mercoledì 31 agosto 2016

PREZZI, UTILI E DIVIDENDI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Le società che entrano a far parte dell’imperscrutabile listino di una Borsa e, di conseguenza, del paradossale mercato finanziario sono sempre sotto i riflettori, soggette a valutazioni e rivalutazioni, giudizi e condanne o forme varie e inclassificabili di ‘glorificazione’. I giudici sono numerosi: dal singolo investitore alle agenzie di rating, dalla stampa specialistica alla banche commerciali e d’investimento. Per dirla con una metafora elementare si può asserire che ogni società è un elefantino che si muove in una cristalleria. Si badi bene: non per mancanza di delicatezza, ma perché ogni passo comporta davvero un rischio: o il trionfo o la disfatta! Sappiamo per certo ormai che, se gl’investitori, un bel giorno, decidono di condannare un’azienda, lo spettro del default può materializzarsi in poco tempo.


Uno tra gli indicatori usati è costituito dal rapporto P/E, cioè Price/Earnings (Prezzo/Rendimento). Considerando che ogni azione è caratterizzata da un prezzo di vendita e che questo prezzo dovrebbe trasformarsi in utile (earning), è intuibile che tanto più alto è il valore del rapporto in questione, quanto più elevata è la fiducia degli investitori. Non si deve tuttavia commettere l’errore di pensare che tutti gli utili possano diventare dei dividendi, ossia rendimento effettivo per gli azionisti. Senza entrare di forza nell’analisi di un bilancio aziendale, argomento che tratteremo più avanti, si può facilmente capire che neppure la vendita di un chilogrammo di pomodori per € 2,50 porta nelle tasche del venditore un guadagno netto di € 2,50 perché occorre sempre concepire il profitto come una variabile in funzione di altre variabili. I costi d’impresa ne sono l’esempio immediato.

Tornado al nostro focus, ci accingiamo a scoprire un altro indicatore, il Dividend Yield, per il quale bisogna fare uno sforzo di comprensione superiore al precedente. In genere, ogni qual volta in cui ascoltiamo o leggiamo un resoconto sul rendimento azionario di un azienda, ciò su cui è puntata l’attenzione è la quantità: si dice che l’azione ha un valore X, ma si parla quasi sempre di percentuali e di grossi numeri; molto di rado, quale che sia la nostra preparazione in materia, ci ritroviamo a trattare un’azione. Eppure, la formulazione dell’indicatore Dividend Yield è fatta sul valore di un’azione. In altre parole: si analizza il rapporto tra il dividendo della singola azione, ovverosia ciò che spetta all’azionista, e il prezzo dell’azione stessa. Sulle prime, questo metodo di valutazione può apparire sofisticato e cervellotico, ma, a ben riflettere, grazie a questo parametro, possiamo analizzare la vera performance del nostro ‘prodotto’. Può accadere, per esempio, che il numero delle azioni sul mercato aumenti in modo considerevole in un biennio; la qual cosa può mettere in allarme l’azionista, che può temere una riduzione dei dividendi. Per logica elementare, ‘più siamo, meno guadagniamo’; invece, non è così perché esistono, come s’è già detto, tante altre variabili.

L’ultimo indicatore che prendiamo in esame in questo capitolo è l’Earnings Yield, che serve, ancora una volta, a misurare la redditività azionaria. Si tratta di un modo diverso per giungere, grossomodo, allo stesso risultato. In questo caso, infatti, come molti esperti scrivono, basta effettuare il reciproco del già descritto P/E, cioè l’E/P. L’utile di ogni azione viene diviso per il prezzo dell’azione stessa. Le considerazioni da fare sono più o meno le stesse che in precedenza. Avendo già definito la relazione tra utile e dividendo, ci rendiamo conto che questa misura è, a dir poco, preziosa perché ci riporta immediatamente alla realtà economica di un titolo.


In conclusione, siccome non abbiamo fatto altro che parlare di prezzi, è quanto mai ragionevole ricordare un fattore determinante: l’inflazione, naturalmente, può alterare notevolmente i rapporti suesposti, tant’è che gli analisti esperti esortano gl’investitori a non fidarsi mai dei valori di rapporto troppo alti: sia per non imbattersi in spese e rischi insostenibili sia perché potrebbe trattarsi di segnali d’allarme.      

lunedì 29 agosto 2016

LA VENDITA ALLO SCOPERTO

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Correva l’anno 1961, quando il Totò nazionale, il principe dell’ironia e della pantomima, si trasformava in Totòtruffa per la regia di Camillo Mastrocinque, interpretando il ruolo di un irredimibile e fantasioso truffatore. Al culmine di quella performance, Totò, spalleggiato da Nino Taranto, riusciva addirittura a vendere la Fontana di Trevi a un italo-americano in cerca di facili affari. La tecnica di rottura degli schemi del senso comune era indubbiamente quella che il maestro della commedia italiana riusciva ad adottare in modo impareggiabile, tanto da sfidare il paradosso, spesso ‘battendolo’ e oltrepassandolo, cioè senza rientrare quasi mai nel dialogo ordinario. Una convenzione socio-giuridica che accomuna tutti gli esseri umani è la seguente: non è possibile vendere ciò che non si possiede, a meno di incorrere in pesanti sanzioni penali. Non a caso, il film in questione è intitolato Tototruffa 62.

Nella vita di tutti i giorni, in effetti, ogni tentativo di speculazione potrebbe essere immediatamente interpretato come reato. In altri termini: un business fondato sulla violazione delle regole del senso comune o, diversamente, sulla scelta del paradosso commerciale sarebbe quasi sicuramente denunciato come sospetto. Al Giudice per le Indagini preliminari spetterebbe poi l’opportuna valutazione. Possiamo supporre che un uomo, pur non possedendo alcun bene né denaro per dotarsene, decida di vendere qualcosa. Che genere di supposizione è questa? Una supposizione paradossale, per l’appunto. Costui, in pratica, vuole far cassa vendendo dieci smartphone, ma abbiamo già accertato che non li possiede. Di conseguenza, si rivolge a un rivenditore chiedendoglieli in prestito a scopo di vendita. Ammettiamo che il rivenditore sia consenziente: trattandosi di un paradosso, non è il caso di revocare in dubbio le dinamiche dell’operazione. Questi smartphone, appena introdotti sul mercato dall’azienda produttrice, hanno un valore di € 400,00 cadauno, pertanto il furbo businessman guadagna immediatamente € 4.000,00 lordi. Perché sono lordi? Sebbene qui non si veda traccia di razionalità commerciale, un accordo c’è e prevede che il fornitore del prodotto abbia diritto sia a una commissione sia a un interesse sull’intero valore della merce, interesse che deve essere applicato per tutto il tempo durante il quale l’accordo resta aperto, per così dire. A questo punto, ci si potrebbe chiedere per quale motivo l’accordo non debba essere concluso in fretta. Il caso è semplice: si rammenti che abbiamo parlato di prestito, non di regalo, pertanto, prima o poi, dovrà materializzarsi un qualche risarcimento. Lo speculatore potrebbe vendere in fretta e furia gli smartphone avuti in prestito, ma, di fatto, deve attendere che il loro prezzo sul mercato diminuisca al fine di guadagnare concretamente qualcosa. Egli, infatti, dopo averli venduti, secondo l’accordo summenzionato, deve ricomprarli per restituirli al legittimo proprietario. Considerando, per esempio, che a distanza di un anno il prezzo si riduca di almeno € 100,00, egli, riacquistandoli per € 300,00 agli effetti della restituzione, ottiene un incasso netto di € 1.000,00; il che, senza particolari sforzi, costituisce un gruzzoletto da non trascurare.

Di che tipo di insensatezza stiamo parlando?


La vendita allo scoperto (short selling) consiste effettivamente nella vendita di titoli che non si possiedono e che il seller ottiene in prestito da un broker. L’economia e, soprattutto, la finanza includono il fenomeno del paradosso come elemento d’interazione quotidiana tra gli operatori, tanto che un buon trader deve avere, a nostro avviso, la capacità di pensare per buona parte del giorno in modo opposto a quello comune, ma anche la parallela capacità di sognare in modo diverso. Dato che, in questo caso, il meccanismo paradossale è un meccanismo reale e funzionale, il rischio di perdita, nella vendita allo scoperto, esiste. Chi vende allo scoperto si fa prestare dei titoli che sa di dover restituire; egli deve quindi puntare su un mercato ribassista e deve sperare che le previsioni siano azzeccate. Ottenendo 1000 azioni in prestito per 10 euro ciascuna, si ricavano subito € 10.000,00 dalla vendita, tuttavia il guadagno è dato dalla differenza di cui abbiamo già parlato. Se il valore delle azioni scende fino a € 8,00, allora lo short seller spenderà € 8.000,00 per restituire le azioni al prestatore, trattenendo € 2.000,00, cui bisogna sottrarre, com’è stato detto, gli interessi passivi e la commissione. Se il valore delle azioni sale fino a € 12,00, beh… A quel punto, bisogna pagare e sorridere. 

sabato 27 agosto 2016

DEMOCRAZIA DI SANGUE

Storia di un immigrato qualunque diventato capo di una milizia armata ovvero della violenza che genera violenza

Premessa

La pubblicazione di questo racconto avviene in deroga alla formula di #linee, la rubrica del sabato, ed è finalizzata unicamente a configurare una sorta di battaglia intellettuale contro l'equivoco. In genere, infatti, ogni sabato, il blog propone i frammenti di quella letteratura che non abbia mai incontrato la grande divulgazione.  Il tema quotidiano è quello del terrorismo, spesso frainteso e strumentalizzato. La tesi, invece, è scandalosa: un certo terrorismo è atto di conquista culturale. Ciò che non si vuole capire a proposito di Africa o Islam è questo: per i popoli che hanno subito la colonizzazione, la più elevata tra le forme d'arte è la lotta di liberazione nazionale o, in altre e diverse circostanze, la vendetta, che si fa cultura nella vittoria e nella conta dei cadaveri del nemico perché la è anzitutto espressione dell'identità, identità di cui il colonizzato, anche quello di seconda generazione, è privo. Lo si consideri un processo deviante o terroristico, ma non si dimentichi che è fisiologico!

LA STORIA

Oggi, io sono ciò che non avrei mai immaginato di essere, sono ciò che non so di essere; io non ho molta coscienza di me. Sono a capo di una milizia clandestina armata. Noi uccidiamo al solo scopo di uccidere. Noi uccidiamo coloro che ci hanno uccisi tempo fa… perché noi non siamo vivi. Non abbiamo una famiglia, non abbiamo una casa, non apparteniamo più ad alcuna realtà. Chi ci cerca vuole la nostra stessa morte. Viviamo di morte e di morti. 


Un bel giorno, un tizio alto, ossuto, spocchioso e con passo da segugio s'introdusse furtivamente in casa mia (...molto probabilmente, dalla finestra del ballatoio, che io, a pensarci bene, non ho mai chiusa; mi sono sempre detto che sarebbe stato impossibile rubare qualcosa a un povero. Mah! Che cosa si può togliere alla miseria?). Ad ogni modo, torniamo ai fatti! Vi racconto come andarono le cose: in pratica, trovai quest'uomo comodamente seduto sul divano della mia sala da pranzo e, per giunta, con le gambe accavallate: fumava avidamente, ma con elegante disinvoltura, un grosso sigaro! 

Se proprio devo essere sincero, sulle prime, la sua presenza non generò in me cattive impressioni, nonostante avessi il timore dello Sconosciuto. E inoltre, credetemi, mi sovvenne il pensiero d'essere caritatevole e accogliente... Lo so, vi sembro stupido, ingenuo. Molto spesso, anch'io ho pensato d'esserlo. Tuttavia, seguitemi bene, ve ne prego! 

Io sono cresciuto per le strade, secondo costumi antichi, sono stato educato al senso della semplicità e dell'ospitalità; insomma, non sono abituato a vedere il male dappertutto. Quand'ero piccolo, rientrando a casa all'ora dei pasti, portavo sempre con me qualche compagnetto di giochi. La mia mamma, buon'anima, non se ne lamentava mai, anzi io stesso mi meravigliavo che quelle poche pietanze, di cui disponevamo, bastassero a saziare tutti, anche coloro che non erano attesi. Eppure eravamo quasi indigenti. Papà era morto già da un pezzo. Ebbi solo il tempo di conoscerlo per fissarne l'immagine nella memoria. Da adolescente, ero già orfano, costretto a lavorare per aiutare la mamma, ma…lavorare mi piaceva, mi inorgogliva. Mi sentivo un grande uomo. Per passatempo, io e miei amici ci prendevamo a sassate giocando a 'guardia e ladri'. Qualche testa si rompeva. Eccome! Ma siamo cresciuti sani e robusti. Beh, non tutti: alcuni non ce l'hanno fatta… non per le sassate! Sono morti durante una guerra che non ho mai capita. Come mio padre! Come mio fratello! Come mia sorella, che però non ha mai combattuto! 


Sì, ammetto la mia deficienza, a proposito di questa guerra, anche se ho studiato. Io, signori miei, mi sono laureato in Scienze Politiche perché volevo saperne di più. Devo dire grazie a quella santa donna di mia madre, che non c'è più. Se oggi fosse viva, mi vergognerei un po' nei suoi confronti; mi toccherebbe dirle che io, anzitutto, pur avendo letto molti libri, non sono mai riuscito a capire un accidente di questa storia dei confini territoriali! Mi toccherebbe pure dirle che oggi faccio il fabbro, un mestiere che non ha niente a che vedere con i miei studi. Ho ereditato l'arte da mio padre, che, come s'è già compreso, non ha mai potuto insegnarmela. Beh, non voglio annoiarvi ancora con la cronaca della mia vita. 

Torniamo al racconto per il quale siamo qui! Aggiungo solo che il mio mestiere mi consentì, a un certo punto, di costruire una modesta casetta, pochi metri quadrati, intendiamoci, alla quale tuttavia diedi un nome; la chiamai villa Hurria, in memoria di mia madre. Che importa se non era una villa o una tenuta? Per me lo era! Lo era a tal punto che, come vi ho già detto, quel giorno in cui vi trovai l'anomalo visitatore, una piccola parte di me si sentiva quasi onorata. Chi mai mi dicevo sarebbe potuto venire a farmi visita?  Se ne stava lì, mi studiava e io non sapevo se accennare a un sorriso o a una smorfia di severità. Egli, pur vedendomi perplesso, non mi rivolse alcuna parola; mi fissò per alcuni lunghi e raggelanti minuti e io, per contro, animato dalla volontà d'accoglienza dissi, tra me, che forse quell'uomo mi era stato inviato da Dio affinché io dessi prova del mio Santo Spirito di Comunione e Fratellanza. Il suo sguardo trasmetteva una certa superbia, ma non me ne curai. Era ben vestito e composto; la sua postura lasciava intravvedere una naturale disposizione alla quiete e al rilassamento. Quando mi fui deciso a parlare, egli, con un gesto solenne e perentorio della mano, della quale mi fu mostrato il palmo, mi tacitò per esordire al posto mio. Mi disse che, nel segno della democrazia, sarebbe stato corretto ch'io gli cedessi, con effetto immediato, la mia camera da letto e la mia stanza da bagno. Feci fatica ad ascoltare quella sentenza che mi privava brutalmente di alcuni elementi della mia umile dimora, guadagnata in parecchi anni di sacrificio, ma mi votai a saggezza e temperanza, considerando che non sarebbe stato disdicevole dormire sul divano e urinare o defecare in giardino. Fu così che accettai in nome di Dio e della Democrazia. 


Col tempo, la situazione si complicò terribilmente anche perché lo Sconosciuto si rifiutava d'instaurare con me una qualsivoglia relazione, anzi non mi degnava neppure d'attenzione. Tre mesi dopo il suo primo ingresso, mi fece sapere attraverso una specie di documento stracolmo di bolli e firme, prodotto con calligrafia incomprensibile e depositato in bella vista sulla tavola delle vivande, che anche la cucina e i due vani restanti sarebbero diventati sua proprietà: a me sarebbe stato concessa una sorta d'imprecisato comodato d'uso. A quel punto, protestai con veemenza! Mi riusciva difficile credere che lo volesse il Cielo. C'era qualcosa di ingannevole! La mia protesta sortì una conseguenza devastante: fui minacciato di espulsione da tutti i processi democratici. All'idea di rinunciare ai valori d'una vita, fui pervaso da disgusto e nausea, cosicché mi rassegnai, me ne feci una ragione, come si suol dire, e andai a vivere nel garage di fronte alla mia ex casa. Il garage, di fatto, non mi apparteneva, tuttavia, seguendo la nuova logica, mi parve naturale occupare un luogo che peraltro era vuoto, disadorno e anche disabitato.  Da quel posto, tuttavia, cominciai a covare collera e voglia di vendetta. Me ne vergognavo, è vero, ma, tanto più tentavo di darmi un contegno, quanto più diventavo furioso. Nello stesso tempo, ero alquanto terrorizzato dalla figura ipnotica dell'usurpatore. Mi resi conto, in alcune circostanze, che doveva essere un tipo piuttosto facoltoso e potente perché riceveva spesso in visita oscuri personaggi in doppiopetto armati fino ai denti. Beh, pensai, la democrazia va difesa col sangue! 

In quei giorni, mi chiedevo come avrei potuto far valere i miei diritti... Ci voleva un'azione di forza, ne ero conscio! Con una certa operosità e - non lo nego - col sangue agli occhi per la rabbia, raccattai delle pietre e, all'alba d'una mattina qualunque, cominciai a scagliarle contro la finestra dalla quale lo Sconosciuto era entrato. Non volevo diventare antidemocratico, ma ero persuaso che riconquistare una casa guadagnata con fatica e dolore fosse un supremo atto eroico e democratico. Al frangersi del primo vetro, vidi comparire (…sarebbe meglio dire: ‘materializzarsi dal nulla’) una squadra di energumeni in divisa mimetica che imbracciavano ciascuno un fucile. Non ebbi neppure il tempo di provare paura: fui subissato da calci e pugni e scaraventato sanguinante sulla strada. Riavutomi, decisi di fingermi morto per un po' o, per lo meno, di lasciare intendere che la mia persona non costituiva più una minaccia per la nuova democrazia. Essi, soddisfatti dall'efficacia dell'intervento, mi abbandonarono sulla strada e io intuì, a quel punto, di essere nuovamente libero. 


Può sembrare paradossale, ma mi si gonfiò il petto di gioia alla sola idea di pianificare una vera e propria fuga dal mio paese. E così fu: corsi via; mi diedi al vagabondaggio per un po'; da ultimo, quantunque privato di tutto, ebbi l'impressione di toccare con mano la libertà. Presso un porto qualunque, del quale, perdonatemi, non ricordo neppure il nome, riuscii ad evitare la sorveglianza e a infilarmi in un container diretto all'estero. Il viaggio fu lungo e, a un certo punto, anche tormentoso. Vi risparmio le peripezie e gli espedienti che furono necessari alla sopravvivenza, vi confesso solo che, di colpo, fui assalito da angoscia e abbattimento: mille e più pensieri mi assillavano. Che tipo di democrazia avrei trovato nel nuovo paese? Come mi avrebbero accolto? Avrei potuto ricominciare a lavorare? Avrei potuto ricostruire la mia casetta dando a essa, ancora una volta, il nome di mia madre, Donna Hurria? E se avessi trovato un'altra guerra ancora più ambigua e cruenta di quella del mio paese? Stavo per perdermi d'animo, quando mi resi conto che la nave era già approdata a destinazione. Dove mi trovavo? Udii un rumore assordante e fui invaso da una luce che mi accecò. Lo stordimento fu tale che non riuscii a percepire neppure la mia collocazione nello spazio e nel tempo. Qualcuno mi prese sottobraccio e io trasalii dalla paura. Poco dopo, mi resi conto che la presa non era affatto violenta. Anzi, qualcun altro, non so chi, aveva pure provveduto a mettermi una coperta sulle spalle. A poco a poco, fui in grado di aprire gli occhi. Notai subito l'immensa diversità di uomini e cose, una diversità che avevo solo studiata sui libri. Venni fatto salire su un pullman assieme ad altri miei conterranei che, con grande stupore, mi ritrovai accanto. Non so dirvi perché… ma trovai in tutto quel caos qualcosa di familiare. Il viaggio su strada non fu lungo. O, forse, sì. Ero talmente immerso nei miei pensieri da non riuscire ad averne coscienza. So, per certo, che, non più di un'ora dopo, mi venne offerto un pasto caldo: io spalancai gli occhi e ricominciai a pensare alla democrazia tanto studiata. La gente che mi aveva accolto stava per restituirmi ciò che mi era stato tolto con la forza. Sono sempre stato un ottimista inguaribile, un sognatore, pertanto, in quelle circostanze, il mio primo pensiero fu villa Hurria. Chissà per quale strano motivo, pensai che qualcuno di lì a poco avrebbe provveduto a cacciare gl'invasori. D'altronde, le buone letture mi davano ragione, i giornali altrettanto: c'erano le risoluzioni e gli accordi internazionali che vietavano l'occupazione territoriale. Ne ero certo: qualche governo avrebbe, prima o poi, inviato le proprie truppe di liberazione in una vera missione di pace. 

I giorni passarono tra attese snervanti; non capivo neppure dove mi trovavo soprattutto perché ero obbligato a stare all'interno di una struttura le cui mura e i cui varchi d'ingresso erano sorvegliati da militari armati. Nessuno mi faceva del male, è vero, com'è vero che non mi era consentito uscire o fare domande. Chiesi un paio di volte di poter parlare con un responsabile, ma l'interprete, un mio connazionale, mi riferì che non era possibile e solo in alcuni giorni, uno o due al mese, i funzionari si sarebbero fatti vedere per interrogarci. Perché avrebbero dovuto interrogarci? Quali erano le nostre colpe? Io ero stato picchiato, privato della mia proprietà e avrei pure dovuto subire un interrogatorio? Mi resi conto molto presto d'essere troppo ingenuo e benevolo verso quelle persone, così che maturò in me la voglia di fuggire da lì. Non potevo stare rinchiuso in quell'ambiguo alloggio, mentre qualcuno disponeva a proprio piacimento della mia casa. Ingenuo sì, ma codardo no! 


Una notte, approfittando della distrazione delle guardie, oltrepassai la recinzione e corsi via. Non ero da solo. Alcuni miei compagni di avventura avevano pianificato tutto già da tempo. Li seguii senza esitazione. Ero talmente grato a loro per questo dono di libertà che prestavo loro ogni servizio necessario. Per il resto, ero un alleato silenzioso. Vagabondammo per qualche giorno. Poi, incontrammo altri fuggitivi, che sembravano aspettarci. Erano furbi i miei nuovi amici. A stare con loro s'imparava molto. Sapevano cavarsela in tutte le complesse situazioni in cui, nostro malgrado, ci trovavamo. Da quell'incontro, tuttavia, le cose cambiarono. Infatti, cominciai a sentire discorsi molto strani e inquietanti, tanto che ne fui allarmato e sconcertato. Il più anziano del gruppo tirò fuori delle cartine per istruirci sul percorso da seguire; poi, ci mostrò le armi in nostro possesso e ci ordinò di sparare a chiunque ci avesse sbarrato la via. Impallidii. L'obiettivo non mi era noto, ma, tanto più si procedeva, quanto meno volevo saperne. Avevo visto troppe armi nella mia vita, ma non ne avevo mai usata una né intendevo usare quella che mi era stata assegnata. Io per loro avevo già un ruolo. Le cose si mettevano male. Perché c'era sempre qualcuno che decideva per me? Prima, occupano la mia casa; poi, mi rinchiudono in un posto che non conosco e, per giunta, mi devono interrogare; da ultimo, mi danno un ruolo da protagonista in un progetto criminoso. Io non voglio uccidere qualcuno, rivoglio la mia casa e la mia quiete, la mia semplicità, voglio sposarmi e avere dei figli. Null'altro. Io non sono un eroe. 

Fu così che, per la terza volta in pochi mesi, mi toccò scappare. Volevo tornare nella mia terra. Ero stato uno stupido, nel lasciarla. M'incamminai verso il nulla, ormai reietto, ma sempre più risoluto. Non sapevo ancora che mi attendevano più o meno tre mesi di viaggio. Vi risparmio il racconto delle peripezie, delle sventure, delle ripetute fughe dalle varie polizie e di tutte le volte in cui rischiai di morire. Vi dico solo che, col tempo e le indicibili fatiche, sentivo crescere in me la collera e la voglia di vendetta. Sulle prime, considerai insoliti e occasionali questi sentimenti di odio, ma, a poco a poco, non potei più fare a meno di accettarli come parti del mio essere. Ogni qual volta in cui l'abbattimento stava per avere la meglio su di me, mi comparivano innanzi le immagini del tizio seduto sul mio divano, dei soldati che mi avevano pestato a sangue, di quelli che sorvegliano la struttura di accoglienza. A nessuno di loro importava della mia casa, della mia libertà. Mi convinsi che, forse, i miei compagni di fuga avevano delle buone ragioni per essere così aggressivi e violenti. 

Queste congetture e queste sensazioni mi accompagnarono fino a un passo dalla mia casa. Vi giunsi con entusiasmo e grinta, pronto anche a morire, pur di riprendermela. Ma non la trovai. L'intera zona era stata spianata, attorno a essa spiccava lucente il filo spinato e, ancora una volta, uno schieramento di soldati era piazzato lì a scoraggiare chiunque volesse introdurvisi di soppiatto. Compresi che era giunto il momento di abbandonare la pace e la speranza. Ero certo, a quel punto, che anch'io sarei riuscito ad uccidere.


Oggi, sono ciò che non avrei mai immaginato di essere, sono ciò che non so di essere; io non ho molta coscienza di me. Sono a capo di una milizia clandestina armata. Noi uccidiamo al solo scopo di uccidere. Noi uccidiamo coloro che ci hanno uccisi tempo fa… perché noi non siamo vivi. Non abbiamo una famiglia, non abbiamo una casa, non apparteniamo più ad alcuna realtà. Chi ci cerca vuole la nostra stessa morte. Viviamo di morte e di morti.  

venerdì 26 agosto 2016

GLI HEDGE FUNDS

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Molto di rado, si sente dire che gli scommettitori siano talmente sicuri di vincere da concedersi, addirittura prima dell’esito della competizione, dichiarazioni compromettenti e impegnative. Se per giunta la posta in gioco è altissima proprio per volontà degli organizzatori del circuito di puntate, allora si capisce presto che la partecipazione è, per lo meno, elitaria e rischiosa. La logica da seguire è quella dello sviluppo di un sistema, come ce ne sono tanti, specie se si prende come modello di riferimento quello delle scommesse sportive. L’elaborazione di un sistema, infatti, dovrebbe caratterizzarsi per la coesistenza di strategie differenti, coperture e mosse speculative, tanto da garantire, nel peggiore dei casi, un ritorno economico minimo. È evidente che tanto più il sistema è garantito quanto più la quota di partecipazione è elevata. Eppure, nonostante le molteplici forme di rassicurazione, non sempre le cose vanno per il verso giusto proprio perché, se c’è una certezza nel calcolo combinatorio, è la seguente: non è possibile coprire tutte le variabili, tranne che il numero degli elementi di gioco sia ridotto a poche unità. Tuttavia, poche unità non sono sufficienti a dare grandi risultati. E inoltre… Nel mondo della finanza, il concetto di ‘poche unità’ non è ammissibile: le variabili sono sempre incalcolabili e indefinibili.


Il caso degli Hedge Funds è da inscrivere esattamente nell’area appena delimitata: di fatto, sono dei fondi, pertanto se ne può scoprire la natura imparando a conoscere la modalità strutturale dei fondi ordinari, ma non hanno niente a che vedere coi Fondi d’Investimento; le quote di partecipazione sono molto elevate; il patrimonio di base deve essere giocoforza altrettanto elevato; il numero dei partecipanti è ridotto per legge; le strategie non sono affatto standardizzate né sono vincolate all’acquisizione di azioni e obbligazioni. I gestori degli Hedge, in genere, lavorano mediante meccanismi di combinazione tra long position e short position, opzioni, futures, valute et cetera. Insomma: un esempio che possa racchiudere tutte le manovre degli Hedge al fine di renderne limpido e accessibile ai più il funzionamento è quasi impossibile. Si tratta, in pratica, di ‘eccellenti’ sofismi della speculazione finanziaria, che nascono con il meccanismo della raccolta e si strutturano con quello dell’equilibrismo multifattoriale.

In Italia, questi fondi esistono da poco, dato che sono stati introdotti e ammessi alla fine degli anni novanta, ma sono attivi dagli anni cinquanta e hanno mietuto vittime illustri. Il più noto e preoccupante tra i fallimenti è quello che ha investito due premi Nobel per l’economia, Robert Merton e Myron Schoels, matematici e autori di “un nuovo metodo per la valutazione dei derivati”. Merton e Schoels avevano sviluppato un metodo di moltiplicazione dei guadagni per il Long-Term Capital Management, ma, dopo un biennio di successi significativi, il fondo, nel 1998, fu annientato da un insuccesso altrettanto significativo: svalutazione del rublo e default della Russia, su cui s’era ‘puntato’, ne sancirono la disfatta e la svendita.


Guadagnare sempre è impossibile; nessun analista può affermare il contrario e, se lo fa, è irresponsabile, nonché pericoloso.

mercoledì 24 agosto 2016

I FONDI COMUNI D’INVESTIMENTO

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

È una categoria di prodotti finanziari che si può inquadrare e conoscere attraverso la metafora di un gruppo di amici che decidono di trascorrere una serata insieme, davanti a birra e pizza e guardando una partita di calcio in tv. Ad alcuni tale semplificazione apparirà aberrante, ma ciò che conta è l’obiettivo ‘comprensione’. Se, dunque, nel gruppo di amici già coinvolto, per una questione di correttezza, qualcuno decide di fare la parte dell’organizzatore, egli deve provvedere alla raccolta del denaro per acquistare cibo e bevande: è il minimo che possa fare per interpretare il proprio ruolo. In questa storiella, si considera anche che la somma raccolta, dopo il pagamento, produca un resto che non può essere facilmente ripartito. L’organizzatore, che è un tipo creativo, decide di avviare un piccolo gioco di scommesse che ha come oggetto l’andamento della partita trasmessa e per la quale si sono riuniti. A questo punto, gli altri, stuzzicati dall’opportunità, stabiliscono di aggiungere altri spiccioli, così da sperare in una vincita superiore. È fin troppo evidente che chi punta di più otterrà il maggiore rendimento.


Nella trama appena elaborata, si trovano quasi tutti gli elementi della struttura di un Fondo Comune d’Investimento. L’organizzatore rappresenta la SGR, cioè la Società di Gestione del Risparmio, il cui compito consiste nel raccogliere il denaro dei risparmiatori e investirlo in azioni o obbligazioni. Il gruppo degli amici naturalmente non è altro che il gruppo dei risparmiatori o investitori. La partita, le pizze e le birre, invece, sono i titoli di riferimento: pizza e birra, per via del loro rendimento noto, potrebbero essere assimilati a titoli di stato, mentre la partita di calcio, dall’esito incerto, potrebbe far pensare a un titolo azionario.

La figura che manca nella nostra metafora è quella della banca che, in materia di Fondi, oltre ad avere il ruolo di organo di vigilanza sulla correttezza delle operazioni, è depositaria di titoli e liquidità.

Non si vuole affatto mortificare la finanza con i propri adepti; si tratta di una scienza che, pur inquietando la maggior parte degli esseri umani, richiede creatività e devozione. Questi modelli ludici sono concepiti nella speranza di ridurre le distanze tra chi si lascia impaurire dal cattivo e terroristico giornalismo e la materia viva. Non si pensi che la Scienza della Logica di Hegel o L’uomo senza qualità di Musil o, ancora, il Faust di Goethe propongano argomenti più semplici e sbrigativi! Si contano più lettori di narrativa che di finanza solo perché i romanzi non sono scritti con un metalinguaggio e, di conseguenza, si pensa che sia possibile interpretarli con uno schiocco delle dita.


Abbandonando adesso la metafora per un piccolo arricchimento del tema in questione, bisogna indicare i principali tipi di Fondi: azionari, obbligazionari e bilanciati. Non si fa fatica a capire che, almeno in linea teorica, i Fondi Azionari sono molto più rischiosi degli altri. E inoltre, sul mercato, la diversificazione d’investimento è talmente ampia che il numero delle SGR cresce sempre di più e, con esso, la specializzazione.
 

L’accesso a questa pratica d’investimento è libero e facile: in virtù dell’ampia offerta, un comune investitore, anche con una somma modesta, può acquisire una quota di un fondo, pagando una commissione d’ingresso. Infine: quando il Fondo è chiuso, si può effettuare l’acquisizione d’una quota solo durante la cosiddetta raccolta, in fase di apertura. Al contrario, quando il Fondo è aperto, l’investitore è libero di scegliere il momento opportuno per l’acquisto o la vendita.

lunedì 22 agosto 2016

FUTURES

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)


Il termine ‘speculazione’, in genere, fa paura perché fa pensare a macchinazioni assurde e diaboliche che gli uomini di finanza concepirebbero per ingannare investitori e risparmiatori. In effetti, l’esistenza dei fenomeni over the counter, già elencati e descritti, non lascerebbe ben sperare, tuttavia esistono anche dei derivati che sono ben regolamentati e, addirittura, standardizzati, pur rientrando nella grande e temibile area della speculazione. I Futures, di fatto, non nascono per la classica copertura, ma sono voluti dal sistema per fini strettamente speculativi. Il loro meccanismo dovrebbe ormai esserci noto in funzione degli approfondimenti precedenti.

Come tutti i derivati, è necessario che ci sia un sottostante di riferimento: una commodity, un indice, una qualche attività finanziaria. Stabilito il legame col sottostante, acquisire Futures vuol dire investire in un mercato al rialzo o il cui andamento, secondo l’investitore, sarà rialzista, per così dire. Se nell’Opzione Call lo scopo è quello di acquisire una certa facoltà d’acquisto, la quale può essere esercitata o meno, nel caso dei Futures, ci si impegna direttamente ad acquistare il sottostante: insomma, non è possibile tirarsi indietro, come può fare il possessore dell’Opzione Call, pur perdendo il premio versato. Quindi, se entriamo in possesso di Futures sul Brent Oil, al prezzo di 30 dollari al barile, non dobbiamo fare altro che sperare che il prezzo del barile salga, altrimenti ci toccherà acquistare a 30 dollari qualcosa che costa meno.


Non è difficile capire che chi investe in Futures è un bull, come si dice in gergo. Appartengono alla categoria dei bulls (tori) tutti coloro che puntano sulle fasi rialziste del mercato, mentre i bears (orsi), al contrario, puntano sulle fasi ribassiste.


I contratti che riguardano questo genere di derivati, tra le altre cose, non sono modificabili. Possiamo dire, diversamente, che non sono esposti alle ‘manipolazioni’ che caratterizzano la maggior parte dei derivati; il che sancisce la loro negoziabilità all’interno della borsa e per il tramite d’una Clearing House, un’agenzia finanziaria che funge da istituto di garanzia per ambedue le controparti.   

venerdì 19 agosto 2016

OPZIONI

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Quando un consumatore si reca da un qualsivoglia concessionario d’auto, sa che, nella migliore delle ipotesi, la più ‘leggera’ tra le forme di pagamento è determinata dal piano di ammortamento concesso dalla finanziaria collegata al rivenditore. In pratica, l’acquirente non può pretendere di bloccare il prodotto mediante il pagamento di un premio al fine di acquistarlo in seguito, quando, per esempio, il prezzo di quel modello diminuisce. Il lettore, a questo punto, potrebbe chiedersi perché l’autore trovi diletto nello scrivere idiozie o cose talmente lapalissiane da non meritare alcun esame critico. Eppure, questa metafora di partenza è più sensata di quanto si possa immaginare perché, nel mercato dei derivati, esistono degli strumenti finanziari grazie ai quali è possibile fare qualcosa di simile.


Acquistando un’Opzione Call, il possessore, che in questo caso assume una long position rispetto al mercato, acquisisce il diritto di ricevere il sottostante, che può essere costituito da azioni, o il denaro di riferimento, anche se il valore supera di molto lo strike price, il prezzo d’esercizio. Le vie dell’esempio sono sempre agevoli: 1) acquistiamo 100 azioni della Guadagnifacili Inc. al prezzo di € 10,00 ciascuna; 2) acquistiamo 500 Opzioni Call legate alla stessa azione con premio pari a € 2,00 e quota d’esercizio equivalente a € 10,00; in pratica, spendiamo € 2.000,00. Mediante l’Opzione Call, per la quale paghiamo un premio, abbiamo il diritto di acquistare entro una certa data le azioni, anche quando il prezzo dovesse crescere. Viceversa, se il valore scende, ci conviene perdere il premio e rinunciare all’esercizio del diritto d’opzione. Se, ora, sulla base di questo breve – e mai esaustivo – excursus, consideriamo l’ipotesi iniziale della combinazione tra 1 e 2 e, nello stesso tempo, ipotizziamo che il valore delle azioni passi da € 10,00 a € 20,00, non solo guadagniamo in modo diretto i primi € 1.000,00 euro dall’investimento azionario, ma possiamo anche esercitare il diritto d’opzione: acquistare al prezzo di € 10,00 delle azioni che ora valgono € 20,00 per rivenderle immediatamente. In questo modo, si può capire facilmente, a nostro avviso, anche il meccanismo dell’effetto leva di cui tanto si parla. Tuttavia, se il valore delle azioni, anziché salire a € 20,00, scende a € 2,00, perdiamo esattamente col metodo della leva. Attenzione: questo può accadere sia in banca sia davanti allo schermo di un pc!  

A scopo didattico, per così dire, sottolineiamo che le opzioni possono essere americane o europee: con le americane il diritto di riscatto può essere esercitato entro la data di scadenza, mentre con le europee la facoltà di riscatto può essere esercitata solo alla scadenza.

È facile, a questo punto, capire come funzionano le Opzioni Put, che, al contrario delle precedenti, danno al possessore un diritto di vendita al prezzo fissato all’atto della sottoscrizione. Se ne trae vantaggio unicamente in caso di ribasso: esse sono proprio l’esatto opposto delle Opzioni Call. Pertanto, se acquistiamo delle put su un’azione, abbiamo il diritto di vendere al prezzo di sottoscrizione, anche se il valore delle azioni scende.


Adesso, forse, il ricorso alla metafora dell’acquisto dell’autovettura si fa pertinente. Il mercato finanziario ammette fenomeni che un mercato rionale non può contemplare neppure nella più fervida delle fantasie popolari. Può apparire bizzarro il confronto tra mercato rionale e mercato finanziario, ma di certo ci aiuta a misurare la distanza dell’economia finanziaria globale da quella reale.

mercoledì 17 agosto 2016

COMMODITY SWAP

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Un contratto di Commodity Swap è uno strumento finanziario derivato, si basa esclusivamente sul fenomeno di scambio ed è scorporato dal bilancio delle società contraenti. Con un Commodity Swap non ci si scambia quasi mai un prodotto, anche se, in ultimo, comincia a prevalere una tipologia di contratto che prevede la consegna fisica della merce; siamo nel caleidoscopico mondo della Fiction Economy: tassi di cambio, tassi d’interesse, fluttuazioni valutarie et cetera. Anche questo genere di scambio avviene over the counter, come si è detto più volte, cioè al di fuori delle borse e, di conseguenza, in assenza di un vero e proprio controllo. 

Il leitmotiv sembra essere sempre quello della copertura o, in altri termini, dell’investimento strategico: qualora un produttore di frumento tema il ribasso della commodity che produce, egli non deve fare altro che sottoscrivere con una controparte un accordo di pagamento periodico basato sulla differenza tra il prezzo fisso e quello variabile. Se il prezzo scende, il produttore ottiene la differenza a proprio vantaggio, viceversa, cioè se il prezzo sale, gli tocca pagare. Questa brevissima incursione nel significato tecnico del Commodity Swap, tuttavia, non ci permette ancora entrare appieno nella materia. Una variante di registro linguistico, molto probabilmente, sarà utile non solo al processo di apprendimento, ma anche e soprattutto all’esplorazione di una dimensione del denaro che si espande oltre la comune immaginazione: essa può risultare indubbiamente affascinante e, nello stesso tempo, assai pericolosa.


Un bel giorno, un contadino, dopo anni di duro lavoro e dopo avere sviluppato una certa capacità di produzione di frumento, riceve un’informazione che può cambiargli la vita. Decide di rischiare e corre ad incontrare un tizio che gli si propone come mediatore. Questi, successivamente, gli fa incontrare un ricco acquirente della sua materia prima. Il contadino ne è felice, ma è un po’ timoroso e diffidente perché non conosce l’inglese e sa che il cliente conosce solo quella lingua. Il mediatore lo rassicura. Conosce lui l’inglese, non ci sono impedimenti: l’affare è quasi fatto, mancano solamente i dettagli e un paio di firme. Il cliente, infatti, sottoscrive immediatamente l’acquisto di tutte le tonnellate di frumento che il contadino riesce a produrre: ogni sei mesi, per due anni. A questo punto, il contadino chiede al mediatore e interprete notizie precise sulle modalità di consegna del grano, ma la risposta gli giunge incomprensibile: - You mustn’t deliver any products! -. Il pover’uomo fa fatica a reggersi in piedi, aggrotta le sopracciglia, comincia a innervosirsi e minaccia con lo sguardo il mediatore, che si affretta a tradurre: - Tu non devi consegnare alcun prodotto! Abbiamo sottoscritto un Commodity Swap. –. Le cose non cambiano; il contadino impallidisce e pensa di essere stato ingannato. Egli non capisce che cosa è appena accaduto, ma non è stato ingannato. Con un contratto di Commodity Swap, in teoria, le parti non si scambiano affatto il prodotto, ma simulano uno scambio per guadagnare, tramite una specie di scommessa, sui flussi economici che si realizzerebbero, se lo scambio avvenisse realmente. 


S’ipotizza che, se il contadino vende la propria materia prima, abbia una certa liquidità da reinvestire in un determinato settore e grazie a una banca, per esempio, che gli offra specifiche condizioni d’interesse. Allo stesso modo, s’ipotizza che chi acquista abbia un prodotto di un certo valore, che può rivendere o utilizzare come capitale. Si tratta di ipotesi che s’intrecciano con altre ipotesi, che, a propria volta, costituiscono il mercato finanziario. E se il prodotto, da ultimo, dovesse restare invenduto? Può succedere. Ciò che importa, in questo meccanismo, è solo lo scambio dei flussi che si registrano nei due anni in questione. Se, per giunta, al posto del contadino e dell’acquirente mettiamo una banca e una multinazionale…

sabato 13 agosto 2016

IL CONTROPOTERE DEL LASCIARSI UCCIDERE

#linee

(la rubrica del sab di #AnalysisAndForecasting)

Contro ogni dissimulazione socio-politica, contro l'insulsaggine dei demagoghi e degli urlatori di piazza, i quali si mostrano prodighi d'accuse e improperi, quantunque ignari della più evidente delle verità di fatto: il compromesso tra uomo e potere è già una sorta di rivoluzione; e contro tutti gli ornamenti letterari, le parole di Heinrich Popitz spezzano i legami tra i simboli e i loro significati, non altrimenti che non esistesse più alcun rimando ermeneutico: ciò che l'occhio inquadra non può essere osservato a lungo in attesa d'una visione salvifica o sostitutiva.

<<Dalla disperazione estrema si forma, se questa viene sopportata, un potere di tipo particolare, il contropotere del lasciarsi uccidere (...) Che cosa significhi nelle sue estreme conseguenze rendere gli altri impotenti lo mostra un comando impartito nel campo di concentramento di Dachau (nel 1933), che minaccia di una punizione pesante e umiliante chiunque cerchi di uccidersi. In questo caso, la criminalizzazione del suicidio ha senza dubbio due motivazioni complementari. In primo luogo, deve esser tolta al prigioniero un'ultima decisione autonoma, l'ultima scintilla di un potere autonomo. Nello stesso tempo, l'atto di uccidere viene reclamato come monopolio e privilegio del detentore del potere (...) La violenza dunque è l'esperienza fondatrice di ordine per antonomasia. Ogni ordinamento che viene progettato sottostà a questo circolo vizioso della repressione della violenza: l'ordinamento sociale è una condizione necessaria del contenimento della violenza; laddove la violenza è una condizione necessaria del mantenimento dell'ordine sociale.>>



POPITZ, H., 1968-1986, Phänomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna 

venerdì 12 agosto 2016

INTEREST RATE SWAP

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

In linguistica, il termine swap può essere considerato un iperonimo, cioè come una parola il cui significato, all’interno del discorso, è ampio e imprecisato rispetto a un’altra che ne possiede uno specifico e determinato. Nella frase I pesci sono pericolosi, non facciamo fatica a rilevare un uso erroneo del sostantivo plurale pesci (iperonimo), specie se lo valutiamo in relazione alla frase Gli squali sono pericolosi, in cui il sostantivo plurale squali, in quanto iponimo, rivela caratteristiche biologiche precise e note. Di conseguenza, ogni qual volta in cui il blogger di turno si erge a paladino della libertà economica, dicendo che gli swap sono la causa del disagio finanziario globale, egli dice tutto e il contrario di tutto, giacché dovrebbe specificarne la tipologia. To swap, in inglese, vuol dire scambiare. Pertanto, in modo sbrigativo, potremmo concludere che si tratta di contratti che determinano uno scambio. Considerando tuttavia che il contratto è l’istituto giuridico per eccellenza dei mercati, non si fa fatica a immaginare che un qualsivoglia contratto generi sempre una specie di scambio. Qualcuno aggiunge pure che gli swap sono caratterizzati dallo scambio di flussi di cassa. Anche in questo caso, il campo semantico è generico; la qual cosa non ci consente di comprenderne appieno la fenomenologia. Dunque: o diciamo Credit Default Swap, Commodity Swap, Interest Rate Swap et similia, specificandone, per l’appunto, la tipologia, oppure restiamo in debito di significati.


L’oggetto della controversia è, ancora una volta, il prestito, un argomento che costituisce il focus di parecchi scambi all’interno del mercato finanziario, ma, prima di capire cosa accade, è fondamentale conoscere la differenza tra coloro che assumono una posizione lunga (long position) e coloro che assumono una posizione corta (short position). Di certo, il tempo non è la variabile che ci interessa o che mette in relazione gli aggettivi lunga e corta. Chi assume una posizione lunga è colui che crede in un rialzo dei tassi; viceversa, chi ne assume una corta opera nella direzione opposta. Altra componente da prendere in seria considerazione è la seguente: tanto più rischiosa è un’operazione finanziaria, quanto più conveniente può risultare dal punto di vista economico, se le cose vanno per il verso giusto – naturalmente! Prendendo come esempio il caso di un’azienda che ha contratto un debito a tasso variabile, il ricorso all’Interest Rate Swap (IRS) è determinato, di fatto, dalla volontà di copertura dal timore di un rialzo dei tassi. Se l’azienda in questione teme che il tasso possa crescere dall’iniziale 3,5% al 5% finale, entro lo sviluppo del piano di ammortamento, essa stipula un IRS con una banca e accetta di pagare, a ogni scadenza periodica prestabilita, un tasso fisso del 3,9%, pur di avere in cambio il valore della differenza tra il tasso variabile e quello fisso.

Che cosa accade, se la previsione di rialzo fatta dagli esperti dell’azienda è sbagliata? Facendo un paio di calcoli aritmetici, saltano fuori i guai.


È risaputo comunque che i derivati non entrano in gioco solo in processi ben definiti e limpidi, ma sono adottati a scopo speculativo. È così che un operatore finanziario che prevede, al contrario di quanto ha concepito l’esperto dell’azienda in questione, una riduzione dei tassi, anzitutto, acquisterà – molto probabilmente – delle obbligazioni e, in seguito potrebbe puntare agli IRS con finalità diametralmente opposte a quelle dell’azienda: vendere l’IRS assicurandosi il tasso fisso contro quello variabile perché, come si è detto, ne prevede la riduzione.


Il vero problema della finanza globale non è l’esistenza del derivato: all’epoca della ‘mucca pazza’, nessuno avrebbe osato dire che il problema era l’esistenza della mucca o, nel caso dell’aviaria, l’esistenza dei polli. L’uso speculativo sopravanza tanto quello reale che la quantità di derivati in circolazione vale quasi settecentomila miliardi di dollari, una cifra che supera di dieci volte quella del PIL mondiale. Non si deve mai dimenticare che la maggior parte dei derivati, una volta sottoscritta e stipulata, può essere nuovamente scambiata. E inoltre: sulla ‘scommessa’ si effettuano altre ‘scommesse’, fino a cancellare ogni traccia dell’attività reale sottostante.

mercoledì 10 agosto 2016

CREDIT DEFAULT SWAP

#legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

I Credit Default Swap (CDS) sono i derivati della tragicommedia finanziaria degli ultimi anni, essendo balzati agli onori della cronaca in seguito al ‘collasso’ dei mutui subprime. Il loro nome, in effetti, è inscindibilmente legato al debito e, in particolare, al rischio di insolvenza di chi, per esempio, ha acceso un mutuo: in sostanza, se qualcuno finisce sul lastrico e perde la casa o non può più pagare le rate di un prestito, qualcun altro guadagna bene. È la selvaggia legge della finanza e, forse, della nostra intera esistenza. Non a caso, in finanza, l’espressione “bruciati parecchi miliardi in borsa oggi…”, che sentiamo ripetere spessissimo al tg, è falsa e incomprensibile, oltre che inaccettabile: nessun euro si brucia; se una parte perde, un’altra vince.


Di fatto, la loro nascita non sarebbe da considerarsi tanto infausta quanto il loro sviluppo. Essi furono concepiti, almeno idealmente, in seno alla JP Morgan, come assicurazioni finanziarie sul credito e proprio per tutelare gli istituti che lo emettono. La descrizione del meccanismo d’impiego e della trama ‘assicurativa’ ci aiuta a diradare la nebbia che col tempo s’è addensata su di essi. Quando una banca concede un prestito a un cliente, in qualche misura, essa si espone al già citato rischio d’insolvenza. Anche nel migliore dei casi, infatti, non è mai escluso che il contraente possa avere, prima o poi, difficoltà a pagare le relative rate. I CDS sono stati introdotti nel sistema proprio per evitare che il carico di perdite causato da insolvenze sia eccessivo. La banca dunque si rivolge a una specifica figura, quella del protection seller, per stipulare una vera e propria assicurazione che la copra dai rischi in questione. È evidente che la stipula implica il pagamento di un premio assicurativo periodico. Ai CDS possono ricorrere anche e soprattutto i possessori di titoli di stato per difendersi dall’eventuale default dell’ente pubblico per eccellenza, sebbene questo comporti degli intrecci pericolosi. Anzitutto, quando un debito pubblico viene rinegoziato, i titolari di CDS, pur avendo elaborato la giusta strategia nei confronti della nazione in default, non ricevono neppure un euro di rimborso perché la rinegoziazione del debito non è prevista nella trama dei CDS. In secondo luogo, ogni qual volta in cui un investitore – importante e che abbia un certo peso all’interno del sistema economico-politico – acquista dei CDS ‘contro’ uno stato, egli non fa altro che lanciare un allarmante messaggio critico al sistema stesso, i cui attori economici cominceranno a preoccuparsi seriamente di ciò che sta per accadere in quel ‘territorio’.

Il termine trama non è stato scelto a caso. Infatti, facendo qualche passo indietro e tornando sul rapporto tra banca e assicuratore, si scopre qualcosa d’inquietante. Nessuno vieta al protection seller di rivolgersi a un altro protection seller allo scopo di ‘assicurare la propria assicurazione’. Quest’ultimo, a propria volta, può fare la stessa cosa, facendo intervenire un terzo protection seller e assicurando l’assicurazione dell’assicurazione. E così via fino a generare un’interminabile catena di Sant’Antonio. Siccome i parametri di definizione e valutazione del valore di un CDS sono fortemente legati ai tassi d’interesse e ai premi di emissione, proviamoci a immaginare una certa scena! Una banca di Roma, dopo aver concesso un prestito a una grande impresa, contatta immediatamente un protection seller a Hong Kong e si assicura. Il protection seller di Hong Kong, che non vuole rischiare né perdere tempo, chiama il collega di Francoforte e fa la stessa operazione. Il tedesco, che non può stare a guardare, essendo già il terzo anello della catena, ne coinvolge uno di Nuova Delhi e si mette al riparo. Allo stesso modo, il protection seller indiano ne chiama in causa uno londinese, il quale non esita a tirare dentro l’ennesimo protection seller, che può trovarsi a Doha, a Parigi, a New York o in qualsiasi altra piazza d’affari. Non si può certo dire che noi facciamo lo stesso con la nostra polizza RCS!

C’è dell’altro, sebbene ciò possa apparire infernale. I CDS già stipulati si possono scambiare, over the counter naturalmente. Ebbene sì, i protection seller di Hong Kong, Francoforte, Nuova Delhi, Londra, Doha, Parigi, New York et cetera possono vendere le ambigue assicurazioni appena stipulate, cosicché sulla trama già piuttosto contorta si costruisce un’altra trama ancora più contorta, i cui intrecci sono ben lontani, per significato finanziario, da quel prestito iniziale acceso a Roma e che costituisce il sottostante. Un trader navigato, per esempio, può fare incetta di CDS rilasciati sul prestito di un’azienda in ottima salute, di cui però prevede il crollo, e rivenderli al momento opportuno, cioè quando l’azienda è in crisi. Ciò che aveva acquistato a basso prezzo adesso ha un grande valore.


Qualche domanda conclusiva: se il primo anello della catena cede irrimediabilmente, che cosa succede? Pagheranno tutti? Chi è quell’ultimo che dovrebbe fungere da scudo finale? Ecco il cosiddetto rischio sistemico!