sabato 3 dicembre 2016

CHE COSA  HANNO IN COMUNE
BERLUSCONI, RENZI, DI MAIO E DI BATTISTA

#errorieparole #linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

In politica, nell’ultimo ventennio, hanno vinto coloro che non hanno voluto o saputo spiegare la funzione reale del denaro, hanno vinto esclusivamente i testimoni dei sentimenti imprecisati e indeterminati, i rappresentanti di ciò che è insaturo: comunemente si spera che la possibile estensione diventi invulnerabilità. Il prologo battesimale risale al 1994, quando Silvio Berlusconi, rivolgendosi al popolo italiano, fece uso dell’espressione “Io credo”, espropriando Achille Occhetto di ogni possibile oggetto politico. Dal giorno di quel simbolico confronto, i partiti smisero di qualificarsi per atti e divennero persone. Il pronome personale Io, unito al verbo credere, non generò, tuttavia, come si disse e si continua a dire, la personalizzazione della politica, che al più è secondaria, ma, al contrario, la totale depersonalizzazione dell’opera, immediatamente smaterializzata all’interno del linguaggio, trasferita sul piano simbolico, divinizzata nelle forme e allontanata per sempre dagli individui viventi. La riproposizione di una specie di messianismo è, sempre e comunque, l’imposizione d’un Io supremo, cui segue la cancellazione del volto e della sua responsabilità. I giudei vaganti, affamati e assetati dell’esodo attendono la manna, ma non conosceranno mai un nome da invocare nel momento del bisogno. Allo stesso modo, l’imprenditore che attende la riduzione della pressione fiscale o l’operaio licenziato che attende la riassunzione possono solo disporsi all’attesa perché colui che non ha volto e nome non può risponderne.

Le figure di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Luigi Di Maio o Alessandro Di Battista, Matteo Salvini et alia sono dunque evase dalla propria personalità alla ricerca dell’invulnerabilità e dell’estensione simbolica. Essi sono accomunati dall’inesistenza, sebbene abbiano storie curriculari differenti.

Un milione di posti di lavoro fu la più coinvolgente delle metafore di Berlusconi e fu concepita e data in pasto agli elettori nella totale e raggelante assenza dei parametri algebrici che l’avrebbero dovuta sostenere: l’inflazione, il costo del lavoro, la tenuta monetaria dell’Italia, la pressione fiscale. Il popolo conosce il concetto di tenuta monetaria? Il popolo sa che cos’è la bilancia dei pagamenti dello stato? No, il popolo non lo sa, vota sì o no al referendum e assegna una preferenza a un nome e un volto sulla scheda elettorale, tuttavia il milione di posti di lavoro non è persona e, di fatto, non è neppure atto. Il popolo ha fame e sete, vaga per il deserto; esso è il divenire, mentre il posto di lavoro è il divenuto, cioè un simbolo: un simbolo passa. Il popolo ha bisogno di illusioni e simboli.

Aboliremo i privilegi della casta: fu l’annuncio trionfale di Matteo Renzi, ma nessuno redasse mai un elenco dei membri della casta, come si sarebbe fatto nella greco-arcaica assemblea degli eroi, i quali avevano il diritto di prendere parte attiva ai processi decisionali unicamente perché ogni giorno andavano a combattere, conquistando dei diritti puri. La lingua renziana – non il linguaggio, si badi bene! – s’è alimentata, in seguito, grazie alla deriva dei social network, dove l’ultima speranza di ritrovare l’identità scompare in comica continuità, cioè ogni qual volta in cui sta per differire dall’anonimato.

Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, all’esordio, si fecero direttamente e immediatamente portavoce del fondamento nullo di questo genere di (in-)esistenza e, tuttora, si ostinano a distruggere ogni opportunità di ricostruzione della scena politica. Le loro parole, grossomodo, furono e sono queste: noi riduciamo i nostri stipendi, mentre gli altri ne parlano e non agiscono. Ma i cittadini non sanno che la riduzione degli stipendi dei parlamentari di un qualsivoglia movimento non è affatto funzionale alla compresenza geopolitica e finanziaria all’interno del sistema della comunità economica. Non lo sanno. Pertanto, in questo modo, si simbolizza il simbolo, si fa astrazione da ciò che già è astratto e si finisce col trasformare il consenso popolare in una sorta di coazione a ripetere. Chi si dichiara cittadino tra i cittadini o, al massimo, primus inter pares, reduplica in modo patologico la depersonalizzazione; egli è la dissociazione della mancata identità. Per generare nuova occupazione e migliorare lo stile di vita di un paese come l’Italia, che ha una capacità monetaria debole, bisognerebbe cominciare a rinegoziare i derivati italiani nella pancia delle banche europee e americane e, prima ancora, bisognerebbe rinegoziare quelli tedeschi. In secondo luogo, non si potrebbe fare a meno di svalutare un po’ l’euro, così da consentire alle imprese italiane di riconquistare una certa competitività. In terzo luogo, bisognerebbe riformare l’intero sistema bancario. E chi mai potrebbe ottenere questi successi geopolitici ed economico-finanziari? Di Battista e Di Maio? Non li ha mai ottenuti alcun leader politico, figuriamoci un non-leader per antonomasia! Di Battista e Di Maio hanno mai spiegato al popolo queste cose? No, come non lo hanno fatto Renzi e Berlusconi.


C’è stato un periodo, tra gli anni settanta e gli anni ottanta, in cui i grandi partiti di massa facevano da collante tra i grandi sistemi della finanza internazionale e la vita dei quartieri: basta pensare, per esempio, al fenomeno della Coldiretti, nata per volontà del democristiano Paolo Bonomi e sostenuta dalla Chiesa cattolica! Il suo scopo precipuo era il sostegno all’agricoltura, ma costituì indubbiamente un ampio serbatoio di voti per la DC. La Coldiretti era l’espressione impeccabile d’una politica sociale rappresentativa, in un’epoca in cui la NATO cominciava a dominare la scena occidentale. 

10 commenti:

  1. Caro Francesco,
    Il silenzio in politica non è mai casuale e il "non detto" la fa da padrone.
    Basti pensare all'assenza di serie analisi, ad esempio, sui seguenti temi:
    - la fine della cosiddetta Prima Repubblica, liquidata senza approfondimenti adeguati (pur dovendo ammettere che potrebbero essermi sfuggiti);
    - l'avvento di Renzi alla guida del PD;
    - il perché non si riesca a fare un’efficace legislazione "anti corruzione", in grado di contrastare in Italia gli enormi guasti che porta con sé.
    Proverò di seguito a esplicitare i silenzi imbarazzanti a cui mi riferisco, su ciascuno dei temi proposti.

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  2. Sulla fine della Prima Repubblica il mio personale convincimento è che il "crollo" del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda abbiano avuto un ruolo determinante.
    Tali eventi hanno avuto una diretta ripercussione su quella che definisco "rendita di posizione" sulla quale l'Italia ha potuto contare per oltre quarant'anni, a partire dal secondo dopoguerra, per la "semplice" presenza del Partito Comunista più forte dell'Europa Occidentale. Ciò, oltre a consentire un occhio di riguardo degli alleati sull'enorme ammontare del Debito Pubblico (regolarmente rifinanziato e sopportato), ha comportato ingenti "contributi" diretti ai primi due partiti, DC e PCI, erogati, rispettivamente, da USA e URSS.
    Questa "rendita di posizione" ha avuto due principali effetti:
    - da un lato, ha certamente permesso a DC e PCI di contare su "rimesse" per far vivere di politica migliaia di adepti, aumentare la propria presenza su tutto il territorio nazionale con l’apertura di sezioni di partito ovunque, foraggiare adeguatamente propaganda e campagne elettorali;
    - d'altro lato, ha consentito all'Italia una politica, se non propriamente fondata sul debito pubblico, tale da non doversi preoccupare di non avere i conti in ordine, né, tanto meno, d'impegnarsi a riequilibrarli, pur anche nel medio lungo periodo.
    Con la fine della Guerra Fredda, simbolicamente rappresentata dal crollo del muro di Berlino, l'Italia ha definitivamente perso la "rendita di posizione", perché USA e URSS non avevano più interesse a finanziare DC e PCI e perché l'enorme Debito Pubblico accumulato cominciava a diventare un serio problema.
    La nostra classe politica dell'epoca non era certo pronta a "gestire" questa nuova, improvvisa, situazione e gli scenari hanno cominciato a mutare, oscurandosi.
    Peraltro, nel frattempo, i governi italiani, nel corso degli anni '80, erano caratterizzati dalla presenza ingombrante del PSI che, non potendo contare sui "finanziamenti esteri" al pari di DC e PCI, ha cominciato a "incrementare" la pressione sui gruppi economici “nostrani” per finanziarsi (P.S. ricordo ancora il tentativo esperito da uno dei "colonnelli" di Craxi, On. Signorile, di "sdoganare" e legittimare le tangenti, configurandole come un "premio produzione" da riconoscere ai funzionari pubblici per l'efficienza amministrativa, laddove riuscivano a ridurre i tempi dell'iter burocratico di questa o quella "pratica").
    All'indomani del 1989, i nodi, dunque, cominciano a venire al pettine, sia per l'Italia, sia per i principali partiti politici e, giocoforza, questi ultimi iniziano a cercare altrove il modo di finanziarsi. aumentando le "indebite richieste" al sistema economico interno e agli imprenditori, fino all’inevitabile punto di rottura.
    A distanza di pochi anni vedremo nascere, il mariuolo Mario Chiesa con il Pio Albergo Trivulzio e, a cascata, "Tangentopoli", il Pool Mani Pulite, gli scandali Cirio e Parmalat, l'affacciarsi di un, vero o finto, "Nuovo sistema politico" che, ad esempio, necessitava di un sistema elettorale "maggioritario" (al posto di quello “proporzionale” vigente che presupponeva il consociativismo, perfettamente rappresentato dall'assalto alla diligenza, ormai priva di risorse, che puntualmente avveniva ad ogni Legge Finanziaria di fine anno.
    Questa analisi "spicciola" dovrebbe, quantomeno, essere approfondita e scandagliata da politologi e sociologi, se non altro perché, qualora fosse minimamente fondata, come italiani, dovremmo poterci "affrancare" (quasi fosse un "peccato originale"), dopo aver preso coscienza che tale "rendita di posizione" ci ha permesso sì, di vivere al di sopra dei nostri mezzi, ma, al contempo, ha prodotto guasti e devianze tuttora irrisolte.

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  3. Il silenzio in politica, dicevo, non è mai casuale!
    Volendo soltanto accennare all’ascesa di Matteo Renzi alla guida del PD (seppure tu voglia ridimensionare il fenomeno del "personalismo" nell'attuale scenario che la politica italiana ci offre), dico solo che rappresenta una conferma della sintomatica e sconcertante "svolta" all'interno del partito, sì nato ibrido e, tuttavia con una forte componente di "sinistra" che dovrebbe, per sua natura, avere una forte diffidenza verso il "leaderismo". In altre parole, tale ascesa evidenzia che il PD, all'indomani dell’esito delle elezioni del 2013 che hanno sancito la nascita d'un sistema "tripolare", avendo gli altri due “poli” al comando due leader indiscussi, si è arreso, suo malgrado, al trend vigente.
    Ebbene, neanche questa rivoluzione che ha riguardato il PD è stata oggetto di approfondita analisi socio politica, né al suo interno, né all'esterno. Solo mezze frasi e mezze ammissioni. Quasi per una sorta di vergogna per la sterzata inaspettata.
    Sembra quasi si attenda che logoramento e laceramento portino il PD stesso a un ridimensionamento naturale, attraverso una, oggi quasi inevitabile (e, aggiungo, qualunque sia l'esito del referendum costituzionale), spaccatura e scissione.

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  4. Vengo, infine, al "non detto" che oggi appare come il più eclatante e funzionale: perché non si riesce a fare un’efficace ed efficiente lotta alla corruzione, senza scapicollarsi nella ricerca di nuove norme di legge o cercando di formare improbabili “Task Force” dedicate? Eppure, potrebbe essere sufficiente una semplice estensione, ai reati di concussione e corruzione commessi nella pubblica amministrazione, delle norme di legge già vigenti e la cui efficacia è stata pienamente riscontrata, contenute nel CAPO II del Decreto Legge 15 gennaio 1991 n. 8, trasformato in Legge 15 marzo 1991 n. 82, inerenti i collaboratori di giustizia (cosiddetti pentiti) e, in particolare, quelle norme che, alle determinate e ristrette condizioni introdotte successivamente con la Legge 13 febbraio 2001 n. 45, consentono “benefici di pena” a fronte dell’identificazione di soggetti dediti a questa tipologia di reati, nonché di confisca di patrimoni così illecitamente costituiti e accumulati ed, eventualmente, di notizie utili a accertare meccanismi e sistemi utilizzati per porre in essere i reati stessi.
    Rammento che tali norme di legge, seppur da molte parti contestate per i benefici riconosciuti ai collaboratori di giustizia, sono state introdotte per porre un freno a reati terribili e spregevoli quali i sequestri di persona, il terrorismo e la mafia e che, attraverso queste norme di legge, sono stati raggiunti importanti e decisivi risultati nella lotta ai reati sopra menzionati. L’introduzione nel nostro ordinamento giuridico di tali norme si è resa necessaria ed è stata giustificata per il carattere d’emergenza democratica e sociale che rivestivano e rivestono ancora le fattispecie dei reati che si intendeva combattere.
    Oggi i reati di corruzione e concussione nella pubblica amministrazione rivestono indubbiamente i medesimi caratteri d’emergenza democratica e sociale, anche per la qualità e quantità dei reati commessi e per come emersi negli ultimi anni. I risultati raggiunti nella lotta ai sequestri di persona, al terrorismo e alle mafie, anche attraverso l’applicazione delle norme di legge summenzionate, consentono di ipotizzare l’ottenimento di buoni risultati anche nell'indispensabile lotta alla corruzione e concussione nella pubblica amministrazione. Nondimeno, appare sostenibile la tesi secondo cui, l’introduzione delle norme sui collaboratori di giustizia ai reati di corruzione e concussione nella pubblica amministrazione, costituirebbe probabilmente un forte e valido deterrente per il futuro.
    Eppure niente, neanche un’ipotesi di valutazione, almeno fino a oggi.
    Il silenzio è d’oro!

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    1. Caro Vincenzo, tu proponi un'analisi ampia, suggestiva e, dal mio punto di vista, condivisibile. Gli equilibri geopolitici ed economici sono venuti a mancare all'indomani della caduta del muro di Berlino, che revocò di colpo 'identità' e 'appartenenza' all'intera Europa. Di fatto, protagonisti dell'epoca, a mio avviso, erano addirittura impreparati a far fronte alle conseguenze ideologiche ed economiche, che, comunque, furono superiori a qualsiasi previsione. Chi rinuncia alla propria identità o la perde diventa profugo nella propria terra, costretto a inseguire qualcosa che possa sancire la rivalsa: è il caso dell'Italia, che, sostenuta da più parti, come tu hai sottolineato, è rimasta improvvisamente orfana. In sostanza, gl'italiani hannorifiutato la propria natura democristiana e sono andati in cerca di modelli e simboli, trasformandosi in un popolo vagante. La rivoluzione giudiziaria che ha avuto origine con i fatti del Pio Albergo Trivulzio e le 'imprese' di Antonio Di Pietro hanno frammentato ulteriormente quei residui di personalità politica ed economico-finanziaria perché non si può pensare di risollevare le sorti di un paese attraverso i tribunali e il relativo potere giudiziario. Condanne e assoluzioni dovrebbero essere fenomeni extra ordinem: l'Italia ha smesso di gestire i propri poteri legislativi ed esecutivi, affidando ai magistrati ogni forma di speranza.

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  5. Nei vostri"racconti"sono stati omessi passaggi, a mio avviso, rilevanti. Berlinguer aveva rinunciato agli aiuti dell'URSS in tempi non sospetti. È stato ucciso Moro che cercava un'intesa per ottenere un Governo condiviso che portasse il Paese ad essere più equilibrato ed in grado di far fronte agli enormi problemi dell'epoca e superarli. Il Pool di Mani Pulite, anziché guardare alle imprese ed ai loro accordi neanche tanto segreti, ha guardato alla politica decretando la propria rovina. Mi astengo dal commentare il ventennio berlusconiano perché i risultati sono tuttora da superare e ha prodotto il "popolo" attuale, non credo che vi sia ignoto. Renzi...ha personalizzato molto, troppo per gente ormai disabituata a guardare ai fatti invece che alle parole e ne ha pagato il fio. Vivo in Valle Padana dove Coldiretti non è come la descrivi tu Antonio ahinoi! Si dovrebbe tornare a personalizzare, ma persone del calibro di Berlinguer e Moro dove possiamo trovarle in questo truogolo di mezze cartucce abituate al "dagli addosso a prescindere"? Bisognerebbe prima di tutto rieducare gli italiani a ragionare con la propria testa e non con quella del "comico" di turno (senza darne l'esclusiva a Grillo). Riconosco a Renzi un merito, di averci provato seriamente dopo anni di limbo pur strappando alcuni risultati a suon di compromessi! Sto' scrivendo postreferendum il cui risultato mi ha fatto diventare "renziana"! Non sono colta come voi, vorrete scusarmi spero, ma ho vissuto sulla mia pelle molti periodi da voi citati e mi andava di commentare. Ultima cosa...ma pensi davvero che la natura dell'Italia fosse democristiana?

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    1. Tina, un caro saluto. Anzitutto, ti porgo le mie scuse per il ritardo nella risposta, ma, spesso, le esigenze della sopravvivenza prevalgono sui piaceri dell'intelletto. Nel risponderti, voglio cominciare esattamente dalla fine, cioè dal punto in cui tu chiedi se l'Italia fosse realmente democristiana. Sì, per me lo era e, di fatto, lo è. Le prove di quanto affermo sono davanti a noi anche oggi: qualsiasi leader o qualsiasi forma di aggregazione socio-politica che riesca a ottenere consensi sufficienti a governare, prima o poi, si accentra tanto da rispettare una sorta di filiazione atavica: basta pensare che il ventennio berlusconiano, che tu ti astieni dal commentare (...ne comprendo e rispetto i motivi), è conseguenza dello pseudo-socialismo di Craxi e Martelli, di un socialismo cioè che abbandonava spesso la sinistra. Se poi valutiamo i vari spostamenti sinistroidi, quali sono stati i DS, l'Ulivo e il PD, ci rendiamo conto che la sostanza non cambia: nessuno si è mai discostato dal modello democristiano. In questo momento, mi sto limitando alla constatazione empirica, senza giudicare il merito di persone e fatti. Di conseguenza, a mio avviso, se si tenta di rinnegare la propria origine e, soprattutto, la propria identità, come spesso accade, si va incontro al disastro. Per equivalenza, perseguitare Craxi e la DC attraverso un modulo giudiziario spurio e perverso, che, come giustamente hai scritto, s'è trasformato in interesse politico, è stato un suicidio o, forse, un parricidio.

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    2. ...continua dal precdente

      Dal 1970 al 1974 l’inflazione era passata dal 5% al 19%. Dal 1974 al 1978 l’inflazione si riduce, si assiste a una crescita industriale, aumenta il Prodotto Interno Lordo. Ancora una volta, siamo costretti, di conseguenza, a valutare i fatti e, soprattutto, se i fatti si traducono in un miglioramento delle condizioni di vita delle classi deboli. Il PIL, acronimo di cui si parla spessissimo anche con una certa superficialità, è un indicatore importantissimo della vita di un paese perché ne indica la realtà monetaria ed economica. Del calcolo del PIL fa parte anche la spesa delle famiglie in beni durevoli, in beni di consumo e servizi. Quindi, quel PIL che cresce anche a discapito della regolarità è un fenomeno accettabile. È evidente che queste tesi costituiscono una provocazione bella e buona e che trovano molti obiettori e oppositori. Bettino Craxi, che in Italia è sinonimo di corruzione, concepì negli anni ottanta, proprio il superamento di questa crassa e becera politica dello pseudostatalismo, ma la gente lo ricorda per tutt’altra faccenda. Eppure, fu uno dei pochi, per esempio, a tentare una trattativa per il caso Moro, quando era chiaro che nessuno si affannava per la liberazione dell’ostaggio. Fu protagonista dell’abolizione della congrua e, col sostegno del pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI), un’alleanza concreta e virtuosa, portò i salari a una crescita di due punti oltre l’inflazione. È vero, crebbe il debito pubblico, crebbe di molto: fu più che raddoppiato; ma la bilancia dei pagamenti dello stato aveva valori positivi e la gente comune arrivava alla fine del mese. In quanto a Moro, negli anni, per esempio, si è innalzato un altare alla sua gloria di irriducibile sostenitore d’una qualche verità. Ecco cosa scrive Aldo Giannuli ne Come funzionano i servizi segreti:

      <<(…) L’Ufficio zone di confine della Presidenza del consiglio (una sorta di servizio speciale strettamente interrelato con quello militare) nei primi anni cinquanta dava un contributo mensile di centomila lire (quattro-cinquemila euro attuali) ad una serie di esponenti politici, senza alcuna giustificazione; e fra i beneficiari risultano i nomi di Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani e molti altri. Più tardi, il SISDE dava un contributo di cento milioni all’anno (siamo nei primi anni ottanta) ad un importante “figura istituzionale” per non precisate esigenze di servizio. Inoltre, per accedere alla documentazione con classifica di segretezza, il presidente del Consiglio ed i responsabili dei “ministeri sensibili” (Difesa, Interno, Esteri, Finanze, Trasporti, Giustizia) devono ottenere il NOS (Nulla osta di sicurezza) dalla NATO, la quale consulta prima il servizio segreto militare. Per cui in passato, è accaduto che lo stesso capo del governo sia stato escluso da una serie di informazioni.>>

      Giulio Andreotti, uno degli uomini più discussi e, nello stesso tempo, più laboriosi della storia d’Italia, diceva: <>.

      Grazie, Tina, per questo scambio intenso e fecondo

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  6. gent.ma Clementina, caro Francesco,
    vi ho letto con interesse e trasporto perché penso che l'analisi del passato sia fondamentale per costruire un domani sostenibile, il più possibile scevro da 'condizionamenti' impropri o fallaci.
    Osservo che Clementina ha posto il punto su altri eventi storici che hanno certamente influito sulla nostra Storia (indirizzandola o deviandola), sottolineandone la loro rilevanza.
    Tuttavia, è certo che la presa di distanza di Berlinguer e del PCI dall'URSS e dal PCUS si compie dopo un lungo percorso agli inizi degli anni '80 (dopo oltre trent'anni dall'inizio del secondo dopoguerra) ed è soprattutto un allontanamento 'politico'. Mentre, legami e contatti finanziari, malgrado tutto, proseguivano 'sotterranei' (non dimentichiamoci la figura del 'Compagno G', Primo Greganti, coinvolto nell'inchiesta 'Mani Pulite' e i suoi non certo solo personali collegamenti con l'Est europeo di matrice sovietica).
    Il mistero che ancora oggi avvolge la tragica fine di Aldo Moro mi suggerisce di non commentare il fatto in sé pur convenendo che, certamente, ha influito e non poco sul panorama politico che si è venuto a creare nei successivi decenni.
    Convengo ancora che anche gli effetti negativi della gestione di Tangentopoli, insieme allo storytelling che ne è seguito, ha avuto un ruolo importante, confermando quanto il “non detto” in politica influenzi la percezione di noi tutti, condizionando fortemente l'evolversi dello scenario e le scelte successive.
    Tutto vero, ma ciò non sposta la centralità della necessità che c’è ancora oggi: di fare chiarezza sulla nostra lunga 'rendita di posizione', sull'uso che ne abbiamo fatto, sulle distorsioni che ha provocato, sull'incapacità che abbiamo oggi di risolvere il problema dell’ammontare del debito pubblico creatosi, ripeto, a mio avviso proprio in virtù di questa (la ‘rendita di posizione’).
    Solo attraverso questa presa di coscienza pubblica (che ritengo indispensabile venga fatta, innanzitutto, dai nostri maggiori esponenti e rappresentanti politici), noi semplici cittadini potremo ‘affrancarci’ e ripartire, non gli uni contro gli altri ma insieme, alla ricerca delle manovre economiche e sociali utili da intraprendere, le cui ricette alternative dipenderanno dalle maggioranze democratiche che di volta in volta si creeranno, al netto di populismi di convenienza e di visioni artatamente offuscate, di isterie verso il cosiddetto nemico e non avversario politico, forse anche riconquistando un minimo di stima in campo internazionale.
    Quasi un’evoluzione della Questione Morale tanto cara a Berlinguer, peraltro, ben vista, se non anche appoggiata, proprio da Aldo Moro.

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  7. Due cose ancora su quanto sostenuto da Francesco, tralasciando di proposito i temi di politica economica che necessiterebbero d’una capacità di sintesi che mi è sconosciuta, se non ben circoscritti i confini entro cui posizionare le nostre dissertazioni.
    L'imprinting democristiano sulla nostra Italia è certo ma non è esaustivo del nostro essere ben più composito e articolato. Intendo dire che la DC è innegabilmente stata al contempo centro e al centro dell'evolversi dell'offerta politica che nel corso del tempo si è proposta al nostro corpo elettorale, dal dopoguerra e fino agli anni ottanta. Impossibile sostenere il contrario. Peraltro, la forte presenza del PCI (dalla cui forza è dipesa la nostra 'rendita di posizione'), sempre ad un'incollatura dalla DC nelle competizioni elettorali, ha alimentato proprio la sua compattezza (quasi come un antesignano del 'voto utile' di veltroniana memoria), come unica alternativa allo spettro comunista. Il tutto appoggiato esplicitamente dal Vaticano. Dunque, non poteva essere diversamente e non è stato diverso. Ciononostante abbiamo avuto la possibilità, la fortuna aggiungerei, di assistere a una dialettica politica (seppur funestata da stragismo e terrorismo) che nel corso dei decenni ci ha arricchito (un grazie di cuore ai Radicali di ieri e di oggi che hanno introdotto nel dibattito pubblico temi importanti come quelli inerenti i diritti civili, consentendoci di approfondirne i contenuti e discuterne in modo amplio). Le variegate posizioni politiche proposte da liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici hanno aggiunto a livello politico e filosofico una vasta gamma di opzioni a corollario delle 'offerte' principali, mentre la presenza in Parlamento della Fiamma Tricolore cercava di riaccreditare il diritto della Destra a dire la sua. Non ci siamo fatti mancare niente! E nonostante ciò siamo stati capaci di depauperare la nostra forza politica ed economica consentendo che il malaffare inquinasse profondamente le amministrazioni pubbliche e finanche le istituzioni. Come ce lo spieghiamo? Non ce lo spieghiamo e basta (e torna, implacabile, il “non detto”)!
    Sul peso della gestione di Tangentopoli e sull’uso politico e la strumentalizzazione della magistratura non c’è da aggiungere molto, appare forse solo il caso di sottolineare che l’ipocrisia ha seppellito la ragione. La Storia, lo sappiamo, viene scritta dai vincitori ma fintantoché non c'è un vincitore e la battaglia continua ognuno racconta la sua verità soggettiva e partigiana. Con la fine della Prima Repubblica, nonostante la guerra alla corruzione non fosse certo finita, abbiamo pensato di consegnare alla Storia la verità secondo cui DC e PSI fossero i colpevoli, gli unici colpevoli. E siamo andati avanti di pari passo, se non a braccetto, con corruttori e corrotti. Dovremmo forse, una volta per tutte, separare nettamente la politica dalla cronaca nera, anche quando quest’ultima coinvolge esponenti della prima. Ma se non riusciamo a ridimensionare il fenomeno della corruzione nella P.A., riconducendolo entro limiti ‘fisiologici’, l’impresa sarà impossibile.

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