lunedì 31 ottobre 2016

L’ACCELERATED BOOKBUILDING

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ruminante, spossante e invadente: sono gli aggettivi con cui può essere definito l’autore di questo scritto, ogni qual volta in cui ricorre alle metafore della famiglia e della spesa alimentare per spiegare quei fenomeni dell’economia e della finanza che, talora, appaiono inspiegabili. Eppure, l’onta della condanna sociale rientra nel cosiddetto rischio d’impresa, giacché ogni essere umano è caratterizzato da istinti psicoantropologici inequivocabili: sopravvivenza, riproduzione, aggregazione et cetera. Anche in questo caso, come in tanti altri precedenti, seguiamo un normale lavoratore autonomo che varchi la soglia di una banca per chiedere un mutuo e ipotizziamo subito che egli non sia segnalato in centrale rischi, sia il rappresentante di una famiglia monoreddito e abbia un immobile di proprietà. Per sgomberare subito il campo da fantasie insostenibili bisogna dire che un padre di famiglia con questi requisiti patrimoniali difficilmente otterrà il mutuo nell’epoca del default sistemico (…o dell’apparente default sistemico, che ha avuto inizio nel 2008).


Qualcuno potrebbe chiedersi per quale motivo un uomo ‘giusto e di rigida morale’ non abbia diritto al mutuo… Sembra che qualcuno voglia fargli un torto. Non è così. Il sistema dei parametri accoglie di buon grado solo coloro con un reddito elevato e che possano permettersi di destinare almeno il 35% dello stipendio all’eventuale rata. Con un balzo di generosità, ammettiamo che il lavoratore autonomo riesca a ottenere il mutuo. A quel punto, sarà necessario ‘caricare la pratica’, cioè informatizzarla e sottoporla al vaglio del responsabile mutui; solo dopo la pratica potrà considerarsi ufficialmente istruita; successivamente, occorrerà coinvolgere un notaio e attendere che la banca gli dia l’incarico… Insomma, quanto tempo passa, prima che sia erogata la liquidità? Nella migliore delle ipotesi, 30/40 giorni. È pur vero che siamo nell’epoca del default sistemico, ma è altrettanto vero che questa stessa epoca è quella del denaro elettronico e del click. Com’è possibile che i tempi d’attesa siano così lunghi? Burocrazia. Solo burocrazia. Nient’altro che burocrazia. Per € 150.000,00 una banca è anche gin rado di lasciar trascorrere due mesi.

Sulla scorta della servante attesa, riusciamo ad accettare che per il trasferimento d’una notevole quantità di azioni, il cui valore è quasi sempre fissato in miliardi di euro, siano sufficienti ventiquattro ore o, al massimo, quarantotto? È difficile ad accettarsi, ma accade. Dobbiamo precisare che, dal punto di vista accademico, gli esperti della materia potrebbero coprirci d’insulti e improperi per un paragone infelice e impertinente. L’accelerated bookbuilding consiste, infatti, nella cessione di un consistente pacchetto azionario a un investitore istituzionale, la qual cosa si svolge, com’è stato preannunciato, in non più di due giorni e addirittura senza alcuna iniziativa pubblicitaria. I più famosi tra i casi italiani sono quelli di Banca Generali e TOD’S, che, nel 2013 e nel 2010, hanno ceduto, rispettivamente, il 12%, che corrisponde a circa duecento milioni di euro d’incasso, e il 10%, che corrisponde a circa duecentocinquanta milioni d’incasso.  


I dettagli di queste colossali operazioni, in genere, sfuggono ai più perché pensare che si possano far transitare parecchi miliardi di euro ‘da una tasca all’altra’, in così breve lasso di tempo, per la gente comune, che spesso impiega un mese di lavoro per racimolare il denaro necessario a pagare una rata d’un qualsivoglia debito, equivale a dire “Domani andremo a fare un picnic sulla luna; non aspettateci per pranzo! Faremo tardi…”. Allora, sì, siamo ruminanti, spossanti e invadenti perché non possiamo essere altro, apparteniamo alla categoria di coloro domani non andranno a fare il picnic sulla luna.

venerdì 28 ottobre 2016

LA LEGGE FINANZIARIA ET CETERA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Allo stesso modo in cui, ciascuno di noi, nel tentativo di gestire entrate e uscite, stabilisce dei limiti di spesa e rivaluta i profitti, così lo Stato, ogni anno, entro il 30 settembre, mediante la Legge Finanziaria, regola la vita economica del paese e prende decisioni che integrano o modificano il debito e il modo per risanarlo. L’organo al quale è destinata, in una Repubblica Parlamentare, è, per l’appunto, il Parlamento, che ha il dovere di apportare eventuali emendamenti entro il 31 dicembre, anche se spesso le Camere si avvalgono di un periodo di proroga di 4 mesi. Non bisogna scambiare la Legge Finanziaria col Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF), che contiene alcuni obiettivi non contemplati nella Legge in termini di arco temporale e serve al Governo per orientare la Legge stessa, né con la Legge di Bilancio, mediante cui non possono essere introdotti alcuna spesa e alcun tributo

Tutti noi sappiamo che questo strumento di gestione e controllo dell’economia del paese è comunque precisa espressione dei parametri adottati a Maastricht, secondo i quali il deficit e il debito pubblico non devono superare, rispettivamente, il 3% e il 60% del PIL, il tasso d’interesse nominale a lungo termine deve essere in linea con quelli del sistema monetario europeo e l’inflazione non deve superare di oltre l’1,5% il valore di quella dei più virtuosi tra gli Stati membri.


Di là dai vincoli europei, la Legge Finanziaria contiene delle indicazioni importantissime, che qui si tenta di riportare mediante un linguaggio diretto e semplice: 1) la quantità di denaro da reperire per l’anno solare di esercizio; 2) la quantità di denaro che lo Stato intende chiedere in prestito (es. obbligazioni et similia); 3) la quantità di denaro necessaria a coprire le spese della stima previsionale; 4) la quantità di denaro per il rinnovo dei contratti delle Pubbliche Amministrazioni; 5) la quantità di denaro per i fondi speciali; 6) et cetera. In sostanza e in poche parole, la Legge Finanziaria serve a reperire una certa quantità di denaro. La conclusione può apparire grossolana, ma non bisogna mai spaventarsi della natura ‘rustica’ di alcuni significanti, specie se il loro uso agevola la comprensione.

A questo punto bisogna chiedersi cosa sia questa Legge di Stabilità di cui i media riportano con avvincente strategia linguistica ogni particolare socio-antropologico, spesso a discapito dei dettagli economico-finanziari. Gli addetti ai lavori hanno già compreso la provocazione di queste ultime righe, ma noi, che ‘voliamo a bassa quota’, come si suol dire, e cerchiamo la gente dei mercati che ha solo il tempo necessario a fare la spesa e pagare le bollette, vogliamo sottolineare con cautela questo passaggio. Legge Finanziaria e Legge di Stabilità sono la stessa cosa. Dal 1978 al 2009 l’espressione corretta era la prima, mentre, in seguito alla riforma della contabilità, s’è scelta la nuova terminologia. È bene sapere che l’introduzione del nuovo nome non ha rimosso affatto dall’uso quello vecchio.


Una nota conclusiva per evitare inconvenienti ed equivoci: la Legge di Stabilità e il Patto di Stabilità hanno parecchi elementi in comune, oltre a quello dell'assonanza. I parametri di cui s'è discusso in precedenza e che si risolvono nei valori del 3% e del 60% provengono dagli accordi europei del 1992 e da quelli del 1997 e, com'è noto, influenzano in modo decisivo le scelte che Governo e Parlamento devono fare per far quadrare i conti e restare all'interno del sistema monetario europeo. Tali parametri rappresentano le misure in materia di bilancio formulate nel Patto di Stabilità e hanno sempre generato scontri e dibattiti, dal momento che condizionano direttamente l'intero sistema tributario ed economico-finanziario del paese che li recepisce. Di fatto, la Legge di Stabilità, invece, dovrebbe essere analizzata e accolta anzitutto per l'amministrazione della politica economica italiana, tuttavia il condizionale è d'obbligo.

mercoledì 26 ottobre 2016

IL WELFARE STATE

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Benessere, prosperità, assistenza sociale, sussidio: sono solamente alcuni dei termini che costituiscono l’area semantica del welfare, un sostantivo inglese giunto fino a noi grazie al successo di John Maynard Keynes, colui che ne ha concepito e sviluppato il modello economico. Ogni sostantivo, in quanto significante del discorso, in specie di quello scritto, dev’essere sempre sottratto all’angusto spazio teorico in cui è generalmente collocato al fine d’essere riproposto sul piano delle circostanze d’uso, senza cui i significati diventerebbero disfunzionali, astratti e inservibili. Dunque, dobbiamo iniziare a parlare di Welfare State, cioè di Stato Sociale, e tentare di capire che cos’è unicamente in quegli ambiti in cui è stato pienamente realizzato.


In genere, per Welfare State s’intende l’insieme di quelle misure economico-sociali che uno Stato, intervenendo direttamente nei processi di scambio, adotta per garantire ai cittadini dei servizi che molto probabilmente il mercato non potrebbe offrire loro a condizioni favorevoli e paritarie: sanità, istruzione, occupazione, previdenza et similia ne sono indubbiamente i fondamenti. La definizione non ci presenta alcun problema di scuola, ma è appena il caso di far notare due aspetti che la riguardano: 1) oggi, di fatto, il Welfare State è ampiamente contestato ed è anche retrocesso a favore dei modelli liberali; 2) il dibattito tra sostenitori e oppositori è sempre stato piuttosto acceso, tanto che agli estremi di questa contesa troviamo dei mostri sacri: dal già citato Keynes a Samuelson e Sen, da una parte, da Smith a Hayek e Friedman, dall’altra.

Il primo vero ed efficiente intervento dello Stato nell’economia volto a proteggere i cittadini dagli sbalzi finanziari dell’epoca si registrò, sorprendentemente, nell’Inghilterra del secondo dopoguerra. In linea di massima, non ci si aspetta che un paese liberale per tradizione accetti delle teorie secondo cui occorre, anzitutto, garantire l’occupazione a tutti, ma si deve tenere in considerazione, com’è giusto, il contesto in cui il governo britannico decideva di mettere in atto il piano di welfare: il crollo dei mercati del 1929 e la seconda guerra mondiale forse non lasciavano altra scelta. Infatti, il New Deal di Roosvelt precede addirittura di qualche anno l’azione opera britannica. Nel 1929, tuttavia, quasi diecimila banche fallirono negli Stati Uniti a causa del default dei mercati e il PIL scese del 44%: elementi, questi, che possono bastare a istruire una manovra d’intervento.

A Keynes e Samuelson dobbiamo sicuramente il valore di un importantissimo assunto di Economia Politica: il deficit di bilancio di uno Stato non è una nota negativa o preoccupante, ma è, al contrario, un’opportunità di gestione della cosa pubblica. Se non ci fosse stato John Maynard Keynes, probabilmente, per iperbole, oggi non conosceremmo neppure una forma minima ‘assistenza economico-sociale’, visto l’alto numero di detrattori.


Gli economisti del welfare ritengono che far crescere l’inflazione tramite la produzione e l’introduzione di nuova moneta possa creare nuova occupazione ed è evidente che solo lo Stato può regolare questo rapporto tra inflazione e disoccupazione. L’aumento della moneta in circolazione, in effetti, genererebbe un aumento dei prezzi; la qual cosa dovrebbe, a propria volta, indurre le aziende ad assumere; da ultimo, la nuova occupazione si tradurrebbe in incremento della domanda. Questa potrebbe essere, in sostanza, la curva Keynesiana. L’opposizione al modello keyneasiano s’è concentrata principalmente attorno alla figura di Milton Friedman e dagli anni settanta in poi è stato il leitmotiv di quasi tutti i governi del G20, per così dire. Lungo questo percorso di trasformazione, prima in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, poi nel resto del mondo, ha avuto inizio una consistente riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia: i processi di privatizzazione delle imprese pubbliche, dei sistemi pensionistici e, più in generale, tutte le forme di deregulation sono l’espressione della politica economica contemporanea.

ph. wikipedia

lunedì 24 ottobre 2016

ROI, ROE, ROS, CURRENT RATIO ET CETERA

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Acronimi e latinismi potrebbero fuorviare finanche il lettore diligente e volenteroso nell’approccio alla disciplina, come se si costruissero continuamente delle barriere linguistiche. L’uso del metalinguaggio, in finanza e in economia, non appartiene tuttavia alla velleità d’un qualche signorotto raffinato; si tratta piuttosto dell’esigenza di adottare un linguaggio comune e basato su delle convenzioni internazionali. La lingua inglese, com’è noto, prevale su tutte le altre nell’esercizio dell’arte. Il caso italiano è problematico per difetto di cultura e di scuola. Si dice dappertutto che la cultura sia il nostro fiore all’occhiello, ma siamo uno dei pochi paesi sviluppati che non abbia la doppia lingua e non possediamo una didattica che avvicini lo studente alla realtà economica, il più delle volte isolata dalle esigenze della quotidianità, laddove è fin troppo evidente che pure l’ultima scelta di un piazzista di New York, in asta di chiusura, è legata a ciò che noi facciamo durante il giorno.


ROI è un acronimo, non si fa fatica a capirlo: Return on Investment, vale a dire indice di reddittività del capitale investito e rientra nella gestione caratteristica del bilancio in qualità di vero e proprio indicatore. In modo spassionato e sommario, potremmo dire che serve a misurare il profitto in relazione alla somma che abbiamo investito. D’altronde, a ben vedere, si tratta di un autentico flusso, non di un parametro statico e da concepire come riferimento. In genere, lo si indica con il rapporto tra il risultato operativo e il capitale netto investito, ma col risultato economico che ne deriva non siamo in grado di valutare adeguatamente la salute dell’azienda perché, in questo computo, mancano due componenti essenziali: l’inflazione e il costo del denaro, cose che, di primo acchito, sembrerebbero non interessare l’imprenditore che deve far cassa, ma che, di fatto, ne alterano la redditività.

In materia di flussi economici e rendimento, non si può fare a meno di analizzare in parallelo il ROS, che, in quanto Return on Sales, che esprime il valore netto dei ricavi. È noto infatti che il ricavo – per dirla con parole fumettistiche – non è tutto, cioè non rappresenta quello che l’imprenditore può ‘mettere in tasca’, per così dire, essendo una grandezza variabile che contiene anche il fatturato. Questo indice di redditività delle vendite è misurato dal rapporto tra il risultato operativo e i ricavi netti moltiplicato per 100.

Se si divide l’utile netto per il capitale proprio, si ottiene Il Return on Equity (ROE), un indicatore utile alla valutazione del rendimento del capitale investito o capitale di rischio. Definire il capitale proprio come capitale di rischio fa capire il motivo per il quale esso, in bilancio, appartiene alla voce passività.  In questo caso, abbiamo a che fare con un criterio finanziario, valido esclusivamente per aziende quotate in borsa o che, per lo meno, si possano permettere d’investire in bond, perché per capire in che modo sia stato gestito il capitale di rischio si considera anche il cosiddetto free-risk, che consiste nel piano d’investimenti in titoli a basso rischio. Il configurarsi di quest’altra forma di rendimento, unitamente a quella descritta poc'anzi, determina la completezza dell’indicatore in questione.


Nel mondo delle imprese, obblighi e debiti costituiscono un impegno costante degli imprenditori, specie se si sceglie il breve termine come riferimento temporale. Un fornitore che porti al gestore di supermercato un carico di prodotti da frigo non accetterà di certo d’essere pagato in dieci anni. Bisognerà saldare la posizione aperta in un tempo relativamente breve. Il debito nei confronti del fornitore fa parte delle passività correnti, come ne fanno parte i ratei passivi e i prestiti da risarcire a breve termine. La current ratio indica la capacità di un’azienda di far fronte agli obblighi costituiti da debiti, ratei e prestiti. Dividendo le attività correnti per le passività correnti, si ottiene la current ratio. Cosa sono le attività correnti? Crediti e varie attività liquide, capitale di magazzino inventariato et cetera.

Un’espressione che ha fatto il giro dei media in tempi molto sospetti è acid test, meno noto come quick ratio e che sta a indicare un altro importante indicatore della solidità aziendale. Current ratio e acid test servono a determinare il grado di solvibilità dell’impresa. Quest’ultimo, in particolare, ci dà la misura della liquidità primaria perché è determinato dalle attività correnti al netto delle passività correnti e delle scorte. È un po’ più utile e significativo della current ratio, dato che le scorte non si trasformano in liquidità rapidamente, ma sono già da includersi tra i costi all’atto della valutazione; di conseguenza, ci permette di capire con quale tempestività o con quale regolarità l’azienda è in grado di pagare i propri debiti.


Come sempre ripetiamo, i quadri delineati non sono definitivi né potranno mai essere del tutto circostanziati. Dal nostro punto di vista ognuno dei capitoli di questo lavoro potrebbe costituire un singolo volume d’approfondimento nell’ipotesi della realizzazione di un’enciclopedia dell’economia e della finanza. I nostri interventi sono da considerarsi come tentativi di divulgazione e avvicinamento linguistico.

sabato 22 ottobre 2016

ASSORTO IN PENSIERI SUBLIMI, 
CADE IN UNA BUCA E MUORE

#linee #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Convincersi che gli antichi pensatori fossero dediti al vagabondaggio interiore, avulsi dalla società civile e rinchiusi in un mondo magico ed estatico è un vizio intellettuale che spesso, originandosi dai banchi di scuola, sconfina nella patologia comunitaria. L’uomo contemporaneo non possiede il senso della misura e delle grandezze.  A furia di cercare ideali che lo rappresentassero e forme che lo trascendessero, egli è scomparso dietro il sipario delle grandi geometrie analitiche. 



Sulle prime, era sufficiente raccontare agli scolari che Talete, intento a guardare le stelle, fosse caduto dentro una specie di buca. Nel tempo, l’aneddoto non è più bastato, ha perduto vigore espressivo e narrativo: colui che inciampò era un filosofo, ma colui che notoriamente inciampa o è uno stupido oppure è una divinità perché la ripetizione ossessiva diventa un metodo per assimilare qualcosa il più in fretta possibile, liturgia. 

Dio – si dice nelle religioni – è in mezzo a noi e lo è perché non è semplicemente narrato, ma è quotidianamente e liturgicamente rappresentato; pertanto, Egli non ha più tempo, non è lontano. Il Cristo del Getsmani, se non fosse stato trattato opportunamente dagli evangelisti, sarebbe stato giudicato come un uomo affetto da schizofrenia paranoide. Così facevano i politeisti greci, servendosi ora di Atena ora di Eros o dello Zeus fecondatore. Fa eccezione, non a caso l’ebraismo, che non nomina né usa Dio, fuorché attraverso le Leggi, di conseguenza la sua rappresentazione appartiene sempre al tempo a venire. La buca di Talete è sempre stata una metafora per configurare i modi dell’elevazione e occultare le stesse opere di quegli uomini, presocratici e non, matematici e poeti, che, invece, avevano un grande senso pratico. In sostanza, nella buca taletiana è caduto l’intero pensiero occidentale, a causa di mastodontico errore dell’ermeneuta e del docente. 


<<Quel che manca al pensatore occidentale e che proprio a lui non dovrebbe mancare è appunto questo: la coscienza della relatività storica dei suoi risultati (…)>> scrive Oswald Spengler. Quando un’immagine – buca o fiume dove non passa due volte la stessa acqua – non è più sufficiente, allora compaiono dal nulla le pretese di validità universale e la storia diventa la metamorfosi di un bisogno. Per quale motivo la Roma dei Cesari è sempre stata esaltata? Essa era davvero un modello di politica interna ed estera inimitabile o ha avuto la meglio sugli avversarsi unicamente a causa della loro incapacità e della loro debolezza? A distanza di parecchi secoli, quando si fanno i grandi proclami contro la corruzione, si ha davvero sdegno della corruzione o si coltiva solo lo sdegno per la propria incapacità di raggiungere grandi risultati anche al costo della corruzione? Tutti i grandi processi di inferenza sono inequivocabilmente falsi. 

Nell’attuale presente storico, più che mai, non esiste il senso compiuto e reale del limite, che, al contrario, Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Pitagora e gli stessi sofisti conoscevano bene: essi, oltre a essere seriamente indaffarati in attività sociali, politiche e commerciali, sperimentarono il numero non già come qualcosa di astratto, bensì come espressione autentica di una grandezza concreta. Eppure qualcuno, in modo mefistofelico, non ha fatto altro che traviarne il messaggio. Chi mai ha potuto violare la primigenia natura di quel pensiero greco-arcaico? Talete, per esempio, molto probabilmente, fu il primo uomo a mettere in pratica il metodo di profitto dei derivati finanziari, vendendo in inverno, sulla base di previsioni e promesse, il raccolto delle olive, che si sarebbe ottenuto solo nei mesi successivi. Questo aneddoto non è stato mica ricuperato da chissà quale storico della filosofia, ma è riportato nella Politica di Aristotele, l’altro grande ‘teoretico’, che ebbe comunque il ruolo di educatore, quello di consigliere politico, quello di docente et similia


Oggi, si legge addirittura, da più parti, che, grazie a Platone, è giunto fino a noi il concetto di illusione, che troverebbe origine nel mito della caverna; tuttavia si tratta di castronerie bell’e buone. Il sostantivo idea, in greco, ha una radice (id-) comune a quella del verbo vedere e va tradotto correttamente con visione: visione non ha niente da spartire con illusione o, meno che mai, con astrazione. La visione del mondo greco era misurabile. Lo era per Platone, Archita, Eudosso et alia. Lo spiritualismo cieco e incolto è una forma perversa di autoerotismo di massa. Spengler scrive: <<Per lo spirito antico fra 1 e 3 esisteva un solo numero, per quello occidentale ve n’è una quantità indefinita.>>. Comprendere la differenza tra il calcolo infinitesimale e la concretezza euclidea non vuol dire scegliere l’una o l’altra delle due scuole, ma significa capire che ogni slancio verso l’infinito non implica affatto una separazione dal corpo, da ciò che si vede e si tocca. Bisogna attendere Nicola d’Oresme, Cartesio e Fermat per osservare la prima rappresentazione di quello spazio entro il quale i cattivi interpreti occidentali hanno gettato le fondamenta dell’errore e seguire Pascal per imboccare la via del non-ritorno. Gli uni concepiscono un sistema di identificazione delle grandezze mediante i pluridecorati assi cartesiani, che, pur appartenendo alla dimensione dei numeri reali, separano punti, numeri e curve dalla loro vitale utilità, mentre l’altro li trasforma in proiezioni e probabilità. Il guaio è dato – sia chiaro! – non già dalla dottrina, ma dal distacco tra la dottrina e la realtà. 

Chi non è avvezzo a queste letture è persuaso che esse non potranno mai influenzare il comportamento particolare degli individui viventi; non si accorge che neppure i grandi fenomeni socio-economici sono sostenuti e portati avanti a lungo da queste correnti sotterranee, le quali, incontrastate, finiscono con l’invadere lentamente ogni interstizio delle aggregazioni civili. L’inconsapevolezza del numero e dei suoi limiti ha privato l’uomo occidentale di partecipazione autentica all’economia, alla politica, alla vita, lasciando che altri decida sempre per lui perché altri è ben rappresentato dalla trascendenza e dalla superiorità: lo si può lodare o condannare, senza correre alcun rischio. L’uomo occidentale, svampito e assorto nei pensieri sublimi, è caduto in una buca ed è morto. L'uomo è morto, non Dio (...come si disse!), che, invece, è 'risorto'.


venerdì 21 ottobre 2016

IL BILANCIO

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Se c’è un documento che rivela l’identità e la storia di un’azienda, questo è il bilancio, cioè una sorta di racconto economico che di anno in anno include le trame e gl’intrecci di ciò che si produce e si vende e del modo in cui si produce e si vende. Molto spesso, nel mondo delle piccole imprese, si tende a trascurarne il valore e la funzione, finendo col trasformarlo in qualcosa di neutrale e da scaricare totalmente su commercialisti e revisori. In realtà, sia nell’ambito delle modeste attività commerciali sia in quello delle S.p.A. quotate, è un significativo strumento di profitto, laddove si abbia cognizione del seguente teorema: la buona programmazione e la corretta gestione del patrimonio diventano reddito e qualità. Non a caso, l’amministratore, quando fosse sufficientemente preparato, dovrebbe aggiungere una propria nota alle tre sezioni di bilancio: stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa. Il compito di redazione della nota spetta anche al Collegio dei Sindaci e al Revisore Contabile, ma, in questa fase, abbiamo preferito puntare l’attenzione sul ruolo dell’amministratore perché, com’è risaputo, nelle piccole aziende, questa figura è per lo più simbolica e, nello stesso tempo, estranea allo stesso lavoro di lettura e interpretazione del bilancio. Ribadiamo fin da ora che saper leggere, analizzare e formulare un progetto di bilancio significa gestire e pianificare il proprio profitto; non si tratta solo di appuntamenti burocratici o di disbrigo pratiche.


Chi scrive, non potendo lumeggiare l’intera disciplina, sa di non poter offrire al lettore un quadro completo d’economia aziendale, ma ritiene doveroso che questo compendio ne riporti almeno i fondamenti, mediante la scelta di precisi focus.

Di là dalla succitata suddivisione strutturale in stato patrimoniale, conto economico e nota integrativa, il nostro obiettivo resta sempre quello della semplificazione; la qual cosa potrebbe crearci un certo imbarazzo, data la complessità e la ricchezza di contenuti. Con la stesura e l’analisi del bilancio, infatti, è possibile acquisire degli indicatori di solidità e solvibilità che interessano non solo i titolari dell’azienda, ma anche le banche, in caso di richiesta di liquidità, e gl’investitori, quali che siano i loro obiettivi: dall’acquisto di un quota societaria all’investimento azionario e obbligazionario. Non si tratta, pertanto, solo di un obbligo fiscale e contabile. In precedenza, s’è contestata l’attività di quegl’investitori che, basandosi solamente sull’analisi tecnica o sull’andamento degli indici, puntano il proprio denaro su un’azienda, senza studiarne gl’indicatori di bilancio.

Le più note tra le voci che lo compongono sono sicuramente attività e passività, di cui fra poco parleremo, ma ciò cui non si dà adeguata attenzione in materia di divulgazione è il principio di competenza, sulla base del quale è necessario che ogni costo e ogni ricavo siano correttamente legati al periodo di esercizio. Senza un esempio, si corre il rischio di non capirne un’acca. Se un cliente noleggia un’autovettura per otto mesi e firma il contratto nel mese di settembre 2016, ma pagherà l’intero importo nel mese di aprile del 2017, il calcolo del ricavo, in bilancio, viene suddiviso in due periodi: il quadrimestre settembre-dicembre 2016, che rientra nell’utile d’esercizio chiuso il 31 dicembre 2016, e il quadrimestre gennaio-aprile, che rientrerà nell’utile d’esercizio che si chiuderà il 31 dicembre 2017.


Tornando a discutere le categorie famose del bilancio, cioè attività e passività, famose proprie perché si trovano spesso, la prima cosa da fare è dare un’occhiata allo stato patrimoniale soprattutto per chiarire un aspetto. L’imprenditore non possiede solo ciò che è tangibile; anche un brevetto fa parte del patrimonio d’impresa, come ne fa parte un pacchetto azionario. Le immobilizzazioni, che rientrano nelle attività, non sono solo materiali: ciò che conta è che siano beni durevoli. I macchinari, sicuramente, lo sono. Tra le attività dello stato patrimoniale includiamo anche l’attivo circolante, i possibili ratei ‘positivi’, per così dire, e le scorte di magazzino, che costituiscono capitale a tutti gli effetti, anche quelle invendute.

Non ci vuole un ingegno raffinato per capire dove collocare i debiti, accolti a pieno titolo tra le passività, dove troviamo pure fondi per rischi e oneri e TFR. La differenza tra attività e passività determina il patrimonio netto.

La vita vera dell’azienda, tuttavia, si conosce con il conto economico perché, essendo un documento scalare, indica un resoconto dell’andamento degli ultimi 12 mesi: per metafora, possiamo dire che lo stato patrimoniale è una fotografia, mentre il conto economico è un video, in cui il reddito è misurato in modo concreto sulla base di costi e ricavi.


Prima di concludere questa rapida incursione nel bilancio, è decisivo, a nostro avviso, spendere qualche parola per il concetto di ammortamento. Nel linguaggio comune, infatti, questo termine viene sempre associato con debiti e rate e genera preoccupazione e allarme. Nel bilancio, invece, gli ammortamenti svolgono una duplice funzione, economica e patrimoniale, consentendo così all’azienda di sottrarre la quota del fondo d’ammortamento al costo storico patrimoniale e riducendo la pressione tributaria. In pratica, grazie a quelle tabelle che vediamo nel documento di bilancio, un macchinario acquistato per i processi produttivi non è solo una spesa, ma, in quanto costo, determina anche l’abbattimento del reddito imponibile. Se il bene strumentale è costato 1 milione di euro, questo va inserito nell’attivo dello stato patrimoniale, laddove il costo ripartito tra gli anni dell’ammortamento finisce direttamente nel fondo di ammortamento. Nel tempo, la voce dell’attivo diminuirà e la voce del passivo crescerà, così da ridurre la somma da versare al fisco.

mercoledì 19 ottobre 2016

IL MARKETING E IL MANAGER

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di AnalysisAndForecasting)

Molto probabilmente, ‘fraintendimento’ è il sostantivo che più di qualsiasi altro esprime la miseria semantica in cui sono state gettate queste due figure dell’economia e del mercato. Si possono accusare, soprattutto in Italia e quasi senza timore di smentite, due fattori della rivoluzione sociale dell’ultimo ventennio: il web 2.0 e l’alto tasso di disoccupazione. Il primo fattore, di fatto, dovrebbe essere un fenomeno positivo, se si considera che il sistema people relation di internet ha concesso spazi d’espressione umana e intellettuale a chiunque avesse qualcosa da dire e ha definitivamente spostato il focus del rapporto domanda-offerta dal prodotto al consumatore. Il secondo, di certo, non ha bisogno d’esser definito in alcun modo, fuorché come tragedia, piaga, disastro et similia. Se ne discute fin dai tempi della nascita del Welfare, soprattutto grazie alle teorie di Keynes, ma, oggi, sembra che i paesi del sud del mondo, Italia compresa, abbiano fatto parecchi passi indietro.


Perché web 2.0 e disoccupazione avrebbero generato la distorsione e la cattiva interpretazione del concetto di marketing e del ruolo di manager?

Il marketing, nella propria accezione originaria, corretta e scientifica, è un processo di commercializzazione finalizzato all’introduzione d’un prodotto in un mercato. Si comprende immediatamente che esso costituisce una fase fondamentale dell’economia e, indirettamente, della finanza, durante la quale gli esperti, che nella maggior parte dei casi lavorano in team, prendendo le mosse dalla definizione di un obiettivo, elaborano sofisticati piani SWOT, affinano l’audit interno ed esterno e puntano dritti alla performance commerciale. Parlare di performance commerciale, tuttavia, vuol dire parlare senza esitazione di vendite e, principalmente, di ROI, Return on Investment, un indice con cui si stabilisce la misura di redditività del capitale investito dall’imprenditore. Il legame tra marketing e ROI potrebbe sembrare debole e non immediato, ma sicuramente non esisterebbe marketing senza ROI. Il progetto SWOT, cui dianzi s’è fatto riferimento e che rappresenta un pilastro del marketing, serve proprio a garantire il ROI all’impresa. Essendo l’acronimo di Strengths (punti di forza), Weaknesses (punti di debolezza), Opportunities (opportunità), Threats (minacce), funge da mappa strategico-operativa imprescindibile, tanto che desta qualche sospetto, a questo punto, la nascita incontenibile ed epidemica sulla rete di professionisti del marketing, i quali, il più delle volte, sono esclusivamente appassionati di blogging o webmaster in possesso di buone notizie di ‘navigazione’. 


L’area entro la quale il marketing manager opera è talmente vasta, complessa e ignota ai più che, dalle nostre parti, si pensa sia agevole dichiararsene protagonista qualificato, specialmente a causa dell’assenza d’un quadro legislativo di riferimento che ne disciplini l’appartenenza e l’esercizio professionale. Sia che si parli di B2C (Business to Consumer) sia che si parli B2B (Business to Business), quello che conta, almeno in questa sede, è tentare di far maturare una sorta di rispetto verso una categoria economico-professionale che richiede notevoli competenze in materia d’economia e gestione d’impresa.

Lungo l’itinerario dell’equivoco, incontriamo anche l’altro elemento della coppia, il manager, trasformatosi ormai in una sorta di etichetta che molti appiccicano al proprio petto per varcare la soglia degli specialisti nel mondo People Relation di internet. Il manager, per definizione e principio, è una figura chiave dell’economia aziendale, ma questo aspetto è totalmente trascurato. Al manager il Consiglio di Amministrazione o la proprietà di un’azienda conferiscono un certo potere decisionale per il raggiungimento di precisi obiettivi economico-finanziari e la gestione delle risorse umane. Come e di chi o cosa può essere manager colui che non ha ricevuto alcun incarico e non dirige un gruppo di persone?  Il motivo di questa domanda sta nell’altro ‘disagio digitale’ a causa del quale si assiste al fenomeno dell’autoproclamazione: personaggi schermati da blog e social network si definiscono manager ed esperti di marketing, senza neppure tenere conto del significato della definizione, finendo coll’adombrare anche coloro che realmente lo sono.


Purtroppo, questi fenomeni di evasione psicosociale sono anche generati dall’alto tasso di disoccupazione giovanile e dalla mancanza di prospettive che ammorbano gl’inconsapevoli millantatori. Il bisogno di essere riconosciuti e approvati dalla società per delle qualità professionali e intellettuali, unito alle formule linguistiche di copertura provenienti dal ‘mercato’ angloamericano, provoca dolore e frustrazione, cui si tenta di far fronte con la fantasia. Se alla domanda sulla nostra occupazione rispondiamo dicendo ‘dirigente’, assumiamo una posizione netta e che ci obbliga a un riscontro dimostrativo; diversamente, se diciamo ‘marketing manager’ o esperto di ‘comunicazione e marketing’, l’area entro la quale ci moviamo resta indeterminata. Un vero manager che non raggiunga gli obiettivi è costretto a fare bagagli e tornare a casa; nessuno invece può dare il benservito a un sedicente ‘manager’, che, in questo modo, continua a sperare di essere qualcosa e qualcuno per la società. 

lunedì 17 ottobre 2016

IL PRESTITO

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Facile, ma non troppo: è ciò che bisogna dire per dovere morale, quando si parla di passaggio di denaro da una banca a un cliente con obbligo di restituzione e applicazione di un tasso d’interessi alle rate di rimborso. Facile perché chiunque, fin dalla prima età adulta, ha avuto a che fare con una banca o una finanziaria o per puro bisogno di liquidità o per l’acquisto di un bene; non troppo perché il prestito e il debito che ne consegue sono i primi anelli di una catena che avvolge, stringe e, spesso, soffoca l’intero pianeta terra. Nell’accingerci a tracciare i confini essenziali di questo percorso, ci sia lecito dire che, prima di mettere piede in una banca o in una finanziaria, se non si hanno conoscenze adeguate, è opportuno rivolgersi a un consulente esperto! Vediamo adesso il motivo di questo consiglio.


Anzitutto, è appena il caso di dire che ciò che pensiamo ci venga prestato, in realtà, ci viene venduto. Per le banche il denaro è un bene, un bene fungibile, per carità, ma resta sempre un prodotto sulla cui vendita si può più o meno legittimamente lucrare. Il giudizio d’integrità e correttezza del sistema del debito, che indubbiamente presenta delle lacune, specie in considerazione dei disastri del 2008, è da rinviare ad altra sede e, soprattutto, alla volontà di approfondimento del lettore. L’argomento che stiamo trattando è facile ma non troppo anche perché, come abbiamo visto, gli accordi internazionali, le decisioni delle banche centrali e le anomalie dei mercati ne stravolgono completamente la natura commerciale.

Il candidato ideale per il ruolo di ‘debitore’ è colui che s’è sempre distinto per puntualità nei pagamenti, possiede almeno un immobile di medio-alto valore e ha un reddito mensile garantito. In pratica, banche e finanziarie prestano soldi a chi li possiede già; la qual cosa potrebbe sembrare una grossolana contraddizione, dato che la richiesta di un prestito, in genere, proviene da chi ha un certo bisogno di liquidità. A tal proposito, occorre fare qualche precisazione. Il meccanismo di cessione del denaro è esclusivamente centrato su due elementi ineliminabili: il profitto, che riguarda la banca, e le garanzie, che interessano il richiedente.  Se mancano questi presupposti, mancano le condizioni di operatività; per la qual cosa il concetto di ‘bisogno’ non è affatto contemplato in quest’area del mercato, fuorché per ‘bisogno’ s’intenda solo la metafora di quel breve lasso di tempo entro il quale il soggetto è in grado di mostrare virtù economiche.

Le forme di propaganda che circolano ormai dappertutto, molto spesso, contengono allettanti opportunità anche per i cosiddetti cattivi pagatori: ‘prestiti anche a protestati’, ‘prestiti senza garanzie’ et cetera sono alcuni degli slogan più in uso, ma si tratta di pubblicità ingannevole o parzialmente ingannevole. Perché? Cominciamo col dire che le somme che si possono ottenere in questi casi sono talmente basse che l’unica conseguenza consiste nel farsi carico di una rata cui, di solito, vengono applicati interessi troppo elevati. In secondo luogo, anche se non si possiede un immobile e si è noti al sistema per un assegno protestato, è necessario dimostrare un qualche reddito e, il più delle volte, portarsi appresso un garante. C’è da aggiungere che, nell’ultimo decennio, il valore degli immobili è sceso di molto rispetto al decennio precedente, pertanto le banche non riconoscono mai un finanziamento che corrisponda al valore della perizia, sebbene questa sia un’altra storia.


Una tra le più diffuse e note tipologie di finanziamento è il prestito alla persona, che rientra nella categoria del credito al consumo non finalizzato, così definito perché non è necessario indicare nel contratto il motivo per cui il denaro viene richiesto. Di fatto, tuttavia, durante l’istruzione della pratica, una giustificazione deve sempre saltar fuori perché conviene a entrambe le parti. Quest’ultima affermazione non è del tutto elegante e scolastica, ma è valida nell’esperienza. La somma che si può ottenere, in questo caso, è inferiore a € 31.000,00 e, di solito, il tasso d’interesse è abbastanza alto: si va da un tasso medio del 10% a un tasso soglia del 17/18%, almeno nel periodo di elaborazione di questo scritto. Le garanzie servono in ogni caso; è inutile farsi strane idee.

Il prestito per consolidamento del debito si colloca in un’area intermedia dei finanziamenti. Si tratta sempre di credito al consumo, ma il consumo è, per così dire, retroattivo perché la somma erogata sarà finalizzata direttamente all’estinzione di debiti contratti in precedenza. In genere, lo si richiede per ottenere una sola rata mensile in cambio delle 3 o 4 cui si deve far fronte per varie esigenze: una rata per il mutuo della casa, una per un prestito alla persona e una per l’acquisto di una macchina fotografica, per esempio, possono essere racchiuse in una rata unica più bassa.

Quando, invece, vogliamo acquistare un’automobile e ricorriamo alla finanziaria propostaci dal venditore stesso, come per lo più accade, la categoria di finanziamento è quella del prestito finalizzato, naturalmente al consumo. La somma che la società erogante mette a disposizione dell’acquirente, tuttavia, finisce direttamente nelle casse della concessionaria, com’è giusto che sia. Qui, ci permettiamo di suggerire una scelta diversa da quella del classico acquirente: è più conveniente scegliere da sé la società finanziaria o la banca per questa tipologia di prestito che accettare supinamente quella indicataci dal rivenditore. La libertà di scelta si trasforma presto in flessibilità e vantaggio economico. Nel recente passato s’è assistito, infatti, al successo di pubblicità di rottura sulla scia dell’arcinoto “acquisti ora e cominci a pagare l’anno prossimo”. S’è forse pensato che si trattasse d’un invito a rilassarsi o di un omaggio?


Un’altra modalità di prestito finalizzato è costituita dalla carta di credito revolving, uno strumento simile alla carta di credito, ma che comporta vantaggi e svantaggi di gran lunga superiori. Mediante una carta revolving possiamo effettuare degli acquisti, evitando l’immediato addebito sul conto corrente della somma spesa, ma impegnandoci a pagare una rata mensile per ricostruire il fido che la banca ci concede all’atto della sottoscrizione del contratto. In sostanza, per contratto, sappiamo, per esempio, di poter usufruire di € 10.000,00. Ne spendiamo 8, acquistando una moto con la carta revolving, e paghiamo mensilmente le rate aggiungendo un tasso d’interesse. È vero che nessuno tocca il nostro deposito in conto corrente, ma bisogna sapere, nello stesso, che il tasso medio d’interesse per questo genere di prodotto finanziario corrisponde a circa il 16%: altino, a dire il vero. Infatti, è ben sponsorizzato dalle banche.

Dal secondo dopoguerra in poi, in Italia, s’è consacrata una tipologia di prestito alla persona che non ha mai conosciuto flessioni e insuccessi: la cessione del quinto dello stipendio, il cui meccanismo è abbastanza semplice. La categoria di ‘beneficiari’ per eccellenza è quella dei lavoratori dipendenti statali e parastatali, anche se negli anni s’è ammessa una certa apertura nei confronti dei dipendenti delle aziende private, una volta fatte le debite valutazioni di garanzia. Le variabili, in questo tipo di prestito sono limitate e le garanzie per l’istituto erogante sono solide, dal momento che il 20% dello stipendio mensile viene trattenuto direttamente dalla busta paga fino a totale risarcimento. In pratica, il rischio d’insolvenza è pari quasi a zero. Lo stesso trattamento è stato esteso ai pensionati, benché si adottino precise misure di ‘sicurezza’ per i rischi di vita. In ogni caso, la sottoscrizione di un contratto assicurativo è obbligatoria per tutelare la società erogante dall’eventuale interruzione del rapporto di lavoro o dal decesso del cliente. L’assicurazione, a propria volta, può avvalersi del TFR per recuperare il denaro ceduto a copertura del rischio.

Un po’ di incertezza, mista a euforia ingiustificata, si manifesta tutte le volte in cui si parla di prestito chirografario. Ciò si verifica perché il richiedente, giovandosi della struttura di questo finanziamento, in base al quale è sufficiente solo una firma di garanzia e, di rado, anche quella di un garante, crede, molto probabilmente, che i rischi siano bassi. Non è così. L’istituto di credito, infatti, in caso di inadempienza del cliente, può aggredire i suoi beni col metodo del pignoramento, specie se il firmatario è un imprenditore. E inoltre, il tasso d’interesse è abbastanza alto anche per questo prodotto finanziario, come d’altronde nella maggior parte delle azioni di vendita di denaro dal ‘produttore al consumatore’. La banca non concede comunque un chirografario a chicchessia: la valutazione del reddito e del ‘curriculum da pagatore’ sono premesse inamovibili. Ultima nota: se si vuole chiedere un chirografario, si tenga d’occhio l’andamento dell’Euribor!


Nell’ambito dei finanziamenti, il più contenuto tra i tassi d’interesse è sicuramente quello che caratterizza i mutui: fondiari o ipotecari; per quelli a tasso fisso l’interesse oscilla dal 3% a poco oltre il 7%, mentre per quelli a tasso variabile l’oscillazione è racchiusa tra il 2% e il 7%. Stiamo parlando del tasso medio, indicato dalla cifra più bassa, e del tasso soglia, indicato da quella più alta. A ogni modo, attestandosi sul 3,5%/4%, in genere, si ottiene un mutuo a condizioni di mercato. Di solito, si ha paura di questa modalità di prestito perché si pensa alla casa e non la si vuole perdere, ma si dimentica che in qualsiasi altra forma di finanziamento, in seguito a insolvenza da parte del debitore, la banca può procedere ugualmente al pignoramento dei beni e all’esecuzione immobiliare. Quindi, bando agli equivoci e ai luoghi comuni! Il mutuo implica che la casa di proprietà costituisca la prima e la più importante delle garanzie, unitamente al reddito dimostrabile, senza il quale difficilmente si può ottenere una qualsivoglia forma di prestito. È bene sapere che, ogni qual volta in cui ci si reca in banca a chiedere un mutuo per liquidità o mutuo cash e si giustifica la richiesta con la necessità di affrontare debiti in sofferenza, si fa il classico buco nell’acqua. Non si capisce infatti perché la banca dovrebbe lasciarsi commuovere da chi ha bisogni impellenti e farsi carico di un soggetto che ha già difficoltà di pagamento. Le banche non danno soldi a chi non ha soldi: questo è un postulato della relazione tra banca e cliente e, come tale, è indiscutibile. Gli svantaggi dei mutui sono tutti legati ai tempi di attesa per l’accettazione e l’erogazione e ai costi di istruzione della pratica di finanziamento: perizia, atto notarile, assicurazione et cetera. In quanto al resto: lunghi piani di ammortamento, cifre elevate che si possono ottenere e bassi tassi d’interesse determinano indubbiamente la massima convenienza. Un tempo, le banche erogavano anche l’80% del valore dell’immobile portato a garanzia e da sottoporre a ipoteca; oggi, queste quote, purtroppo, a causa della crisi globale, del crollo del mercato immobiliare e della conseguente stretta del credito si sono ridotte notevolmente e il 60% è da considerarsi già un buon risultato. Il mutuo fondiario va distinto dal mutuo cash/ipotecario perché, pur basandosi sempre sull’ipoteca dell’immobile, è finalizzato unicamente all’acquisto della prima casa e si struttura su alcuni specifici vantaggi come spese notarili ridotte, detrazioni sugli interessi passivi e tassi d’interesse ancora più vantaggiosi, anche se queste caratteristiche di differenza non vengono quasi mai prese in considerazione.

Le ‘opportunità’ non finiscono qui; lo spazio di questo compendio non è sufficiente a contenerne un’elencazione completa, soprattutto se volgiamo lo sguardo al mondo dell’impresa e, in particolare, a quello delle società quotate in borsa, le quali, a certi livelli di forza economico-finanziaria, sono pure in grado di invertire i ruoli, diventando ‘mutuanti’ e trasformando le banche in ‘mutuatari’ – per dirla in metafore gergali –.


Dedichiamo delle brevissime note di chiusura ad alcuni fenomeni del breve e medio termine. Il leasing è una via di mezzo tra il prestito e il noleggio di un bene. L’accordo contrattuale tra le parti, società di leasing e utilizzatore, prevede, infatti, che quest’ultimo si serva del bene, un immobile o un macchinario, pagando alla società di leasing un canone mensile, riservandosi la possibilità di riscattare il bene alla scadenza del contratto. L’anticipo fatture, invece, consiste nella cessione del credito d’impresa a una banca sulla base delle fatture emesse a fronte della vendita di beni e servizi non ancora pagati. Se l’imprenditore ha un credito di € 50.000,00 nei confronti di tre clienti e ha bisogno d’incassare il più rapidamente possibile, egli può chiedere che questa somma gli sia messa a disposizione dalla banca, che comunque non darà mai al cliente il 100% del valore delle fatture e applicherà, com’è naturale, una quota d’interesse. Concludiamo questo excursus con lo scoperto di conto corrente. Chi ne ottiene la concessione dall’istituto di credito dispone di una somma in prestito costante, ma non è tenuto a pagare una rata mensile, che è propria invece del prestito ordinario. L’affidamento può essere effettuato con revoca, cioè con una scadenza entro la quale il correntista deve rientrare pienamente, oppure in modo permanente, se le condizioni lo permettono. L’apparente fluidità dell’operazione, tuttavia, non è priva di costi significativi, che, in questo caso, sono diretti e indiretti, giacché, oltre agli interessi sullo scoperto, occorre mettere nel conto le spese di conto e di commissione.


Insomma, in materia di debiti, si può proprio dire Chi più ne ha più ne metta!, dato che si potrebbe arricchire ancora la rassegna.