sabato 23 luglio 2016

LE PROFEZIE DI SARTRE

#linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Sulle prime, in merito all'appuntamento del sabato, l'idea era quella di un resoconto d'analisi circa i fatti della settimana, ma mi sono accorto che tale servizio d'informazione è ampiamente offerto. Di conseguenza, ho preferito rivolgere l'attenzione ad alcuni classici allo scopo di riportarne qualche frammento e sottoporlo al vaglio critico del lettore.

In questo caso, il testo designato è I DANNATI DELLA TERRA di Frantz Fanon, pubblicato in Italia nel 1962 per i tipi di Giulio Einaudi Editore. I frammenti scelti, invece, appartengono alla prefazione di Jean-Paul Sartre, la cui limpida perspicuità, oggi, cioè a più di quarant'anni dalla pubblicazione dell'opera e in un presente storico funestato dalle vicende del terrorismo, si rivela agghiacciante e quanto mai profetica.

<<Per questo motivo i coloni son costretti ad arrestare l'addestramento a metà: il risultato, né uomo né bestia, è  l'indigeno. Picchiato, sottoalimentato, ammalato, impaurito, ma fino a un certo punto soltanto, egli ha, giallo, nero o bianco, sempre gli stessi tratti di carattere: è un pigro, dissimulatore e ladro, che vive di nulla e non conosce altro che la forza (...) Tre generazioni? Fin dalla seconda, appena aprivano gli occhi, i figli hanno visto percuotere i loro padri. In termini psichiatrici, eccoli 'traumatizzati'. Per la vita. Ma quelle aggressioni senza tregua, rinnovate, anziché spingerli a sottomettersi, li buttano in una contraddizione insopportabile di cui l'europeo presto o tardi farà le spese. E dopo, li si addestri a loro volta, gli si insegni la vergogna, il dolore e la fame: non si susciterà nei loro corpi che rabbia vulcanica, la cui potenza è uguale a quella della pressione che viene esercitata su di loro. Non conoscono, dicevate, se non la forza? Certo; dapprima, sarà soltanto quella del colono e, ben presto, soltanto la loro, il che vuol dire: la medesima che si ripercuote su di noi, come il nostro riflesso ci viene incontro dal fondo di uno specchio. Non illudetevi; attraverso quel pazzo rovello, per quella bile e quel fiele, attraverso il loro desiderio costante di ucciderci, per la contrazione costante di muscoli potenti che hanno ben paura di sciogliersi, essi sono uomini: attraverso il colono, che li vuole uomini di fatica, e contro di lui. Cieco ancora, astratto, l'odio è il loro solo tesoro (...) Non è, da principio, la loro violenza, è  la nostra, rivoltata, che cresce e li strazia; e il primo moto di quegli oppressi è di seppellire profondamente quell'inconfessabile ira che la morale loro e nostra condannano e non è però che l'ultimo ridotto della loro umanità (...) Questa furia trattenuta, non potendo scoppiare, gira a tondo e sconvolge gli oppressi stessi. Per liberarsene, giungono a massacrarsi tra di loro: le tribù si battono le une contro le altre, non potendo affrontare il nemico vero - e potete contare sulla politica coloniale per mantenere le loro rivalità; il fratello, alzando il il pugnale contro il fratello, crede di distruggere, una volta per tutte, l'aborrita immagine dell'avvilimento comune (...) Noi troviamo la nostra umanità al di qua della morte e della disperazione, lui la trova al di là dei supplizi e della morte.>>


FANON, F, 1961, Les damnés de la terre, trad. it. di C. Cignetti, 1962, I dannati della terra, 1962, Giulio Einaudi Editore, Torino.

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