lunedì 5 dicembre 2016

IL BAIL IN E IL BAIL OUT

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Negli ‘anni bancari’ – ci sia concessa quest’aggettivazione iperbolica! – che precedettero il fallimento delle Lehman Brothers, negli ambienti del potere finanziario statunitense, circolava l’espressione too big to fail, cioè troppo grandi per fallire, con la quale analisti e giornalisti si riferivano a quelle banche talmente grandi che un loro default sarebbe stato non solo impossibile, ma… Anche impensabile! Ebbero torto in modo tragicomico, come abbiamo appreso dalla cronaca. Si verificò esattamente il contrario di ciò che i grandi esperti avevano previsto. Il tesoro americano e le altre banche, in quell’occasione, decisero di non intervenire in soccorso dell’istituto dissestato, lasciandolo fallire.


Le conseguenze maturarono immediatamente in tutto il mondo per via degli intrecci che reggono la rete globale. Solo in Italia, subito dopo, 500.000 disoccupati in più. Nel mondo, cittadini comuni, padri di famiglia, imprese e interi governi cominciarono a essere risucchiati dal buco nero dell’economia globale, che prese il nome di ‘crisi’. Si spesero 13.620 miliardi di dollari per fronteggiarla. Mettendo queste banconote in fila, l’una dopo l’altra, potremmo coprire la distanza tra la Terra e il Sole per ben 5 volte e mezzo. Con questo ponte di dollari, avrebbero potuto coprire il fabbisogno di cibo, acqua e sanità per 150 anni per tutta la popolazione mondiale… E, considerando che, ogni anno, muoiono 18 milioni di persone per fame, avrebbero potuto salvare 2 miliardi e 700 milioni di vite umane.
  
Tuttavia, non si può giudicare in modo sbrigativo il rapporto tra ‘fallimento’ di una banca e soldi spesi dai governi per evitare il disastro. In effetti, in quegli stessi anni, il Tesoro americano fece per altre banche quello che non aveva fatto per la Lehman Brothers. L’istinto ci spingerebbe a dire: “Lasciamole fallire!”. La ragione deve aiutarci a comprendere che il fallimento di una grossa banca genera una tale crisi sistemica che fame, disperazione e morte potrebbero diventare i pericoli principali. Precisiamo fin da ora che il termine ‘fallimento’, in questi casi, non è pertinente e deve essere sostituito da liquidazione coatta amministrativa, di cui si occupa, almeno nel nostro territorio, la Banca d’Italia.

Tutte la volte in cui un governo è intervenuto a salvare una banca dal fallimento, s’è materializzato il fenomeno del bail out: in pratica, lo Stato s’è fatto carico delle ‘spese’ necessarie – per dirla con parole essenziali –, gravando tuttavia sulle tasche dei cittadini, i quali hanno visto crescere di colpo tasse e imposte. Non vogliamo di certo banalizzare il fenomeno in questione, ma, nei termini della relazione tra Stato e cittadino, il dato concreto è questo.  


La crisi della Monte dei Paschi di Siena non fa la propria comparsa nel 2016, ma giunse alla ribalta nel biennio 2011-2012, forse sottovalutata perché l’attenzione, allora, fu centrata interamente sui cosiddetti bond di Mario Monti, che con circa quattro miliardi di euro salvò la più vecchia tra le banche del mondo. All’origine, l’obiettivo di MPS sembrava meritevole di lode, almeno sotto il profilo imprenditoriale: acquisire Antonveneta per entrare a far parte dell’olimpo bancario. Fin qui, è tutto regolare. Un po’ meno i 9 miliardi necessari all’operazione e che avviarono la crisi. Poco dopo, il management di MPS decise di correre ai ripari utilizzando i derivati, ma ne conseguì un disastro. In modo irresponsabile e inaspettato, strano e paradossale, acquistò quasi mezzo miliardo di prodotti tossici e cedette i prodotti finanziari migliori. Il governo Monti, da ultimo, rilevò delle obbligazioni bancarie per soccorrere l’istituto senese.

Quale che sia il giudizio su MPS, il bail out non ha fatto altro che destare dissenso e contestazione. A un cambiamento radicale in tal senso s'è pervenuti con l’introduzione del bail in, anche se dissenso e contestazione non hanno conosciuto tregua. Non si capisce che, in un modo o nell’altro, una banca non può essere abbandonata al proprio destino. Il vero problema sta tutto nella debolezza del sistema di vigilanza, che rinvia interamente alla responsabilità della Banca d’Italia. Secondo i dettami del bail in, l’opera di salvataggio si dovrebbe realizzare non più e non già col denaro pubblico, bensì ricorrendo agli azionisti, agli obbligazionisti e, alla bisogna, anche ai titolari di depositi superiori ai centomila euro, i quali, sempre nel rispetto delle nostre povere e semplici parole, pagano di tasca propria.


Le cose stanno in questo modo: si tratta di una direttiva europea che, come tante altre, l’Italia non può ignorare, dovendola armonizzare nel nostro Ordinamento. 

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