mercoledì 29 giugno 2016

BREXIT:

MIOPIA DEGLI ANALISTI, PROPAGANDA TEDESCA

A nostro avviso, una regola di buona condotta per un analista prudente e disincantato potrebbe consistere nel mantenere una certa distanza dagli eventi clamorosi e sui quali si addensano gli sforzi di tutti i mezzi di comunicazione, nell’evitare cioè di cavalcare l’onda della notizia; il che è valido non già perché si isoli un profilo intellettuale schizzinoso, ma per prioritarie questioni di metodo: evitare di farsi risucchiare dalle suggestioni e dagli impulsi collettivi è un dovere improrogabile. Ne La cantatrice calva, Jonesco introduce la figura di un medico, il dottor Mackinzie-King, il quale, prima di operare un paziente, sperimenterebbe su di sé l’intervento. Ebbene? Nel teatro dell’assurdo, quest’iperbole dell’esistenza, per così dire, investe la quasi totalità dei personaggi; nel teatro della finanza e della geopolitica, le iperboli vanno osservate, intuite, interpretate e circoscritte. Accade tuttavia, che la storia talora stessa abbia il sopravvento, forzando i protagonisti dell’analisi a reinventare il proprio ruolo, a correre il rischio di scomparire nella mischia delle opinioni, cosicché ogni atto d’interpretazione diviene un tentativo di autocoscienza.

La Brexit è stata ed è un fenomeno imponente, invasivo e a causa del quale occorre ridisegnare anzitutto il proprio ruolo. Essa è una manifestazione indeterminata, pura e indifferenziata dello spirito cosmico-storico, della storia che si rivela attraverso i popoli e contro quelle ‘accademie del pensiero’ che, fino al 22 giugno 2016, hanno indicato tecnica e ritmo dell’informazione. Pertanto, non si può non partecipare con un contributo, quantunque esso possa apparire misero, perché sarebbe come rinunciare a una gara, dopo avere riconosciuto la superiorità dell’avversario. La Brexit è stata ed è quest’avversario superiore. Lo è e lo sarà per alcuni elementi di ineluttabilità e dei quali i media hanno detto molto poco.

In primo luogo, il voto anti-UE è espressione della volontà di un popolo che è educato ai diritti e alla cultura democratica da circa ottocento anni. Gl’inglesi, per primi, il 15 giugno del 1215, ottennero dal re Giovanni Senzaterra la Magna Charta Libertatum, un documento di ‘giurisprudenza libertaria’ sul cui primato si può sicuramente dibattere, ma il cui valore non può essere affatto revocato in dubbio: il divieto di essere incarcerati senza un regolare processo e il divieto di imporre nuove tasse senza l’approvazione di un consiglio in esso contenuti ne sono una testimonianza inoppugnabile. L’abitudine a esercitare i diritti è l’unica vera esperienza democratica, tant’è che, oggi, non sarebbe corretto né rispettoso parlare di antieuropeismo britannico, laddove sarebbe sano, da parte degli sconfitti, sottoscrivere unicamente la rivendicazione dell’autonomia e dell’identità storiche. La Gran Bretagna non è mai stata assoggettata a un’entità sovranazionale; semmai la si può accusare d’irrazionale imperialismo. Auspicarne la sottomissione ai principi di Bruxelles è da scellerati.

(immagine di wikipedia.org)


È molto più semplice controllare e assicurare alla causa unionista un paese come l’Italia, per esempio, giacché l’Italia, in saecula saeculorum, fatta eccezione per la maestosa parentesi dell’impero romano, s’è concessa ad arabi, francesi, spagnoli e, tuttora, continua a concedersi a francesi, tedeschi et alia.  Si commette, in sostanza, il grave errore di trascurare il piano della realtà a vantaggio di quello dei dogmi dei programmi politici e finanziari, come se fosse possibile ripianificare la genetica geopolitica. Con questi salti temporali, non si vuole esaltare l’Inghilterra, che ha serie e pesanti responsabilità in fatto di devastazioni finanziarie ed economiche ai danni dei paesi dell’Europa meridionale: bisogna ammetterlo, gl’inglesi non sono simpatici, ma non lo sono come non lo è quel calciatore che, al novantesimo d’una finale, segna contro di noi il gol della vittoria e, per di più, lo fa ubriacando di dribbling l’intera difesa, portiere compreso. Se per giunta questo giocatore milita in una squadra che per due o tre volte di seguito ci ha soffiato il titolo, qual è il nostro livello di gradimento? Un giocatore e una squadra siffatti, per quanto antipatici, sono da ammirare.

Non si può tacere, a questo punto, che gli autocelebrativi americani e la loro democrazia sono figli dell’audacia dei padri pellegrini, i quali, salpando da Plymouth il 6 settembre del 1620 a bordo del Mayflower, giunsero a Cape Cod, nel Massachusetts, e in questa terra gettarono le basi della futura integrazione culturale statunitense. Ancora oggi, non a caso, ogni quarto venerdì del mese di novembre, si festeggia proprio il Thanksgiving Day, che la mediocre cinematografia ha rappresentato solamente attraverso mastodontici tacchini, mentre con esso si ricorda il primo raccolto effettuato dai coloni.

(The first Thanksgiving Day, oil on Canvas by J. L. G. Ferris, 1899, via wikipedia)


Il secondo elemento di ineluttabilità deriva immediatamente dal primo: la noncuranza con cui è stata affrontata la componente storiografica della vicenda, non altrimenti che se fosse una leggenda, ci induce a credere che buona parte dei nichilisti del post-Brexit, i numerosi teorici e promotori del disastro, sia una turba d’imbroglioni o sedicenti politologi o, diversamente, meschini speculatori.

La sterlina, di fatto, ha subito una pesante svalutazione, perdendo fino a undici punti rispetto al dollaro e fino a otto punti rispetto all’euro. C’era da aspettarselo e, forse, anche uno studente del primo anno di economia sarebbe riuscito a centrare la previsione, di conseguenza non si capisce come mai piovano dal nulla pareri di esperti consulenti di banche d’affari su questo fenomeno. O meglio: lo si comprende appieno, se si sposa l’ipotesi dei ‘meschini speculatori’. Nello stesso tempo, si annuncia la ‘fuga delle banche’ da Londra. Il linguaggio, ancora una volta, diventa strumento di potere occulto e gl’inglesi, primi al mondo nell’uso di questa disciplina d’intelligence, lo sanno bene. Forse che si vuole persuadere l’opinione pubblica che il suolo britannico sarà presto sguarnito di sportelli per bancomat? Sarebbe ridicolo il solo pensiero. Dunque, qual è l’obiettivo di questo frasario irriverente?

Le banche resteranno lì: lo spostamento riguarda alcune forme di capitale, dai fondi speculativi ai pacchetti di cartolarizzazione, dalla ristrutturazione dei derivati alle modalità di risparmio e investimento, ma i mercati finanziari non sono fatti solo di rialzisti, esistono anche i ribassisti, cioè coloro che puntano sul calo dei ‘titoli’ e sui cosiddetti crolli. In pratica, è necessario osservare guadagni e perdite sulla base dello scambio costante e inesauribile. È evidente che un brusco calo di un paniere principale di borsa non giova alla salute dello stato che lo subisce, ma ciò non ne implica la disfatta. Tra le altre cose, il governo britannico s’è affrettato a informare i banchieri che interverrà su incentivi, agevolazioni e, addirittura, sulla detassazione a favore del comparto bancario. Si ha idea di cosa potrebbe significare tutto questo? L’Inghilterra, nell’arco di un biennio, in quanto paese extracomunitario, potrebbe trasformarsi in una sorta di paradiso fiscale specifico, tanto da vedere rientrare i capitali con particolare e ‘fiabesca’ rapidità. Attualmente, la debolezza della sterlina, ha già prodotto un vantaggio importante, che naturalmente non viene discusso: le aziende di Sua Maestà possono incrementare in modo vertiginoso le esportazioni, da cui la ‘bilancia dei pagamenti’ britannica trarrà consistente vantaggio. Non si tratta mica di fantaeconomia o fantafinanza, bensì di deduzioni elementari e, come si è detto, ineluttabili.

(immagine di investing.com)



Da ultimo, a suffragio delle tesi finora esposte ci sia concesso di accusare gli analisti di miopia! Non ci vuole molto a dare un’occhiata alla curva di rendimento dei titoli di stato inglesi, che, pur essendo in leggera flessione rispetto allo scorso anno, ci sembra che indichi una certa buona salute. Per carità, prevale l’investimento a breve termine, ma non siamo affatto di fronte al grafico della depressione economica o dell’imminente crisi finanziaria d’un paese. Allora, perché si fa prevalere l’immagine di una catastrofe? Sicuramente, non si è detto che tanta propaganda sul disastro giova alla Germania, che ha tanti buoni motivi per temere altri possibili ‘allontanamenti’ dall’Unione Europea: è il paese che vanta il migliore tra gli asset industriali, si avvale dunque d’un euro forte e può continuare a fare la voce grossa in Europa, tranne che l’entusiasmo democratico-referendario si diffonda in altri paesi, spingendoli verso l’uscita. A quel punto, si configurerebbe la metafora di quell’atleta che racconta in giro con fierezza d’essere arrivato terzo, senza dire che i concorrenti erano tre. 

(immagine de Il Sole 24 Ore)


La Germania è il paese europeo col maggiore tra i debiti ‘derivati’ in Europa nei confronti degli Stati Uniti, che, ovviamente, Trump a parte, che pare soffrire di un disturbo maniacale, sono allineati a sostegno della compattezza dell’UE. A dire il vero, a dispetto dei tanti luoghi comuni sull’alleanza storica tra Inghilterra e USA, troppi dati ‘petroliferi’ ci inducono a pensare che l’intesa tra i due giganti sia solo una bella facciata e nulla di più. Il dollaro, di fatto, a causa della Brexit o grazie alla Brexit, a seconda dei punti di vista, s’è rafforzato notevolmente, consentendo alla FED di prendersela comoda sul rialzo dei tassi. In quanto al resto, i vari Le Pen, Salvini e personaggi consimili sono talmente inconsistenti da potere vivere unicamente di disagi popolari e contestazione, che determinano effetti in determinate porzioni di intervallo politico, ma che non possono andare oltre la pausa ricreativa. 


martedì 21 giugno 2016

ANALYSIS & FORECASTING

Method And Opportunities


Premise


Temptation is always that one that comes from winning, soothing and reassuring images; the suggestion, instead is that one build by the web gurus, whose words determine only successful trails delimitated by olympic slogans and golden advices, as if what happens around us, who are freelancers, fathers, lovers, adventurers and who knows what else, didn’t suffer the weight of discomfort, frustration or defeat. Does promote oneself, that is to offer own expertise to the market, then means denying life, forgetting road, neglecting pains, fears and worries of the common man? Neither in the archaic myths or in the literature we find men who are strangers to pain, and yet, today, marketing is solely composed of impeccable and invulnerable figures. Didn’t Achilles, the indomitable king of the Myrmidons, suffer the detachment from Briseis or from beloved cousin Patroclus? Didn’t Joshua ben-Joseph, the Christ, not one of the many, at the Gethsemane, ask Father to ward off the bitter cup? Didn’t Alexander the Great, the biggest among the conquerors, die in his early thirties now afflicted and isolated, despite the power? And we could speak about the Napoleon’s failure during the passage of Borodino or famously Julius Caesar’s fate, up to make an endless sequence rise. Did human affairs by change undermine the identity of these characters, who, like archetypes, are part of the collective unconscious? 

Which is the meaning of such a premise, in an index book where we steadily speak about geopolitics, intelligence, finance et similia? The answer is in my intentions: I, as an analyst, today, want to promote myself and I want to do it, as well as with a clear and well-defined method, through scraps of reality and on the basis of the human affairs that have characterized my scientific instruction and existential curriculum. If, from the degree in philosophy, I have gotten to economic, financial and sociopolitical forecasts, there must be a story and the facts. The man is represented by the works and operates between the facts. The rest is ‘packaging’. I categorically refuse to write or report: ‘How to do this or that’, '10 Tips on ', ‘Hurry up to contact me' and similar nonsense!

A caustic note: the analysis of SWOT plane of a company is the acronym of Strengtghs Weakness Opportunities Threats and not, for example, of Soul Wonder Orgasm Tenderness.

The Method


There is a place where a careful observer who is willing to explore is able to make predictions about human behavior: it is indefinable, uncontainable, incommensurable. Every man, even unknowingly, passes through it, leaving traces of himself, traces that turn themselves into documents of identity: joys and sorrows, intentions and beliefs, doubts and certainties, hope and skepticism. Each of these elements contains an a story and some signs that human passage tells. At first, we deal with a residue that settles to the ground in order to generate high and dense layers of amorphous and alive matter. The explorer who benefited from the privilege of contemplation, nevertheless, make a face, a form, a plot arise. The dimension within which we are interpreting the mysteries that surround us is that one of the language, unique structure of existence that denounces the speaker himself revealing what usually means hiding or you tend to mystify and obscure.

To analyze speech acts means to have seen what it has been, forecasting what will be, inhabiting the world with clear perspicuity and foresight, it means ‘to know’. Detractors and objectors could easily reject this hypothesis because of quackery or could conjecture about conceited and fearless barkers, but science, experience and laboratory are unshakeable. 


Our language, both that written one and that spoken one, is composed of parameters that repeat in a punctual and systemic way; not by chance, it is considered recursive. By leaving from finite means, all of us are able to produce an infinity and recursive series of combinations, that structure themselves according to a particular frequency of use. Practically, the expressive modalities of each of us are based on a certain common heritage, but they differ one another both for the style and the events experienced or partially tested by the speaker. We don’t get God’s speech and there isn’t claiming to proclaim the truth, but we have the courage investigating, discovering and knowing.

In the economic and financial scope and in that socio-politic one, the most fruitful among the labor camps is that one of media, whose writing is obsessively reworked through rhetorical formulas and reps that allow that analyst to take over the hidden and deep structures. The more the informant weary to cover real data, the easier it is ‘to remove’ the protection and misinformation schemes, although this implies a comparative and daily examination of the main 'media'.  


An example, in this seat, can be useful supplying reader with reply. Some months ago, when the value of a barrel of oil got off below $ 30, I made a rise prediction that attracted above me only dispute and skepticism by the detractors and bearish. By getting results forecast, I afford to make mention of this, but without show nor outcry. I afforded, with equal humility, in the last days, to supply a few Investment indicators: dangerousness of some European funds, devaluation of the euro and the strengthening of the dollar, new course of the dollar and pound, growth of some unsuspecting inner Asian countries, Netherland’s financial dangerousness and other factors that in this seat can be deepened.  Draghi’s maneuver about American corporate bond, that is unnoticed, has been ingenious and typical or of a clairvoyant or of a man who knows does not want to go down in history tragically. Someone could object by interrogating me: - If you declare these skills, why don’t you invest? The answer is easy and trivial: I cannot do it because I haven’t got the enough capital and I don’t intend to be an acrobat of the forex, carny or fortune teller or palmist from overwork who lives bluff giving lessons on the right and left.


Otherwise: do we want to know if our partner betray us? Do we want to understand why our partner has lately assumed an abnormal attitude? Do we want to learn more about our sons’ acquaintances or about their discomforts? Do we want to inquire about our employee’s fidelity? Do we want foresee our customers’ behavior with reference to a product that we are introducing in the market? Do we want to realize an effective communication campaign? We have the right. 

It’s enough for us to have write models that are drawn up by the person whom we want to ‘know’: from easiest post of social network to e-mail: all that is ‘writing’, even associated with imagines, turns itself into annunciation and revelation. It’s evident also that it’s necessary to supply the analyst with a framework document that is sufficiently large so that he should draw a comparative study and to assess the critical steps.

Attention!

It doesn’t deal with private investigation; and also the analyst makes no intrusion into the private life of the person appointed, neither in the social plane nor in that informatics one.

The inquiry takes place entirely by the analysis of the language and, consequently, of protocols of linguistic forecasting. Finding will be therefore a hypothesis based on the recursion and characterized by the approximation, it will not be based on ‘evidence’ that can be touched and watched: finding the evidence is the task of the judicial authorities or those who have authorization, in the cases in which they are necessary. The analyst writes an advisory report, gives a scientific opinion. 


In order to a correct rating, it’s necessary for us to have a set of documents that, well as to sample, cover at least the last two or three years of life. Nevertheless, we specify even on a single document you can get a reply, although this can be limiting. Has someone just entertained in conversation by chat whit a woman whom he desires ardently and does he want to know more? The conversation is a very text: it’s enough for you to put in analysis.

The Story


I had discovered my big passion since I was a teenager. Already among the sixteen e seventeen years, I devote my time to the study of the language, by being fascinated and, maybe, even hexed by the words and by their combination. Previously, I have had a teacher of excellence, my grandfather, who, as a Jesuit for training, knew Latin, Greek, English, French and German and he felt pleasure in the preparation of the scrolls in which he translates from one language to other one his thinking. I watched him and I wanted to know how to do at any cost. Unfortunately, I stopped to Latin, Greek and English. A bit of the Arab came out thanks to travel in the Maghreb. I wasted my first year of university by enrolling to the course of law degree, but because in that time I wasn’t motivated in in this sense. So, I passed to Philosophy by concluding my studies full blown: praise, mention and publication of the thesis were useful pride for 48 hours. Then, I found myself unemployed and wandering, busy in a thousand works of anonymous and lashing existence: porter, waiter, farm laborer, street vendor of books and insurance policies. As they say, all this serves to gain experience, but also serves to break the bones and remove enthusiasm. The rhetoric about the nobility of certain works, in general, is made by those who has never dirtied their hands and are all too well. Over the years, I found myself well on a boat to be a fisherman. I landed to university only after a myriad of exhausting attempts and because I decided to deal with hard-nosed the headmaster in his office directly, bypassing the bureaucracy and pointing out I had already published six or seven books, a good amount of scientific articles, while other characters had a curriculum similar to the note of chocolates. I won the competition. Six or seven years later, I was already out to start a new adventure, that of business consulting. I found myself along the streets of the world, from Casablanca, where I took a rented house, in Moscow, from Tunis to Malmö and so on, the city where I went to manage contracts and business relationships. Today, I am an independent analyst, a freelancer. In all these years, between an editorial experience and a business trip, I always wondered if there was an effective method of deconstructing the written and spoken language in order to rebuild it according to the sense and meaning hidden, especially according to those senses and those meanings preceding the genesis of a title of Sole 24 Ore or Milano Finanza or the choice of the Fed or the ECB to announce interest rate rises and drops. And I've done nothing but work of analysis and forecasts; which does not make me immune from errors nor does not exempt me from paying of F24 or my debts with banks and financial.

sabato 18 giugno 2016

REGOLA AUREA PER L'USO DELLA NOTIZIA

Nella tradizione dei miti narrati ed esaltati, adottati quale modello di virtuosa emancipazione intellettuale, si ritiene che l’uomo comune sia una sorta di prigioniero all’interno d’una caverna e non possa vedere altro che le ombre delle cose, impedito e incapace di raggiungere la luce del sole. La fortunata allegoria di Platone è stata ripresa più volte sia nella letteratura sia nella cinematografia, a tal punto da diventare una metafora morta, una specie di abuso retorico, una tortura inaccettabile per chi voglia disporsi a un minimo di etica filosofica. Di qui, sembra farsi cocente l’impressione secondo cui esisterebbe ‘una sola forma di realtà’, ossia unicamente quella di chi, privo di ceppi, possa agire liberamente e osservare ciò che lo circonda entro un’amplissima visuale, laddove sarebbe opportuno e sano ammettere che pure i cosiddetti reclusi possono vedere e sapere. Tra le altre cose, qualche carcerato, prima o poi, potrebbe anche liberarsi o essere liberato, approssimandosi alla condizione di libertà; il che costituirebbe un rischio bell’e buono, prefigurando squilibrio e disarmonia. Per converso: qualche uomo libero potrebbe finire in catene, causando dei vuoti, per lo meno temporanei, al gruppo degli illuminati. Dunque: a questo punto, si possono designare almeno ‘tre realtà’: quella dei prigionieri, quella degli uomini liberi e quella del passaggio dall’una all’altra delle due.

(immagine ilsole24ore.com)


I mercati finanziari e i grandi sistemi geopolitici, a dispetto delle imponenti apparenze, potrebbero essere collocati  – e ribadisco: potrebbero! – esattamente nella via di mezzo, quella dell’eterna transizione: gli analisti tecnici, i seguaci di Elliott, gl’idolatri di Fibonacci e tutti coloro che sono persuasi che si possa fare trading sulla base di leggi universali e paradigmatiche, a questo punto, si solleveranno contro di me, ma è un prezzo che pago con piacere. Il problema, ovviamente, non sta in Fibonacci o in Elliott, ma nella distorsione criminale. L’universo si espande verso il caos e verso il disordine e così pure la finanza e la geopolitica, tuttavia caos e disordine includono delle trecce e forniscono indicatori di movimento. Occorre fissare la propria attenzione sulla componente cinetica, non su quella potenziale o – peggio ancora – statica. Restando entro i confini dello stratagemma letterario di Platone, possiamo dire che il compito – o l’avventura eroica – dell’investitore – trader consiste non già nel riuscire a capire quanti prigionieri diventeranno uomini liberi e quanti uomini liberi diventeranno prigionieri, previsione, questa, che già di per sé implica fatica e possibilità di osservare la scena dall’esterno (…chi mai potrà farlo?), bensì nell’indovinare quello che pensano e fanno gli altri investitori: la realtà non importa affatto; in questo gioco, vince chi, dopo aver studiato gli accadimenti, sa distaccarsene; la qual cosa non è facile, come di solito si pensa.

(immagine repubblica.it)


Tutti noi, infatti, possediamo una sorta di modulo neurobiologico, relazionale e linguistico con cui pregiudichiamo i fenomeni dell’esistenza e ne fuorviamo il corso all’interno dei nostri pensieri, andando alla ricerca di elementi e prove che confermino le nostre intuizioni e le nostre previsioni: ciò si verifica, purtroppo, anche nella totale assenza di riscontro, anzi è accertato che le smentite possano alimentarne sempre di più il bisogno. Il fenomeno di pumping and dumping, che sta alla base delle cosiddette bolle finanziarie, fa leva proprio su questi presupposti psicologici ampiamente sfruttati dagli speculatori: sulle prime, il titolo viene gonfiato; in seconda istanza, se ne esalta la performance; da ultimo, quando la quotazione sale, gli artefici del pump and dump, vendono senza esitazione. E il gioco è fatto. Anche in questo caso, la realtà del titolo, quella fatta di bilanci e produzione, non viene neppure chiamata in causa, non è neppure lontanamente discussa.

(immagine repubblica.it)

Quando un’azienda rende noti i propri dati disastrosi sulla produzione e sulle vendite, ci si aspetta che il titolo crolli, tanto da fare la felicità di ribassisti e detrattori, ma, se, nel contempo e chissà per quale strana combinazione di fattori, gl’investitori sono disposti a dare a essa fiducia e vogliono scommettere sul suo potenziale, allora il titolo sale sorprendendo talora perfino il CDA dell’azienda stessa. Può darsi che la finanza sia prettamente einsteiniana? Bisogna chiederselo, dal momento che spazio e tempo non sono affatto slegati l’uno dall’altro: solo la nostra percezione ne determina la separazione, non altrimenti che fossero due entità.


Sul piano dell’informazione, che costituisce l’involucro entro il quale si agitano la finanza e l’economia, come all’interno una specie di palla di vetro con la neve, l’atteggiamento critico da assumere non differisce di molto dal precedente. Di fatto, ogni segmento informativo si materializza ed è pubblicizzato in modo coerente, continuo e lineare, quasi fosse prodotto – stando al mito della caverna – esclusivamente dagli uomini liberi e vicini alla luce del sole. Se per libertà s’intende il potere economico, che è sicuramente una gran cosa, allora i produttori di notizie fanno parte della schiera degli illuminati. Non è questo il momento per mettersi a fare dissertazioni sull’essenza della libertà. Nel mondo dell’informazione, esiste, dal mio punto di vista, una regola aurea e la cui conoscenza dovrebbe indurre ogni fruitore scrupoloso allo scetticismo come metodo: l’eccesso di coerenza, di continuità e di linearità dimostra in modo inequivocabile che il corpus di notizie o è del tutto infondato o, tutt’al più, è la proiezione allegorica di un fenomeno sottostante. Un caso eclatante è rappresentato, almeno nel primo semestre del 2016, dall’impianto geopolitico costruito sulla Russia e, soprattutto, sul sempre imminente riacutizzarsi della guerra fredda. La teoria della rinnovata guerra fredda è –  a dir poco – ridicola e bisogna sforzarsi di capire perché i media l’abbiano ‘pompata’ tanto: sarebbe sbrigativo liquidare la faccenda come la risultanza di un’opera di disinformazione dell’occidente anglo-americano, non perché USA e alleati o pseudo-alleati siano delle animelle, ma perché il profitto sarebbe piuttosto limitato. I tempi sono cambiati e non basta più vendere lucciole per lanterne. Negli ultimi mesi, il Cremlino ha mostrato solidità ed esemplare efficienza, anzitutto, in materia di antiterrorismo con una serie di interventi equilibrati e raffinati sia sul fronte siriano sia su quello diplomatico. I lettori occidentali non dovrebbero mai dimenticare che la tanto bistrattata Russia è riuscita con abilità mai eguagliata a fare opposizione politico-militare, senza mai attirare su di sé alcuna forma di vendetta; il che acquisisce valore, specie se se ne considera il territorio vastissimo e multietnico. A lungo, Putin è stato additato come un cinico imperialista nei confronti dell’Ucraina, laddove non è stato difficile scoprire che buona parte della popolazione ucraina è esplicitamente filorussa. Di recente, il partenariato commerciale tra Europa e Russia s’è fatto sempre più fecondo: tutti sanno che le sanzioni non saranno rinnovate, eppure non si fa altro che straparlare del pericolo finanziario che le sanzioni stesse potrebbero comportare.  Il caos politico ed economico che ha attanagliato l’Unione Europea non ha mai lambito i confini russi. Come se tutto questo non bastasse, è sufficiente gettare uno sguardo a una qualsivoglia cartina geopolitica per rendersi conto che la Russia è praticamente braccata, dalla regione scandinava fino al Kazakistan, passando dal cuore dei Balcani, dalla NATO, un’organizzazione che ormai vive solo di gesti spettacolari e simbolici, giustamente schiacciata e surclassata da paesi che cominciano a fare scelte in piena e legittima autonomia: Erdogan e la Turchia ne sono una fulgida testimonianza. Da cosa è stata intimorita o indebolita la Russia? Per caso, la messa in scena atlantica nell’area del Nagorno-Karabakh è stata significativa? Oppure, lo è stata quella relativa all’esautorazione dell’ex primo ministro ucraino Arsenij Jacenjuk, benché si parli di dimissioni? A dispetto della compattezza dell’Unione, a un certo punto, l’insospettabile Olanda, com’è noto, ha fatto dichiarato nettamente il proprio rifiuto dell’accordo UE-Ucraina, che la dice lunga sulla realtà, mentre la Russia, che lo si accetti o meno, ha continuato a mantenersi irreprensibile, senza sbagliare una sola mossa o mostrarsi incerta. Sul finire di questa rassegna, che non può considerarsi sufficiente né, tanto meno, esaustiva, ma che spero fornisca almeno degli spunti, è necessario fare menzione dell’importantissimo ruolo di Gazprom , la più grande compagnia russa nella produzione di Gas naturale con vendite che superano abbondantemente i 100 miliardi di dollari l’anno. Ciò che c’interessa, adesso, non è il fatturato dell’azienda, ma il meccanismo di dipendenza strategica che essa impone anche indirettamente a molti dei ventisette paesi riforniti. Un aneddoto della storia recente può rivelarsi davvero interessante: i più attenti ricorderanno sicuramente che l’Europa atlantica s’è affrettata a condannare l’aiuto russo nei confronti dell’Ungheria. Ebbene? L’Ungheria acquista circa il 90% di gas dalla Russia, finendo col dipendere da essa, mentre la spinosa Turchia – spinosa per la NATO e per i mezzi d’informazione – ne riceve il 67%. Tuttavia, mentre in Ungheria non esistono filiali e forme di compartecipazione, in Turchia la Bosphorus Gaz Corporation AS possiede il 40% degli impianti e dell’indotto.

(immagine di borse.it)



La spiegazione della strana campagna di comunicazione sulla guerra fredda sta nell’osservazione degli indici della borsa russa: RTSI, MICEX, MICEX 10, RTS 2, RTS standard. L’osservazione ovviamente deve essere fatta incrociando i sistemi, europeo e russo: a quel punto, si scoprirà il tentativo di guidare o fuorviare gl’investitori. Non è un caso, in funzione di quanto si è detto, che il titolo Gazprom, alle ore 12:20 di mercoledì 15 giugno ceda lo 0,33%, mentre, paradossalmente, nel rapporto col rublo, il calo è subito dall’euro e dal dollaro. L’andamento del semestre è una straordinaria conferma della vacuità dell’informazione. 

(immagine di traderlink.it)


sabato 4 giugno 2016

LA SCIENZA DELLA MANIPOLAZIONE 
O DELL'AUTOINGANNO

Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell'inventare parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all'osso (…) È qualcosa di bello, la distruzione delle parole. Naturalmente, c'è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c'è di una parole che è solo l'opposto di un'altra? Ogni parola già contiene in sé stessa il suo opposto. Prendiamo 'buono', per esempio. Se hai a disposizione una parola come 'buono', che bisogno c'è di avere anche 'cattivo'? 'Sbuono' andrà altrettanto bene, anzi meglio perché, a differenza dell'altra, costituisce l'opposto esatto di 'buono'. Ancora, se desideri un'accezione più forte di 'buono', che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili: 'eccellente', 'splendido' e via dicendo? 'Plusbuono' rende perfettamente il senso, e così 'arciplusbuono', se ti serve qualcosa di più intenso. [1]

Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un'area d'incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della comunicazione si manifesta nel linguaggio stesso e, in particolare, in quello d'informazione, dato che la nostra esistenza sociale si compie e si consuma unicamente attraverso ciò che apprendiamo dall'ambiente circostante. Tizio dice a Caio: <<Ti è piaciuto il discorso di Obama?>>. Caio risponde: <<Sì, Certo! Il presidente ha mostrato grande sagacia>>. E Tizio, ormai su tutte le furie oppure profondamente deluso: <<Com'è possibile? Se non lo hai neppure ascoltato. Tu dici sempre che tutto è bello e interessante!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma [2], termine con cui Watzlawick et al., indicano il deterioramento della comunicazione all'interno delle relazioni complementari, in cui uno dei due interlocutori, in posizione di superiorità, mostra all'altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l'altro verso l'alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno che Watzalawick et al. hanno dedotto dall'analisi della coppia, ma che qui estendiamo alla politica sociale o alla geopolitica! Il presidente dello Stato X: <<Noi attacchiamo lo Stato Y perché è responsabile dei recenti atti di terrorismo in casa nostra.>>. Il presidente dello Stato Y: <<Noi abbiamo dovuto adottare misure straordinarie e poco ortodosse contro lo Stato X perché siamo bersagli o dei loro attacchi e della loro politica imperialistica.>>. Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l'appunto, un mediatore esterno, l'ONU, per esempio  a portare l'interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana: 

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. [2]

Se, tuttavia, il mediatore esterno non è 'del tutto estraneo' ai fatti, essendone, al contrario, condizionato, allora il rischio reale è quello di un sovraccarico di vuoti della comunicazione e dell'informazione. 

Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e  per fare delle deduzioni  ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell'interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: <<Andiamo in piscina?>>. Lucia risponde: <<Ho mal di testa.>>. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe “No” e non “Ho mal di testa”. Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che “Renzo è aitante, ma brutto”, chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l'essere aitante e l'essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un'implicatura convezionale, il 'ma', che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell'umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. Nel prezioso volumetto [3] di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un'esemplare e 'clinica' rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell'intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: <<Come stai?>>. Lucia prontamente risponde: <<Bene!>>. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l'avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. Nell'esperienza geopolitica o finanziaria, accade che i fondamenti sociali e pragmatici del linguaggio siano costantemente e ossessivamente duplicati: l'informatore mefistofelico, consapevole dell'effetto di taluni meccanismi, li rafforza a scopo di persuasione; la semantica subisce una violenta dilatazione e perde gli originari confini relazionali; le parole finiscono quasi sempre col non appartenere più alla collettività, divenendo solo un'entità astratta, cosicché il fruitore si isola inconsapevolmente in un mondo estraneo e 'indifferente', interpreta con rigidità gli eventi, affidandosi a credenze 'sciamaniche' e diventando portatore di verità assolute nel magico sacerdozio dell'autoesclusione. La sua sintassi non risulta alterata e così pure la sua grammatica, ma la sua capacità di produrre significati utili alla conversazione spesso è disastrosa, ovverosia, come già è stato preannunciato, improduttiva, quasi fosse liquefatta, innominabile e inespressiva. È così che il soggetto, in preda ad una specie di verbigerazione o illogicità, non si limita a dire 'il discorso di quel presidente è ambiguo, merita un approfondimento', ma, violando le massime dell'ermeneutica, dice 'Questo è un complotto', 'Siamo schiavi dell'informazione', non rendendosi conto di denunciare sé stesso e la propria passività intellettivo-cognitiva. Il fruitore-interprete non ha fatto altro che ripiegare sulla soluzione sbrigativa, imboccando il più comodo dei sentieri, cioè quello allestito alla bisogna per lui.

Perfino dal più umile membro del Partito ci si aspetta che, entro limiti ben definiti, sia abile, attivo e addirittura intelligente, ma è anche indispensabile che sia un fanatico credulo e ignorante, in preda a sentimenti quali la paura, l'odio, l'adulazione e il tripudio orgiastico. In altri termini, è necessario che abbia una mentalità in linea con lo stato di guerra. Non importa che la guerra si combatta per davvero e, poiché una vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra vada bene o male: serve solo che uno stato di belligeranza persista. [4] 

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi [5], ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l'affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. Nell'atto di lettura di un giornale o di ascolto di una conferenza stampa, in pratica, questa prossimità affettiva ed emotiva viene sfruttata ampiamente; è ciò su cui si  fa leva. Tuttavia, è bene ricordare che il comportamento individuale  soggettivo, per così dire,  non è affatto esente da colpe. È fin troppo facile e, come si è detto, comodo sdegnare un presidente del consiglio o una banca centrale, senza sforzarsi di indagare sulle trame o, soprattutto, sui processi di 'coazione' delle trame!


Mentre siamo in fila alla posta, ci può capitare di ascoltare un discorso in cui Tizio racconta a Caio che la cognata del cugino lo ha tradito causandogli gravi danni. Gli elementi di ambiguità sono parecchi, possediamo alcune unità funzionali di significato: cognata, cugino, tradimento, gravità e danni; sappiamo, di conseguenza, per competenza linguistica, che Tizio ha introdotto l'insieme della parentela, l'insieme dei tradimenti e quello dei danni perché siamo perfettamente in grado di avvalerci del valore denotativo dei segni. Ci mancano, tuttavia, sia il valore connotativo di ciascun personaggio, che ci indurrebbe a scoprire anche le loro caratteristiche, sia l'insostituibile contesto in cui si è compiuta l'azione del verbo causare. Tizio e Caio s'intendono facilmente operando delle riduzioni di ambiguità con delle inferenze, cioè deducono dal discorso ciò che nel discorso non è detto. Noi che ascoltiamo, invece, pur potendo dedurre, possiamo solo fantasticare, atto, quest'ultimo, che viene comunque contenuto entro i limiti dei significati ordinari. Lo smarrimento avviene proprio in questo passaggio, alla ricerca infinita e lacerante di connessioni e significati che molto di rado si possono trovare. Perduta l'essenziale denotazione, per l'interprete l'insieme della parentela può diventare, per esempio, quello delle sette di potere e l'insieme dei tradimenti può diventare quello dei pericoli imminenti. In genere, basta usare un deittico di luogo come qui per fissare un appuntamento: 'ci vediamo qui'; nel caso delle interpretazioni iperboliche il qui può suggerire anche una visione interplanetaria. In questo modo, ogni atto linguistico, si converte in un atto di allontanamento da uomini e cose, sebbene questi atti siano sempre tentativi di ricerca della soluzione. Ciò è detto non per far passare l'idea secondo cui non esistono i complotti o i gruppi di potere occulto, ma per sottolineare che indirizzare tutti gli sforzi d'analisi verso queste entità significa 'stare al gioco' dei persuasori occulti.

Il passaggio dal pensiero al linguaggio è un fenomeno 'sconcertante', come scrive Austin [6]: l'immagine e la rappresentazione si svuotano di efficacia e forza fino a scomparire, l'intenzione s'indebolisce e si appiattisce sul bisogno di condivisione, il contesto prende il sopravvento su grammatica e semantica, espressioni dello sforzo comunicativo, e, da ultimo, il dubbio latente, ma persistente sull'effetto del dire. Tizio dice a Caio La mela è rossa e ogni dovere sembra rapidamente assolto in ciò che in filosofia del linguaggio è definito come atto constativo, nient'altro che una funzione linguistica della descrizione. Fin qui, ci moviamo per considerazioni apparentemente elementari e ininfluenti. È subito evidente, nello stesso tempo, che, nonostante l'accordo sull'oggetto mela tra Tizio e Caio possa essere immediato, ognuno dei due interlocutori può avere una propria idea del rosso, idea che, a propria volta, è sicuramente associata con un frammento intimo e non condivisibile, almeno non immediatamente, della memoria. A Tizio il rosso della mela fa venire il mente la copertina di un libro di favole che la madre, durante l'infanzia, gli leggeva; a Caio il rosso fa ricordare un terribile incidente automobilistico. La distanza tra i due cresce, eppure siamo stupidamente convinti di poter comunicare con facilità e, soprattutto, di produrre sensi e significati di relazione in abbondanza. Come si potrebbe obiettare, esistono le visioni dell'inconscio collettivo. È vero, esistono e sono utili alla coesistenza e anche, per esempio, alla pubblicità, che, altrimenti, non potrebbe essere incisiva. È vero, sì, ma è altrettanto vero che resta una differenza 'schizoide' tra ciò che pensa e dice Tizio e ciò che pensa e dice Caio. Com'è possibile ammettere questa lacerante contraddizione? La comunicazione è salva proprio grazie all'inconscio collettivo o  per intenderci in altro modo  agli archetipi, ma principalmente è salva grazie alla nostra superficialità evolutiva, una sorta di successo neurobiologico di semplificazione. Se qualcuno dice sta piovendo, sappiamo che quest'altro atto constativo corrisponde alla frase qualcuno afferma che sta piovendo, ma nessuno di noi si affaticherà mai a verificare la correttezza della corrispondenza, interrogando il proprio Io. La consapevolezza è data per scontata. Allo stesso modo, utilizzando gli esempi di Austin, quando ricorriamo all'atto performativo e diciamo mi scuso, non ci soffermiamo sull'implicazione diretta, vale a dire sull'asserzione mi sto scusando. Quisquilie, queste, che si trasformano presto in astrusi misteri in presenza del bisogno d'interpretazione, che compromette le funzioni sociali: in sostanza, ciò che salva la comunicazione si trasforma nel maggiore tra i pericoli per la comunicazione stessa. La consapevolezza, infatti, non può più essere data per scontata perché subentra lo straniamento.


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[1] ORWELL, G., 1949, Nineteen Eighty-Four, trad. it. di S. Manferlotti, 1950, 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, p. 55.

[2] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76.

[3] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.


[4] ORWELL, G., 1949, op. cit., p. 200.


[5] Cfr. AUSTIN, J. L., 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.


[6] Ibid., p. 35.