettare i propri obblighi di pagamento per cassa o consegna, anche quando questi siano imprevisti. Tale rischio matura nel momento in cui l’istituto bancario non è più in grado di tutelare l’operatività ordinaria, che viene di conseguenza alterata. Il Market Liquidity Risk invece riguarda direttamente alcune tra le posizioni aperte sul mercato, che potrebbero essere liquidate in condizioni molto penalizzanti allo scopo di recuperare liquidità. Per intenderci, ricorrendo alla solita forzatura, possiamo immaginare il padre di famiglia che per aiutare il figlio ad avviare un’attività commerciale decida di dismettere un investimento assicurativo, pur sapendo di perdere qualcosa. 

venerdì 3 febbraio 2017

IL LOSS GIVEN DEFAULT


#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Dal 2008 in poi, cioè dall’anno dell’apocalisse bancaria, padri di famiglia e, soprattutto, imprenditori, recandosi in banca, si sono sentiti definire ‘inaffidabili’ e ogni ulteriore accesso al credito è stato loro negato. Se fino a un paio d’anni prima, i funzionari delle banche erano disposti a chiudere un occhio su qualche parametro, dalla data nefasta in avanti, l’imperativo categorico è stato: “rientrare”, ossia recuperare crediti incagliati, sofferenze d’ogni genere e specie, chiudere all’angolo il debitore. Si è passati da un eccesso all’altro e, purtroppo, non c’è stata neppure la possibilità di fare un processo analitico che permettesse di ricostruire un rapporto adeguato tra istituti di credito e clienti. Indubbiamente, gli operatori incaricati del ‘rientro’ si sono guardati bene dall’usare l’aggettivo ‘inaffidabile’. Nel sistema di linguaggio di pertinenza, hanno fatto la propria comparsa espressioni come “il suo rating è troppo basso”, “non ha uno scoring adeguato”, “siamo costretti a girare la pratica all’ufficio contenziosi” et similia. La certezza è una sola: troppe imprese sono fallite e tanti padri di famiglia sono finiti sul lastrico.


Che cosa è successo? La vigilanza prudenziale sulle banche s’è fatta alquanto severa, almeno secondo i presupposti burocratici, cosicché gli accordi di Basilea, di cui abbiamo parlato in precedenza, sono diventati i dogmi di un catechismo dominante. Tutti gli istituti bancari sono tenuti a rispettare dei requisiti patrimoniali, detenendo un patrimonio di vigilanza a tutela del rischio di perdita, come se un padre dicesse al figlio: – Ti do € 200,00 per tutto il mese, ma devi sempre conservare almeno € 20,00 per l’emergenza. Se non rispetti questa regola, non avrai più un soldo! –. L’esempio è banale, ma è fedele alla realtà.

Le principale attività delle banche, tuttavia, consiste nel comprare denaro, a un determinato tasso, da una Banca Centrale per rivenderlo applicando uno spread di maggiorazione al costo del denaro. Sappiamo che rivendere vuol dire prestare e attendere i profitti attraverso il piano di rimborso. Purtroppo, non sempre questo rimborso è regolare e, talora, si trasforma in una vera e propria perdita per il finanziatore.


Il Loss Given Deafault non è altro che un indicatore del rischio del recupero. Gli analisti, in pratica, prendono in esame quei crediti che, in caso di default, diventano irrecuperabili e calcolano quanto costerebbe all’istituto la perdita. Non si può pensare, tuttavia, che l’eventuale perdita di profitto non si ripercuota sul costo del credito, sebbene i criteri siano indicati dalle autorità di vigilanza. Tecniche e metodi di stima non sono affatto da riportarsi in questo scritto perché costringerebbero il lettore a occuparsi di formule matematiche poco accessibili e, di conseguenza, estranei agli obiettivi dell’intero libro.


lunedì 30 gennaio 2017

L’EONIA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Nell’ottavo canto del Purgatorio, Dante descrive in questo modo il calar del giorno: <<Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core / lo dì c’han detto ai dolci amici addio (…)>>. La metamorfosi del sentimento degli uomini di mare, i quali, verso sera, misurano le proprie fatiche con la memoria dei propri cari lontani, sembra condurre il corpo e l’ingegno d’un qualsivoglia interprete alla quiete e al silenzio. In effetti, quale che sia il giudizio sui versi appena letti, la notte dovrebbe rappresentare per lo più il momento dell’intimità per antonomasia e della separazione dal resto del mondo. Dovrebbe e, forse, è così; ma non per tutti. I protagonisti della finanza e, in particolare, del mercato interbancario approfittano proprio della quiete e del silenzio per svolgere alcune operazioni che di giorno, molto probabilmente, sarebbero impedite da troppi fattori. Non a caso, overnight è il termine inglese con cui sono riconosciuti questi movimenti: durante la notte.


Di fatto, può anche non sorprendere che questa operatività sia ininterrotta e, forse, c’è da immaginarselo, ma ciò che può generare stupore è la notizia secondo cui la maggior parte delle operazioni di cui stiamo parlando sono caratterizzate da una scadenza brevissima: i depositi overnight, per esempio, devono essere estinti il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui sono stati costituiti. Ciò nonostante, sia per i depositi sia per il collocamento della liquidità in eccedenza, esiste un tasso d’interesse che copre, per l’appunto, la brevissima durata. Naturalmente, la faccenda non riguarda affatto il comune correntista, che, in genere, durante la notte dorme, ma interessa esclusivamente le banche e i grandi operatori finanziari.

L'EONIA, che, in forma esplicita, è l'Euro OverNight Index Average, è il tasso d'interesse medio delle operazioni interbancarie a brevissima scadenza, overnight. La Banca centrale Europea e la Federazione Bancaria Europea provvedono, ogni giorno, a registrarne i valori, trarne la media ponderata e darne pubblica comunicazione. È bene precisare che questa media è calcolata sulla base di un campione di banche selezionate. Di fatto, tutte le banche operano più o meno allo stesso modo: trattengono la riserva di liquidità obbligatoria per legge e collocano la parte restante ottenuta dal flusso giornaliero. Sull'uso di questa parte restante si applica l'EONIA.