mercoledì 14 dicembre 2016

LA STAGFLAZIONE

Gli economisti ci insegnano che un generale aumento dei prezzi di beni e servizi è seguito, per lo più, da un miglioramento delle attività produttive. In altri termini, l’inflazione, fenomeno poco amato dal consumatore, di fatto, dovrebbe avere effetti positivi sulla crescita dell’economia reale. Continuando a usare il condizionale, aggiungiamo, infatti, che le aziende sarebbero sospinte verso una specie di circolo virtuoso: più profitti, più assunzioni: più assunzioni, più consumi e così via.


Ci permettiamo di sostenere che teoria e pratica sono due ‘grandezze’ incongruenti. La scuola, se ben affrontata dalla studente, fa nascere due ‘qualità’ indiscutibili e insostituibili nell’individuo: una è prettamente morale, l’altra è, naturalmente, cognitiva e intellettuale. In quanto alla qualità morale, studiare per il conseguimento di un titolo e, soprattutto, farlo nel rispetto dei tempi didattici significa sviluppare la disciplina necessaria a seguire i ritmi della vita adulta, che impone obiettivi e scadenze stressogene. La qualità cognitiva e intellettuale, invece, è da considerare come la capacità di intuire e prevedere, sulla base del patrimonio di conoscenze acquisite, almeno i processi produttivi a ‘breve termine’. Tuttavia, né l’una né l’altra delle due ‘qualità’ ci consentono di pervenire a una legge universale in virtù della cui conoscenza siamo in grado di interpretare la vita quotidiana in modo esemplare.

In materia di successo professionale e, in particolare, di analisi economico-finanziaria, percorrere le vie del mondo è l’unico modo farsi almeno un’idea reale degli stati di cose attorno a noi: la dottrina mal si accorda con l’esperienza.


Il sostantivo ‘forzato’ stagflazione rappresenta la sintesi simbolica del discorso appena fatto e, in passato, non a caso, ha sconvolto i piani degli studiosi keynesiani, i quali tutto si aspettavano, fuorché la seguente situazione: un aumento dei prezzi seguito da un’assenza di crescita economica: in sostanza, una fase inflattiva che non determina alcun circolo virtuoso. Il termine, infatti nasce dall’incontro di due sostantivi, stagnazione e inflazione, che, insieme, tengono in vita un mostro bicefalo, linguistico e socio-economico.

Non si fa fatica a capire che lo spettro della stagflazione mette in allarme qualsiasi governo, che spesso è costretto a manovre straordinarie per correre ai ripari, il cui compimento però non è inscritto in un’area ben determinata e chiara. Se si vuole ridurre l’inflazione, infatti, non si fa altro che sottrarre moneta al sistema. Se si sottrae moneta al sistema, tuttavia, la domanda viene meno e si dice addio alla crescita economica. Dunque: ancora una volta la teoria sconfessa la pratica. Le soluzioni, purtroppo, sono due, sono entrambe complicate e sembrano appartenere alla trama di un noir. Un primo intervento possibile spetterebbe allo Stato, che dovrebbe applicare un’immediata riduzione della pressione fiscale su ampia scala; la qual cosa, com’è noto, a causa dei parametri di austerità di Bruxelles, accade molto di rado. L’altra opera rinvia al ruolo attivo delle banche, le quali dovrebbero reintrodurre una certa liquidità del sistema dirigendo i flussi di credito a vantaggio di specifiche categorie socio-produttive.

Insomma, c’è ragione di credere che la stagflazione sia molto più pericolosa dell’inflazione e della deflazione. 

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