lunedì 12 dicembre 2016

IL MARK UP, IL MARGINE e IL CASH FLOW


#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ci apprestiamo a documentare il significato di queste due espressioni del mondo dell’economia non perché siano difficili a comprendersi, ma perché, molto spesso, sono oggetto di grossolani equivoci anche presso quegli studenti di economia che si ritiene abbiano un discreto profilo e un’esperienza avanzata. In particolare, ricordiamo il contenuto di un’e-mail in cui il giovane autore, proponendo al destinatario un investimento e facendo notare che la casa, oggetto di una parte della trattativa, valeva molto di più di quanto s’indicava nella stima del prezzo d’offerta, scriveva che l’investitore avrebbe ottenuto in quel modo un mark up immediato. L’errore commesso dallo studente non è da poco e il perdono è concepibile in virtù della giovane età e dell’intraprendenza dimostrata. In caso contrario, si tratterebbe di qualcosa di grave e preoccupante.


Il mark up non rappresenta affatto il profitto, non è uno dei modi per indicare quanto un investitore possa guadagnare da un eventuale investimento; esso è invece il modo in cui si determina il prezzo attraverso il rapporto costante tra il prezzo stesso e il costo del bene o servizio messo in vendita. Ribadiamo che è sempre l’esito di un rapporto numerico; non lo è in maniera occasionale e, soprattutto, riguarda l’imprenditore: non riguarda mai il semplice acquirente di un bene. Se noi andiamo al supermercato a comprare il formaggio o lo yogurt, non possiamo pensare di far maturare un mark up. Allo stesso modo, se decidiamo di acquistare una casa in riva al mare, affrontiamo un costo, ma non siamo in grado di definire alcuna percentuale di mark up. Viceversa, l’imprenditore edile che ha investito per la realizzazione dell’immobile, avendo stabilito che la costruzione gli è costata, per esempio, € 60.000,00 e il prezzo di vendita al pubblico deve essere pari a € 90.000,00, sa che il mark up equivale all’1,5%, che il risultato del rapporto 90.000,00/60.000,00. E inoltre: è appena il caso di richiamare l’attenzione su un altro possibile equivoco, quello che induce i neofiti a scambiare il mark up col margine. Quest’ultimo, infatti, si ottiene semplicemente calcolando la differenza tra il prezzo e il costo: nel caso del nostro esempio, esso corrisponde a € 30.000,00.


Il cash flow, invece, comporta la conoscenza di qualche nozione in più ed è anch’esso oggetto di continui fraintendimenti perché viene fatto coincidere per lo più con ciò che contiene la cassa, ossia con l’ammontare di liquidità apparentemente disponibile. Nell’opera di semplificazione o facilitazione che ci proponiamo di fare, è essenziale anzitutto sottolineare che la liquidità presente nelle casse di un’azienda in un determinato periodo dell’anno e della gestione non è quasi mai una liquidità disponibile; essa è, al contrario, semmai, liquidità contabile. L’inganno, in questo caso, è prettamente linguistico. Il flusso di cassa o cash flow è così definito sulla base di una differenza contabile: alle entrate monetarie intese come ricavi d’esercizio bisogna sottrarre, per l’appunto, i costi di gestione; di conseguenza, è facile intuire che si tratta di una vera e propria variabile gestionale per la quale si richiedono oculatezza e competenza. Vogliamo precisare, a tal proposito, l’importanza della funzione ‘tempo’ all’interno del bilancio. Non esiste, infatti, una misura standard, come fosse una ‘costante di gravitazione’: a seconda del momento in cui effettua la stima, il risultato cambia. Se, per esempio, prendiamo in considerazione gli accantonamenti per i TFR, allora è chiaro – o almeno si presume che lo sia – che la differenza tra l’eccedenza dei ricavi e le spese correnti non n’è immediatamente intaccata. Altro ragionamento dovrebbe essere fatto per gl’investimenti, ma, com’è giusto in questa sede, invitiamo il lettore curioso e scrupoloso ad altri approfondimenti.


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