lunedì 28 novembre 2016

LA BANCA D’ITALIA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Sembra che le origini della Banca d’Italia siano controverse: non perché non fosse necessario coordinare le attività bancarie in sede istituzionale e secondo uniformità dei metodi, ma perché, dal 1893 in poi e per circa trent’anni, la logica che istruì la fondazione – neanche a farlo a posta – fu generata dal problema nazionale dell’emissione di moneta e da una serie di crisi e scandali finanziari. Tra le altre cose, all’epoca, la nostra banca centrale era una società per azioni di diritto privato e bisognerà attendere il 1936 perché si trasformi in istituto di diritto pubblico. Nel 1998, invece, com'è noto, entra a far parte del SEBC. Se vi è già capitato d’incappare in questo acronimo, non temete che sia una malattia infettiva! SEBC si esplicita in Sistema Europeo delle Banche Centrali.


A ogni modo, la storia dei salvataggi italiani non è affatto recente; il fenomeno ha attraversato interamente il ventesimo secolo.

Di là dal potere di emettere moneta, la Banca d’Italia ha il ‘dovere’ di vigilare sull’opera delle altre banche presenti sul territorio italiano, essendo responsabile degli equilibri dell’intero sistema creditizio e sorvegliante della concorrenza. Ha perduto invece il primato in materia di politica monetaria a vantaggio della Banca Centrale Europea, in recepimento delle normative comunitarie. Una valida visione d’insieme può essere acquisita ricorrendo al Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (D.Lgs. n. 378/1993) e al Testo Unico delle leggi in materia di intermediazione finanziaria (D.Lgs. n. 58/1998). Nell’ambito dell’attività di vigilanza, la Banca d’Italia adempie i propri compiti istituzionali assieme al CICR, il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, ente che agisce in seno al Ministero dell’Economia e delle Finanze e da cui provengono le direttive.

Si può dire che la banca centrale della Repubblica Italiana non ha una storia lunga e solida, specie se teniamo conto di due aspetti fondamentali: l’irregolare e accidentato consolidamento del ruolo istituzionale e, per così dire, il processo di europeizzazione che ha ricollocato, dallo SME in poi e attraverso Maastricht, le sue funzioni nell’area della sussidiarietà.

Si deve ricordare che, pure in questo caso, dobbiamo pensare di avere a che fare con un’azienda a tutti gli effetti, la quale è composta da un’assemblea degli azionisti e deve redigere un regolare bilancio, oltre ad avere lo scopo di determinare taluni risultati commerciali. È chiaro che certi obiettivi sono definiti non solo dalle esigenze economiche, ma anche da quelle politiche, ma ciò non deve far sorgere dubbi sulla natura dell’organismo.


È altrettanto evidente, ma non fa male ribadirlo, che a essa non può accedere un normale correntista per ottenere la concessione di un prestito. Solamente altre banche possono svolgere attività di deposito e sconto presso la Banca d'Italia. È doveroso, da ultimo, spendere qualche parole sull'Unità d'Informazione Finanziaria (UIF), che è nata nel 2008 in seguito alla soppressione dell'Ufficio Italiano Cambi e, operando presso la Banca d'Italia, da cui dipende, ha specifici compiti di antiriciclaggio e antiterrorismo.


venerdì 25 novembre 2016

LA GAP ANALYSIS

#errorieparole #legami

(la rubrica di lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ci rendiamo conto fin dalle prime battute che l’argomento in questione può configurarsi come qualcosa d’inquietante o noioso per un lettore poco interessato alla tecnica bancaria. Per certi aspetti, non si potrebbe dar torto a chi volesse bocciarne e respingerne la fruibilità, tuttavia su una cosa dobbiamo convenire tutti o, per lo meno, quasi tutti: con la gap analysis si entra appieno nel regno dell’attualità, giacché si prende in esame il rischio cui le banche si espongono nella gestione del rapporto tra le poste dell’attivo e quelle del passivo con riferimento alla variazione dei tassi d’interesse. Ci pare di poter asserire che, dal 2008 a oggi, questo sia stato il più ‘ammorbante’ tra i dilemmi dell’esistenza amletica delle banche. Eviteremo, a tal proposito, di addentrarci nei cunicoli della riclassificazione del bilancio allo scopo di seguire almeno il perimetro dell’area da sorvegliare: la redditività di una banca varia al variare dei tassi d’interesse e gli analisti ricorrono a precisi metodi d’analisi per prevenire in modo strategico il crollo dei valori economici. Uno dei principali indicatori è il maturity gap.


Per procedere oltre è necessario che il lettore attivi e forzi un po’ la propria memoria in merito a ciò che s’è scritto dal primo capitolo fino all’ultimo, altrimenti si rischia di smarrire il filo rosso dell’intero compendio. In sintesi, ogni servizio che una normale banca commerciale offre al cliente, quale potrebbe essere, per esempio, un deposito, è direttamente finalizzato, in prima istanza, a una raccolta di portafoglio e, in seconda istanza, alla vendita del denaro, che avviene tramite i prestiti, a breve o lungo termine. È chiaro che non si può approfittare di questa riduzione semplicistica per definire il business delle linee di credito, ma sappiamo che il modello appena descritto è sufficiente a far maturare una pertinente visione d’insieme. Sia il deposito sia il prestito sono strettamente legati ai tassi d’interesse; e non si fa fatica a capire che il titolare di un deposito non deve fare altro che confidare in un aumento dei tassi; viceversa, il beneficiario d’un finanziamento indicizzato desidera che si verifichi il fenomeno opposto.

In che cosa consiste dunque il rischio di mercato che la gap analysis ci permette di prevedere?

Cominciamo col tenere conto di un meccanismo elementare. Una banca commerciale acquista il denaro da una banca centrale e, dopo avere applicato uno spread, lo rivende ai propri clienti, i quali sono sempre indagati, per così dire, in termini in termini di solvibilità. È altrettanto elementare il criterio secondo cui una banca è fortemente avvantaggiata dalla diminuzione dei tassi. Nello stesso tempo, è fondamentale distinguere le attività negoziabili o sensibili alle variazioni dei tassi da quelle che non lo sono, giacché quelle negoziabili costituiscono la vera zavorra amletica messa nei bilanci. Il più semplice degli esempi si ritrova nell’attività di compravendita delle obbligazioni. Se aumentano improvvisamente i tassi d’interesse, il valore delle obbligazioni scende; di conseguenza, le cedole possono essere rinegoziate secondo il nuovo prezzo; la qual cosa genera un danno di profitto per l’istituto che le ha introdotte sul mercato e negoziate: le ha vendute a un prezzo inferiore al valore che il mercato ha rideterminato nel tempo. S’è verificato un caso di repricing, che pesa sul bilancio della banca. Nel repricing o maturity gap, gli analisti valutano proprio le variazioni reddituali dovute al disallinemento tra attività e passività; ed è subito evidente che un valore positivo di repricing nel calcolo della differenza tra tra attivo e passivo fa crescere i pericoli.


Preghiamo il lettore di apprezzare lo sforzo che si è fatto nel tentativo di rendere accessibile una disciplina che accessibile non è per genesi e morfologia. Tutti gli esempi concepiti sono volti infatti a produrre focus ristretti; altrimenti, la scienza delle finanze bancarie ci condurrebbe oltre ogni piano d’intesa. Per farsi almeno un’idea di quanto accade lungo l’asse costituito da banche commerciali, Banca d’Italia e Banca Centrale Europea a qualcosa bisogna pur rinunciare, soprattutto se il medium è un compendio incentrato più sulla questione linguistica che su quella tecnica.


Il duration gap, invece, riguarda direttamente l’assetto patrimoniale. Con esso, gli analisti rivolgono l’attenzione alle singole poste per capire in che misura possano incidere sul patrimonio al variare, anche in questo caso, dei tassi d’interesse. Il più delle volte, non ci si rende conto per niente che mettere piede in banca per aprire un conto o chiedere un prestito significa essere inglobati, anche inconsapevolmente e indirettamente, da tutta questa enorme farragine. 

Senza dubbio, la banca è una specie di noumeno, è qualcosa che, come entità, oltrepassa le nostre facoltà del vivere e del conoscere, ma non bisogna dimenticare che lo stesso Kant, riferendosi alle idee irraggiungibili di anima, mondo e Dio, suggeriva di postularne l’esistenza. Ed è il caso di aggiungere che postulare l’esistenza di qualcosa non vuol dire dichiarare a priori la propria inferiorità intellettuale. Il gap è dato dalla differenza tra le attività sensibili e le passività sensibili.  Se è un rischio talora imprevedibile per la banca, può essere un vantaggio prevedibile per il correntista o l’investitore.

mercoledì 23 novembre 2016

LA BG, L’SKR E LA FIDEIUSSIONE


#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Abiti alla moda, discreta dizione, accattivante parlantina, bmw o mercedes in bella mostra: sono i faccendieri o, per traslazione linguistica, i facilitatori del mondo della finanza bancaria, sempre pronti a fornire soluzioni efficaci; non si sa dove trovino il denaro per condurre un certo tenore di vita, come non è facile capire quale sia il loro vero compito; eccellono di certo nell’esercizio del millantato credito. Molti di loro, dichiarano sottovoce di avere addirittura contatti nei servizi segreti, magari mentre sorseggiano un caffè, con disinvoltura e guardando di sottecchi l’interlocutore. Non disdegnano il sigaro, di cui sono raffinati intenditori e narrano aneddoti e avventure degne del migliore Sean Connery. Tra le loro mani, si trovano quasi sempre MT, FCO, BG e tanti altri documenti simili, che, a loro dire, possono essere trasformati immediatamente in milioni di euro. Nella maggior parte dei casi, sono ciarlatani, imbonitori, truffatori e null’altro.


A tal proposito, si può cominciare col far notare, per esempio, che la BG, cioè la Bank Guarantee, oggi transita da una banca all’altra. Pertanto, se qualcuno ne porta una in giro, conservandola nella propria ventiquattrore, qualche sospetto sull’autenticità del documento è legittimo. La BG non è altro che un ‘impegno di pagamento’ prodotto da una banca verso un’altra banca a determinate condizioni; non si tratta di ‘merce’ che viene consegnata mediante la cassa e al dettaglio e – cosa da non sottovalutare – ha un costo, un cosiddetto fee di noleggio o acquisto. La banca emittente, quindi, riceve un ordine di pagamento dal cliente, in genere, un acquirente anche nell’ambito di una transazione commerciale importante, in seguito alla richiesta di garanzia da parte di un venditore. Di fatto, la Bank Guarantee, che in Italia non va per la maggiore, diventa monetizzabile solo in caso d’inadempienza dell’acquirente e non come strumento finanziario indipendente. Ciò che spesso trae in inganno i faccendieri creduli è l’idea secondo cui la BG è uno strumento negoziabile a prescindere dalle condizioni; il che è totalmente falso. Tra le altre cose, in materia di Bank Guarantee, non è affatto possibile generalizzare: dall’import-export alla gestione dei performance bond, cambia il valore percentuale della BG e si sposta il focus dell’impegno. In quest’ultimo caso, l’emissione è richiesta al venditore.


Diverso è il caso di un’altra garanzia bancaria, la fideiussione, la cui storia è molto più limpida di quella del precedente strumento. In Italia, è molto in uso e si sviluppa interamente nella relazione economico-finanziaria privata tra un cliente, persona fisica o giuridica, e una banca, la quale adesso interpreta il ruolo del garante a fronte di un debito. In sostanza, si tratta di una vera e propria garanzia in funzione della quale la banca, ovvero il fideiussore, s’impegna a pagare il debito, qualora il debitore non sia più in grado di pagare. Il meccanismo è semplice. Chi la richiede, per lo più, è il venditore per proteggere il valore del bene o del servizio venduti. La banca emittente, tuttavia, non la rilascia con semplicità. Essa segue infatti il classico iter d’indagine sul debitore, oltre a richiedergli una caparra in deposito cauzionale, una commissione, che si aggira intorno all’1%, e un interesse che varia a seconda dell’importo della fideiussione: dall’1% al 6/7 % in proporzione, naturalmente. Insomma, si tratta di un’operazione piuttosto costosa, ma è valida e, in genere, molto sicura.

Sul piano delle garanzie bancarie va collocata anche la Safe Keeping Receipt, meglio nota come SKR negli ambienti di riferimento. Differisce nettamente dalle garanzie summenzionate per il valore immediato che rappresenta. Un'SKR non è altro che la prova, immediatamente spendibile, dell'esistenza di un bene in deposito presso una banca o un istituto finanziario: metalli preziosi, petrolio, azioni, obbligazioni et cetera. Ne consegue che il titolare o il beneficiario di tale garanzia può accedere a una forma di finanziamento alternativa, adottare strategie di negoziazione e sperimentare varie forme di transazione. Come si può notare, chi ne è possessore, pur pagando una tassa di custodia del bene che non è certo una formalità, ha tra le mani una fonte di profitto a breve termine, se vuole monetizzarne il valore. Anche in questo caso, tuttavia, occorre fare attenzione alle truffe perché i falsari e le fiduciarie compiacenti sono numerosi.


lunedì 21 novembre 2016

IL CONDITIONAL SWIFT

#legami  #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Tutte le banche sono autenticamente spaccate in due; il che non implica affatto un significato occulto o nascosto, ma rimanda tutti noi a una constatazione empirica incontrovertibile: da una parte, sopravvivono gli impiegati delle filiali, i quali, pur essendo operosi e dediti all’applicazione di norme restrittive sul credito o, più correttamente, sul prodotto loro assegnato, ignorano in modo preoccupante tutto ciò che oltrepassa i confini di una pratica di finanziamento; dall’altra, vivono, invece, coloro che sanno bene che la struttura per la quale lavorano è tutto, fuorché un istituto di credito e, naturalmente, ignorano per scelta pratiche e correntisti. Qualcuno obietterà con fermezza che non si può affermare che “che una banca è tutto, fuorché un istituto di credito”; pertanto è opportuno, d’ora in avanti, soppesare le dichiarazioni e le notizie a scopo di trasparenza.


Un giorno, recandoci in banca per discutere una pratica di leasing finanziario per la quale era necessario menzionare l’HSBC, ci rendemmo conto che il preposto stentava a ripetere ad alta voce il nome del colosso inglese. Di tanto in tanto, essendo costretto dalle circostanze, balbettava qualcosa d’incomprensibile e, solo sul finire della discussione, ebbe il coraggio di chiedere "che cos’è HSBC?”, scambiandola comunque per un codice d’un qualsivoglia genere. La trattativa, per la quale la banca del nostro preposto si sarebbe dovuta limitare a ricevere del denaro, finì male: “non trattiamo questo genere di prodotto”. In effetti, il documento proveniente da Londra conteneva codici diabolici quali MT 543 DVP (Delivery Versus Payment), MT 799 Free Format Message, MT 103 Field 72 et similia. Il pover’uomo, impallidì e si rifiutò addirittura di autorizzare la ricezione di un banalissimo bonifico.

Ciò che la comunità di correntisti italiani chiama ‘bonifico’, per la S.W.I.F.T., la società belga che gestisce la messaggistica interbancaria dei pagamenti in ambito internazionale, è un MT 103 ovvero un Single Customer Credit Transfer.  Il denaro, nell’epoca delle telecomunicazioni, è racchiuso in codici e moduli elettronico-temporali e affidato alla Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications, nata nei primi anni settanta dalla concertazione di banche statunitensi ed europee e, oggi, in grado di mettere in diretto collegamento più di 200 paesi. La morale tramandata e trascritta nella concezione del progetto ci conduce verso specifiche garanzie di sicurezza: tale metodo dovrebbe o avrebbe dovuto tutelare il mercato dai tentativi di truffa, ma così non è stato, anzi s’è verificato l’opposto. L’attività di falsificazione di MT è stata – ed è tuttora – talmente ricca da non andare incontro a flessioni o a pause soprattutto perché questi strumenti servono, in generale, per operare allo scoperto nei mercati finanziari.


L’elenco dei conditional SWIFT è piuttosto corposo. Qui, ci limitiamo a trattare quelli che hanno goduto delle maggiori attenzioni. Narrando l’aneddoto del preposto, s’è fatta menzione dell’MT 543 DVP e dell’MT 799 FFM. Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Il condizionamento che segue le cifre 543, Delivery Versus Payment, indica che la consegna deve essere fatta a fronte del pagamento. In parole povere, si tratta della stessa cosa che accade, tutte le volte in cui riceviamo un pacco a casa e paghiamo in contrassegno. La differenza, tuttavia, non è altrettanto povera perché si ricevono titoli, non libri, scarpe o prodotti per l’ambiente e, soprattutto, il dialogo finanziario – non commerciale, si badi bene! – avviene esclusivamente tra bank officers all’interno di una window time. L’MT 799, che è stato al centro delle più sofisticate e diffuse tra le frodi, è un messaggio bancario libero con cui, in teoria, una banca fornisce la garanzia dell’esistenza dei fondi alla banca del venditore, così che l’operazione può procedere rapidamente, tuttavia non è affatto una promessa di pagamento. All’invio di un MT 799 segue, in genere, l’invio di un MT 760, che costituisce la vera e propria garanzia nell’ambito della relazione buyer-seller, essendo una sorta di ‘pagherò’ emesso dalla banca dell’acquirente, i cui fondi restano comunque bloccati. Se si studia con attenzione la natura di questo strumento, se ne intuisce la pericolosità, giacché è ampiamente utilizzabile dal ricevente.

La lista è davvero consistente, più ricca di quanto si possa immaginare, dal momento che tutte le relazioni e le operazioni interbancarie sono regolate in questo modo. Per fare un altro esempio, si può dire che, nella compravendita di metalli preziosi, si ricorre all’MT 604, che riguarda l’effettivo ordine di consegna e, di conseguenza, il wire transfer di pertinenza. Le banche, tra di esse, agiscono in questo modo, specie in ambito internazionale, e agiscono in coesistenza tramite le camere di compensazione, un luogo elettronico-telematico da dove transitano tutte le operazioni economico-finanziarie interbancarie. In pratica, Euroclear, per esempio, non fa altro che calcolare il dare e avere sul titolo X, così da ridurre ai minimi termini lo scambio di denaro operando per l’appunto in costante compensazione e riequilibrando al massimo le differenze. Il meccanismo può apparire diabolico e incomprensibile e, in effetti, a ben vedere, lo è, ma serve a mantenere una certa resistenza dei mercati nei confronti dei pericoli di deriva, oltre che a determinare delle procedure standard.


A questo punto, è molto facile comprendere l’assunto iniziale di questo capitolo: le banche sono spaccate in due e, molto probabilmente, il cassiere che sapesse cosa succede davvero alle sue spalle non sarebbe più in grado di distinguere un pagamento da un prelevamento.    

sabato 19 novembre 2016

IL PENSIERO MASTURBATORIO

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

La sciagura incombe su ciascuno di noi come pregustazione luculliana, in cui qualcosa, prima ancora d'essere servito sulla tavola, è consumato con cafonaggine. Non può dirsi altrimenti per la fortuna, che s'immagina con tanta caparbietà da essere scomposta e, in altri termini, sorseggiata così a lungo da diventare una bevanda della consuetudine. Finiamo col vivere tra l'una e l'altra delle forme della speranza, tralasciando la nostra presenza fisica o facendo sì che venga trascinata lungo un sentiero sterrato, ripido e impervio. 


Lo spazio dei social network, quale grande sacca archetipica e ritrovo dell'inconscio collettivo, si presta sempre alle prove di equilibrio. In rapida sequenza, si vedono comparire gli sciamani dell'economia infranta, ovverosia coloro che raccontano di aver guadagnato in poche settimane centinaia di migliaia di dollari e con soli quindici minuti di lavoro al giorno. E tu che cosa stai aspettando? La domanda retorica non è sufficiente a giustificare il distacco patologico dalla realtà, proposto del resto con una goliardia e una saccenteria che dovrebbero essere punite 'per legge'. Di fatto, ci invitano a non lavorare, a non studiare, a non essere

Gli sfidanti del voto o del referendum rinascono unicamente nella violenza sanguinaria con cui tentano di eliminare un capro, che non sarà mai del tutto espiatorio, ma si riconoscerà come il successore o il predecessore d'un qualche altro capro sacrificale. Costoro, nella maggior parte dei casi, non sanno, per esempio, che la designazione di un collegio elettorale rinvia a complesse strategie politiche e che il calcolo dei resti, talora, è più importante di un voto stesso, cosicché ottenere il quaranta per cento dei voti non equivale a ottenere il quaranta per cento dei seggi. Ciò che diventa oggetto della pulsione distruttiva è l'entità, un'entità creata, surreale e che scompare dai fatti e dall'opera per riapparire esclusivamente nel linguaggio. E si commette un grave errore nel dire che i modi di questo pensiero sono stati ereditati dalla grande filosofia greca: gli antichi matematici ricorrevano al termine sòma per definire gli enti, cioè allo stesso sostantivo che noi siamo stati abituati a tradurre con corpo. 


Siamo stati indottrinati a sperimentare la tragedia o la commedia ideale secondo i modi freudiani della coazione a ripetere e non sulla base dell'osservazione e dell'analisi. Si cerca riscontro del sistema linguistico nella causalità esterna, una causalità mai vissuta e talora inesistente, non altrimenti che se ogni fenomeno dovesse essere l'esatta conseguenza di una causa. Le alternative che ci propone questa specie d'integralismo sono due e, per giunta, entrambe paradossali e pericolose. Nel primo caso, la ricerca ossessiva della causa - o del capro - ci conduce a un motore immobile, un primus movens, per la qual cosa, con Aristotele, si dovrebbe essere devoti alla fede scientifica della deduzione e riuscire a pensare la forma nell'immagine, non segregando l'immagine dagli atti. Il paradosso non sta nell'accettazione di un Dio, ma nel rigore logico con cui dovremmo portarlo con noi. Nel secondo caso, invece, non si ha altro che la dannazione eterna quale inevitabile conclusione della ricerca della causa della causa della causa.

Se si sta attenti a cosa è accaduto nel mondo dell'economia, è facile comprendere perfettamente questo schema della fuga ideativa, di là da di chi vuole 'arricchirci': dal baratto si è giunti alla moneta elettronica, dalla materia che si poteva toccare e vedere, dopo la transizione della carta moneta, siamo passati a possedere qualcosa d'intangibile e invisibile, pertanto ci ritroviamo in perenne stato d'attesa e di debito. In pratica, è difficile chiamare le cose col 'loro nome' perché le cose non esistono più. Ci siamo lasciati fuorviare dai sospiri petrarcheschi e dalle paradigmatiche 'essenze' dell'aquinate, finendo col rivivere l'angoscia di un Macbeth, il quale, uccidendo un sovrano, non fa altro che uccidere sé stesso: egli aspira alla conquista dell'idealità massima, della causa prima del suo modo di esistere, ma non tiene conto del modo di esistere stesso. La resurrezione ci ha tratti in inganno imponendoci il problema del rinvio della storia, dell'attesa e dell'invisibilità: a coloro che si disponevano ad accogliere il Cristo risorto restavano due opportunità: credere e farsi perseguitare orribilmente nel nome di (...) o rinunciare all'intera esistenza in quanto privi di dignità. Ne è nata così un'istituzione secolare e depositaria di verità.


Il falso mito dell'eroe-capopopolo, che sbraita da finti pulpiti, ritorna anche sulle scene d'amore social-popolare della rete, in cui il protagonista maschile dev'essere un principe e la donna dev'essere una sacerdotessa misteriosa e reticente, dispensatrice di valori iniziatici. Entrambi, sicuramente, approvano Neruda perché se ne scambiano i frammenti cantando le sue lodi, tuttavia lo stesso poeta è torturato, schiacciato e, da ultimo, annientato. Nessuno dei due osa dire: "tocchiamoci"!

<<Le sere del seduttore e le notti degli sposi / si uniscono come due lenzuoli per seppellirmi, / e le ore dopo desinare, quando i giovani studenti / e le giovani studentesse e i sacerdoti si masturbano, / e gli animali fornicano senza preludi / e le api odorano di sangue e le mosche ronzano colleriche / e i cugini fanno strani giochi con le cugine / e i medici guardano con rabbia il marito della giovane paziente, /
e le ore del mattino quando il professore, come per una vista, / assolve il suo debito coniugale e fa colazione, / e più ancora gli adùlteri, che si amano di vero amore / sopra letti alti e lunghi come imbarcazioni: / immancabilmente, incessantemente mi assedia / questo gran bosco di respiri e di viluppi / con grandi fiori simili a bocche e a dentature / e nere radici a forma di unghie e di scarpe.>>.   


P. NERUDA, Uomo solo



venerdì 18 novembre 2016

IL FACTORING

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Il factoring è uno strumento dell’economia d’impresa avvolto da luci e ombre: non perché comporti una certa problematicità né per la burocrazia che lo caratterizza, che, anzi, in Italia è piuttosto ‘leggera’, ma perché, di fatto, può rappresentare o un particolare e pressante bisogno di liquidità delle aziende o, diversamente, una modalità di gestione del credito.


L’opera si compie attraverso una vera e propria triangolazione economica: l’azienda che vanta dei crediti nei confronti di taluni clienti può rivolgersi a un factor, cioè a una società di factoring regolarmente iscritta presso l’albo della Banca d’Italia, per ottenere immediatamente la corrispondente liquidità. In genere, le più note tra le figure negoziali sono le banche, le quali assumono su di sé, una volta avvenuta la cessione del credito, oneri e onori, gestione, amministrazione e riscossione, a fronte del pagamento di una commissione. Il loro profitto non è limitato soltanto alla suddetta commissione, ma proviene anche dalla trattenuta di una quota percentuale sull’importo da riscuotere, una specie di provvigione.

Le luci di questa operazione sono fin troppo evidenti, soprattutto se si considera che possono avvantaggiarsene tutte quelle aziende che lavorano con le Pubbliche Amministrazioni e sono costrette ad attendere i tempi della rendicontazione, tempi che non si conciliano affatto coi bisogni di cassa. Le ombre, invece, potrebbero essere il segno della denuncia di uno stato di difficoltà dell’imprenditore che ricorre al factoring sia per il probabile stato di emergenza dell’impresa che cede il credito, essendo disposta a rinunciare a parte dei guadagni, sia perché i debitori dilatano in modo esasperante i tempi di pagamento.


A nostro avviso, è appropriato far rientrare in questo stesso spazio di scrittura anche la descrizione di un altro strumento della gestione economica dell'impresa, ossia il general contractor. Si tratta di una figura imprenditoriale che, in qualche modo, anche se non del tutto e in modo non del tutto pertinente, ribalta le condizioni del caso precedente. L'azienda che è in grado di fungere da contractor, infatti, una volta ricevuto l'incarico per la costruzione di un'opera, da un albergo, per esempio, a un impianto sportivo, diventa capocommessa e si qualifica come interlocutore unico del committente, nonché come responsabile dell'avanzamento e della realizzazione dei lavori. Sarà compito suo coinvolgere tutte quelle figure professionali con cui agire al fine di raggiungere l'obiettivo strutturale. Anche il budget per la gestione dei vari stadi di avanzamento dei lavori è gestito per lo più dal general contractor, che deve avere competenze gestionali e solidità aziendale un po' al di sopra della media, visto il carico di responsabilità cui va incontro.


mercoledì 16 novembre 2016

IL BUSINESS PLAN

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ciò che è passato alla storia recente dell’economia mondiale col termine crisi non è solo la conseguenza di un elevato livello di tossicità finanziaria creata ad arte dalle lobby, ma è anche lo scotto naturale pagato da chi portava avanti la propria impresa con vecchi modelli gestionali e privi di autentica pianificazione. Forse, ci esponiamo al rischio di linciaggio, nel sostenere che il fallimento seriale di numerose PMI è stato generato da mediocre competenza, ma non si può trascurare che queste PMI, specie nel meridione, nascono per lo più senza un progetto, uno studio di fallibilità, un’analisi della concorrenza e una previsione economica.


Molto spesso, il Business Plan è richiesto all’imprenditore solo in occasione della ricerca di liquidità all’interno di canali di finanziamento diversi da quelli standard, cioè nel momento in cui s’intercetta qualche finanziatore estero, dal momento che in Italia è molto difficile che una banca possa finanziare l’idea. A quel punto, viene allertato in fretta e furia il commercialista di turno, il quale, a propria volta, scarica da internet un modello preesistente, sostituisce qualche parametro e qualche nome e chiude la partita. Dal nostro punto di vista, si tratta di un errore madornale perché il Business Plan dovrebbe costituire anzitutto un punto di riferimento costante per la gestione d’impresa, un modello da seguire, da consultare, ridefinire e aggiornare. Esso, infatti, oltre a riportare le misure di fattibilità e vendibilità dell’azienda, deve contenere punti di forza e debolezza, proiezioni e obiettivi, valutazione della concorrenza e del contesto in cui si opera. Come se ne può fare a meno?

In genere, un Business Plan che si rispetti è uno sviluppo programmatico del triennio a venire e non può affatto mancare di un conto economico di pertinenza. Bisognerebbe mettere da parte l’insana idea secondo la quale un piano aziendale serve solo a completare la lista dei documenti necessari al raggiungimento dell’obiettivo ‘finanziamento’. Purtroppo, molti siti e troppi consulenti, anche per esigenze di definizione, continuano a posizionarlo in quest’area, ossia quella dell’istruttoria del credito.


Si è pensato a lungo e, tuttora, si continua a pensare, per esempio, che il marketing sia una via d’uscita da potere imboccare all’ultimo istante, come una svolta improvvisa durante una guida spericolata, tanto che si sono moltiplicate le figure di sedicenti marketing manager che, gettandosi a capofitto nel web e ricorrendo a tool d’ogni genere e specie, ritengono di fare cosa buona e giusta. Tuttavia, allo scopo di fare la prova del nove bisognerebbe chiedersi se essi associno la propria opera con gl’indici di redditività, coi fattori patrimoniali e con i parametri di solvibilità. Si badi che ciò non implica che gli esperti di web marketing debbano essere anche esperti di economia aziendale! Per converso, è per lo meno necessario che ne conoscano i principi e che agiscano in team. Non possono né devono operare da soli: anche questo aspetto, quello del management, dev’essere trattato all’interno del Business Plan.


Parecchi amministratori di start-up si lasciano ingannare da un’errata interpretazione del flusso di cassa, che non dovrebbe essere usato, specialmente nella fase previsionale, come garanzia economica della pianificazione aziendale, laddove occorrerebbe affidarsi alla gestione di un capitale di debito. Con una corretta opera di programmazione, infatti, l’imprenditore può facilmente costruire il cosiddetto diagramma della redditività, che consiste nel rappresentare graficamente il rapporto tra costi totali e ricavi totali: in questo modo, è possibile conoscere il Break Even Point o punto di pareggio, in cui la retta dei costi incontra quella dei ricavi e grazie al quale l’impresa può rilanciarsi sul mercato. Una volta affrontate le spese per immobili, impianti, macchinari, risorse umane et cetera, spese che conducono alla produzione e alla vendita, a nostro avviso, è necessario pervenire al punto di pareggio, prima di poter anche solo pensare di mettere le mani dentro la cassa. Un buon Business Plan dovrebbe servire anche e soprattutto a questo.

lunedì 14 novembre 2016

L’ECONOMIA PIANIFICATA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

In genere, tutte le volte in cui si parla di economia pianificata, il pensiero degli storici dell’economia corre subito alla rivoluzione d’ottobre del 1917, che portò i bolscevichi al potere nell’allora nascente Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Dal nostro punto di vista, quest’associazione tra il modello economico in questione e l’epica bolscevica potrebbe rivelarsi fuorviante non perché non esista un filo diretto tra fatti e politica, ma perché, nella Russia zarista, si contavano circa quaranta milioni di servi, che vivevano naturalmente in condizioni di miseria e disagio. Il passaggio traumatico da un sistema all’altro e la politica economica degli anni a venire impongono due diverse misure per la valutazione.


Un’altra fondamentale distinzione da fare è quella che separa nettamente l’economia pianificata dal comunismo economico di guerra. Molto spesso, infatti, si narrano aneddoti sui paesi dell’est in cui la povera gente era costretta a fare lunghe ed estenuanti file per ottenere le ‘quote-cibo’ dei programmi di razionamento. Se è vero che, nei paesi in cui fu adottato o imposto il programma ‘socialista’, la quantità di beni da produrre era decisa dal governo, è altrettanto vero che le guerre, specie quelle lunghe e globali, costringono, prima o poi, qualsiasi governo a effettuare drastici tagli anche nel settore dei bisogni primari.

Anzitutto, è corretto descrivere uno dei capisaldi dell’economia pianificata, ovverosia il piano quinquennale, modulo economico che ebbe lunga vita, giungendo fino all’ultimo decennio del XX secolo. Gorbacev e la caduta del muro di Berlino ne sancirono la fine, tuttavia bisogna precisare qualcosa, prima di procedere oltre: all’epoca della dottrina Breznev e fino al periodo della guida Gorbacev, il blocco sovietico si reggeva – non lo si può negare – su una politica economica aggressiva. L’URSS finanziava costantemente Ungheria, Polonia, Germania dell’Est, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, tenendo questi paesi sempre sotto scacco. La gente subiva la totale restrizione delle libertà fondamentali, ma, in qualche modo, si adattava, perché, in assenza dei prestiti sovietici, il rischio di collasso e guerra civile si sarebbe materializzato spaventosamente. La cortina di ferro si sgretolò senza particolari forzature perché Gorbacev, in seguito al crollo dei prezzi del petrolio, decise che l’URSS non avrebbe più dovuto spendere denaro per i satelliti sovietici, non già per una fulminante apertura democratica, che forse subentrò solo a giochi fatti. È del tutto naturale che chi mette i soldi faccia la voce grossa. Tornando alla prima necessaria definizione, va detto che il piano quinquennale è il più rappresentativo tra gli atti dell’economia pianificata, secondo cui lo Stato assume il controllo totale della produzione dei beni, sia scegliendo quali beni devono essere prodotti sia indicandone la quantità. Due aspetti appaiono subito evidenti: le radicali restrizioni dei beni di consumo e il target fortemente antiamericano e, più in generale, antioccidentale della scelta. Nell’URSS, ebbe notevole e quasi del tutto esclusivo sviluppo l’industria pesante, che, a dire il vero, riuscì a essere abbastanza competitiva anche nell’ambito dei mercati internazionali.


Se guardiamo più da vicino questa realtà economica, ci rendiamo conto che in essa viene totalmente invertito il meccanismo di sviluppo del mercato cui siamo abituati e che è basato sull’incontro tra domanda e offerta. Tutti noi, in linea di massima, sappiamo bene che la domanda, in quantità e specificità, condiziona le scelte strategiche di un’azienda, i cui manager possono comunque decidere di produrre una quantità di prodotti superiori a quelli richiesti. D’altro canto, ciascuno di noi è libero di acquistare anche tre o quattro smartphone, pur non avendone bisogno. Con estrema semplicità, abbiamo già detto molto sulla economia pianificata esportata dall’Unione Sovietica dal 1928, anno d’esordio del primo piano quinquennale, perché gli enti pubblici stabilivano gli obiettivi di produzione e non avrebbero mai ammesso un surplus simile a quello degli smartphone. Il profitto, nell’attività imprenditoriale, non è ammesso come risultato d’impresa, la quale può solo limitarsi a operare per il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Non è difficile immaginare, a questo punto, che un’azienda costretta a produrre un certo numero di prodotti imponga al consumatore finale scarsa qualità e scarse opportunità di scelta. Tra le altre cose, l’ente pubblico regolatore provvede pure a stabilire un prezzo medio per ogni bene da mettere in vendita. L’eventuale ‘profitto’ per le aziende si materializzerebbe, unicamente qualora riuscisse a vendere il prodotto a un prezzo inferiore a quello medio fissato dallo stato.

All’epoca del primo piano quinquennale, per esempio, una sedia o uno specchio erano considerati beni di consumo e, di conseguenza, soggetti a rigide restrizioni. Il contadino, invece, doveva cedere allo Stato la parte di raccolto in eccedenza, cioè quella che superava le sue normali esigenze di sopravvivenza.


Il fulcro di un sistema simile è sempre lo stato: ogni attività economica è centralizzata; la qual cosa, di là dai giudizi personali e dal mero criticismo di scuola politica, è pericolosamente autodistruttiva. In primo luogo, esso si pone fin dall’inizio come una contraddizione ideologica perché, nel tentativo di offrire uguaglianza economica, com’era nei propositi di Lenin, finisce col trascurare il ruolo dell’utente-consumatore, che è del tutto privato di volontà economica. Le restrizioni produttive e gli obbiettivi della pianificazione rallentano l’evoluzione tecnologia e annientano il potere d’acquisto dei salari. In secondo luogo, scompaiono tutti i criteri di valutazione del rendimento perché il circolo economico è chiuso, impenetrabile e, paradossalmente, il divario tra i piani alti e quelli bassi della società è maggiore nei paesi con economia pianificata che in quelli con economia di mercato. Non è una caso, pertanto, che, negli anni ottanta, secondo le stime dell’ONU, il reddito pro capite nei paesi del blocco sovietico era pari a poco più di tremila e cinquecento dollari, mentre quello dei paesi occidentali equivaleva a circa tredicimila e cinquecento dollari.


In conclusione, non si deve rischiare neppure di cadere nel più trito dei luoghi comuni, quello secondo cui, oggi, la Russia, la Cina e tutti quei paesi che hanno fatto parte del modello economico socialista siano arretrati o incapaci di reggere il passo. Di fatto, al contrario di quanto si pensa o si scrive per promuovere la cattiva informazione, tutti questi paesi, in virtù del basso costo della vita, dei livelli minimi di tassazione e della snella burocrazia, hanno attirato tantissimi capitali, sopravanzando nettamente i successi di molti paesi europei.  

sabato 12 novembre 2016

I PERICOLI DELLA COPULA

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Perché rivolgiamo il nostro interesse attivo e peculiare a ciò da cui siamo separati per ontologia e morfologia, a ciò che genera indistinzione, indifferenza e anaffettività anche solo nell'essere pensato e ammesso nella nostra esistenza? Il tifoso, pur non praticando alcuno sport, si sente parte d'una grande squadra di calcio, a tal punto da sostituire la prima persona singolare del verbo con la prima persona plurale, ogni qual volta in cui deve commentare un risultato. Il blogger, considerandosi depositario della grande tradizione angloamericana, usa il tu confidenziale nella redazione dei propri blog-post: come ad ammonire o blandire una forma calviniana di fruitore inesistente, si fa interprete di un sacerdozio più o meno omiletico. Il contestatore politico ha bisogno di assicurare a sé stesso un bersaglio umano da insanguinare: diritto pubblico e costituzione non valgono per lui come misure della contestazione; spesso ne ignora pure i contenuti; gli basta rappresentare e manifestare lo sdegno della nazione e dei popoli. Il politico stesso si esercita, forse inconsapevolmente, a dimenticare d'essere un uomo e recita delle litanie catatoniche: "meglio neutralizzare che rischiare" potrebbe essere il credo; sicché lo si vede accettare con entusiasmo la mortificazione che un professore universitario gl'impartisce in diretta tv, quasi fosse una lezioncina privata.

L'identità è problematica ed esplode nel giudizio, nell'atto linguistico che ci conduce alla relazione. Allo stesso modo in cui di un soggetto si dice qualcosa nel predicato, tramite la copula, così questa stessa formulazione copulativa è sempre pericolosa, ambigua, quasi guerresca e autolesionistica perché trova forza in una definizione che intrappolano e soffocano l'autore, costringendolo a inseguire ossessivamente tutti quegli atti che lo rendano 'identico a ciò che dice di essere'. Nell'Esodo (3, 11-16), anche quel povero diavolo di Mosè si lascia ingannare dal bisogno d'identità e osa interrogare lo stesso Dio. Parafrasando: cosa dirò agli Israeliti, quando mi chiederanno il nome di chi mi ha mandato? Insomma: chi è colui che mi manda? Dio o l'autore divino, per contro, sono tutt'altro che incauti: Io sono Colui che sono; dirai così ai Figli d'Israele. L'identità tra soggetto e predicato non determina affatto la loro connessione: si tratta solo d'un'opportunità dialettica. Nell'epoca della bruciante disoccupazione giovanile, chiedere a qualcuno "Di cosa ti occupi?" o "Qual è il tuo lavoro?" significa sfidare a duello letale, spingerlo lungo il confine della lotta tra bene e male perché il destinatario della domanda cruciale dovrà cercare e trovare in fretta e furia tutti quei modi dell'essere che possano corrispondere a qualcosa che la comunità riconosce e tollera, qualcosa da cui dovrà anche discendere una morale, la quale a propria volta servirà come fonte del giudizio verso il Sé e verso l'Altro. 


Io Sono, Noi Siamo e, in generale, la copula costituiscono o il preludio di un'irreversibile elevazione o la prematura sconfitta d'una prossima devastante dannazione; creano le condizioni di un sogno a occhi aperti, facendoci somigliare per un istante a quegli eroi greci che avevano un dialogo continuo e utilissimo con gli dei o a dei potenti riformatori sciamanici o trans-medianici, ma, nel contempo, ci preparano all'accattonaggio.

Gli opinionisti e i politologi, durante la campagna elettorale statunitense che ha opposto Clinton a Trump, si sono affannati per definire quest'ultimo in mille modi possibili, inscrivendolo nell'area semantica dell'insidia, così da produrre dei moduli linguistici di convenienza, tuttavia, Donald Trump ha battuto tutti i rivali e i detrattori proprio grazie al linguaggio, un linguaggio di rottura delle aspettative e degli schemi. Il popolo americano lo ha condannato con le copule per poi consacrarlo dentro le urne. Ne sono una testimonianza i risultati dei sondaggi. Anziché parlare di speranza, determinazione, democrazia et similia, Trump ha insultato quasi tutti, ha parlato dei propri desideri sessuali, s'è mostrato xenofobo; Trump si è astenuto dall'autogiudizio o dal giudizio di appartenenza. In apparenza, la civiltà americana mostrava preoccupazione pure perché il candidato in questione s'era dichiarato favorevole alla detenzione delle armi da fuoco. Eppure,  il giorno dopo la sua elezione, la Smith & Wesson ha subito una sorta di crollo in borsa.

Chi sottovaluta l'effetto che il linguaggio può avere sui fenomeno sociali non fa altro che condannarsi all'estraneità nei confronti del mondo.    


Per quanto tempo s'è detto "L'Italia è la patria della cultura", rinchiudendo nell'angusto spazio ideale un'intera civiltà che, al contrario, non ha mai gratificato il lavoro intellettuale? I ricercatori italiani fuggono, i docenti sono pagati male e poco, chi si dedica alla buone lettere vive di stenti e, spesso, muore di fame, eppure si continua a definire l'Italia in questo modo. Chi rivendica la superiorità di Dante e Leonardo da Vinci dimentica che un vero intellettuale non può essere identificato per mezzo dei confini geopolitici.

Quanto a lungo s'è trattato il Maghreb come un luogo di secondaria importanza economica? In Marocco, un cavalcavia si costruisce in una settimana, un'autostrada in un mese, mentre in Italia, dopo sessant'anni di lavori, la Salerno-Reggio Calabria è ancora un cantiere e null'altro.

<<Il motivo di questi fraintendimenti, che riguardano in vasta misura anche altri sistemi, si trova nella generale incomprensione del principio di identità o del significato della copula nel giudizio. Anche a un bambino si può far comprendere che in nessuna proposizione possibile, in cui, secondo la spiegazione addotta, venga affermata l'identità del soggetto con il predicato, viene affermata una medesimezza o anche solo un'immediata connessione (...) Se ci si chiede da dove provenga il male, la risposta è questa: dalla natura ideale della creatura (...) La regione delle verità eterne è la causa ideale del male e del bene (...) Non è  coscienzioso colui il quale, presentandosi l'occasione, deve prima tener presente il comando del dover per decidersi ad agire correttamente per rispetto a esso.>> (SCHELLING, F. W. J., 1809, Philosophische Untersuchungen uber das Wesen der menschlichen Freiheit und die damit Zusammenhangenden Gegenstande, trad. it. di G. Strummiello, 1996, Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà, Rusconi Libri, Milano)
         

venerdì 11 novembre 2016

L’ECONOMIA TERRORISTICA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven)

Si calcola che, in un solo anno, mediante il sistema di trasferimento del denaro noto come hawala, si riesca a portare fuori dall’Italia e sottrarre al fisco circa 6 miliardi di euro. La fonte è autorevole: le Relazioni al Parlamento redatte dal DIS. Il dato è sconvolgente.


Potrebbe essere questo l’inizio di un documento i cui confini restano sostanzialmente irraggiungibili e indefinibili, in specie nell’ultimo quindicennio: cioè, dal settembre del 2001 a oggi. È fondamentale chiarire un aspetto del nostro approccio: il terrorismo è un asset a tutti gli effetti, si articola in forme speculative e si rigenera con modalità industriali, di qua – e non di là – dalle rivendicazioni politico-religiose e dall’esasperazione dei lone terrorists o self starters. La logica dei profitti precede ogni altra interpretazione. Di certo, non si può estendere all’intero fenomeno dell’evasione, di cui s’è detto in apertura, la finalità terroristica, tuttavia per noi anche lo stesso funzionamento del sistema hawala risulta sospetto. Si tratta di una rete di mediatori presente nell’Africa settentrionale, nel Corno d’Africa, in Medio Oriente, in Italia et cetera, i quali possono garantire il passaggio di una certa somma di denaro da uno stato all’altro in cambio di una commissione e sulla base dell’onore. Accertamenti sull’identità dei soggetti e antiriciclaggio sono questioni irrilevanti. Non è difficile pensare che i cosiddetti homegrown mujaidin e le cellule terroristiche siano finanziati in questo modo. Per converso, bisognerebbe chiedersi perché sia stata e sia concessa tanta tolleranza.

Da quasi dieci anni, sarebbe stata attestata in Italia, con addensamenti nevralgici in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la forte presenza del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, oltre che del gruppo al Qaida nel Maghreb Islamico, del movimento sciita Hizballah e del non meglio identificato movimento del Jihadismo pachistano. Il centro di principale reclutamento sarebbe stato identificato in Lombardia, regione maggiormente colpita dal fenomeno e dove si sarebbero uniti marocchini, tunisini e libici. L’uso del condizionale – si badi! – è dovuto non già alla precarietà delle fonti, che, invece, essendo costituite da documenti istituzionali, sono più che affidabili, bensì al senso di imbarazzo che si prova nel leggerle. Infatti, la questione non finisce qui. Dal 2005 al 2008, nel nostro paese, perquisizioni e arresti avrebbero decimato la comunità marocchina. Sulle prime, si correrebbe il rischio di farsi assalire dai dubbi circa il Marocco, paese noto da tempo per la stabilità politica e dove molti imprenditori italiani hanno investito parecchio. Non esistono accordi bilaterali particolari tra Italia e Marocco, ma l’interazione è sempre stata intensa e liberale. Tra le altre cose, il sovrano marocchino Mohammed VI ha sempre gestito in modo esemplare la lotta al terrorismo e all’eventuale insorgenza di simili rischi, giungendo a dichiarare fuorilegge il movimento Jaamat al Adl wa al Ishan (Giustizia e Carità) a causa di una sua drastica e pericolosa evoluzione. Fatto poco noto, invece, è l’attentato di Marrakech del 28 aprile 2011.

Dovendo procedere all’interno di un territorio vastissimo e accidentato, ci limitiamo a dare dei punti di vista differenti, talora in apparente e netto contrasto gli uni con gli altri non allo scopo di creare dissenso, ma per far intendere che non esiste una sola lettura del fenomeno in questione.


In Congo, già da tempo, imperversa una terribile faida per l’accaparramento delle miniere di coltan, minerale acquistato dalle multinazionali dell’elettronica per la realizzazione di dispositivi come i telefonini cellulari e i pc. Il denaro incassato dai guerriglieri serve poi a finanziare le guerre civili e la barbarie. Non c’è da stupirsi o fingersi sgomentati. Nessuno di noi può immaginare un’esistenza senza dispositivi elettronici, pertanto i cadaveri del Congo non potranno mai essere riscattati dagli animalisti. La retorica del perbenismo è come un grosso centro commerciale dentro il quale ognuno può acquistare la sensazione o la dichiarazione che preferisce sapendo di potere uscire da lì indisturbato e con un minimo di approvazione. Se, sulle prime, il male sembrava provenire da una sola fonte, adesso le cose cambiano radicalmente. Il profitto chiude la bocca a tutti! La sopravvivenza di una comunità ha un prezzo e qualcuno deve pur pagarlo. Nessuno se ne scandalizza e mai se ne scandalizzerà, tranne che con le parole e i manifestini. La verità, sì, tutti pretendono la verità, ad ogni costo. Invece, da ultimo, morte e distruzione di un sistema, che avrebbe bisogno di chissà quanti anni per riprendersi. Il circolo della morte, paradossalmente, è il circolo dell’economia, sebbene si debba essere disposti ad ammettere che si tratta di un circolo virtuoso o, per lo meno, utile.

Restando in Africa, proviamo a riflettere sui fatti del 2011! Ciò che ci impressiona è il fenomeno della contemporaneità, di perfetta sincronia tra alcuni ‘singolari’ accadimenti. Il 20 ottobre 2011, viene ucciso Muammar Gheddafi, un uomo che per più di 40 anni aveva guidato la Libia, senza mai ricevere alcuna forma di consenso o di investitura ufficiale. In poco tempo, com’è noto, il fronte rivoluzionario, dopo avere conquistato la Cirenaica e la Tripolitania, mette sotto assedio anche Sirte, finendo col trucidare il dittatore. Su di lui, tutti noi avevamo parecchie notizie, soprattutto per le relazioni economiche che aveva instaurato nel nostro paese: era azionista di Unicredit, Finmeccanica, Juventus et cetera. Tutto ciò gli era stato concesso e nessun ente ‘umanitario’ s’era mai preoccupato delle sue possibili implicazioni in crimini contro l’umanità. Di colpo, tuttavia, la comunità internazionale decide di sostenere gl’insorgenti e ribaltare il regime. La situazione sembra simile a quella irachena che ha contraddistinto la caduta di Saddam Hussein. Il sospetto, tuttavia, si fa cocente nel momento in cui scopriamo che il gasdotto Mellitah-Gela, che era stato disattivato a causa dei fermenti bellici e dei dissapori tra Gheddafi e l’occidente, viene riattivato il 15 ottobre 2011, esattamente cinque giorni prima della morte di Gheddafi. Le coincidenze sono sempre prodotte dal nostro ingenuo sguardo, umano troppo umano. Altra considerazione va fatta circa la conduzione della rivoluzione libica, avviata con l’operazione Odissey Dawn ad opera dell’ONU e portata a termine con l’operazione Unified Protector, ad opera della NATO. La differenza tra ONU e NATO è sostanziale e importante. Infatti, mentre gli interventi delle Nazioni Unite dovrebbero essere caratterizzati dalla cooperazione globale e umanitaria per storia e identità, la NATO proprio per storia e identità è più militare e offensiva, tranne che la guerra fredda fosse una passeggiata lungo la cortina di ferro. In quanto alle terre del gas naturale, che pare un bel movente, sappiamo che Gela è una città siciliana: nulla da eccepire. A ovest della Libia si trova la Tunisia, che è la punta africana più avanzata del Maghreb verso l’Europa, fatta eccezione per il Marocco, paese maghrebino a stretto contatto con la Spagna. Ebbene? Nel 2011, esce di scena anche Zin El-Abidine Ben Ali, presidente tunisino per più di vent’anni. L’insurrezione popolare lo costringe a fuggire in esilio a Jedda, in Arabia Saudita, che comunque appare una strana destinazione. Di certo, Ben Ali non era una guida illuminata e benevola, ma è altrettanto evidente che quest’uomo per due decenni, col consenso della comunità internazionale, ha accolto investimenti occidentali d’ogni genere e specie riuscendo a riscattare la Tunisia da una condizione di pericolosissimo impoverimento e sottraendola alla spinte del fondamentalismo islamico. Tra le altre cose, il partito Ennahda, che gli era sempre stato fedele, improvvisamente, nel 2011, cambia opinione e lo tradisce. Cosa dire allora delle sommosse popolari che hanno portato alla caduta del presidente egiziano Mubarak?


Il copione è uguale dappertutto. È ovvio che, quando si abbatte in modo traumatico un regime, i ribelli tentino in tutti i modi di accaparrarsi risorse di ogni tipo, dalle armi al denaro contante, dai diamanti ai documenti riservati, così da scatenare il caos negli ambienti istituzionali, che potrebbero avere parecchie cose da nascondere. Purtroppo, il denominatore comune del conflitto tra occidente e terrorismo islamico è costituito attualmente dal gas naturale e dal greggio.

Com’è noto, il tempo trascorso, non ha modificato affatto certi equilibri in Libia, sprofondando nuovamente lo stato nel caos, ma, alla luce dei nuovi piani d’intervento dell’alleanza atlantica a favore di Fayez al-Sarraj, una cosa è parsa subito certa: la questione libica e, più in generale, nordafricana, in termini di gas, petrolio e sicurezza, vale all’incirca 130 miliardi di dollari, pertanto ci riesce difficile giudicarla con formula ‘umanitaria’. Cosa accade a quei paesi che partecipano indirettamente alle azioni militari o si rivelano neutrali? È naturale che gli USA abbiano sempre spinto per un intervento militare in Libia, costituito da 30-40 target e finalizzato all’apertura di un varco per le milizie libiche antijihadiste. Il terrorismo diventa sempre causa comune. Nel frenetico, inafferrabile e incontrastato gioco degli ‘informatori’, un altro blasonato quotidiano italiano, citando come fonte i servizi segreti italiani, ha dichiarato che l’allarme terrorismo per l’Italia, specie in occasione del Giubileo, era molto alto. Adesso, il quadro è completo, come se ce ne fosse ancora bisogno. L’Italia ha il diritto, a quanto pare, di rivendicare la propria parte geo-finanziaria… Soprattutto perché paga 100 miliardi l’anno di debito e non si tira mai indietro.

Finora, in questo capitolo d’analisi, abbiamo evitato ogni sorta di digressione storico-politica e ciò è stato fatto al solo scopo di trattare i fatti senza condizionamenti, tuttavia dobbiamo concederci un piccolo passo indietro, altrimenti si finirebbe col non capire, per esempio, la posizione italiana rispetto a Inghilterra e Stati Uniti. La cronaca ci riporta alla trama di un conflitto d’intelligence ben nascosto e che si svolse principalmente sul suolo del nord-est italiano, tra l’americana Standard Oil e la britannica APOC (Anglo-Persian Oil Company). L’italiana AGIP, nata nel 1926, poté muovere i primi passi grazie alla British Oil Development Company, la quale, pur essendo stata fondata nel 1928, già nel 1932, ottenne la prima concessione sul territorio iracheno per 75 anni e coinvolse l’azienda di stato italiana. Poco dopo, infatti, venne fuori anche la Mosul Oil Fields. Se alcuni eventi storici non sono noti ai più, altri, invece, sono fin troppo noti: il dominio dell’Inghilterra sui territori palestinesi e sulle decisioni della Società delle Nazioni fanno parte ormai pure dei manuali di scuola.


Nel tempo, specie all’inizio del secolo scorso, l’impero ottomano ha sempre costituito un ostacolo alle mire espansionistiche inglesi; la stessa Italia fu costretta a prendere parte attiva alla guerra contro i turchi, senza tuttavia averne qualcosa in cambio. A distanza di un secolo, Erdogan e la sua Turchia diventano bersaglio di accuse pesanti da parte della NATO, dell’UE e pure della Russia. In pratica, la Turchia si sarebbe rifiutata di concedere il transito dalle proprie acque territoriali alle navi militari delle NATO dirette nel Mar Egeo a monitorare – si dice – il flusso degli immigrati. La rotta anatolico-balcanica è sempre stata una spina nel fianco per comunità internazionale in materia d’immigrazione e non solo. Nello stesso tempo, non possiamo non tenere in seria considerazione che la Turchia rappresenta uno snodo importantissimo per la gestione del petrolio mediorientale sia per i suoi confini territoriali, che la vedono a stretto contatto con Siria, Iran e Iraq, sia perché al porto turco di Ceyhan arriva direttamente il petrolio di Kirkuk tramite un oleodotto. Può darsi allora che la Turchia abbia solo anticipato le mosse atlantiche e sia stata ‘antiumanitaria’ per convenzione, dato che la gestione delle risorse petrolifere irachene è stata affidata alle compagnie angloamericane? Il kurdistan iracheno s’è ribellato, ma senza risultati. La Turchia, purtroppo, si trova in un contesto geopolitico molto complesso perché, anche nella tanto discussa Siria, l’oro nero e il gas sono affari da primo piano: i giacimenti petroliferi e gasiferi di al-Hasaka non sono mai state le risorse di un gigante, ma hanno generato un export di svariati miliardi. Così, tra le pieghe dei giornali, veniamo a sapere che la Turchia, secondo fonti russe, avrebbe bombardato la città siriana di Dikmetash. La Turchia smentisce e il caso resta sospeso, non se ne fa una tragedia; NATO e UE sembrano piegarsi, in apparenza…