sabato 17 dicembre 2016

L'EUROPA A LEZIONE DA KRSNA

#errorieparole #linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

L’Occidente contemporaneo ed europeo ha paura dei libri, è angosciato dalla cultura, da quella autentica, fatta di studio, osservazione e laboratorio. Nello stesso tempo, è schiacciato dalle immagini d’un’architettura longitudinale, massiccia, imponente, simbolica e plumbea. L’istruzione, non quella scolastica, ma quella dell’approfondimento e della scoperta individuale, e le strutture immobili dell’ambiente, in apparenza, sono slegate e, forse, non s’intuisce immediatamente che ciò che abbiamo disegnato attorno a noi in figura statica non è altro che il rimando dell’incapacità di fare uso delle cose. L’utilità come fine dell’analisi sembra svanire da ogni opera dell’ingegno.


Il tempio greco o dorico, tradizionale o deformato, segestano, selinuntino o romano, era il luogo di un culto aperto, raggiungibile dallo sguardo, esperito in ogni parte, dalla rastremazione della struttura alla componente absidale. Disporsi alla contemplazione del Partenone o muoversi tra le colonne vuol dire ritrovare l’evento della compartecipazione e andare incontro a un dio, uno dei tanti disponibili e tangibili. Al contrario, percorrere la navata d’una cattedrale romanica o gotica significa perdersi nella lontananza o, diversamente, accettare l’impossibilità come legittimità della propria esistenza, la negazione della partecipazione diretta e della compresenza. La basilica di San Pietro o la cattedrale di Beauvais impongono l’infinito all’occhio sigillandolo: la luce dev’essere percepita nel cammino interiore, ma non giunge facilmente dallo spazio circostante, che è ampiamente murato. L’uomo che sia chiamato a frequentarle, per diletto o per fede, sa di non poter vedere e non poter agire, fuorché nella pratica del rimando e della sottomissione, dell’assenza e della questua intellettuale: egli sceglie di non scegliere, alla maniera di uno scolaro Kierkegaardiano, o è grande nella sofferenza, alla maniera di un lettore compulsivo dell’Adelchi. I costruttori dei portici dell’antichità templare, invece, hanno reso grande e alacre l’iniziativa umana, che spesso si materializzava in veri e propri banchetti: in quel modo, chi ne era membro, aveva la possibilità di farsi sacerdote di sé stesso e dell’altro.

Studiare per tacere o per parlare della lontananza, nella quale lo spazio non può essere occupato o a causa della quale si può solo rammentare un tempo in cui metopa e fregio erano superiori alla nostra altezza di quattro o cinque volte, è pericoloso, può rivelarsi frustrante e distruttivo, cosicché il pensatore, sentendosi sicuro di affidare i propri pensieri all’aldilà simbolico-architettonico, se ne distacca inconsapevolmente: una quarantina di metri al di sopra di lui si trovano volte a ogiva, archi diagonali, guglie, pinnacoli; sono talmente distanti ed ‘esotici’ da essere accettati per stanchezza dello sguardo. Nei libri si descrive la loro importanza, ma nessuna storia, nessuna leggenda, nessun aneddoto li riguarda da vicino.


Questo sviluppo longitudinale o, in altri termini, questa verticalizzazione della fede o, per effetto d’una diversione spirituale, questo disconoscimento del coraggio atavico degli autori della Bhagavadgita e dell’intero Mahbharata, in cui alto e basso, spazio e tempo coincidono perfettamente, tanto che Krsna si rivela a guidare Arjuna durante una guerra fratricida, ma inevitabile, tutto questo, come si diceva, ha generato inaspettatamente la paura del libro, intesa quale timore di agire nei modi dell’autonomia intellettuale. Non c’è da meravigliarsi, pertanto, che il paradosso dei paradossi si compia e si consumi nella trasparenza e nella pubblicità degli apparati d’uno Stato, entro il quale un ‘Ministro dell’Istruzione’ risulta privo d’istruzione, non già dell’etichetta accademica, bensì dell’esperienza vivida di chi si è istruito e sia, così, idoneo a rappresentare spazio e tempo dell’istruzione stessa. Non ci si può scandalizzare di chi, in politica, propina forme ideali impertinenti, vuote e irrealizzabili e, grazie a questa vuotaggine – non di contenuti, ma di opportunità – fa smodato proselitismo. Nello stesso tempo, non si può più considerare patologico o illegale millantare un credito sui social network attraverso la costruzione di perfetti paradigmi della personalità economica: ‘io sono manager’ è la nuova formula pseudo-cartesiana e, per certi aspetti, ariostesca.

Guglielmo di Ockham e tutti quei logici secondo i quali il valore di un termine sta nel suo effettivo uso, oggi, vengono continuamente trucidati, non per cattiveria pura, ma nel rispetto di una specie di caccia istituzionale alla streghe. Anche i funzionalisti come Frege – ci si conceda l’espressione – escono sconfitti da questa rappresaglia popolare. Si salva a malapena un wittgensteiniano, unicamente quando ribadisce che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, benché si sappia che nessuno è disposto tacere.


Ogni qual volta in cui non si accetta di doversi difendere dal linguaggio forzoso delle astrazioni simboliche, la minaccia esistenziale come rischio d’equivoco globale e di nullità economico-politica diventa ‘persona e atto’ perché ci sarà sempre qualche imbonitore o predicatore pronto ad approfittarne. Il sistema euro è nato in questo modo, lanciato contro la storia, la verità dei fatti e i bisogni dei popoli. E non è un caso che, oggi, nei termini del cambio valutario, il dollaro e la sterlina siano tornate a dominare la scena finanziaria. Chi finge di non accorgersene o è un mentitore diabolico o è un disperato sognatore. Gli europei hanno imparato, molto presto, a essere imitatori e spettatori, rinunciando a essere attori e protagonisti. Da Maastricht in poi, hanno scagliato la propria immagine contro un infinito monetario e limbico, impertinente e antipolitico, diventando tangenziali a sé stessi, stritolando la propria storia: Bruxelles, in quanto sede, è monumentale, architettonica, ma non è affatto culturale né, tanto meno, può essere territoriale come Washington lo è per gli americani. L’imitazione per convenzione o presunto adeguamento si trasforma in privazione intellettuale. L’anelito faustiano-goethiano è stato scambiato per un proposito epocale globale, una tra le tante icone letterarie che finiscono coll’essere simbolizzate a discapito della profondità di un messaggio. Se, oggi, in Italia, non ‘appare’ più un Pirandello, come in Germania non appare più un Goethe, ciò, molto probabilmente, è dovuto sia allo smarrimento metafisico, insito nella continua ‘sfida agli infiniti’ identitari, sia al costume imitativo sviluppatosi negli ultimi venticinque anni circa. E inoltre: se mai dovessero fare la propria comparsa un Pirandello o un Goethe, sarebbero certamente rifiutati dal sistema, che ormai non potrebbe tollerare espressioni così forti dell’identità specifica.


Oggi, quanto mai, dovrebbe essere riesaminata con umiltà la sentenza di Nietzsche, secondo cui Dio è morto perché l’abbiamo ucciso noi. I padri pellegrini della Mayflower, furbi figli della controriforma, furono molto attenti, una volta messo piede nel Massachusetts, a rivalutare la posizione dell’uomo rispetto a Dio e fissarono un giorno sacro per il ringraziamento in memoria del primo raccolto, facendo prevalere l’opera su tutto il resto. Viceversa, il cristiano europeo, secondo un insano retaggio religioso e catechistico, dev’essere mortificato per ottenere il riscatto sperato e, una volta riscattatosi, deve mortificare qualcun altro in continuità teleologica. Se, in conclusione, si pongono a confronto un qualsivoglia discepolo della cristianità romanica e l’eroe del poema epico indiano, Arjuna, ci si avvede che questi agisce al fianco di Krsna e non ha bisogno di cercare l’infinito perché ne è parte, mentre quegli resta pietrificato, quantunque valoroso, nella solitudine dell’attesa e del dogma, che né Joshua Christòs né, d’altra parte, un Alessandro Magno hanno mai imposta.      



Nessun commento:

Posta un commento