venerdì 30 dicembre 2016

LA GLOBALIZZAZIONE

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting) 

La globalizzazione è anzitutto un malinteso; lo è da un punto di vista storiografico e, in secondo luogo, lo è sul piano linguistico, politico, finanziario ed economico-sociale. Dire che essa appartiene in modo esclusivo al XXI secolo e, di conseguenza, al dominio dell'innovazione tecnologica vuol dire ignorarne la scaturigine, vale a dire trascurare la nascita di quei fenomeni di aggregazione sovranazionale che ne segnano indiscutibilmente l'inizio. 


Ciò che può essere definito globale deve possedere, giocoforza, la caratteristica dell’estensione ideologica, politica e operativa. Pertanto, non si può fare a meno di sostenere che la globalizzazione ha avuto inizio all’indomani della conferenza di Bretton Woods, allorché furono creati degli istituti internazionali per il coordinamento e il miglioramento dei flussi commerciali e monetari: Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, successivamente rinominata Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale per il Commercio e l’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio, che nel XX secolo s’è trasformato in WTO. Quale che sia il giudizio sull’operato di questi organismi, non se ne può negare il movente ecumenico, per così dire, vale a dire la tendenza a universalizzare le misure e le regole per la partecipazione agli scambi finanziari. Quindi, a nostro avviso, è un errore stravolgere in modo grossolano il calendario della globalizzazione; la qual cosa non esclude che l’epoca di internet e, più oltre, quella degli smartphone abbiano significativamente arricchito il concetto di estensione, istituendo indirettamente un altro e insuperabile organismo sovranazionale: la rete.    

Se tuttavia, oggi, si parla con insistenza dell’iniquità della globalizzazione, dell’1% della popolazione che possiede più di quanto possiede il restante 99% e di un esasperante politica fiscale a discapito delle PMI e delle classi deboli, allora occorre rimettere in discussione il primato del superamento dello frontiere, sia quello digitale sia quello fisico.

Come si diceva in apertura, il fraintendimento è pure linguistico e filosofico o, molto probabilmente, la natura problematica dell’approccio linguistico e filosofico prevale su tutto il resto. In che senso? Il senso è quello espresso dalla presentazione del dato globale: si è soliti dire che, in quest’epoca, la notizia è a portata di clic, a nessuno è preclusa l’informazione, tutti possono avere un certo spazio nel mondo grazie a internet e ai social network, tuttavia c’è stato un evento, parecchio tempo fa, che ha reso possibile, anche indirettamente questa dinamicità, ma che ha causato, insieme, una sproporzione immane nella distribuzione delle risorse e della ricchezza. Fino agli anni sessanta, i paesi che avevano aderito alle decisioni di Bretton Woods, si erano trovati d’accordo nell’adottare un tasso fisso nel cambio valutario per evitare che gli squilibri eccessivi tra una moneta e l’altra producessero disastri. In precedenza, infatti, ogni qual volta in cui un paese era in crisi di competitività, non faceva altro che svalutare la propria moneta al fine di rendere appetibili le proprie merci. Si può capire che tale metodo, se adottato da tutti, a lungo termine, avrebbe impoverito qualsiasi futuro scambio commerciale. La scelta, dunque, fu corretta, ma non eliminò dubbi e reticenze. Sul finire degli anni sessanta e nei primi anni settanta, le politiche di cambio subirono una trasformazione radicale, cosicché si passò definitivamente dal tasso di cambio fisso al tasso variabile, che in poco tempo fece crescere il livello delle transazioni finanziarie. La globalizzazione è ‘figlia’ della mobilità dei tassi.


Ci si rende subito conto che l’area semantica del termine, essendo del tutto slegata o, più correttamente, scollegata dall’evento economico che l’ha fatta nascere, è indefinibile e contiene una serie di elementi che, presi singolarmente, possono avere un significato, ma che non servono a costruire un sostantivo vero e proprio. Se invece si sposta l’attenzione sul piano politico e geopolitico, troviamo la presenza di entità confederali che non hanno saputo gestire, almeno fino a ora, lo squilibro finanziario determinato dalla summenzionata e frenetica mobilità dei tassi.   

Un altro aspetto dell’osservazione critica deve condurci alle trame interimprenditoriali, specie a quelle che riguardano le multinazionali. Al culmine dei processi di globalizzazione, sappiamo, per esempio, che una certa azienda X, leader irraggiungibile nel proprio settore, pone l’etichetta di produzione Made in USA, ma il 50% della produzione principale avviene in Cina, il 30% della produzione accessoria si realizza nelle Filippine, mentre le tasse sono pagate in Irlanda.  Come s’è detto, è solo un esempio: casuale, ma non troppo. Di certo, l’azienda X gode di tutti i benefici della globalizzazione: bassi costi del lavoro e bassi livelli di tassazione. A questo punto, bisogna chiedersi se Cina, Filippine e Irlanda abbiano tratto gli stessi vantaggi, anche se sappiamo già abbastanza bene che l’equilibrio, in tal senso, è impossibile. Dunque, se è vero che Cina, Brasile, Indonesia, Sud Africa et alia sono paesi emergenti e possono esibire una crescita del PIL ragguardevole, è altrettanto vero che, molto di frequente, la differenza tra l’esportazione e la condizione interna è abissale. Ancora una volta, torna al centro del nostro interesse il problema del cambio, cui si aggiunge quello degli interessi. Se una moneta forte si ‘scontra’ con una moneta debole, come accade tutti i giorni nel mondo, da sempre, la scena si fa pericolosa, cioè sempre sul punto di implodere. L’azienda X che ‘vive’ in dollari andrà a produrre in Marocco, dove si ‘vive’ in dirham, pagherà un operaio all’incirca trecento dollari al mese, risparmiando, per l’appunto sul costo del lavoro e migliorando nettamente il rapporto tra costi e ricavi. Nello stesso tempo, pagherà le tasse di deposito dei capitali a Kuala Lumpur, ottenendo uno sgravio ulteriore, ma continuerà a vendere in dollari sia all’interno del proprio territorio sia all’esterno. Di fatto, ai marocchini non cambierà molto in termini di profitto, tranne che si mettano a competere con la Malesia per offrire condizioni di deposito e detassazione più favorevoli. In qualunque caso, la condizione di vita dei marocchini e dei malesi non sarà affatto migliorata, anzi, aumentando sempre di più la forza del dollaro e il suo potere di vincolo, un eventuale debito internazionale può mutarsi in rovina: se la FED decide di aumentare i tassi d’interesse, i debitori finiscono in rovina in poche ore.


Adesso, la domanda è lecita: la globalizzazione è una buona cosa o una cattiva cosa? La globalizzazione non è né buona né cattiva; è tuttavia un fenomeno completamente diverso da quello che è stato descritto come tale. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, nel 1990, poco meno di due miliardi di persone vivevano con circa un dollaro al giorno. È vero che, a distanza di venticinque anni, questa percentuale si è ridotta, ma, se da 1 dollaro siamo passati a 3 dollari, non ci si può dire soddisfatti. Eppure c’è internet!

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