sabato 30 luglio 2016

LA SPERANZA E L'INGANNO

#linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Non una lezione di filosofia né un contributo psicotropo dello scribacchino di turno; non un gioco da prestigiatori della parola né, tanto meno, un elogio sostitutivo e compensatorio di chi affida ai motti e alle massime, agli aforismi e alle figure retoriche la consolazione intellettuale: l'intervento di oggi, che ci conduce alla lettura di un frammento de Il principio speranza di Ernst Bloch, opera iniziata nel 1938 e pubblicata tra il 1953 e il 1959 in tre volumi, è uno dei tanti modi possibili per scoprire i pericoli e le funzioni del linguaggio. Distinguere il desiderio dalla volontà, riscattando il concetto di speranza, è un'impresa letteraria ed esistenziale, non già vuoto anelito intellettuale. Un paio d'esempi a precedere ed effigiare il testo: la vittoria delle Termopili, conseguita dall'esercito greco dell'alleanza contro un avversario superiore per numeri e risorse; la gloriosa opposizione degli studenti delle facoltà di Siena e Pisa contro Radetzky, anch'egli superiore per numeri e risorse, durante la prima guerra d'indipendenza... Volere la libertà per concedersene il desiderio.  

(immagine di libridicasamia.com)



<<(..) Perfino l'inganno per funzionare deve lavorare suscitando speranza con lusinghe e corruzione; è proprio per questo che da tutti i pulpiti si continua a predicare la speranza, ma accuratamente rinchiusa nella pura interiorità o legata consolatoriamente all'aldilà; è per questo che financo le ultime miserie della filosofia occidentale non sono più in grado di ammannire la propria filosofia della miseria, senza prestare su pegno un oltrepassamento, un superamento. Cioè: non ne sono più in grado, se non sostenendo che l'uomo è essenzialmente determinato a partire dal futuro, significando però, con un atteggiamento tra cinico e interessato, ipostatizzato dalla propria condizione di classe - che il futuro sarebbe l'insegna del 'Night Club del No Future' (...) Qui il desiderare, per quanto potente esso sia, è distinto dal vero e proprio volere a causa del suo modo passivo ancora affine all'anelare. Nel desiderare non c'è ancora niente del lavoro o dell'attività: tutto il volere è invece un voler fare. Si può desiderare che domani ci sia un tempo bello, sebbene non si possa fare assolutamente niente in proposito. I desideri possono addirittura essere totalmente irragionevoli, possono andare nella direzione di volere in vita X o Y; è eventualmente sensato desiderarlo, ma insensato volerlo. Perciò, il desiderio resta anche lì, dove la volontà non può più cambiare nulla (...) Il volere invece è un procedere necessariamente attivo, ma verso questa meta, va verso l'esterno, deve misurarsi soltanto con cose effettivamente date.>> 


BLOCH, E., 1953, Das Prinzip Hoffnung, trad. it. di E. De Angelis, 1994, Il principio speranza, Garzanti Editore, Milano.


venerdì 29 luglio 2016

LE OBBLIGAZIONI

 #legami

la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)

Definite titoli di credito da alcuni divulgatori scientifici e titoli di debito da altri, le obbligazioni determinano una delle più intense e feconde attività di scambio finanziario tra lo stato e i soggetti esterni e tra le grandi aziende e la comunità economica. In effetti, hanno ragione entrambi: si possono considerare sia titoli di credito sia titoli di debito, secondo che il nostro punto di riferimento sia l’acquirente o l’emittente. A tal proposito, per sgomberare subito il campo d’analisi dai macigni della comunicazione tecnica, è bene ripensare completamente questo termine e dire che si tratta di un vero e proprio prestito. Non a caso, molto spesso, si parla di prestito obbligazionario.

Quando uno stato o un’azienda hanno bisogno di denaro per rispondere a un fabbisogno di cassa, possono ricorrere a un tipo di prestito che differisce un po’ da quello bancario, rivolgendosi a tutti coloro che, liberamente, vogliano fare un certo investimento. In che modo? In pratica, essi emettono delle cedole obbligazionarie, anche se esistono pure le obbligazioni zero coupon (ZCB – senza cedole), che, una volta acquistate, garantiscono al sottoscrittore una percentuale d’interesse come guadagno alla scadenza (trimestrale, semestrale, annuale etc.). Chi guadagna? Di fatto, entrambi gli attori economico-finanziari perché lo stato e l’azienda, che hanno emesso dei titoli di debito, possono ottenere il finanziamento a una condizione più vantaggiosa rispetto a quella offerta dalle banche, mentre l’investitore, che ha acquisito un titolo di credito, al contrario, si avvale di qualche punto d’interesse sulla rendita della somma investita.

Se, molto di frequente, si sente dire bond al posto di obbligazione, non c’è da allarmarsi perché non è altro che il corrispondente termine in inglese, ormai piuttosto in voga. Hanno una solida storia, invece, i titoli di stato, cioè le obbligazioni emesse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze: un tempo, erano considerati delle casseforti dei risparmiatori; oggi, le cose non stanno più così, in seguito agli allarmi di default scattati dappertutto. In rapida rassegna, elenchiamo quelli della ‘tradizione Italia’: I Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), a breve termine: da 3 a 12 mesi; i Certificati di Credito del Tesoro (CCT), della durata di 24 mesi; e i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP), a lungo termine: da 3 a 30 anni. E’ evidente che l’offerta, nel tempo, non s’è limitata solo a questo: attualmente, CTZ e BTP ne sono un esempio, ma è opportuno circoscrivere almeno un po’ la didattica di questi approfondimenti.


Altri due aspetti devono essere trattati, giocoforza, prima di concludere la definizione della categoria. In primo luogo, le obbligazioni, specie quelle aziendali (Corporate Bond), non sono tutte uguali. Alcune sono convertibili, la qual cosa significa che possono essere trasformate in azioni (tema che tratteremo nel prossimo capitolo); altre sono strutturate, sono cioè legate all’andamento di un certo sottostante (strumenti finanziari derivati, di cui si parlerà in seguito). Ci sono quelle a tasso fisso e quelle a tasso variabile, ma ciò che è importante esplicitare adesso è il concetto di zero coupon, che riguarda, com’è già stato anticipato le obbligazioni senza cedola: chi ne è possessore non riceve un interesse periodico, ma ottiene l’intero capitale alla scadenza programmata. In secondo – e ultimo – luogo, è quanto mai ‘salubre’ fare una distinzione tra valore nominale e valore reale di un titolo perché tutta la nostra visione dell’economia è spesso oscurata da questo incontro-scontro linguistico. Dato che la spiegazione è indubbiamente articolata e complessa, ci limitiamo per il momento a inquadrare il ‘problema’, rinviando ai successivi capitoli il definitivo chiarimento, cioè al momento in cui parleremo di Libor, Euribor, Inflazione, Tassi et similia. In fatto di obbligazioni, è sufficiente ipotizzare di averne acquistata una il cui rendimento alla scadenza annuale sia X (valore economico) + 1 (interesse), laddove il costo del denaro sia Y+0,00. Se alla scadenza prevista il costo del denaro sale a Y+0,50 per vari e imprecisati movimenti di politica economica della Banca Centrale, noi ci ritroviamo tra le mani un valore nominale inferiore a quello reale. In sostanza, lo spread non viene caricato sul nostro rendimento, che non diventerà mai X + 1 + 0,50. Avremmo guadagnato di più con un deposito a termine. E si badi bene: questo discorso va esteso ai salari e a tutto ciò che si può comprare o vendere! 

mercoledì 27 luglio 2016

DEBITO E DEFICIT

#legami

la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)

Molto spesso, si fa fatica a immaginare uno stato come una specie di ‘attore commerciale’ coinvolto in processi di compravendita, nella gestione di entrate e uscite e in tutte quelle attività che, in genere, riguardano l’impresa. Forse, che l’Italia, la Spagna, la Germania et similia non pagano le tasse? Di fatto, sappiamo che le pagano. Altroché! Bruxelles docet. Se si riuscisse a collocare lo stato in questa scena e a ripensarlo secondo la metafora imprenditoriale, alcuni concetti astrusi diventerebbero accessibili.

Di là dalle comuni contestazioni, che non rientrano nell’oggetto di questi approfondimenti, per garantire la continuità di alcuni servizi – sanità, trasporti et cetera – e sostenere le relative spese uno stato le cui casse non sono sufficienti a coprire il fabbisogno standard ricorre al debito: in pratica, esso emette dei titoli di debito (BOT, CCT et cetera) facendosi prestare il denaro da imprese, banche e cittadini che acquistano le cosiddette obbligazioni. Il soggetto economico che le acquista sa di dover ricevere, a una determinata scadenza, la somma investita maggiorata di una quota d’interesse. Il tema obbligazioni sarà oggetto dei prossimi approfondimenti. Purtroppo, nel tempo, non tutti gli stati sono stati in grado di pagare il proprio debito, finendo coll’essere risucchiati dalla tragica insolvenza: sono universalmente noti i casi della Grecia e dell’Argentina, ma, andando indietro nel tempo, si trovano parecchi altri esempi.


Accade talvolta che le uscite superino le entrate: in questo caso, si parla di deficit o disavanzo pubblico. Nella contabilità, il rapporto tra entrate e uscite è definito saldo. A questo punto, c’è da prendere in considerazione un aspetto molto importante della politica economica: in alcune circostanze, un deficit elevato può essere programmato e determinato da una scelta strategica, finalizzata a soddisfare la domanda di beni e servizi (Domanda Aggregata). Viceversa, un governo, in materia di politiche di bilancio, può prevedere manovre restrittive, destinate a creare avanzo, anziché disavanzo; il che, nostro malgrado e molto di frequente, si trasforma in un aumento delle imposte.

In considerazione del tema trattato in precedenza (§ IL PIL), è appena il caso di spendere due parole sul rapporto tra Debito Pubblico e PIL soprattutto perché è ormai diventato, almeno in Europa, la spada di Damocle di molti governi: il Patto di Stabilità previsto nell’UE lo indica come imprescindibile parametro. Ciò che più conta, anzitutto, con riferimento al vincolo europeo, è che il PIL sia elevato, anche in presenza di un debito elevato. Perché? Sebbene la struttura di questo rapporto non sia d’immediata fruizione e sia legata a molte variabili, in questa sede possiamo dire che si tende, in questo modo, a valutare se uno stato sia in grado di pagare i propri debiti e, di conseguenza, se sia affidabile o meno all’interno dei mercati.

 



                                    

lunedì 25 luglio 2016

IL PIL

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la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)

Si tratta – molto probabilmente – del più gettonato tra gli acronimi della politica economica. Si esplica, com’è noto, in Prodotto Interno Lordo e dovrebbe indicare lo stato di salute di un paese. Gl’inglesi lo chiamano GDP (Gross Domestic Product). Si dice anche e per lo più che ne rappresenti la ricchezza o il benessere: in buona parte è vero. In effetti, del calcolo del PIL fa parte la spesa delle famiglie in beni durevoli, in beni di consumo e servizi. Per intenderci: l’acquisto quotidiano del pane entra a pieno titolo sia nella categoria linguistica dei beni di consumo sia in quella della produzione. Tra le altre cose, il frumento è una materia prima (commodity) quotata e scambiata nei mercati. In questo passaggio commerciale, che porta il pane sulle nostre tavole, purtroppo, non si tiene conto del costo della farina sostenuto dal panificatore; il che getta delle ombre sui sostantivi ricchezza e benessere ampiamente adottati dalle scuole di economia e dai media. E inoltre: dalla valutazione del PIL non si apprende com’è distribuito il denaro.

Prima di dare corpo a una definizione completa del PIL, è bene fare qualche passo indietro per suddividere l’oggetto del nostro approfondimento nelle tre parti dalle quali è composto.


Perché ‘Prodotto’? Col termine ‘prodotto’ si è soliti esprimere una misura complessiva, ossia un insieme di beni e servizi finali nell’arco di un anno. I servizi pubblici, per esempio, sono inclusi nella misura in questione in funzione dello stipendio mensile degli impiegati che ne determinano la realizzazione. S’è sempre sentito dire che l’edilizia è il volano dell’economia di un paese. Se si vedono parecchi cantieri lungo le strade di un paese, ciò indubbiamente può far pensare a un aumento del PIL. Se tuttavia nessuno è in grado di acquistare le case appena costruite… Che cosa succede? Il PIL cresce, ma non la ricchezza né, tanto meno, il benessere. Se aumenta l’inflazione, cioè il costo della vita, con relativa diminuzione del potere d’acquisto della moneta… Che cosa succede? Il PIL cresce, ma non la ricchezza né, tanto meno, il benessere. Pertanto: il PIL è un indicatore importantissimo, ma è anche un’asperrima contraddizione della politica economica mondiale.

Allora: perché non si fa altro che bombardare il cittadino con proclami sulla vitale crescita del PIL? Unicamente per esigenze di politica d’espansione monetaria, che alimenta i circuiti di scambio tra banche d’affari e banche commerciali. Una economia reale e salutare non può e non deve essere basata soltanto sulla crescita del PIL. L’asfissiante parametro di Bruxelles, che vincola il rapporto tra il Debito di un paese-membro e il PIL è diabolicamente intrappolato in questo schema.

Perché ‘Interno? In questo caso bisogna prestare molta attenzione a ciò che spesso si legge. Infatti, si scrive con superficialità che il Prodotto è Interno perché si riferisce a uno specifico paese. La definizione è impropria o per lo meno incompleta perché con l’aggettivo ‘Interno’ si fa riferimento,  per esempio, pure a ciò che la comunità cinese produce e consuma in Italia, indipendentemente dalla cittadinanza.


Perché ‘Lordo’? Tutto ciò che si produce ha un costo; di conseguenza si stabilisce che il Prodotto Interno deve essere stimato al lordo degli ammortamenti. 

sabato 23 luglio 2016

LE PROFEZIE DI SARTRE

#linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Sulle prime, in merito all'appuntamento del sabato, l'idea era quella di un resoconto d'analisi circa i fatti della settimana, ma mi sono accorto che tale servizio d'informazione è ampiamente offerto. Di conseguenza, ho preferito rivolgere l'attenzione ad alcuni classici allo scopo di riportarne qualche frammento e sottoporlo al vaglio critico del lettore.

In questo caso, il testo designato è I DANNATI DELLA TERRA di Frantz Fanon, pubblicato in Italia nel 1962 per i tipi di Giulio Einaudi Editore. I frammenti scelti, invece, appartengono alla prefazione di Jean-Paul Sartre, la cui limpida perspicuità, oggi, cioè a più di quarant'anni dalla pubblicazione dell'opera e in un presente storico funestato dalle vicende del terrorismo, si rivela agghiacciante e quanto mai profetica.

<<Per questo motivo i coloni son costretti ad arrestare l'addestramento a metà: il risultato, né uomo né bestia, è  l'indigeno. Picchiato, sottoalimentato, ammalato, impaurito, ma fino a un certo punto soltanto, egli ha, giallo, nero o bianco, sempre gli stessi tratti di carattere: è un pigro, dissimulatore e ladro, che vive di nulla e non conosce altro che la forza (...) Tre generazioni? Fin dalla seconda, appena aprivano gli occhi, i figli hanno visto percuotere i loro padri. In termini psichiatrici, eccoli 'traumatizzati'. Per la vita. Ma quelle aggressioni senza tregua, rinnovate, anziché spingerli a sottomettersi, li buttano in una contraddizione insopportabile di cui l'europeo presto o tardi farà le spese. E dopo, li si addestri a loro volta, gli si insegni la vergogna, il dolore e la fame: non si susciterà nei loro corpi che rabbia vulcanica, la cui potenza è uguale a quella della pressione che viene esercitata su di loro. Non conoscono, dicevate, se non la forza? Certo; dapprima, sarà soltanto quella del colono e, ben presto, soltanto la loro, il che vuol dire: la medesima che si ripercuote su di noi, come il nostro riflesso ci viene incontro dal fondo di uno specchio. Non illudetevi; attraverso quel pazzo rovello, per quella bile e quel fiele, attraverso il loro desiderio costante di ucciderci, per la contrazione costante di muscoli potenti che hanno ben paura di sciogliersi, essi sono uomini: attraverso il colono, che li vuole uomini di fatica, e contro di lui. Cieco ancora, astratto, l'odio è il loro solo tesoro (...) Non è, da principio, la loro violenza, è  la nostra, rivoltata, che cresce e li strazia; e il primo moto di quegli oppressi è di seppellire profondamente quell'inconfessabile ira che la morale loro e nostra condannano e non è però che l'ultimo ridotto della loro umanità (...) Questa furia trattenuta, non potendo scoppiare, gira a tondo e sconvolge gli oppressi stessi. Per liberarsene, giungono a massacrarsi tra di loro: le tribù si battono le une contro le altre, non potendo affrontare il nemico vero - e potete contare sulla politica coloniale per mantenere le loro rivalità; il fratello, alzando il il pugnale contro il fratello, crede di distruggere, una volta per tutte, l'aborrita immagine dell'avvilimento comune (...) Noi troviamo la nostra umanità al di qua della morte e della disperazione, lui la trova al di là dei supplizi e della morte.>>


FANON, F, 1961, Les damnés de la terre, trad. it. di C. Cignetti, 1962, I dannati della terra, 1962, Giulio Einaudi Editore, Torino.

venerdì 22 luglio 2016

LO SPREAD

#legami


(la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)

Negli ultimi anni, il termine spread è stato utilizzato come una sorta di jolly del lessico economico-finanziario, soprattutto nell’ambito dell’attività d’informazione svolta dai mass-media. In effetti, il suo significato non è univoco e, molto probabilmente, se n’è fatto un uso strumentale, nel tentativo di far credere che indicasse unicamente la differenza di valore tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani.

La prima cosa certa della semantica dello spread è proprio il concetto di differenza, anche se non è sufficiente rivolgere la propria attenzione a un vocabolario della lingua inglese, dove si legge qualcosa di diverso.


Un primo esempio a scopo di chiarimento può rintracciarsi nell’operatività dei mercati. Com’è noto, il mercato azionario-finanziario è il ‘luogo’ in cui si svolgono quotidianamente operazioni di compravendita. Tale processo si apre ogni giorno tramite una vera e propria asta: la differenza tra il più basso tra i prezzi formulati dai venditori (bid price) e il più alto dei prezzi formulati dai compratori (ask price) prende il nome di spread.

Le trame dello spread riguardano molto da vicino anche un qualsivoglia mutuatario. Come si è detto in precedenza, a proposito di TAN e TAEG, le banche traggono profitto dalla differenza tra il valore del denaro che acquistano da altre banche e quello del denaro che rivendono ai propri clienti, aggiungendo ‘qualcosa’ al tasso di base. Anche - e soprattutto - in questo caso, si tratta di spread. In genere, in un’operazione di prestito ipotecario, lo spread costituisce il costo fisso, mentre l’euribor quella variabile. L’euribor non è altro che un tasso elaborato e fissato quotidianamente e mediante il quale le banche si scambiano il denaro.


Di conseguenza, oltre ad ascoltare le notizie diffuse molto di frequente sulla differenza tra BTp (a 10 anni) e Bund, non si dimentichi di prestare attenzione al comportamento delle banche, dato che l’applicazione dello spread è del tutto rinviata alla volontà dei singoli banchieri! 

mercoledì 20 luglio 2016

TAN e TAEG

#legami

(la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)


Ogni prestito erogato da una banca o da una finanziaria verso il cliente non è altro che un vero e proprio prodotto venduto. Il denaro, infatti, è oggetto di autentiche operazioni di compravendita. A tal proposito, è opportuno anzitutto distinguere le banche commerciali, che ci riguardano più da vicino, dalle banche d’investimento. Quest’ultime non si rivolgono al padre di famiglia o al piccolo e medio imprenditore, ma lavorano principalmente con le grandi aziende o i titolari di asset finanziari nell’ambito della gestione patrimoniale e finanziaria. Di conseguenza, le filiali e gli sportelli che siamo abituati a frequentare, come è già stato preannunciato, sono quelli delle banche commerciali, la cui  attività preponderante consiste, per l’appunto, nel rivendere il denaro acquistato presso altre banche e presso le banche centrali. Il guadagno, ovviamente, sta interamente nella differenza tra il prezzo d’acquisto e quello di vendita.


A questo punto, compaiono sulla scena due acronimi che ormai gli spot pubblicitari riportano insistentemente. Si sappia che tanta chiarezza sulle cifre dipende da obblighi di legge e non dall’animo caritatevole di qualche moralizzatore! Un tempo, non a caso, non era così. Dopo gli eccessi di frode del primo decennio del secolo in corso, qualcosa è cambiato. 


TAN e TAEG sono dunque i nostri elementi di discussione. Il TAN è il Tasso Nominale Annuo, ovverosia la percentuale d’interesse pura che il cliente dovrebbe riconoscere alla società che gli ha venduto il denaro, tuttavia, come tutto ciò che è puro, è quasi ininfluente agli effetti del calcolo delle nostre spese di risarcimento. In pratica, sarebbe utile, se e solo se decidessimo di pagare il debito in una sola rata, alla scadenza. Perché? Perché ogni finanziamento è composto da spese di istruttoria, da spese di istruzione della pratica, da spese di bollo e imposta et cetera: si tratta di tutta una serie di balzelli che richiamano l’attenzione sul TAEG, cioè sul Tasso Annuo Effettivo Globale, che comprende sia il TAN sia tutte le spese appena elencate. Non è il caso di farsi ingannare dagli slogan coi quali si racconta che si può avere un TAEG fisso, giacché, in primo luogo, è ormai quasi del tutto normale avere un TAEG fisso e, in secondo luogo, il mantenimento del TAEG fisso ha un costo, che grava nettamente sulla rata mensile: di qui la differenza di valore economico tra l’eventuale e impossibile pagamento del debito in una sola rata e il naturale e ‘umano’ piano di ammortamento.

lunedì 18 luglio 2016

RISERVA FRAZIONARIA

#legami

(la rubrica del lun, merc e ven di #AnalysisAndForecasting)

Le banche possono prestare il denaro che non possiedono; nessuna di esse ha il 100% di capitale a garanzia dei prestiti.

In pratica, se l’arcinoto signor Rossi deposita sul proprio conto € 1.000,00, la banca, che non tollera spreco e immobilismo, ne trattiene una minima parte e ne presta il resto: € 100,00 in cassa e € 900,00 ad altri correntisti 'bisognosi'.

È sufficiente moltiplicare il caso del signor Rossi per n per ottenere un circuito infernale di moneta: il meccanismo in questione prende il nome di RISERVA FRAZIONARIA.

Su base statistica, i banchieri sanno bene che molto di rado i correntisti correranno tutti insieme allo sportello a ritirare il proprio denaro. Se ciò accadesse, infatti, troverebbero la sorpresina, vale a dire che non troverebbero il denaro, che la banca ha prestato ad altri, non essendo obbligata a conservarlo.