sabato 10 dicembre 2016

LA SPIRALE DI HEGEL

#errorieparole #linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Ogni fenomeno di contestazione pura genera una scarica, una riduzione dell'inquietudine che conduce l'essere umano al soddisfacimento di un bisogno ignoto, quello dell'alleggerimento dell'identità. Di fatto, la contestazione pura è indifferenziata e irriconoscibile, è uno scagliarsi 'tranquillante' contro qualcuno di cui non si potrà quasi mai fissare il volto, incrociare lo sguardo, stringere la mano perché il suo presupposto ontologico è il legame d'assenza tra chi contesta e l'oggetto della contestazione


L'adolescente medio si unisce ai propri compagni d'istituto e, lo striscione tra le mani, percorre le strade cittadine urlando a squarciagola contro una certa riforma scolastica. Nella maggior parte dei casi, egli non ha letto il testo di legge cui si oppone, non conosce bene i ministri, sa di dover dire che essi sono cattivi, laddove gli adulti, nello stesso tempo, dicono che lo studente sciopera al solo scopo di evitare goliardicamente qualche giorno di scuola, ma si tratta solo d'una motivazione apparente. Nei giorni dello sciopero, comincia per lui l'avventura dell'identificazione, un processo entro il quale egli è forzato a differire costantemente da sé stesso, a rinunciare ai modi del proprio essere per guadagnare la forza del gruppo e dell’aggregazione. Non gestisce il denaro, non ha il cruccio delle scadenze mensili, non ha la responsabilità della sopravvivenza d’una famiglia, ma sente dire parecchie cose e deve dire anche lui qualcosa, costi quel che costi, poiché schierarsi contro qualcuno, attaccandolo con veemenza, vuol dire acquistare a buon mercato un’identità: da qualcosa bisogna pur cominciare. Si renderà conto, prima o poi, che l’affare non è stato dei migliori e dovrà ricominciare daccapo. Si dice, di solito, che ‘al cuor non si comanda’, ma sarebbe più corretto dire che ‘non si può comandare alla pancia’: un bisogno viscerale è incontenibile. I populisti suggeriscono al popolo, infatti, di votare con la pancia; sanno di non poter correre il rischio di esporsi al confronto dialettico.

Una donna e un uomo sui cinquant’anni, insoddisfatti, convinti di meritare dalla vita più di quanto hanno avuto, con un modesto titolo di diploma di maturità e un fallimento universitario precoce, in affanno lavorativo, schiacciati dalla frustrazione, si trasformano presto in killer larvati e passivi o, diversamente, parassitari: lui impiegatuccio, lei parrucchiera, sono stati puniti ingiustamente e attendono la vendetta, che covano quotidianamente come fosse un uovo di basilisco. Sono intelligenti e il governo non se n’è accorto, sono costretti a vivere di stenti e la colpa va attribuita interamente al Presidente del Consiglio, un uomo ingiusto, avvezzo a farsi beffe di chiunque gli capiti a tiro, un’incarnazione del male. Costoro non conoscono la differenza tra moneta forte e moneta debole, non sanno che cos’è il rischio di crollo della borsa e non sanno neppure che questo rischio li riguarda direttamente, ha sentito parlare a malapena di inflazione e deflazione: qualcuno se n’è lamentato; la lamentazione è un segnale importante, tanto che essi stanno in agguato, pronti ad avventarsi sulla vittima inesistente. Un referendum o una consultazione elettorale risvegliano i loro corpi dal torpore in cui s’erano ritrovati dopo l’adolescenza, cosicché si caricano di aggressività. Essi diventano difensori della costituzione e invocano i fantasmi di La Pira, Dossetti, Moro e di tanti altri democristiani, dimenticando di avere combattuto, in tempi non sospetti, pure quel partito, la Democrazia Cristiana, che li ha fatti nascere e operare. La prima Repubblica è stata abbattuta col loro sostegno e con le loro urla, ma adesso deve risorgere; non importa quanto sia stridente il contrasto ideologico. I movimenti popolari dicono loro di votare con la pancia e i residui di autonomia cognitiva scompaiono; il bisogno prevale: conoscono ciò che non hanno studiato.


La spirale di Hegel inghiotte, polverizza e assorbe chiunque pretenda di cercare la propria identità nella diversità, essendo quest’ultima semplicemente solo il momento negativo-dialettico di un processo esistenziale che è fatto dall’identità e dai suoi modi; il resto appartiene al divenire: <<l’essere e il nulla son lo stesso>> scrive Hegel ne La scienza della logica, non già proponendo una nuova ontologia della realtà, come si legge nei manuali di storia della filosofia, bensì manifestando la pericolosità del divenire, di cui l’individuo vivente difficilmente accetta l’essenza. L’adolescente, l’impiegatuccio e la parrucchiera, in pratica, cercano l’identità nella diversità dell’altro lontano e inafferrabile e, soprattutto non-dialettico perché non sopportano la propria reale e molteplice diversità, che potrebbe rivelarsi lacerante e distruttiva. Per loro la materia è immobile e passiva, a dispetto della fisica quantistica; sono atomisti per orgoglio e speranza di rivalsa. Contestare allora diventa l’unica opportunità di superamento delle distanze e delle differenze tra l’uno e i molti: contestando un rappresentante dello Stato, il soggetto riesce a presentare sé stesso al mondo come ‘idea in azione’, postula l’esistenza d’un’identità assoluta e superiore che è percepita come diversa e, di conseguenza, desiderabile, non avvedendosi che quest’identità assoluta è l’assoluta privazione dell’identità. L’incapacità di contemplare il ‘qui e ora’, che è talmente ricco di differenze da richiedere il tempo d’una vita a scopo di comprensione, determina inevitabilmente l’incapacità dell’esser-per-altro.

Il contestatore, prima ancora di agire contro qualcuno, dovrebbe interrogarsi, secondo le forme dell’autocoscienza. Chi sono io rispetto alla costituzione? Qual è il rapporto tra me e la legge? Che cos’è il denaro? La domanda dovrebbe mettere in relazione l’Io e l’Oggetto, non l’Io e l’Altro, che può chiamarsi Renzi, Berlusconi, Craxi, Moro, Andreotti e così via. L’analisi deve precedere la sintesi, altrimenti si finisce coll’essere risucchiati dallo scontro fenomenologico tra servo e padrone, uno scontro che non avrà mai fine e si ripresenterà quale incontrastabile déjà vu. L’identità è, già da sé, diversità; ricercare nell’altrove la diversità significa rinunciare per sempre all’essere e ai suoi modi.


Il mondo è cambiato e noi fingiamo non accorgercene perché. Negli Stati Uniti d’America ha vinto le elezioni un uomo che si è dichiarato apertamente razzista, misogino e sprezzante di ogni accordo geopolitico. Gl’inglesi hanno abbandonato la politica di Bruxelles anzitempo e, alla fine del 2016, otto sterline costano circa dieci euro. La Russia, accusata a lungo d’incapacità politica e, soprattutto, finanziaria, può vantare uno tra i migliori indici di borsa del momento; la Cina resta il primo creditore del debito pubblico statunitense e si fa beffe di chi vorrebbe metterla all’angolo. In Italia, il populismo e la demagogia hanno la meglio su qualsiasi programma economico reale. Molti paesi africani cominciano ad avere un PIL che alcuni ‘storici contribuenti’ del G20, in questo momento, non possono neppure sognare. Queste anomalie esistenziali sono spiegabili: s’è materializzato il conformismo dell’anticonformismo e dell’opposizione, grazie al quale la diversità dell’oggetto, delle cose e del pensiero ha avuto la meglio sul pensiero dell’Io e sull’identità. Pertanto, è ormai sufficiente negare la realtà per ottenere consenso, per essere diversi e farsi seguire in una maratona illusoria, narcotica e rovinosa. Lo ha voluto inconsapevolmente la classe media europea, che ha cancellato e giustiziato i totem democristiani, rendendosi orfana e vittimista. Nessuno tuttavia scenderà nella fossa dei leoni a immolarsi per il bene comune. Morremo durante il letargo democratico tra le braccia accoglienti di Madre Libertà e rinasceremo beati e lindi nella nuova ed esportata America tra poco meno di un decennio.  

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