venerdì 30 settembre 2016

LE SOCIETÀ OFF-SHORE

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

I confini di uno Stato – fuor di retorica – segnano non solo l’appartenenza e la storia di un popolo, ma anche e soprattutto la sua identificazione economico-finanziaria e fiscale; alla qual cosa bisogna prestare più attenzione di quanto per lo più si sia disposti a concederne perché, mentre in materia di scambi commerciali e monetari si registra sempre di più una politica confederale, in fatto di imposte, al contrario, ognuno sembra andare per la propria strada. A tal proposito, infatti, l’unico accorgimento che venga imposto dall’alto – per dirla in soldoni e senza infingimenti – è espresso da debito e deficit, per la cui riduzione si ricorre principalmente alle cosiddette ‘tasse’. L’Italia, purtroppo, è sempre in cima alla speciale classifica del ‘campionato delle aliquote’.


Non c’è dubbio: pagare le tasse è giusto, oltre che obbligatorio, giacché si tratta di una misura di partecipazione diretta alla cosa pubblica. Se si decide di aderire alle iniziative di un’associazione o, molto più semplicemente, di partecipare a una grigliata con gli amici, non si fa altro che versare il proprio contributo di partecipazione. Non c’è da meravigliarsi, allora, se questo stesso meccanismo sia adottato per la gestione della società civile. Nostro malgrado, la storia della tassazione non è benevola, tanto che i cittadini, fin dai tempi della pòlis, sono stati costretti a ‘contribuire’ in modo sproporzionato al funzionamento dell’apparato consociativo. Parecchi governi e non pochi sovrani ne hanno pure pagato le spese, crollando e abdicando a favore di presunti statisti illuminati, ma non si può negare che questo sia sempre stato il tallone d’Achille di quasi tutti gli ‘amministratori pubblici’.

Uno degli espedienti adottati dagli imprenditori per sottrarsi alla pressione fiscale consiste nell’oltrepassare i suddetti confini territoriali per collocare la sede legale della propria azienda in un luogo le cui imposte siano inferiori a quelle del paese di residenza. Le società off-shore sono questo e non altro. Le società off-shore non costituiscono un reato, come si vuole far credere attraverso il linguaggio scandalistico. L’illegalità si materializza, diversamente, nella mancata trasparenza, nell’occultamento o nella distrazione dei capitali e, in definitiva, nell’azione fraudolenta di quella S.p.A. che controlli sotto mentite spoglie tante altre piccole società in paesi la cui legislazione è opportunamente inconsistente. In pratica, se un imprenditore italiano riesce ad accumulare denaro presso le isole tropicali, in Panama, in Liberia o in qualsivoglia altra giurisdizione simile e non informa l’Agenzia delle Entrate, egli, nella maggior parte dei casi, incontra notevoli difficoltà a gestire questo denaro in casa propria. Il rischio, infatti, è quello di essere accusati di riciclaggio, se si immette in Italia denaro non tassato con formule alternative a quella della dichiarazione del reddito.


Il limite legislativo, in realtà, è davvero sottile. Se è vero che guadagnare soldi all’estero non è un crimine, è altrettanto vero che gli organismi sovranazionali hanno stilato già da tempo una lista nera dei paesi entro i cui confini è per lo meno sconveniente o sconsigliabile avere un conto corrente. L’erario italiano, a dire il vero, se l’è vista brutta a lungo, strizzata dall’interno e dall’esterno per la contiguità con Svizzera, San Marino e Vaticano, tre realtà bancarie che di certo non hanno mai fatto mistero della propria ‘gentilezza fiscale’ e della propria disponibilità ad accogliere capitali d’ambigua provenienza. Negli ultimi anni, molti governi hanno varato misure di tolleranza per consentire il rientro dei capitali accumulati nei paradisi fiscali e non tassati: con il Voluntary Disclosure, per esempio, l’evasore o presunto tale può denunciarsi al fisco, senza incorrere nelle sanzioni ordinarie e ottenendo uno sconto significativo.  

mercoledì 28 settembre 2016

LA SPENDING REVIEW

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Il termine di paragone che può tradursi facilmente in un rientro sano e ed efficace nella realtà di tutti i giorni è sempre quello della famiglia e delle sue spese. Studiando le ipotesi che la riguardano molto da vicino, a nostro avviso, è possibile ridurre le distanze dai fenomeni e dagli eventi economico-finanziari. La famiglia, di fatto, avendo entrate e uscite, scadenze e obiettivi, bilanci, debiti o risparmi, è una piccola azienda. Non a caso, qui, è spesso chiamata in causa a rappresentare delle ‘scenografie’ di comparazione. Nella scena che la vede protagonista del tema della Spending Review, il padre cinquantenne è un libero professionista e la madre ha appena perso il lavoro, che svolgeva presso un’azienda manifatturiera in qualità di caporeparto. La coppia ha tre figli da mantenere, un mutuo da pagare, e qualche debituccio di poco conto, unitamente alle spese della sopravvivenza.


Dopo l’iniziale smarrimento dovuto alla perdita del lavoro della moglie, i due, senza perdersi d’animo, capiscono che è il caso di intervenire e si rimboccano le maniche per modificare il bilancio famigliare. Sanno di dover praticare dei tagli o, per lo meno, una revisione delle spese. Entrambi frequentavano una palestra, ma si rendono presto conto che questa spesa adesso non rientra più nell’ambito dei bisogni essenziali; possedevano un suv, ma decidono di venderlo al fine di acquistare, col ricavato, una macchina piccola e i cui consumi di carburante siano meno impegnativi dei precedenti; nello stesso tempo, chiedono ai figli qualche sforzo di comprensione e disponibilità soprattutto in merito ai momenti di svago; da ultimo, il padre si reca dal commercialista per concepire assieme a lui una nuova manovra di risparmio fiscale. Ammettendo che tutto questo basti ad affrontare la nuova sfida economica, le scelte fatte vanno in due diverse e parallele direzioni: i tagli e l’efficienza della spesa. Eliminando la spesa della palestra e chiedendo ai figli di ridurre i divertimenti, essi effettuano tagli necessari e decisivi; vendendo l’auto ed elaborando una manovra di risparmio fiscale, essi, invece, puntano esattamente a migliorare la qualità della spesa, rendendola efficace.  

La Spending Review, Revisione della Spesa Pubblica, che riguarda lo Stato, si compie in queste due essenziali opere: il taglio degli sprechi e il miglioramento dell’efficienza della spesa. È una misura ancora ‘giovane’ nel nostro ordinamento e risale all’azione del Ministro dell’Economia e delle Finanze del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, che istituì, nel 2006, la Commissione tecnica per la Finanza Pubblica. Ciò non significa che, prima di quella data, non esistessero organi di controllo e analisi della spesa pubblica; ci stiamo solo limitando a documentare la fase evolutiva e di ammodernamento in linea con l’etichetta linguistica di Spending Review. Ed è chiaro che non è un primato italiano. L’analisi dei capitoli di spesa, che interessa tutte le aree pubbliche, istruzione, sanità, giustizia et cetera, si estende dagli apparati centrali dello Stato a quelli territoriali o locali.


Per quanto la disciplina di questo compendio non contempli la giurisprudenza delle forme di stato e di governo, è appena il caso di citare almeno il ruolo della Corte dei Conti, organo istituzionale la cui funzione di giudice della contabilità pubblica e, di conseguenza, dell’efficienza della spesa, nonché delle controversie che possono sorgere in seno a esse, ci induce per lo meno ad ampliare la nostra visione d’insieme dell’argomento Spending Review. Non si può tacere, infatti, che la Corte dei Conti può intervenire a modificare o sospendere un provvedimento della Pubblica Amministrazione, se ritiene che questo non abbia la necessaria e conforme copertura economico-finanziaria. Una parentesi finale va dedicata alla Ragioneria dello Stato, che non costituisce un polo consultivo, com’è comunque quello della Corte dei Conti, ma, in quanto parte strutturale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, presiede alla vigilanza sulla spesa pubblica.

lunedì 26 settembre 2016

LE COMMODITIES

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Quando un bene, quali che siano l’origine e il produttore, mantiene, in un mercato, sempre la stessa qualità, allora si dice che esso è fungibile. Petrolio, frumento, rame et similia sono esempi di beni fungibili. Se, oltre a essere fungibili, questi beni sono anche negoziabili e immagazzinabili, non c’è più dubbio: si tratta di commodities, ovverosia di materie prime. Ne parliamo solo adesso perché la loro importanza nei sistemi economici, specie se scegliamo oro e petrolio, è tale da potere sconvolgere i piani dei governi e, non di rado, provocare delle guerre. Di conseguenza, abbiamo preferito definire alcuni concetti di base, prima di entrare nel merito di questo argomento. Nello stesso tempo, mentre è facile immaginare che il petrolio sia al centro degli interessi dei grandi operatori finanziari, non tutti sanno che pure la pancetta di maiale, il mais, il succo d’arancia e l’avena sono delle commodities, il cui prezzo è stabilito quotidianamente dalle negoziazioni nei cosiddetti mercati spot.


Insomma, il numero delle commodities è leggermente più elevato di quanto si pensi. In generale, codice d’identificazione, periodo di scadenza e unità di misura per lo scambio ne completano il quadro di negoziazione.

Qualcosa che si deve conoscere e che rientra nel campo delle curiosità è il fixing, un processo di quotazione mediante il quale, alle 10:30 e alle 15:00 inglesi di ogni giorno, si stabilisce il prezzo dell’oro. Barclays Capital, Deutsche Bank, Scotiabank, HSBC e Société Générale sono gli operatori che intervengono, nel London Gold Market Fixing, a determinare il valore della commodity in questione, cui si fa riferimento in tutto il mondo. Il metodo che essi utilizzano, nato nel 1919 per volontà di Rotschild, è quello della contrattazione, durante la quale ciascun membro dell’LBMA dichiara quantità e prezzo d’acquisto o vendita: in seguito a questo confronto ‘collegiale’, si ricava la media. Considerando che l’oro è il bene rifugio per eccellenza, tanto da essere utilizzato dai governi e dai grandi gestori di fondi e patrimoni come riserva, si può comprendere facilmente che la quantità di oro di cui si dispone talora può influenzare notevolmente addirittura il valore della moneta, benché questa non sia più l’epoca del golden standard.


Altrettanto importante per le sorti della geopolitica mondiale è il petrolio, la cui estrazione e il cui ‘approvvigionamento’, molto di frequente, scatenano, nel mondo, incidenti diplomatici, frodi storiche e conflitti a fuoco. In materia di idrocarburi, si deve fare una differenza tra riserve e risorse, prima di definire i metodi di formulazione del suo valore, che si stabilisce sempre in dollari per barile. Le riserve sono costituite dal petrolio estraibile secondo piani economici e geologici accettabili e che rientrano nelle attività in corso. Le risorse, invece, proverrebbero da giacimenti non ancora trattati e non di facile lavorazione. Si badi che si tratta non già d’una semplice definizione di scuola, ma di qualcosa che fa oscillare parecchio le quotazione. Infatti, se un paese produttore dichiara, tramite appositi indicatori, la scoperta di nuove risorse o l’esaurimento di una riserva o, ancora, la volontà di ridurre l’attività di estrazione, le conseguenze si avvertono immediatamente in ogni angolo della terra in termini economici e finanziari. Capita a tutti noi di passare davanti al rifornimento e dare un’occhiata al prezzo della benzina o del gasolio, ma, nel farlo, magari non teniamo conto di un evento atmosferico, un uragano, per esempio, che, imperversando nel Golfo del Messico, ha stravolto l’attività di estrazione, allo stesso modo in cui possiamo non curarci di un atto di rappresaglia terroristica in Nigeria finalizzato esclusivamente a paralizzare un oleodotto. I fattori che determinano il prezzo del petrolio sono numerosi, forse troppi perché se ne possa fare un elenco completo. La famosa teoria della domanda e dell’offerta, in questo caso, non è sufficiente a saziare la nostra curiosità umana e intellettuale. Anche se noi siamo abituati a leggere i dati di quotazione circa il WTI, West Texas Intermediate, e il BRENT, proveniente dal Mare del Nord, il primato mondiale in termini di produzione e fonti spetta ai paesi dell’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio che, fatta eccezione per l’Arabia Saudita, che ne è membro naturalmente, include, non a caso, alcuni tra i paesi più devastati del mondo a causa delle guerre: Libia, Angola, Nigeria, Iraq, Kwait, Algeria et cetera.


Non si commetta l’errore, dunque, di pensare che il mercato delle commodities sia perfettamente caratterizzato dalla legge di causa ed effetto! Per quanto sia difficile immaginare che il caffè e il cacao o lo zucchero siano, di ora in ora, soggetti a scambi e variazioni, si deve, al contrario, fare lo sforzo di associare le materie prime con i derivati. Il petrolio, per esempio, è fortemente legato ai futures, di cui s’è parlato in precedenza. Ma le altre materie prime non sono da meno. Per ciascuno di noi, acquistare una confezione di caffè o di cacao in polvere significa entrare in possesso del bene da consumare, laddove per gli operatori finanziari il significato di possesso è completamente diverso. Facendo trading, in pratica e per dirla in soldoni, si può ‘acquistare' caffè o cacao o qualsiasi altra commodity, senza entrarne in possesso’ perché acquistare, spesso, nei mercati finanziari è sinonimo di investire o speculare.


Chi mai, nell’accingersi ad acquistare un chilo di pane, s’è chiesto quale fosse la quotazione del frumento? È una colpa non chiederselo? Non lo è, tuttavia, il peggiore dei guai della finanza è la sua presenza spettrale e silenziosa nella quotidianità: c’è, ci condiziona, ma non si vede né si sente.  

sabato 24 settembre 2016

KANT E AUSTIN 
PER MINISTRI BUGIARDI E ACCUSATORI

#linee  #errorieparole

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

<<(...) I pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l'insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico "innocente", che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico "mi congratulo", che l'azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così>>



Non ogni atto misero implica la miseria morale e sociale dell'attore, allo stesso modo in cui non ogni atto nobile ne sancisce la nobiltà d'animo. Di ciò, in effetti, quasi tutti siamo consapevoli; eppure accade sempre qualcosa di 'sconcertante': un tizio, per esempio, con un tweet, rivolgendosi all'esecutivo della Repubblica Parlamentare, scrive "bugiardi, delinquenti, arroganti".  L'immagine e la rappresentazione si svuotano di efficacia e forza fino a scomparire e, assieme a esse, il focus del discorso, l'intenzione si appiattisce sul bisogno di consenso, il contesto schiaccia grammatica e semantica, che si fanno presto elementari e ininfluenti. Nei termini della pertinenza della lingua, la funzione relativo-attributiva degli aggettivi viene annullata.

Dunque, l'accusatore, nel dire che "un ministro è bugiardo", assolve un dovere di partecipazione o si muove unicamente alla ricerca di un pensiero che ancora non esiste interamente e che le presenze d'un social network potrebbero finalmente generare? È subito evidente che, nonostante l'accordo sull'oggetto ministro tra l'avventuriero dell'accusa e i probabili interlocutori, ognuno può avere una propria idea di bugiardo, idea che, a propria volta, è espressione d'una trama della memoria individuale. La distanza tra i parlanti, a questo punto, cresce in modo inarrestabile attraverso moduli linguistici della compensazione o, in altri termini, a causa della coazione del linguaggio. Il soggetto tende a colmare i vuoti della propria identità o a nascondere la propria 'incapacità di competere' neutralizzando i significati del discorso, scegliendo una vittima da sacrificare. Infatti, tanto più ampia e fumosa è l'alea del giudizio, quanto più è semplice fare proseliti: se ne ricava un'area di libero accesso e compartecipazione; tutti ne sono membri indistintamente, ma 'nessuno sa dell'esistenza dell'altro'.

I personaggi più in vista della scena politica si prestano molto bene a questo gioco vizioso perché sono distanti da tutto e da tutti, rientrando nella trama del potere, che, per genesi, resta forte e inattaccabile nella lontananza. I grandi dittatori del recente passato, in realtà, hanno commesso errori gravissimi, non comprendendo che non è necessario limitare o abolire la libertà di parola per guadagnare autorità e autorevolezza. Al contrario, è sufficiente concedere quanto più spazio possibile alle spinte illusorie e demagogiche perché gli agitatori siano convinti d'essere liberi e promuovere chissà quale rivoluzione intellettuale. Diverso è stato il caso dei governanti angloamericani, astuti e competenti, i quali hanno sfruttato i bisogni linguistici dei popoli: 'sentirsi dire che...' vuol dire 'pensare si saper fare, poter fare...'. Il nemico ideale viene costruito con pazienza con uno specchietto per allodole.



John Austin, filosofo del linguaggio, ci serve questa schiacciante verità sul cosiddetto piatto d'argento, nell'apertura di questo contributo, affermando che <<l'insincerità è un fenomeno essenziale nel mentire>>, quand'anche questa insincerità non sia voluta, ma provenga dall'autopersuasione. Oggi, in Italia, stiamo osservando, più o meno consapevolmente, la parabola dei movimenti socio-politici che hanno fondato tutto sui moduli della compensazione e della coazione, traendo forza da un indeterminato ma seducente 'vaffanculo' di piazza, ma finendo col produrre una differenza 'schizoide' tra pensiero, linguaggio e azione.

La lezione di Kant, secondo il quale non è possibile, formulare giudizi sulle idee di Anima, Mondo e Dio, è stata terribilmente fraintesa anche dallo stesso Hegel. Certo, è chiaro che non si può pretendere che gli urlatori di piazza, che spesso non mettono al posto giusto neppure un congiuntivo, abbiano letto la Critica della ragion pura o della ragion pratica, ma non è affatto sconveniente un invito alla lettura. Di là dai dibattiti filosofici, la questione è 'cruda', se mi si concede l'aggettivo: Anima, Mondo e Dio - per dirla in parole povere - sono oggetti su cui si può dire tutto e il contrario di tutto. Pertanto: o diventano strumenti d'esercizio d'un potere infinito e pericoloso o occorre, per lo meno, mettersi d'accordo sull'uso degli aggettivi per convenzione. Non si tratta affatto di debolezza della ragione.



JOHN, J. L., 1962, How Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con parole, Casa Editrice Marietti, Genova.



venerdì 23 settembre 2016

GLI ACCORDI DI BASILEA

#legami #errorieparole

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ogni qual volta in cui un ‘organismo’ sociale, cui sia stato conferito un certo potere d’azione nei confronti di cittadini e strutture economiche, interviene a modificare il corso della relazione tra le parti, l’intervento è codificato in una sorta di isola linguistica, un cuscinetto di significanti ‘pubblici’, che costringono il fruitore alla deduzione forzosa.


Basilea è la città dove ha sede il Comitato per la Vigilanza Bancaria, voluto dalle banche centrali degli Stati del G10. Tale organismo socio-economico s’è pronunciato in tre occasioni decisive: nel 1998, nel 2008 e nel 2013, anche se quest’ultima tappa ci dà appuntamento per il 2019, anno dell’entrata in vigore, istruendo e determinando i criteri di Basilea 1, 2 e 3, coi quali – si dice – sono stati fissati i requisiti di capitali minimi per l’operatività delle banche.  In tutte e tre le circostanze, s’è stabilito e ribadito che ogni istituto di credito deve possedere un capitale che sia pari all’8% dei crediti erogati.

Perché abbiamo utilizzato l’equivoca e impersonale espressione ‘si dice’ e qual è il cuscinetto di significanti, l’isola linguistica? Finora, l’informazione comune sull’argomento ha sempre puntato l’attenzione sulle regole che le banche dovrebbero rispettare per continuare a operare, regole che si sarebbero fatte sempre più severe nel ventennio appena definito. Dopo Basilea 1, il coefficiente dell’8% sembrava racchiudere tutti i possibili successi dell’azione di vigilanza, tanto da ridurre i rischi di crack per le banche. È risaputo, infatti, che le banche, nella storia, sulla base del meccanismo della riserva frazionaria, hanno sempre trattenuto una piccola parte del denaro ricevuto in deposito, forti d’una statistica secondo la quale è quasi impossibile che tutti i correntisti si presentino tutti insieme allo sportello, lo stesso giorno, per prelevare il denaro. S’è visto nel tempo che, purtroppo, in alcune circostanze, questo spettro s’è materializzato. Alcune banche, nel ventunesimo secolo, di là dagli scandali finanziari, sono andate incontro al fallimento e, quando ciò non è accaduto, la salvezza è venuta in extremis dai governi, i quali non potevano rischiare di mettere in ginocchio un paese. Con Basilea 2, allora, il Comitato per la Vigilanza ha cominciato a stilare delle vere e proprie pagelle, i cui voti sono stati assegnati col già noto modello del rating, ricorrendo alle lettere: da AAA a BB- per indicare la loro performance.

Nei termini dell’economia reale, bisognerebbe chiedersi, a questo punto, in che misura regole, parametri e griglie abbiano trasformato le performance delle banche. Il focus dell’unità funzionale di significato ‘requisiti minimi di capitale’ è davvero la banca o si tratta, com’è già stato detto di un’isola linguistica, un che di neutrale e sotto cui si nasconde una diversa realtà? In parte, il focus è la banca, ma le principali conseguenze interessano il cliente della banca, verso il quale s’è applicata una misura restrittiva. E Basilea 3 n’è la conferma. Dunque, si giudica la banca o si giudica il cliente?


Chi volesse giudicare la solidità di una banca, oggi più che mai, dovrebbe prendere in considerazione il valore del Common Tier Equity 1 ratio o, abbreviandolo, il CET1 ratio, un indicatore basato sul rapporto tra il capitale versato e il suo livello di esposizione dovuto al ‘rischio d’impresa’: i crediti lo sono. Anche se, in linea generale, la soglia dell’8% ha sempre costituito il punto di riferimento della solidità patrimoniale, abbiamo appena notato che bisogna ampliare il contesto di valutazione, tanto che questa stessa quota percentuale risulta insufficiente a dare risposte agl’investitori. Tra le altre cose, essa è soggetta a modifiche verso l’alto o il basso, secondo che gli istituti di credito appartengano a un paese virtuoso o meno. 


In definitiva, l’espressione indagata e su cui s’è sviluppato il tema di Basilea trae origine dalla ‘capacità bancaria’, ma si compie esclusivamente con la valutazione meticolosa e rigorosa del potenziale cliente, il quale, a propria volta, oltre a ricevere un giudizio di rating, deve superare un vero e proprio percorso a ostacoli per ottenere in prestito la liquidità: percentuale di inadempienza, produttività, fatturato, indici di solvibilità e solidità sono solamente alcuni dei requisiti necessari ad accedere al finanziamento. A questo punto, occorrerebbe rivedere la formula linguistica con cui s’è divulgato il messaggio di Basilea. Se è vero, infatti, che esso è nato come revisione operativa del sistema bancario, è altrettanto vero che l’affidabilità d’una banca è stata nascosta dalla ‘ricercata’ affidabilità del cliente. 

mercoledì 21 settembre 2016

GLI AGGREGATI MONETARI

#legami (#errorieparole)

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Con i ‘se’ e con i ‘ma’, in genere, non si fa la storia perché le ipotesi e le formule avversative della nostra immaginazione svuoterebbero i fatti o li indebolirebbero irrimediabilmente, tuttavia, nella scienza, anche in quella elementare, ‘quella della semplificazione’, i ‘se’ costituiscono la migliore delle premesse d’analisi, mentre i ‘ma’ ci permettono la rielaborazione critica. Nel tradizionale paradigma galileiano, si recita opportunamente: osservazione, ipotesi, esperimento, legge. Dunque, a proposito di Aggregati Monetari, ‘se’ andiamo in pizzeria e paghiamo il conto con una banconota da 50 euro, non facciamo altro che utilizzare l’aggregato M0, ‘ma’, se ricorriamo al bancomat, allora utilizziamo l’aggregato M1. Chi mai direbbe di aver pagato in M0 in M1? Nessuno. In effetti, non serve dirlo, sebbene sia il caso di sapere che l’atto di pagamento include una miriade di conseguenze, specie se commisurato alla quantità di atti che ogni secondo si compiono nel mondo.


La quantità, molto probabilmente, non è un problema che ci poniamo ogni giorno al risveglio mattutino, fuorché si abbiano troppi debiti o troppi crediti, tuttavia alcuni filosofi, non a torto, hanno trattato con particolare dedizione l’argomento: secondo Aristotele, per esempio, la quantità era una categoria dell’essere, uno dei modi per definirlo. Allo stesso modo, gli economisti, più o meno consapevoli della lezione aristotelica, hanno avvertito il bisogno di definire la moneta e le sue funzioni e, in tale direttrice di studio, hanno stabilito codici e misure di classificazione. Il criterio adottato è quello della prossimità all’uso, cioè del grado di liquidità: non si fa fatica a capire che la banconota e il bancomat possiedono un grado di liquidità di gran lunga superiore a quello delle obbligazioni o dei BOT o di tutto ciò che può essere trasformato in moneta in seguito a una scadenza o a una transazione finanziaria.


Sulla base di quanto abbiamo appena detto, la categoria M0 rappresenta la base monetaria, tutto il cosiddetto circolante quale strumento d’immediata fruizione e pagamento. Di conseguenza, le riserve bancarie, che possono essere convertite in liquidità immediata, appartengono anch’esse all’aggregato in questione.

Quando si parla invece di depositi a vista, si entra nell’ambito della liquidità primaria e si adotta, come s’è visto sopra mediante l’esempio del bancomat, il codice di riferimento M1. Questo aggregato, che comprende anche l’M0 in termini di calcolo quantitativo e ‘insiemistico’, è noto, infatti, per l’alto grado di convertibilità. Le operazioni che comunemente si svolgono con assegni e bonifici sono basate, per l’appunto, su trasferimenti quantitativi nel segmento M1.

Nell’ambito della liquidità secondaria rientrano, invece, i depositi caratterizzati da scadenze, anche se nel caso dell’M2, questo il codice in questione, prevale il criterio del breve termine dei risparmi, fino a un massimo di 2 anni. Sono escluse da M2 tutte quelle forme di moneta che possono essere oggetto di trasferimento tramite assegno o bonifico, in termini di definizione e, soprattutto, d’uso. In termini di calcolo, ogni insieme, invece, contiene il precedente.


Allo stesso modo in cui in pizzeria nessuno oserebbe mai pagare il conto con un assegno o un bonifico, così sarebbe ‘schizoide’ pensare di pagare con obbligazioni o BOT. Neppure nella forma più ardita di fantaeconomia si riuscirebbe a immaginare un padre di famiglia che, dopo aver mangiato la pizza, tirasse fuori una cedola obbligazionaria al fine di saldare il debito.  Obbligazioni e BOT, infatti, hanno un grado di liquidità o convertibilità molto inferiore a quello delle precedenti categorie monetarie e vengono raggruppare in M3. Più finanziaria che economica, questa categoria comprende anche le operazioni pronti contro termine e alcuni titoli di mercato. Si definisce operazione a pronti quell’atto di compravendita in cui il pagamento si effettua alla consegna o con dilazione minima. Per pronti contro termine, invece, s’intende la cessione di titoli a un qualsivoglia acquirente da parte di un istituto finanziario che s’impegna a riacquistarli, alla scadenza prestabilita, a un prezzo più alto. In pratica, è una sorta di prestito.

Ciò che emerge, in sostanza, è il valore di funzione della moneta, il cui uso e la cui gestione a opera delle banche centrali sono da considerarsi due variabili o, per dirla diversamente, due insiemi biunivoci.   

sabato 17 settembre 2016

GLI AMANTI E IL LEADER

L'EROS DELL'INCONTRO E DELLA POLITICA

#linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Ogni autentica storia di coesistenza o compartecipazione comincia, senza mai cominciare del tutto, è una fuga da ciò che ardentemente si desidera e si attende, una ricerca di qualcosa che ci catturi e ci sorprenda con una forza tale che ogni nostro tentativo di opposizione sarebbe nullo. Quell'uomo che faccia fatica a reinventare il desiderio e l'attesa del desiderio con l'estenuante pratica del linguaggio finisce col ritrovarsi protagonista di qualche rituale collettivo, lasciandosi uccidere affinché di lui si abbia memoria. Non si conosce il suo atto di adesione al movimento sociale, tranne che si accetti l'interminabile apprendistato come inizio ciclico e morboso. Lasciarsi uccidere equivale a partecipare ed essere riconosciuti come membri perché, se esiste una speranza di resurrezione, questa è direttamente legata al numero dei morti dei giorni a venire: tanto prima moriamo, quanto meglio rinasciamo. Si tratta d'un istinto antropologico innegabile, com'è innegabile il bisogno di rivalsa.


L'incontro tra un uomo e una donna sul web, tramite chat, è segnato, racchiuso nello schema: la componente erotica è tangibile; entrambi stanno attenti però a non violare le formule linguistiche dell'attesa e del desiderio e, quando lo fanno, ciò accade mediante accorgimenti, riduzioni ed emendamenti perché, qualora si scegliesse la parola essenziale, la donna dovrebbe opporre anzitutto lo schema della fuga: "(...)  sono sposata (...)", "(...) è troppo presto per (...)" e così via, laddove l'uomo dovrebbe iniziare l'inseguimento e la lotta fantasmagorica. Non importa quale ne sia l'esito. Ella non misura la scelta secondo la spinta dell'Io voglio o Io non voglio, ma cerca l'alleanza del dogma o del tempo. Egli si scopre privo di competenze specifiche o inefficiente. L'uno e l'altra sono consci di poter trarre benessere dalla relazione, ma è necessario che l'omicidio sia compiuto dal gruppo. Il rifiuto schematico e l'inseguimento diventano una sorta di quota associativa.


La comparsa sulla scena politica d'un presunto leader è caratterizzata dal fervore erotico di chi lo sostiene e dalla negligenza di chi, al contrario, non sa ancora come attaccarlo, insultarlo e screditarlo. Il primo periodo, di fatto, è quasi sempre trionfale, fatto di acclamazioni e successi, elogi e calorose strette di mano. Egli non ha ancora quel ruolo cui tanti ambiscono, pertanto è avvolto in quella stessa cautela linguistica che domina il dialogo tra gli amanti virtuali: equidistanti dagli atti linguistici direttivi, sostenitori e oppositori, in qualche modo, si preparano all'agguato: prima o poi, scenderà la notte dei grandi felini; protetti dall'oscurità potranno attaccare. Non conta il nome del candidato, come non conta il suo schieramento; capitalista o socialista, sarà immolato sull'altare della produzione.  Con la complicità del buio, infatti, l'organismo umano si muove o verso la condanna o verso l'esaltazione, ignorando la via di mezzo, giacché, sia nell'uno sia nell'altro caso, è sicuro di poter eliminare quanti più avversari possibile. Se il leader è cristiano-cattolico, è accusato d'incoerenza per avere sposato una giovane donna in seconde nozze oppure è accusato di bigottismo per aver difeso troppo rigidamente la famiglia canonica. Si cerca la voce di corridoio, la zizzania, come fosse una specie di credito primordiale nei confronti della sua vita. Presto o tardi, la sua casa sarà considerata da alcuni troppo bella e il suo stipendio troppo elevato perché egli possa essere degno rappresentante del popolo.


Né gli amanti virtuali né il leader, in sostanza, hanno potuto sperimentare un vero cominciamento, smarrendosi nell'attesa e nel rinvio del desiderio puro. Dunque, le storie individuali subiscono una rimozione, ogni qual volta in cui l'uomo 'sente' il dovere d'interpretare la storia sociale.

Affidiamo adesso a Elias Canetti la l'inappuntabile chiusa:

<<(...) Quanto più grande è il mucchio di morti sul quale sta il sopravvissuto, quanto più di frequente egli ripete tale esperienza, tanto più forte e imperioso sentirà il bisogno di ammucchiare cadaveri. Le carriere degli eroi e dei mercenari mostrano che simile bisogno diviene morboso e insaziabile. Di solito, lo si spiega dicendo che uomini di tal fatta possono respirare unicamente tra i pericoli, che per loro ogni esistenza priva di pericoli sarebbe tetra e insulsa, che essi non troverebbero più alcun gusto nella vita pacifica. Non bisogna indubbiamente sottovalutare il fascino del pericolo. Ma ci si dimentica che tali persone non intraprendono da sole le loro avventure, che altri le seguono e soccombono. ciò che a essi è veramente indispensabile, ciò di cui non possono fare a meno è il sempre rinnovato piacere di sopravvivere. Tuttavia, per soddisfare quel piacere non è sempre necessario esporre sé  stessi al pericolo. Nessuno può abbattere da solo un numero sufficiente di uomini. Sui campi di battaglia agiscono moltitudini che si prefiggono il medesimo scopo, e quando si è  il loro comandante, quando si controllano i loro movimenti, quando la battaglia dipende da deliberazioni assolutamente personali, ci si può anche appropriare del risultato della lotta e dei morti che restano sul terreno (..)>>.

CANETTI, E., 1960, Mass und Macht, trad. it. di F. Iesi, 1981, Adelphi Edizioni, Milano.   

venerdì 16 settembre 2016

LA BILANCIA DEI PAGAMENTI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Nella breve storia della nostra Repubblica Parlamentare, siamo stati abituati – per un grossolano errore del sistema scolastico, almeno dal nostro punto di vista – ad attribuire allo Stato un ruolo familistico, non altrimenti che esso fosse la proiezione tutoriale dei nostri bisogni e dei nostri desideri. È così che si sono diffuse, a livello popolare e non solo, frasi come ‘lo stato siamo noi’ o ‘l’impiego pubblico è una garanzia’ et similia. Nel primo periodo repubblicano, molto probabilmente, per esigenze di costruzione dell’identità nazionale, era necessario che lo Stato cominciasse a farsi valere con forme più o meno ampie d’interventismo e propaganda assistenziale, dal momento che l’autorità può esprimersi unicamente se i consociati riconoscono a essa l’autorevolezza. Non ci si è resi conto che un sistema siffatto, già sul nascere, era debole, giacché non alimentava alcuno scambio autentico tra i cittadini e il territorio. Se è vero, infatti, che l’anima d’una nazione è il cittadino, è altrettanto vero che la nazione non è un’entità statica o priva di vita; non si può prelevare da essa energia, senza pensare al possibile esaurimento della fonte.


Qualcosa di simile accade in quella famiglia in cui i figli pretendono che il padre soddisfi tutti i loro bisogni oltre ogni limite di tempo. In psicologia, si parla di fase di svincolo, quando si vuole designare l’età di quel giovane adulto che dovrebbe separarsi dalla famiglia d’origine per guadagnare autonomia socio-economica e comportamentale. In taluni casi, l’assenza o un ritardo eccessivo di una fase di svincolo possono addirittura trasformarsi in vera e propria patologia.

Tra il popolo italiano e lo Stato non è ancora giunta a maturazione un’autentica fase di svincolo; la qual cosa impedisce agli uni di cominciare a conoscere la funzione ‘stato’ e all’altro di svolgere appieno il proprio compito. Fino a quando non si inquadrerà tale ‘funzione’, ovverosia fino a quando il cittadino medio si rifiuterà di accettare che lo Stato deve essere trattato come un’azienda con un tipico know-how, una mission, un certa attività di marketing, uno specifico bilancio et cetera, fino a quando non si avrà questa cultura, sarà difficile capire il funzionamento della Bilancia dei Pagamenti o perché il debito pubblico talora sia utile o, ancora, i motivi della filiazione euro-comunitaria.

Che cos’è, dunque, la Bilancia dei Pagamenti? È un documento economico e finanziario, redatto dalla Banca d’Italia sulla base dei parametri formulati dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale si registrano tutte le transazioni in beni, servizi e attività finanziarie che si realizzano tra l’Italia e l’estero. Non a caso, molto spesso, si sente dire che il rapporto tra importazioni ed esportazioni determina una variazione della Bilancia dei Pagamenti. Nel tentativo di semplificare un meccanismo complesso e, talvolta, irriducibile, si può dire sicuramente che il metodo utilizzato per ‘far di conto’ è quello che prevede il computo equilibrato di entrate e uscite, ma è appena il caso di avvertire il lettore che il riferimento alla partita doppia non è sufficiente a delimitarne l’area di significazione. E inoltre, in questo scritto, per dovere scientifico e umiltà, non ci stancheremo mai di rinviare il lettore a ulteriori approfondimenti, vista la natura della ricerca in questione. Le transazioni di cui si occupa il redattore della Bilancia dei Pagamenti vengono incluse sostanzialmente in due categorie o conti: il Conto delle Partite Correnti e il Conto Capitale; nel primo, sono ‘messe in bilancio’, per così dire, le operazioni che riguardano beni e servizi, mentre, nel secondo, l’oggetto d’analisi è costituito da azioni, obbligazioni, derivati et cetera. In teoria, la Bilancia dei Pagamenti dovrebbe risolversi sempre in un pareggio, ma la teoria e la pratica finiscono con l’essere, nella maggior parte dei casi, l’una l’opposto dell’altra, altrimenti non si sentirebbe parlare quasi mai di disavanzo. Allo stesso modo, al contrario di quanto si racconta in giro, non è affatto vero che un paese importatore per tradizione sia sempre esposto al rischio di collasso del PIL o, viceversa, che un paese esportatore sia al riparo da eventuali crisi sistemiche.  Basta pensare che gli Stati Uniti sono per tradizione un paese importatore…


Ciò che riteniamo di dover sottolineare, a questo punto, è il valore fenomenologico – ci si conceda il termine! – di questo strumento, che non è solo un aggregato di numeri e formule, ma rappresenta il modus operandi di una mentalità da acquisire. Uno schema contabile talvolta può ‘dirci’ molto sulla vita di un paese e sul suo modo di essere, non è – e non può essere considerato – solo un incrocio tra crediti e debiti. 

mercoledì 14 settembre 2016

IL QUANTITATIVE EASING

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

La nuova generazione di studenti di economia o di giovani lettori appassionati è abituata alla presenza di una banca centrale e sovranazionale, quella europea, che ha il potere di stampare moneta, così da guidare l’andamento dei prezzi e dei mercati. I meno giovani sanno bene, non solo per averlo studiato, che questa funzione di politica monetaria, un tempo, spettava, alle banche centrali nazionali, le quali esercitavano nel proprio territorio il ruolo di arbitri dell’economia politica. In sostanza, le banconote fino a poco più di quindici anni fa recavano la firma del governatore della Banca d’Italia, laddove oggi sono siglate dal governatore della BCE.

Di là dalle fughe nostalgiche verso l’epoca della 'sovranità', la recente storia dell’economia mondiale e, in particolare, di quella europea ci ha fatto conoscere, anche indirettamente, una serie di iniziative il cui obiettivo è stato quello di riportare la competitività delle imprese e la vita delle famiglie su livelli di ‘equilibrio globale’. L’espressione ‘equilibrio globale’ può apparire incerta e ampia, ma, in un contesto di mercato comune, essa risulta pertinente perché è essenziale creare delle condizioni di interscambio e confronto continuo, altrimenti il rischio di ‘spaccature’ tra una componente e l’altra del sistema genera pericolosamente un altro rischio, molto più grave del primo, ovverosia la crisi sistemica.


Prima di entrare nel campo del Quantitative Easing, proviamoci a indagare sui vantaggi della similitudine del buon padre di famiglia, di una famiglia del sud dell’Europa, immaginando che egli abbia due figli con modesta differenza d’età, tutti e due giovani adulti e disoccupati; condizione, questa, che purtroppo non si allontana molto dalla realtà. In queste ‘pesanti’ circostanze, ‘papà’ è costretto, in qualche modo, a dare loro, di tanto in tanto, delle sommette che servano alla elementare sopravvivenza al di fuori delle mura domestiche. I figli hanno indubbiamente esigenze diverse l’uno dall’altro; per la qual cosa uno di loro potrebbe trovarsi spesso al verde, mentre l’altro, al contrario, parsimonioso e cauto, potrebbe disporre sempre di un minimo di risparmi accantonati con lo stile della formichina. Il fratello incauto allora potrebbe rivolgersi a quello virtuoso per chiedere dei prestiti. Tutto sommato, l’intreccio non rivela alcunché di sorprendente: ordinaria amministrazione, per così dire. Ipotizzando che il padre, ogni settimana, consegni a entrambi una paghetta, le scene possibili sono due: o il figlio ‘banchiere’ finisce coll’accumulare risparmi e crediti oppure il figlio spendaccione, non restituendo il denaro al fratello, ne determina il disagio economico. A questo punto, l’unica opportunità di ‘salvezza’ è legata a un nuovo intervento del padre, il quale o decide di introdurre nuova moneta nelle tasche dei figli o sceglie di abbandonarli al loro destino, accettandone il malumore. A ogni modo, ammettendo che l’introduzione di moneta sia la soluzione paterna, il figlio ‘banchiere’, a questo punto, molto probabilmente, si rifiuterebbe di prestare nuovamente denaro al fratello, memore delle disavventure precedenti. Ne conseguirebbero, comunque, nonostante i sacrifici del padre, una ‘spaccatura’ insanabile tra i fratelli e una serie di ostacoli all’armonia della vita famigliare.

Con il Quantitative Easing le banche centrali non fanno altro che stampare nuova moneta non già per introdurla direttamente nei mercati, bensì per acquisire titoli di stato. La manovra ha, in teoria, delle finalità precise: agevolare il credito da parte delle banche nei confronti di famiglie e imprese, far aumentare l’inflazione, che dalla gente è percepita come un fenomeno negativo, ma che è utile alla sopravvivenza delle imprese, favorire le esportazioni in virtù della svalutazione della moneta. Se a ogni causa corrispondesse, tuttavia, un effetto lineare e programmato, allora nessun operatore economico-finanziario, ma neppure nessun padre di famiglia, dovrebbe preoccuparsi dei cosiddetti rischi d’impresa. In effetti, tutti sanno che i fatti non sono l’immagine speculare delle teorie. S’è detto, in precedenza, che i titoli di stato, un tempo erano considerati dai risparmiatori degli investimenti-cassaforte; oggi, molto di frequente, essi, dopo essere stati acquistati, sono rivenduti sia per evitare di perdere l’investimento, che alla scadenza potrebbe rivelarsi nullo, sia per tentare di guadagnare qualcosa. Quando la Banca Centrale Europea interviene col Quantitative Easing, essa preleva dalle banche una certa quantità di titoli di stato, ma dev’essere chiaro che le banche non sono costrette a riattivare le linee di credito-debito. Infatti, potrebbe verificarsi la ‘spaccatura’ già rilevata tra i due fratelli. A quel punto, tuttavia, il problema si farebbe serio perché l’economia europea, al contrario di quella americana, è incentrata sulle piccole e medie imprese, le quali contano molto sul meccanismo dei finanziamenti bancari e molto poco sul reperimento di fonti all’interno dei mercati finanziari. Nello stesso tempo, la riduzione del potere d’acquisto della moneta potrebbe generare un effetto boomerang. Resterebbe soltanto l’indubbio vantaggio sulle esportazioni e sul conseguente aumento del PIL. La svalutazione dell’euro consentirebbe, infatti, agli acquirenti al di fuori dell’eurozona di comprare prodotti europei e gli stessi tassi di cambio sarebbero molto più convenienti che nel passato, ma...


…Il dilemma del ‘buon’ padre di famiglia resterebbe e potrebbe trasformarsi in angoscia. Qual è la sorte dei figli ‘meno virtuosi’? E inoltre: i figli ‘meno virtuosi’ sono davvero ‘meno virtuosi’ o sono solamente risucchiati nella spirale del debito? 

lunedì 12 settembre 2016

BRETTON WOODS, UN PO’ DI STORIA
E GLI ORGANI ECONOMICI SOVRANAZIONALI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

La città di Bretton Woods è stata spesso esposta alla fantasia popolare e al folklore giornalistico, diventando ora il nome di una teoria economica ora il nome di un’istituzione economica; il che accade molto di frequente in quei sistemi di linguaggio la cui comprensione si esplica in significati lontani da quelli della quotidianità. Si ricorre allora, anche inconsapevolmente a delle forzature retoriche che finiscono con l’assumere una funzione linguistica dominante: sineddoche e metonimia su tutte. Dunque, Bretton Woods è una città del New Hampshire, negli Stati Uniti, dove sul finire della seconda guerra mondiale, precisamente nel 1944, dall’1 al 22 luglio, si svolse un importantissimo congresso alla presenza di oltre settecento delegati provenienti da una quarantina di paesi diversi. Il mondo, all’epoca, usciva dalla cosiddetta grande depressione, una crisi economica che aveva messo in ginocchio anche le potenze politiche e industrializzate. L’obiettivo principale, di conseguenza, era quello di far nascere una politica monetaria comune e ‘regolata’, così da migliorare gli scambi commerciali internazionali, le modalità di pagamento e tenere sotto controllo i processi di svalutazione delle divise. Ciò che più preoccupava gl’ideatori del congresso, promotori degli accordi, erano proprio i tassi di cambio, dato che i vari governi tendevano a gestire il valore delle monete nazionali senza alcun riferimento a un qualche equilibrio di mercato. I padroni di casa, naturalmente, fecero sì che tale equilibrio si mantenesse soprattutto nei confronti del dollaro e, fino ai primi anni settanta, gli Stati Uniti furono in grado di garantire un elevato livello di convertibilità tra la propria moneta e l’oro. S’è detto più volte, nel corso di questo lavoro, che il nostro scopo non è quello di mettere in stato d’accusa persone e teorie; per la qual cosa ci asteniamo dal formulare giudizi critici e ci limitiamo alla ricostruzione dei fatti. Oggi, non si può passare sotto silenzio che le istituzioni nate a Bretton Woods sono state oggetto di critiche feroci che, secondo l’opinione pubblica, avrebbero svuotato l’identità politico-economica dei paesi deboli, imponendo a essi la sudditanza finanziaria.


Tra gli organismi sovranazionali sorti in seguito agli accordi di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) occupa inequivocabilmente una posizione di rilievo. Istituito nel 1945, cominciò a essere operativo solo l’anno seguente. I primi compiti assegnati al FMI furono i seguenti: modificare il corso di svalutazione delle monete nazionali, causato dalla grande depressione, che indusse i governi ad agire contemporaneamente ed esasperatamente a favore delle esportazioni; istituire un fondo di garanzia per riattivare la politica economica degli stati membri in difficoltà; incrementare gli scambi commerciali. Di fatto, Il Fondo Monetario Internazionale si configurò quasi subito come un organo di supervisione e intervento economico-finanziario, pur nel rispetto dei principi del liberismo. Oggi, ne fanno parte 189 paesi, che ovviamente pagano una quota di ammissione: gli Stati Uniti pagano la più alta tra le quote e hanno diritto a una percentuale di voti superiore a quella degli altri.

Accanto al FMI, in quello stesso 1945, iniziò la propria attività la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo ovvero, in sintesi, Banca Mondiale. Nacque per adempiere appieno le funzioni di una banca, anche se, com’è comprensibile, i suoi finanziamenti furono indirizzati, esclusivamente, ai paesi che a causa della seconda guerra mondiale si trovavano in condizioni di allarmante disagio. Sulle prime, i presunti benefici erano garantiti sulla base di una linea politica di appartenenza; successivamente, come s’è appreso dalla cronaca, anche America Latina, Asia, Africa e i paesi dell’ex blocco comunista ne beneficiarono. Ogni finanziamento tuttavia comporta un debito; molti paesi contraenti, nel tempo, si sono mostrati incapaci di reggere il peso del necessario risarcimento, andando incontro a situazioni di collasso. Su questo aspetto del rapporto tra ‘creditore’ e ‘debitore’ la controversia – bisogna ammetterlo – è stata asperrima e tuttora non cessa di suscitare preoccupanti polemiche.


Un’istituzione più vicina a noi è la Banca Centrale Europea (BCE), ormai famosissima più per le svariate forme di contestazione di cui è bersaglio che per gl’indirizzi di politica monetaria dell’eurozona, cui è realmente deputata. A essa fanno capo naturalmente i paesi che hanno adottato l’euro. Ciò che ha sempre insospettito i detrattori è la sua natura privatistica, giacché non si tratta di un vero e proprio ente pubblico e soprattutto di una struttura sensibile agli orientamenti politici di cui invece dovrebbe essere l’espressione in virtù d’una nascita, il 1° gennaio 1998, legata al Trattato sull’Unione. In ordine di potere economico, Germania, Francia e Italia ne sono i ‘maggiori azionisti’ o, più correttamente, i maggiori contribuenti con una quota capitale, rispettivamente, di quasi due miliardi di euro, un miliardo e mezzo e un miliardo e trecento milioni. Non dissimile da altre istituzioni economiche sovranazionali, la funzione della BCE si traduce nella supervisione dei prezzi e, di conseguenza, dell’inflazione. La crescita e lo sviluppo economico di pertinenza pertanto non dovrebbero essere inflazionistici né, tanto meno, deflazionistici, cosicché la BCE può intervenire con fenomeni di Quantitative Easing o creazione di nuova moneta per regolare il potere d’acquisto e gli scambi commerciali. L’autonomia della Banca Centrale Europea, tuttavia, ha indebolito significativamente le ‘autonomie’ nazionali e non è stata sufficiente a contrastare la deriva del sistema bancario, che, comunque, merita una disamina intercontinentale.  

Un altro organismo internazionale che ha stessa età della BCE è il Financial Stability Board (FSB) composto da tutti i rappresentanti del G20, perciò dai Ministri delle Finanze dei paesi più industrializzati e dai Governatori delle banche centrali. La Spagna non fa parte del G20, ma è ammessa stabilmente. La sede del FSB è Basilea, ma gli incontri si tengono, di anno in anno, in tutto il mondo. Si deve sempre ricordare che l’ammissione è strettamente vincolata a una quota di partecipazione, anche quando, nel caso di un semplice forum, non esiste un regolamento ‘a tariffa’; il che riporta sempre in primo piano gli Stati Uniti, che, giocoforza, versano sempre il più elevato e oneroso tra i contributi d’ingresso. Infatti, un meeting che si promuova e si svolga al fine di monitorare e correggere, per esempio, il PIL mondiale o un accordo commerciale deve tradursi per forza in un intervento economico, che prima o poi si configura in una specie di contributo. Non caso, si può ripetere la stessa cosa per il G8, costituito da Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, Italia, Canda e Russia. Quest’ultima non di rado subisce sospensioni e diffide, ma ne è membro.


The last, but not the least, per così dire, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO, World Trade Organization), istituita nel 1995, ma preceduta da uno dei provvedimenti di Bretton Woods, il General Agreement on Trade and Tariffs (GATT) del 1946. Scambi commerciali, accordi multilaterali, negoziati e gestione delle controversie di pertinenza sono l’oggetto della sua attività, il cui segretariato generale è fissato a Ginevra, sebbene, come organismi consimili, organizza i propri eventi in tutto il mondo. Sono oltre 160 i paesi che aderiscono all’iniziativa d’inquadramento delle politiche commerciali rappresentata dall’OMC. Quale che ne sia il giudizio, siccome l’ente non immune da pesanti critiche, il lettore deve sempre analizzare il ‘comportamento’ di questo organismo in modo sistemico perché i suoi interventi sono molto di frequente legati a quelli del FMI e della Banca Mondiale.