sabato 28 maggio 2016

L'ESTORTORE GIUSTO: 
INGANNARE O FARSI INGANNARE

È una modalità ineluttabile quella che induce gli uomini a delinquere, una necessità primordiale, incontrastabile e senza la quale una comunità civile soffrirebbe d’ipossia perché osservare il male compiuto da altri, giudicandolo, significa riconoscere sé stessi e collocarsi da qualche parte: o tra i bianchi o tra i neri; in questo caso, l’idea secondo cui la virtù starebbe nel mezzo risulta inquietante e immorale. Il furto, lo spaccio di stupefacenti, l’estorsione, la corruzione, il falso in bilancio, la distrazione di capitali, l’evasione fiscale e tutto ciò che un codice penale possa contenere sono fenomeni stuporosi, oggetto di esecrazione e sono classificati per esclusione, non già per analisi. Così, quando un giornale pubblica la notizia di un direttore delle poste che per dieci anni e con precisa frequenza ha prelevato un euro dai conti dei risparmiatori al fine di fare investimenti personali, la condanna è già bell'e pronta, preconfezionata, inevitabile e per niente sottoposta a riesame critico. Eppure, questo furbastro non ha fatto alcunché di diverso da quello che le banche fanno ogni giorno e fin dall'atto della loro fondazione: utilizzare il denaro altrui al fine di fare investimenti personali. Forse, questo reato, che magicamente e nello stesso tempo, non è un reato, è davvero ingiudicabile; la sua classificazione dipende dal sistema entro cui si realizza. Ci tocca scoprire, purtroppo, che i sistemi sociali non sono ‘comunicanti’, come vogliono farci credere. 

Noi, piccoli artigiani borghesi, noi che lealmente affrontiamo, col piede di porco alla mano, le casse di nichel delle bottegucce, noi veniamo ingoiati dai grandi imprenditori, dietro i quali stanno le banche. Che cos'è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos'è l'effrazione di una banca di fronte alla fondazione di una banca? Che cos'è l'omicidio di fronte al lavoro impiegatizio?[1]

Una delle principali notazioni fatte dalla critica letteraria in merito all’interpretazione del testo brechtiano, L’opera da tre soldi, si esprime fermamente nella definizione dello straniamento: senso e significato della scena sarebbero fatti emergere da ciò che la mente giudicherebbe estraneo alla scena stessa o, per lo meno, inidoneo a rendere in maniera coerente un ipotetico story-board: la morale, per esempio, potrebbe essere veicolata dal punto di vista di un cane randagio. In altri termini, agli effetti d’un approfondimento del concetto di straniamento, è bene far notare che si tratta d’una tecnica in virtù della quale il climax viene denunciato non già e non più dal personaggio-protagonista bensì piuttosto da quegli elementi che a lui rimandano, esponendo il lettore, l’interprete ed il fruitore al rischio o di fraintendimento o addirittura di alienazione semantica o di distacco emotivo.



Nell’atto primo, quasi si volesse suscitare una sorta di scandalo, senza tuttavia alcuna forma di accelerazione d’enfasi e di retorica, ciò che costituisce un’assoluta funzione ermeneutica e un originale protagonismo è un guardaroba, il guardaroba da mendicanti di Gionata Geremia Peachum. Al suo interno si scopre la vera apertura scenica, oltre che l’unico possibile spazio-tempo dell’azione teatrale. Esso segna il tempo della composizione, annientando il tempo stesso. Al di fuori di esso, infatti, si fa fatica a designare una misura, allo stesso modo in cui, molto di rado, ciascuno di noi fa fatica a non cercarla proprio al di fuori d’un guardaroba. L’intelletto è, per così dire, ‘tarato’ per la ricerca del personaggio, della maschera, della figura attoriale.   Di primo acchito, si potrebbe dunque azzardare l’ipotesi secondo cui l’Opera da tre soldi manca d’un vero e proprio ritmo, fuorché se ne ammetta l’anomalia: la teatralità non passa attraverso la presenza scenica. L’esordio della trama, non a caso, non ha alcunché di narrativo; ovverosia: non si assiste ad una sequenza ordinata di parti che conduca sia lo spettatore sia l’attore da un inizio-premessa ad una logica fine-interpretazione; non c’è una geometria del movimento che mantenga significativo il rapporto tra il contesto e la persona. Gionata Geremia Peachum, il titolare del già citato guardaroba, si presenta al pubblico come un cinico uomo d’affari. Egli, infatti, è stato in grado di costruire il business dell’accattonaggio su tutto il territorio della città di Londra. La sua figura si delinea, fin da principio, come quella di un re del racket. Il meccanismo adottato a delinquere consiste nel pretendere una quota estorsiva dalle elemosine che i mendicanti riescono a rimediare con la questua quotidiana. L’acume di Gionata Geremia Peachum non è fissato nell’atto di estorsione, che, di fatto, non meriterebbe particolare qualificazione, ma si estende ad una pratica mefistofelica: egli riabilita i mendicanti ormai incapaci di muovere a pietà le persone che incontrano lungo le strade, dando loro una nuova veste, un abito adatto a generare nuove dinamiche di compassione. A tale scopo, l’imprenditore vanta una ricca varietà di corredi da assegnare a coloro che, in seguito a una qualche crisi della carità umana, non riescono più a racimolare gli spiccioli necessari alla sopravvivenza e, in virtù di questo servizio, impone una percentuale sulle elemosine.

Vi sono alcune cose – poche! – capaci di commuovere l’uomo, alcune poche, ma il male è che, se le usate di frequente, perdono il loro effetto. Perché gli uomini hanno la tremenda facoltà di rendersi di punto in bianco insensibili a proprio piacimento. [2]


Sulle prime, non si esiterebbe affatto a condannare come immorale l’intera pratica di vita del signor Peachum e della sua solerte collaboratrice, la moglie, ma, se ci si sofferma con diligenza didattica e analitica sugli intervalli schizoidi dell’opera – restando nell’ambito della similitudine – ci si avvede che la morale è imposta dal contesto e che i personaggi non sono altro che le molteplici espressioni d’un certo ambiente-insieme, a differenza del modo in cui siamo abituati a pensare. Da un punto di vista poetico-retorico, il dominio dei significati è affidato a due figure decisive: la metonimia e la sineddoche. Se si assume come presupposto didattico che la metonimia è una figura tramite la quale si ricorre all’uso del nome della causa per indicare quello dell’effetto o all’uso del nome del contenitore per indicare quello del contenuto e viceversa e, nello stesso tempo, la sineddoche è quella figura che esprime un’immagine attraverso l’uso d’un’altra immagine che la include o ne è inclusa, il guardaroba da mendicanti è sia sineddoche sia metonimia: è sineddoche nel momento in cui siamo spinti, giocoforza, a rivivere ogni nostra visione-intuizione unicamente dentro di esso e non oltre; è metonimia nel momento in cui diventa impossibile riconoscere un personaggio e la sua morale in assenza della sua precisa collocazione nello spazio-tempo. Ogni personaggio si fa narrante e determinante non qualificandosi come presente-dominante sulla scena. 

Un’interessante scelta registica potrebbe consistere, per esempio, nel dare vita agli stessi corredi e perfino all’intero guardaroba, depotenziando un po’, in sostanza, i personaggi e rafforzando le maschere, sebbene questa, naturalmente, non sia la sede per un contributo di elaborazione della regia. Da un’analisi comparata di altre opere appartenenti a scuole di pensiero diverse e, per certi aspetti, lontane, si può apprendere con maggiore efficacia la vastità dello straniamento brechtiano. Se nel Finale di partita di Beckett, per esempio, Hamm, quantunque eternato nella chiusura della sua condanna psicofisica e ambientale, può affermare <<Fuori di qui, è la morte!>>[3] e, nei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, il Padre, alla domanda del Capocomico, su dov’è il copione è qualificato e legittimato a rispondere <<È in noi signore. Il dramma è in noi; siamo noi; e siamo impazienti di rappresentarlo, così come dentro ci urge la passione>>[4] e se ancora – per usare un registro teatrale classico – nel Macbeth di Shakespeare, Macbeth può affermare: <<Sono pronto: sotteso ogni mio sforzo a questo atto terribile (...)>>;[5] se, vale a dire, è possibile che Hamm, il Padre e Macbeth si manifestano attraverso una dichiarazione di giudizio e un netta intenzionalità con cui noi rileviamo un certo ritmo e un certo climax, nell’Opera da tre soldi di Brecht, non si potrà mai trovare un ‘fuori di qui’, come non si potrà mai trovare un ‘dentro’, non si potranno mai assegnare ad un personaggio finalità e intenzionalità né sarà possibile, parimenti, che qualcuno si disponga ad adempiere un solenne compito.



A questo punto, è lecito chiedersi: fino a che punto possiamo assegnare finalità e intenzionalità al linguaggio della finanza o della geopolitica? Oppure: in che cosa consisterebbero finalità e intenzionalità, se, improvvisamente, ci si mettesse a comunicare sulla base della rappresentazione che ciascuno di noi ha del rosso?

L’esistenza parla da sé; i personaggi sono delle funzioni di questa esistenza, dalla quale sono perennemente condizionati. Il mendico che vive di stenti e rischia quotidianamente di morire di fame può conoscere unicamente la trama della tormentosa ricerca del pezzo di pane, la quale non è sottoposta a una morale, non ha una storia; ogni giorno egli è costretto a cambiare volto, a ingannare qualcuno o a farsi ingannare: né l’ingannare né l’essere ingannati, a questo punto, sono passibili di giudizio: occorre interpretarli come tali. Allo stesso modo, una prostituta, che è sempre stata abituata al degrado, in cui e per cui la violenza si alterna frequentemente alla maniacalità degli uomini, difficilmente si sentirà mai vincolata a qualcuno da onore ed etica. È del tutto naturale allora che Jenny delle spelonche, pur appartenendo alla schiera dei legami importanti di Machie Messer, altro elemento principale della saga dell’iperrealismo di Bertold Brecht, lo tradisca biecamente, sospingendolo verso la condanna a morte. Allo stesso modo in cui nell’iperrealismo l’artista ha il compito di riprodurre con la tecnica pittorica un’immagine fotografica, così lo spettatore che si dispone alla fruizione dell’Opera da tre soldi deve ricostruire pezzo per pezzo il drama. Lo spettatore dell’Opera da tre soldi è, in qualche modo, anche un drammaturgo che deve fare i conti con una serie di irregolarità ed anomalie: quanto deve accadere è già accaduto, prima ancora che si assista alla messa in scena: ciò stesso che accade nel mondo della finanza, dove un semplice osservatore è in grado di vedere solamente anomalie e irregolarità, incalzato a ricominciare sempre daccapo a scopo di ricostruzione. Le parole si fanno assurde e paradossali non per intrinseca paradossalità e congenita assurdità, ma perché il fruitore medio da tre soldi non è per niente disposto ad ammettere di disconoscere la realtà brechtiana, di non essersi mai sporcate le mani a tal punto, per così dire. E chi di noi allora sarebbe disposto ad ammettere di aver capito ben poco di ciò che ci viene detto?

La fotografia dei reietti suscita indifferenza unicamente perché l’indifferenza è sottesa da sdegno ed incapacità di compartecipazione. L’astuzia letteraria di Bertold Brecht si caratterizza per una fenomenologia che può dirsi unica nel genere teatrale: l’autore, liberando i personaggi da sé stesso, non marchiandoli cioè di idealità psicosociale o storico-filosofica, è ben conscio che nessun individuo vivente avrà il piacere-desiderio di identificarsi con un fuorilegge come Machie Messer, il quale, oltre ad essere a capo di una banda di delinquenti, si giova dei piaceri del sesso merceologico ed è totalmente votato all’inganno e alla malavita, a tal punto da eccellere in qualsiasi forma di squallore. Verso chi dovrebbe indirizzarsi la simpatia del fruitore medio da tra soldi? Verso chi dovrebbero materializzarsi i sentimenti di immedesimazione? Machie Messer è escluso. Verso i membri della banda di Machie Messer? Anche questa ipotesi è improponibile, dato che essi, oltre ad essere, come s’è detto, malviventi, sono anche sciocchi, privi di nerbo, non in grado di rappresentare alcun messaggio, come fossero residui umani. Il Signor Peachum è visto, fin dall’inizio, come colui che sfrutta brutalmente la mendicità, la miseria. Nessun essere umano vorrebbe fregiarsi di questo titolo inglorioso. Tiger Brown, il capo della polizia, potrebbe essere candidato al ruolo in questione, ma la candidatura durerebbe ben poco. Egli è l’esponente d’una polizia corrotta ed esanime, giullaresca, grottesca e ridicola. Lo stesso Tiger Brown è intimo amico di Machie Messer, partecipa all’evento delle sue seconde e illecite nozze con Polly, figlia di Gionata Geremia Peachum, e si ritrova molto spesso coinvolto nelle malefatte dell’amico, che lo blandisce e lo lusinga al solo scopo di ottenere aiuti e protezione dalla polizia. Non di rado, Tiger Brown piange a causa del destino avverso all’amico. Restano due figure non ancora discusse e, forse, in grado di raccogliere consensi: Polly, la già citata figlia del businessman dell’accattonaggio, e Lucy, figlia del capo della polizia e amante – guarda un po’ – proprio di Meckie Messer. Il padre di lei, naturalmente, è all’oscuro di tutto. Entrambe le donne, tuttavia, non si discostano affatto da un ambiente nel quale i personaggi sono o abili e cinici sfruttatori delle disgrazie altrui o deboli ed indefinibili ombre dell’idiozia umana. L’immedesimazione è – a dir poco – impossibile e, soprattutto, indicibile. O si è miseri e disgraziati o non lo si è; non si è compartecipi della miseria e della disgrazia. Si può condividere un ricco banchetto; è tuttavia impossibile condividere i crampi allo stomaco per la fame. Ecco perché l’opera brechtiana vale appena tre soldi! Ecco perché si dovrebbe parlare con cautela della povertà, senza lasciarsi affascinare da presunte e strampalate associazioni con la morale! Per ironia della sorte, lo sviluppo dell’intreccio nasce da una denuncia fatta da Gionata Geremia Peachum contro Machie Messer. Inaudito: si direbbe! Un malfattore ne denuncia un altro. Il signor Peachum non può tollerare che la propria figlia vada in sposa a quel furfante, di conseguenza briga in tutti i modi possibili, forte dei propri capitali economici e non esitando a pagare le testimonianze opportune, pur di incastrarlo e mandarlo sul patibolo. Ciò che regge questo silenzioso gioco al massacro è un linguaggio immediato, essenziale, diretto, nudo, scarno, mai sovrabbondante o ridondante, mai inopportuno, mai costruito ad effetto di ornamento, sempre animato da una pertinenza vitale ed organica.

Ragazzo mio, se mostri la tua vera miseria, nessuno ci crederà. Se hai mal pancia e lo dici, ottieni un effetto nauseabondo. Del resto, tu non devi far domande, devi solo indossare questi vestiti.[6]


Qualcosa di simile, almeno nei termini delle allegorie dell’iperrealismo, si può rintracciare ne Il bicchiere della staffa di Pinter, la cui unica scena è racchiusa in un asfissiante interrogatorio gestito da un investigatore altrettanto cinico ed assurdo. Lo si definisce, non a caso, teatro della minaccia o dell’oppressione sociale. Nicolas, uomo tra i quaranta e i cinquant’anni deputato a rappresentare il ruolo dell’investigatore, si fa condurre innanzi, in ordine, Victor, un uomo di trent’anni, il figlio di lui, Nicky, un bambino di sette anni, e la moglie di lui, Gila, una donna di trent’anni. Tutti e tre sono apparentemente privi di colpa, eppure sono schiacciati e torturati kafkianamente da un personaggio ignobile e che, nello stesso tempo, dovrebbe rappresentare la giustizia, un uomo che non fa altro che prendersi gioco di loro. Ne Il bicchiere della staffa, l’assurdo gioco dell’equilibrio sociale passa attraverso la realizzazione del misfatto insondabile: non c’è via d’uscita e non c’è morale, tranne che la si cerchi nella capacità di adattamento alla logica del più forte e a un spirito di sopravvivenza alla coazione. In questo caso, tuttavia, qualcuno potrebbe ancora sopraggiungere a dire <<Fuori di qui, è la morte!>>, anche se sarebbe costretto a dirlo con stridore di denti. L’Opera da tre soldi, invece, non contempla neppure l’utile ‘inconveniente’ d’una ‘voce fuori campo’. Essa riproduce e mette in scena – per dirla con Cioran – l’inconveniente di essere nati!





[1] BRECHT, B., 1955, Die Dreigroschenoper, trad. it. di E. Castellani, 2002, L’opera da tre soldi, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 199.
[2] Ibid., p. 13.
[3] BECKETT, S., 1961, Fin de partie, trad. it. di C. Fruttero, 1961, Finale di partita, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 9.
[4] PIRANDELLO, L., 1921, Sei personaggi in cerca d’autore, in Maschere nude, 1994, Newton & Compton Editori, Roma,  p. 40.
[5] SHAKESPEARE, W., 1606, Macbeth, trad. it. di. C. V. Lodovici, Macbeth, 1994, Giulio Einaudi Editore, Torino, vol. II, p. 423.
[6] BRECHT, B., 1955, op. cit., p. 21.

mercoledì 25 maggio 2016

DAL BRASILE AL NAGORNO-KARABAKH:
MITI E RITI

Dell’ideologia

Forse, nel mondo, qualcuno è ancora persuaso che l’ideologia possa influenzare e determinare le sorti politico-finanziarie di un paese; la qual cosa è preoccupante non perché sia dannosa l’esistenza di un certo pensiero, che anzi potrebbe rivelarsi salvifico, ma perché, così facendo, si creano delle sacche di resistenza alla realtà, quella dei fatti, non a quella delle opinioni. L'atavica tendenza a fissare lo sguardo su ciò che è indefinibile e incommensurabile è un male comune, una specie d’ingannevole forza autodistruttrice che separa gli uomini gli uni dagli altri. In questo presente storico, vale a dire almeno in questi ultimi vent'anni, dire, per esempio, che comunisti o fascisti, progressisti o conservatori, democratici o repubblicani hanno ottenuto questo o quest’altro successo o insuccesso economico equivale a dire che i cani randagi potrebbero avere le pulci. Il bilancio di una famiglia, di un’azienda o di uno stato non è una questione di stile o filosofia morale. La funzione delle grandi idee consiste nella loro preventiva impraticabilità, nell'essere una menzogna utile, qualcosa di attraente e, insieme, quasi incomunicabile, un mito fatto di simboli e richiami: ciò che più conta è la ripetizione rituale, comportamentale e astratta; in altre stringate parole, ciò che più conta è la credenza.

Nessuno di quelli che parlano del più grande e importante ideale dell’umanità crede che esista davvero.[1]

Il caso Brasile

Dilma Rouesseff, spodestata dalla procedura d’impeachment, prima di diventare presidente del Brasile, era il presidente di Petrobras, la potente compagnia petrolifera di cui il Brasile possiede più del trenta per cento. Il Partito dei Lavoratori, cui appartenevano sia lei sia il predecessore Lula da Silva, avrebbe messo i propri uomini nei ruoli chiave della Petrobras. Di qui, lo scambio di favori e il reciproco arricchimento. In pratica, i fondi della Petrobras finivano nelle casse del Partito dei Lavoratori e, da ultimo, in quelle dei dirigenti. Dilma Rousseff è accusata di aver alterato i bilanci dello stato, in modo che apparissero migliori di quello che realmente sono. Tuttavia, secondo le carte dell’inchiesta Lava Jato, non avrebbe intascato alcuna tangente, limitandosi a utilizzare i fondi per la propria campagna elettorale. Questa pratica di distrazione di capitali a vantaggio di dirigenti politici, parlamentari e stakeholder sembra provenire da molto lontano, tenuta a battesimo parecchio tempo fa dai signori della British Petroleum, i quali, fin dai tempi del mandato britannico in Medio Oriente, di certo non hanno mai posto alcun indugio a pagare tangenti significative, pur di assicurarsi il mercato petrolifero. Gl'inglesi non sono comunisti né sono fascisti. L'inchiesta su Petrobras va avanti già da due anni e, mentre secondo i magistrati Dilma Rousseff non sarebbe corrotta, Renan Calheiros, l’uomo che ha istituito la commissione del Senato per la definitiva sospensione della Rousseff, sarebbe pienamente coinvolto. Frattanto, Petrobras avrebbe perso qualche miliardo di dollari e, forse, la precedente favorevole posizione finanziaria. E il BRIC, cioè l’acronimo che indica Brasile, Russia, India e Cina? Qualcuno dice che costoro siano comunisti, cioè il male sociale. E se lo dicono loro…

Il Caso Venezuela

Il Venezuela è in stato di emergenza. L’inflazione è ormai oltre il 180%, mancano medicinali di prima necessità e derrate alimentari, caos e violenze dominano le strade e il consumo energetico è stato drasticamente razionato. Nicolás Maduro, il presidente, si è dichiarato pronto a nazionalizzare le industria, essendo convinto di un tentativo di sabotaggio da parte di lobby occulte. Eppure il Venezuela è un produttore di petrolio e, in questo presente storico, non dovrebbe andare incontro a una crisi di tale portata, in considerazione del raggiungimento del picco globale e dell’aumento di consumo da parte delle potenze emergenti: India e Cina in testa. Maduro è il successore di Hugo Chávez, cioè di colui che fece approvare la costituzione bolivariana, secondo cui ogni incarico pubblico elettivo è immediatamente revocabile. Si trattò di un vero e proprio percorso di democratizzazione dell’intera area sudamericana, dato che proprio in quel periodo quasi tutti i paesi dell’America Latina trovarono indipendenza e coesione. Fino agli anni quaranta, invece, l’asse anglo-americano adombrava non poco la politica di Caracas. È vero: dittature esplicite e dittature implicite si sono avvicendate e nessuno intende avallarne l’estremismo, ma, oggi, nel fare l’analisi della situazione geopolitica e finanziaria, non possiamo trascurare che il Venezuela, pur essendo giudicato un paese ostile dagli Stati Uniti, è riconosciuto come utile per via dell’oro nero. Nello stesso tempo, esso gode della peggiore tra le posizioni geografiche perché confina a ovest con la Colombia, paese inaffidabile per la Casa Bianca e gli interessi occidentali, e a sud col Brasile, su cui non è il caso di aggiungere altro.



Il caso Libia

Il petrolio deve essere acquistato esclusivamente dalle istituzioni di Tripoli: è quanto è emerso dal vertice di Vienna, dove Kerry, Gentiloni e colleghi si sono mostrati solidali con Fayez al Sarraj. Si potrebbe parlare di svolta, visto che l’operatività del governo libico è stata ufficialmente riconosciuta da almeno venti paesi, tra i quali è bene sottolineare il ruolo dell’Egitto. Sullo sfondo si rintracciano i soliti temi del terrorismo di matrice islamica e dell’immigrazione clandestina, ma non si può far finta di non vedere la grande spaccatura del paese in materia di vendita di petrolio. Fino ad oggi, infatti, l’esportazione è stata caratterizzata da un asset che non si fa fatica a definire tribale e antigovernativo: per dirla in modo semplice e diretto, la fazione che riusciva ad accreditarsi e fare affari per prima aveva la meglio sul mercato. Adesso, le cose sono cambiate: s’è identificato un leader, lo si sta conducendo al riarmo e si stabilisce che solo attraverso la sua figura politica si può trattare il petrolio. Ciò nonostante, in Libia, anche per dieci ore al giorno manca la luce. Dal momento che non si può dire che i libici abbiano un passato da comunisti, è sufficiente ribadire che abbiamo a che fare con integralisti.

Il caso Nagorno-Karabakh

La questione della Repubblica del Nagorno-Karabakh è più vecchia di quanto l’opinione pubblica possa immaginare: risale a una trentina d’anni fa circa e ha un movente prettamente etnico-territoriale. L’Azerbaijan, dagli novanta in poi, s’è contrapposto all’Armenia, nel rivendicare i presunti possedimenti storici a sud-ovest del paese. Al fine di una limpida ricostruzione occorrerebbe riesaminare le trame del cambiamento identitario dell’ex Unione Sovietica, ma gli spunti di questo scritto sono interamente rivolti ad altro: si tenta, in altri termini, di riposizionare i fatti sulla base dell’effetto che la macroeconomia e i suoi derivati hanno avuto sulle vicende dei popoli.  Oggi, i tentativi di mediazione in quell’area sono solamente pallide proiezioni di una malcelata volontà di stasi.  Di fatto, è per lo meno doveroso rilevare che l’Azerbaijan è un paese ricco di petrolio: molto ricco, a tal punto da aver fatto la fortuna, in tempi non molto lontani, della madre patria Russia, alleata ufficiale, non necessariamente dichiarata. Non a caso, nonostante la sua controversa situazione politica, l’Azerbaijan è un paese molto rispettato dall'Europa: membro del Consiglio d’Europa, ospita una missione permanente della Commissione Europea, si trova tra le altre cose lungo una rotta energetica importantissima, quella che dall'area transcaucasica conduce alla Turchia e, di conseguenza, all'Europa. E anche in questo caso stiamo parlando di ex comunisti.

In forma epigrammatica

Tre comunisti e un integralista: potrebbe essere il titolo di questo scritto, ma è ingeneroso e irrispettoso ammetterlo anche solo per gioco. Per converso, sarebbe ridicolo farsi sostenitori di chissà quale teoria del complotto. I cambiamenti politici devono essere osservati con freddezza analitica e chirurgica. È fin troppo naturale che Inghilterra e Stati Uniti, in quanto potenze economiche senza rivali, tentino di infiltrare il mondo esterno con manovre d'intelligence finanziaria, arte, quest’ultima, cui stenta ad arrivare un paese come l’Italia. Nello stesso tempo, è ridicolo interpretare la Cina o la Russia o, addirittura, l’Iran come un pericolo solo perché operano in contrasto. I pericoli, semmai, stanno proprio nella diffusa incapacità di leggere i dati come all’interno d’uno spazio-tempo einsteiniano.

Se un cacciatore Wagogo non riesce a catturare nulla oppure viene assalito da un leone, ne dà la colpa alla cattiva condotta della moglie e torna a casa furibondo. Durante l’assenza del marito, infatti, la donna non deve permettere che nessuno le passi alle spalle o si fermi in piedi davanti a lei mentre è seduta; e, a letto, deve stare sdraiata bocconi.[2]

Fra i popoli di lingua tshi della Costa d’Oro, le mogli dei soldati in guerra si dipingono il corpo di bianco e si ornano di perline e amuleti. Il giorno in cui si prevede che ci sarà uno scontro, si aggirano armate di fucili e bastoni intagliati a forma di fucili e, prese delle papaie, le tagliano con un coltello come se tagliassero la testa al nemico. Questa pantomima è sicuramente un sortilegio di carattere imitativo, per far sì che gli uomini facciano al nemico quel che le donne fanno alla papaia. [3]

L’associazione di idee mediante cui si sviluppano questi rituali magici segue due leggi, la legge di similarità e la legge di contatto: nel primo caso, scrive Frazer, si è convinti che, compiendo azioni simili a quelle che si spera si compiano davvero, il corso degli eventi possa essere alterato a proprio favore; nel secondo caso, è sufficiente danneggiare un oggetto che sia stato a contatto col nemico per danneggiare il nemico stesso. Di là dalle caratteristiche del pensiero selvaggio, non è affatto difficile riscontrare alcuni tratti in comune tra il comportamento magico-cultuale e quello in virtù del quale si è soliti dare un senso agli eventi.   
  









[1] MUSIL, R., 1978, Der Mann ohne Eigenschaften, trad. it. di A. Rho, G. Benedetti, L. Castoldi, 1996, L’uomo senza qualità, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 102.
[2] FRAZER, J. G., The Golden Bough, 1890, trad. it. di. N. Rosati Bizzotto, 1992, Il ramo d’oro Studio sulla magia e la religione, Newton & Compton Editori, Roma, pp. 44-45.
[3] Ibid., p. 48.

sabato 21 maggio 2016

ITALIA COME PORTO FRANCO 
DELLA POLITICA INTERNAZIONALE

Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi e così via

Economia, finanza e geopolitica sono strutture isolanti del pensiero collettivo; se ne conosce l’esistenza, se ne diffida, ma se ne discutono continuamente le implicazioni in una specie di purgatorio dell’informazione, come se dire ‘spread’ o ‘FED’ o ‘BCE’ o ‘Putin’ potesse fare acquisire un beneplacito per l’accesso al supremo regno oltremondano, quello del riscatto finale e dell’estasi. Ciò che si origina da questo luogo amorfo della transizione è un morboso meccanismo di scissione tra buoni e cattivi; la qual cosa serve, in genere, a placare il timore della frustrazione e dell’incultura. È così che un fenomeno che ci è ignoto deve essere classificato il più in fretta possibile – o del tutto ignorato – affinché esso non costituisca una minaccia. Il rito della complicità e della compartecipazione emotiva si svolge in una regolare funzione periodica, la cosiddetta sinusoide di cui quasi tutti abbiamo memoria scolastica. La parte positiva della curva comprende gli eroi del momento, quella negativa i nemici della giustizia. Questa sorte ‘trigonometrica’ è toccata, in Italia, a quasi tutti i governi e, soprattutto, ai Presidenti del Consiglio che si sono succeduti: Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi e così via, fatta eccezione per alcuni personaggi che oggi godono di buona fama unicamente perché la cronologia li ha allontanati da noi. Possibile che questi uomini siano tutti sbagliati? Tutti incapaci e ‘traditori’? Senza dubbio, ci riesce facile affermare che le riforme costituzionali spettano al Parlamento e non al Governo, il quale troppe volte fa ricorso alla fiducia per governare. L’esecutivo di Matteo Renzi sembra agire in modo scorretto, per carità: nulla da eccepire. Enrico Letta, invece, potrebbe essere stato tradito dall’incapacità di gestione del cuneo fiscale o dall’incremento dell’IVA. Monti fu visto come un fiancheggiatore delle grandi lobby e dell’Europa dei Banchieri. Berlusconi è sempre stato indefinibile per via del suo fervore giudiziario e del mastodontico conflitto d’interessi. A Prodi, ultimo di questa modesta lista, si attribuì un atteggiamento favorevole all’oligarchia finanziaria e un’evidente sudditanza nei confronti degli americani. È chiaro che queste incursioni sono riduttive e, per così dire, ‘amatoriali’, però, a mio avviso, sono allarmanti. Nessuno, per il popolo italiano, fa qualcosa di buono. Proviamoci a cambiare almeno per una volta il fronte della domanda in modo provocativo! Può darsi che il problema sia il popolo? 

D’altronde, se vogliamo contrastare anche solo per un istante questa tendenza distruttiva, possiamo trovare iniziative, azioni e provvedimenti assai utili di cui questi Capi di Governo sono stati protagonisti: 1) Letta riuscì ad ottenere 500 milioni di euro dal Kuwait per le aziende italiane; ai detrattori parve cosa irrisoria perché l’Inghilterra intascò 20 miliardi dallo stesso Kuwait, ma chi obiettò in questo senso dimostrò di non capire un’acca di geopolitica; 2) il governo Monti produsse il nuovo regime forfettario dei lavoratori autonomi con Partita IVA, consentendo maggiore elasticità alla gestione dell’aliquota libero-professionale; 3) l’esecutivo berlusconiano, nonostante l’ambiguità, riuscì ad assicurare alla giustizia 28 superlatitanti; 4) last but not least, Romano Prodi, la cui politica estera fu l’unica che permise all’Italia una posizione economico-militare vantaggiosa rispetto all’Africa mediterranea.

Il ping pong virtuale e inarrestabile

Tutto questo è solo un gioco, un gioco senza fine, un ping pong informativo durante il quale la pallina non cadrà mai a terra, ma continuerà a rimbalzare anche in assenza di giocatori. S’è ormai tracciato un triangolo scaleno ai cui vertici si trovano i cosiddetti whistleblower, cioè i possessori dei dati di fatto in grado di influenzare e manipolare l’opinione pubblica, i media, il cui ruolo sta per diventare quello di un canale di transito tendenzioso e, in parte, ininfluente, ossia troppo poco critico-costruttivo e troppo istrionesco, e l’opinione pubblica, che s’è incondizionatamente votata alla condanna di tutto e tutti. Dal TTIP alla politica monetaria delle Banche Centrali, dalle scelte dell’Iran a quelle della Cina, senza che qualcosa di specifico sia sottoposto a riesame. Il TTIP, per esempio, cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership, viene contestato a causa delle possibili conseguenze sulla qualità del cibo o del rischio di annientamento delle economie locali, laddove sarebbe opportuno volgere lo sguardo al radicale cambiamento o al possibile scontro epocale tra le valute, specie se si considera che la manovra investirebbe quasi il 50% del PIL mondiale. Con la medesima misura esemplificativa, si può trattare il caso Brexit. L’UE ha sempre portato con sé l’idea di un proprio prematuro annientamento. Ci si lascia attrarre da un intreccio, ma si dimentica la trama. In quanto alle contorte vicende della Corona inglese, sembra che i più abbiano dimenticato che proprio dalla City per vent’anni ci è giunto un Libor alterato in modo diabolico. Ci si chiede solo adesso quale possa essere l’impatto di una scelta impopolare della Gran Bretagna? È, a dir poco, inspiegabile. Manipolare il tasso di scambio delle divise vuol dire intervenire pesantemente, oltre che fraudolentemente, nel corso della storia economica mondiale. E mi sia lecito ribadire: sto continuando a giocare con l’informazione.

Watzalawick et al., con impareggiabile maestria e lungimiranza scientifica, hanno definito questa situazione come un gioco senza fine.[1] Essi ipotizzano, a tal proposito, la realizzazione di un gioco il cui obiettivo consiste nello scambiare affermazione e negazione; ne consegue che il ‘sì’ è sostituito dal ‘no’ e viceversa e ‘lo voglio’ è sostituito da ‘non lo voglio’ e viceversa. Ci si accorge presto che questo gioco reca in sé un meccanismo infernale e inestricabile a causa del quale i giocatori non sono più in grado di interromperlo perché, ogni qual volta in cui qualcuno dice ‘smettiamo di giocare!’, l’altro comprende il significato opposto. Ne nasce una situazione paradossale e viziosa e che solo l’intervento di una persona terza può riportare sul piano della logica. L’ipotesi appena descritta rappresenta in modo ideale lo stato d’animo del fruitore dell’informazione e il turbinio dei suoi significati quali espressioni della ricerca infinita.

Che cosa può accadere?

L’occhio va puntato sulla Fed, sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Banca Mondiale, come ho già sostenuto in precedenza. Non è un caso che sia la BCE sia la Banca Svizzera abbiano acquisito, rispettivamente e con intelligenza strategica, Corporate Bond e Treasury. Checché se ne dica, la Fed non potrà restare a lungo a guardare, a causa del proprio debito: presto sarà costretta ad alzare i tassi di due o tre punti e dovrà farlo con soluzioni incrociate piuttosto drastiche. La rivalutazione dell’oncia troy potrebbe costituirne il passaggio strumentale. Attualmente, sembra che operatori e mercati non vogliano tenere conto dell’aumento del prezzo del barile di petrolio, come se questo fosse momentaneamente separato dal corso generale della finanza, ma è un errore gravissimo. Sembra, invece, che alcuni importanti fondi sovrani se ne siano accorti. Il comparto assicurativo, quello italiano in testa, è molto esposto, allo stesso modo in cui lo sono le banche popolari. A livello globale, le forme di quantitative easing finora contemplate sono state neutrali, atte a rinviare la tensione valutaria quale copertura del sottostante. Meriterebbero parecchia attenzione finanziaria la Russia, la Malesia e le Filippine, ma dubito che quotidiani e informatori vogliano far circolare ipotesi di tal fatta. Scrivendo dall’Italia e, in qualche modo, per l’Italia, non posso fare a meno di far notare, in conclusione, ciò che ritengo sia la questione cruciale: dinnanzi all’impossibilità e all’impotenza, è meglio cercare un fruttuoso compromesso che protestare come ragazzini immaturi. Né Renzi né Letta né Monti né Berlusconi né Prodi avrebbero potuto fare alcunché perché questa Repubblica Parlamentare non è mai appartenuta al popolo italiano, almeno non come l’Inghilterra agli inglesi o gli Stati Uniti agli americani. Potremmo ridefinire l’Italia come un porto franco della politica finanziaria internazionale. Opporsi significa avviarsi all’autoannientamento. La soluzione di un uomo che non ha alcun potere, cioè dell’autore di questo blog? Un’alleanza finanziaria segreta tra il Governo e le principali aziende del FTSE MIB, strutturata secondo i criteri della competitive intelligence e volta a scandagliare costantemente il mercato over the counter. Acqua, grano, petrolio, oro, fondi speculativi, assicurazioni e telecomunicazioni potrebbero diventare presto questioni molto spinose e l’Italia, come gli altri paesi del PIIGS, non è affatto pronta.

La versione di Lev Nikolàevič Tolstòj

L’idea secondo la quale il significato del mondo può essere dato nella nostra rappresentazione delle cose è, senza dubbio, la più pericolosa che il pensiero moderno abbia concepito. La pericolosità si nota in almeno due conseguenze: il soggettivismo esasperato, che ne può derivare e a causa del quale ogni individuo vivente, fin dalla tenera età, si convince di poter gestire il corso degli eventi; l’isolamento della persona all’interno dello spazio e del tempo creati da tale convincimento. Soggettivismo e isolamento trasformano gli uomini in portatori di verità e di giudizio, ne stravolgono la possibilità d’intima comunione, ne snaturano la convivenza e ne degradano la speranza, a tal punto che l’appartenenza degli uni agli altri è pervertita e danneggiata da ciò che ognuno pretende di sapere. L’estasi fredda di questa ragione, finendo col manifestarsi entro i confini del solipsismo, prima o poi, congestiona l’entusiasmo e ripropone come dirompenti i bisogni primari, in una sorta di allarmante processo di regressione in cui non si può fare altro che cercare la via di fuga da tutto e da tutti. Il potere e la sicurezza che accompagnano l’iniziale interpretazione degli stati di cose, provocando il brivido della conoscenza, sono solamente le premesse paradossali della paura, forme di eccitazione abbrutenti, sintomi del disagio esistenziale, metafore della storia di un’anima. Di fatto, questo resoconto, che può apparire angosciante, non è altro che la proiezione o la ripetizione di una delle tante semplici ‘vite’ che non facciamo fatica a riconoscere nelle nostre cerchie, ma che stentiamo ad assegnare a noi stessi. Lo ha fatto, invece, con uno sforzo sovrumano, Lev Tolstòj, il quale ha messo per iscritto, ne La morte di Ivan Il'ič, le vicende di un uomo come tanti, perbene, modesto, quasi un personaggio neutrale e per il quale, in genere, non ci si sforza volentieri di produrre un lavoro letterario. Ivan Il'ič è un giudice, ma, soprattutto, è persuaso di aver condotto una vita talmente lineare e onesta che, quando viene colpito da un male incurabile e sa di dover morire, ritiene che il fenomeno sia inspiegabile, inammissibile e inconcepibile, tanto da applicare disperatamente la logica aristotelica all’evento ferale. Egli è, sì, un uomo e, come tale, un uomo mortale perché tutti gli uomini lo sono, tuttavia il meccanismo deduttivo con cui si ritrova a operare risulta insufficiente e insoddisfacente. Il sollievo lo raggiunge solo in seguito ad un’intuizione elementare, banale e altrettanto insignificante quanto la stessa logica da sempre adottata: in realtà, la vita svolta – racconta a sé stesso – è stata una parvenza di certezze, un insieme di giudizi indistinti e accomodanti. Ivan Il'ič ha commesso una sola terribile ingenuità: avere una considerazione troppo elevata del proprio pensiero, qualcosa che è comune a tutti noi, codificandosi come necrologio dell’interpretazione pura ed essenziale della realtà. Siamo troppo spesso sedotti dalla verità assoluta e dall'illuminazione. 

Ma i pensieri sono un caso estremamente interessante, cioè sconcertante: si ha qui l’insincerità che è un elemento essenziale nel mentire, in quanto questo è distinto dal semplice dire ciò che di fatto è falso. Ne sono esempi il pensare, quando dico “innocente”, che il fatto sia stato compiuto da lui, o pensare, quando dico “mi congratulo”, che l’azione non sia stata eseguita da lui. Ma io posso di fatto sbagliarmi nel pensare così. [2] 




[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit., pp. 221-224.
[2] AUSTIN, J. L, 1962, How do Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova, p. 35.

sabato 14 maggio 2016

LA MAFIA, L’IDEA E I MINCHIONI


IL PRINCIPIO

Le ore trascorse per le strade del mondo restituiscono agli uomini o la forza originaria della Madre Terra o le paure dell'infanzia.

LA PREMESSA

In gioventù, ogni idea, che crediamo di avere partorito in modo singolare, ci folgora e ci sconfessa, ci fa rinascere e ci rappresenta, diventa subito un ‘fuori di noi’, dentro il quale vogliamo saltare il più presto possibile. In questa dinamica differenziale, finiamo con lo scambiare la nostra idea col sistema o con la misura del sistema, in una sorta di ritrovato – o mai abbandonato – egocentrismo infantile. A furia di saltare da un’idea all’altra, ci accorgiamo di esserci consumati. E se, nel frattempo, non siamo stati inglobati da qualcosa, che idealmente rifiutiamo, allora la nostra identità si assottiglia a tal punto da essere bisognosa delle ‘identità altrui’.

L’ANEDDOTO

Parecchi anni fa, in una notte estiva, a causa d’un po’ d’insonnia, decisi di andare a fare una passeggiata per le strade di Palermo. Ero nella cosiddetta via Roma vecchia. La prostituzione dominava incontrastata e si articolava in filiere di donne dell’Africa nera esposte come mercanzia. In genere, preferisco osservare la vita che impalarmi davanti ai monumenti o simulare il rapimento estatico del viandante sensibile e mieloso. In quelle circostanze, la mia attenzione fu attirata da una diatriba sorta a pochi passi da me tra una prostituta e un cliente. Un tizio nerboruto e rozzo, dopo avere usufruito della prestazione, stava per filarsela, senza pagare. Non potei fare a meno d’intervenire con un calcio sullo sportello dell’autovettura e una minaccia esplicita. Grazie a Dio, colui che era ormai diventato un mio rivale si decise immediatamente a tirare fuori i venti euro del compenso pattuito e se ne andò. Eroismo il mio, adesso esibito sul proscenio del web? Nient’affatto. Spirito di condivisione e di rivalsa. Non mi sono mai prostituito – anche perché non credo che il successo mi avrebbe accompagnato  –, ma mi è capitato di frequente di non essere ricompensato per lavori svolti. Mi riuscì semplice, in pratica, agire senza scrupolo di costume o preoccupazione per le conseguenze.

LE CONSIDERAZIONI

Ogni epoca porta con sé un’immagine collettiva in movimento, qualcosa di trascinante, una manifestazione della necessità. Oggi, un bel sogno, non già uno di quelli che fanno dormire in pace l’uomo comune, bensì uno di quelli che gli fanno spalancare gli occhi dalla speranza, non è più colmato o rappresentato da un cielo stellato o da un viaggio attorno al mondo, ma da una bistecca o un colletto bianco e ben stirato. Quando si scrivono o si pronunciano frasi di questo tipo, sulla natura ideale di una bistecca o di una camicia bianca, si sente ribattere dai più:  “Ci siamo passati tutti…”,  “Quello che ho me lo sono guadagnato!” et cetera. Parole false e oltraggiose! Non tutti hanno avvertito il morso lacerante della fame, come non tutti hanno ‘dovuto desiderare’ un vestito elegante per andare a lavorare. I consigli illuminanti e le esortazioni eroico-moraleggianti, in genere, provengono proprio da chi non ha mai sperimentato sulla propria pelle il bruciore e la mortificazione. Tra le altre cose, una certa condizione umana di miseria, nel lungo termine, indebolisce le difese del disgraziato a tal punto da indurlo a rendersi ridicolo e commettere errori banali, pur di sopravvivere. La miseria acceca l’uomo, non è affatto poetica e solamente minchioni e benestanti si fanno impastoiare dalle storielle edificanti e apocalittiche dell’uomo della strada che è riuscito a conquistare Wall Street. Di notte, per le vie di un quartiere degradato e affamato, si spaccia droga, si ruba, ci si dispera, si urla, ma nessuno sente. L’uomo stremato si lascia abbagliare, invogliare e irretire da ciò che è maligno; ne è tentato come un pittore che ha deciso di rinunciare alla profondità o rinnegare definitivamente il proprio maestro. Ciò di cui non ci si rende conto è che la miseria attira su di sé e su chi ne è protagonista il superamento della morale. Quando, per caso, l’uomo che ha subito a lungo il tormento della miseria, dovesse da ultimo sconfiggerla, egli recherebbe comunque in sé la possibilità di ciò che per altri è male.

Un’idea diventa pericolosa, quando è staccata dagli individui pensanti, quando non è più sottoposta a giudizio e rielaborazione e conquista vita e autonomia proprie ma, soprattutto, un luogo proprio cui tutti possono accedere per servirsene, adottando l’idea come proiezione dell’identità: quando essa non è più proprietà privata, ecco, quello è il momento in cui l’idea diventa un pericolo pubblico perché la massa si fa acritica e violenta, quantunque inattiva perché soddisfatta dall’esistenza dell’idea guida. Alla mafia è accaduto questo: sulle prime, era una forma di realtà; in seguito, divenne un problema sociale; oggi, è un’idea, un’idea pericolosa in quanto indistinta e vuota.

Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità.[1]

Le giornate della memoria, le celebrazioni cinematografiche, le inchieste speculative sulle relazioni tra Stato ed entità malavitose producono unicamente questa specie di gratificazione ormonale e infeconda, sono tanto più eccitanti per i fruitori, quanto più si amplia la regione pneumatica della loro inutilità. Dentro di esse, vengono collocati gl’idoli, figure assurte ai piani della gloria per la loro triste fine: uomini trucidati, freddati a colpi d’arma da fuoco, accoltellati, soffocati, come se morire ammazzati fosse il passe-partout della beatificazione psicosociale. Dunque, non esistono gli eroi dell’antimafia o non meritano la nostra attenzione? Nella speranza che il lettore non si abbandoni alla strumentalizzazione di questi concetti, affermo che esistono e sono necessari, se col termine ‘eroe’ si è disposti a rilanciare una figura greco-arcaica, ossia propria dell’uomo che ogni giorno agisce in un campo di battaglia dando soluzioni alternative. Sbraitare da un pulpito e lanciare invettive contro il sistema sono attività utili solo a consolidare la contrapposizione. La famiglia di un disoccupato non smetterà di disperarsi, dopo che qualcuno avrà acceso l’ennesimo cero. Gli eroi servono vivi.

Quanto più grande è il mucchio di morti sul quale sta il sopravvissuto, quanto più di frequente egli ripete tale esperienza, tanto più forte e imperioso sentirà il bisogno di ammucchiare cadaveri. Le carriere degli eroi e dei mercenari mostrano che simile bisogno diviene morboso e insaziabile.[2]

LA QUESTIONE

La mafia nacque in un contesto di totale assenza degli apparati statali, cioè nel momento in cui i grandi proprietari terrieri assoldavano i campieri per difendere i propri fondi dai banditi. I contadini, a propria volta, incapaci di proteggersi, si rivolgevano al cosiddetto feudatario, che garantiva loro sicurezza in cambio di prestazioni e prodotti, cosicché, nella società feudale si strutturò un sistema chiuso, inevitabile e incrollabile. Chiusura, inevitabilità e incrollabilità portarono naturalmente il latifondista al potere. Tuttavia, nell'atto di nascita, questo sistema non poteva essere considerato ‘illegale’. Non esisteva, infatti, un concetto di legalità rispetto al quale esso poteva essere giudicato.  Quando, a un certo punto, s’è concepita la riforma della società feudale – mi si conceda il salto storico-concettuale! –, non s’è fatto altro che tentare la pratica dello schiacciamento o dello sradicamento. Tuttavia, schiacciare o sradicare da un ambiente qualcosa che non si distingue dall’ambiente stesso può implicare due cose: o annientare l’ambiente o generare e rigenerare o rafforzare l’idea di ciò che si vuole schiacciare e sradicare. Ciò non equivale a dire che il meridione è solo malavita, criminalità organizzata e altre castronerie, ma non si deve dimenticare che la verità di fatto avrebbe dovuto essere affrontata col piglio dell’antropologo, del sociologo e, più in generale, col piglio dello scienziato, anziché con quello del poliziotto. Si tratta di una legge scientifica inalienabile: coi sistemi si deve interagire, non si possono annientare. L’Arcangelo Michele, nella propria arcinota posa statuaria, domina il male, non lo annienta. Nel capolavoro di Sorrentino, Il Divo, l’ineguagliabile interprete di Andreotti, Toni Servillo, recita un monologo esemplare a proposito del potere: <<Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese (…) Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch'io. >>. Si ha ‘idea’, anche lontanamente, di quanti padri di famiglia finirebbero in disgrazia, se qualcuno non pensasse a garantire un certo equilibrio? Si ha ‘idea’ di quanto si espanderebbe l’attività mafiosa o criminale, se crollassero certi equilibri? Di tanto in tanto, qualcuno denuncia pubblicamente il proprio superiore perché ha impedito la perquisizione di un immobile di proprietà di un mafioso, nel timore che venissero fuori prove compromettenti? È triste, sconfortante, ma forse quel superiore ha avuto il senso della misura e dell’equilibrio. Forse, è stato un eroe. Di certo, non ne conosceremo mai l’autentica motivazione.
Negli anni, per esempio, si è innalzato un altare alla gloria di Aldo Moro, presunto ed irriducibile sostenitore d’una qualche verità. Ecco cosa scrive Aldo Giannuli ne Come funzionano i servizi segreti:

(…) L'Ufficio zone di confine della Presidenza del consiglio (una sorta di servizio speciale strettamente interrelato con quello militare) nei primi anni cinquanta dava un contributo mensile di centomila lire (quattro-cinquemila euro attuali) ad una serie di esponenti politici, senza alcuna giustificazione; e fra i beneficiari risultano i nomi di Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani e molti altri. Più tardi, il SISDE dava un contributo di cento milioni all'anno (siamo nei primi anni ottanta) ad un importante “figura istituzionale” per non precisate esigenze di servizio. Inoltre, per accedere alla documentazione con classifica di segretezza,  il presidente del Consiglio ed i responsabili dei “ministeri sensibili” (Difesa, Interno, Esteri, Finanze, Trasporti, Giustizia) devono ottenere il NOS (Nulla osta di sicurezza) dalla NATO, la quale consulta prima il servizio segreto militare. Per cui in passato, è accaduto che lo stesso capo del governo sia stato escluso da una serie di informazioni. [3]

Attorno alle grandi banche, per esempio, s'è sempre levato tanto clamore per gli scandali finanziari: attività sottostante inesistente e, di conseguenza, titoli tossici, frode ed evasione fiscale e così via. I colossi della macroeconomia, per lo più, se la cavano con grosse multe. Una multa da un miliardo di euro equivale per 'loro' a circa un mese di incasso, mentre con la truffa, forse, ne hanno guadagnati venti. Allora, è chiaro che saranno recidivi. Purtroppo, rebus sic stantibus, è impossibile pretendere la condanna e la chiusura di uno di questi istituti perché, poco dopo, crollerebbero interi governi, vista la fittissima rete di legami. Allora, in circostanze simili, è inutile continuare a fare i moralisti. Per traslazione, qualcosa di simile s'è verificato con la mafia, in termini di intrecci ed equilibri, ma la differenza sostanziale è maturata a danno diretto della povera gente, incalzata a reagire, fomentata e, da ultimo, abbandonata. Falcone e Borsellino sono morti risucchiati da queste stesse trame, abbandonati da chi li ha legittimati a operare. Può apparire banale la mia considerazione: un fruttivendolo 'non in regola', ma che si affanna dalle due di ogni mattino per sbarcare il lunario agli angoli delle strade, deve essere lasciato in pace. È vero, vive in una zona grigia, ma è pieno di dignità, è eroico. Se contrastato, prima o poi, egli per sfamare i propri figli, si rivolgere ad altro. Il piccolo e il medio imprenditore dovrebbero essere premiati con detassazione razionale e per studio di settore. Allo stesso modo, si dovrebbe ammettere una qualche forma di distribuzione di liquidità strumentale e funzionale direttamente sul conto corrente del padre di famiglia, vincolandolo a impegni specifici. Mi rendo conto che queste proposte sarebbero state rifiutate pure da Alice nel paese delle meraviglie, ma sono fermamente convinto che non esista altra forma di antimafia. 

Ben vengano gli arresti e le condanne, le onorificenze e i cortei di piazza, ma non si pensi che siano soluzioni! 

(…) L'esautorazione dei poteri non statali rimane sempre incompiuta. L'effetto di monopolizzazione delle istanze centrali di dominio non porta assolutamente, come chiunque può vedere, all'eliminazione di tutte le concentrazioni di potere non statali di tipo istituzionale o pre-istituzionale. I confini sono mutevoli e contesi. Molte frizioni e molte frustrazioni tipiche delle società statali scoppiano proprio su questi confini, su un presunto troppo o troppo poco del potere statale d'imposizione. [4]

Adesso, comincio a chiedermi se la società abbia ancora bisogno di idealisti o se essa debba cominciare a temerli. Un uomo che abbia il coraggio di sporcarsi le mani, ma che sappia, nel contempo, recare anche un solo vantaggio alla propria comunità… Ecco, quell'uomo forse vale più di mille imperatori.





[1] MUSIL, R., 1978, Der Mann ohne Eigenschaften, trad. it. di A. Rho, G. Benedetti, L. Castoldi, 1996, L’uomo senza qualità, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 62.
[2] CANETTI, E., 1960, Masse und Macht, trad. it. di F. Jesi, 1981, Massa e potere, Adelphi Edizioni, Milano, p. 277.
[3] GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, p. 22-23.
[4] 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 61.

mercoledì 11 maggio 2016

IL MITO DELLA ROBA NEL TRADING

POVERO ELLIOT!

…eppure, qualcuno ha il coraggio di affermare che, in materia di economia e finanza, esistono leggi universali, incontrovertibili e inalienabili.


La sorpresa non fu sconvolgente, per carità, ma, nel tentativo di ricostruire un certo messaggio diffuso sui social network, secondo un elementare e funzionale criterio d’analisi linguistica, un po’ di preoccupazione mi sopravanzò: gli utenti che supportavano l’autore della ‘panacea’ erano alcune migliaia, cui si aggiungevano gli avventurieri del commento.

Il tema della controversia era il trading online: un tizio, che faceva bella mostra delle proprie virtù sciamaniche o chiromantiche su Facebook, asseriva che i mercati finanziari e, di conseguenza, gli investimenti sono caratterizzati da leggi universali. Sarebbe sufficiente studiarle con attenzione per trarne profitto. Su due piedi, bisognerebbe chiedersi perché il governo greco o lo stesso governo italiano – tanto per fare qualche esempio – non se ne siano ancora accorti, dato il deficit… Comunque sia, dobbiamo evitare di inciampare nella facile ironia. Dopo aver letto il post di questo guru della finanza, mi permisi di scrivere con molta umiltà: “Nei mercati non esistono leggi universali”. Volesse il cielo che non l’avessi mai fatto! Il tizio, indispettito, mi rispose dicendo: “Leggi Elliot, se lo capisci e… blà blà blà”. Mi limitai solo a ribattere che sarebbe potuto nascerne un dialogo costruttivo, se avesse gestito diversamente il feed-back. Povero Elliot! Se con l’aggettivo ‘universali’ s’intende dire che certe leggi sono ricorsive ('ricorsive' non equivale a 'cicliche', ma neppure a 'universali'), ne possiamo discutere, ma ciò non dà adito a chiaroveggenza o certezze.

Non c’è altro da dire in proposito, fuorché costoro, cioè tutti questi profeti del successo, non sono altro che cascame acidognolo di sogni frustrati e conditi con vago intellettualismo melenso, come fossero l’avanzo d’una cena prelibata lasciata ad ammuffire in frigo per mesi.

Il trading è una forma di investimento basata su acquisto e vendita di prodotti finanziari: opzioni, futures, assicurazioni et cetera. Un tempo, in mancanza di piattaforme ‘intelligenti’, ci si rivolgeva a una banca, la quale, a propria volta, contattava un broker, ossia un’apposita società d’intermediazione. La componente di rischio dipendeva dalle scelte individuali. Oggi, accade qualcosa di strano e, a tratti, pericoloso. Se, da una parte, cresce la libertà d’azione dell’uomo della strada, che può entrare a far parte di questo mondo caleidoscopico, senza spostarsi da casa, dall’altra, tuttavia, s’infittisce la schiera di personaggi ambigui, d’incerta formazione e altrettanto incerta storia professionale, sempre pronti a millantare ruoli di spicco ed esibire successi. Essi non appartengono né alla dimensione della gente comune né a quella dei grandi broker o dei grandi banchieri. Non appartengono alla dimensione della gente comune perché dichiarano di guadagnare cifre stratosferiche, a partire da investimenti di circa € 100,00: un padre di famiglia per arrivare a € 5/6.000,00 al mese sa bene che deve spaccarsi le ossa e sa pure che non gli bastano cento euro. Non appartengono alla dimensione dei grandi broker o dei grandi banchieri perché questi non si presterebbero neanche lontanamente a queste messe in scena da tre soldi. In pratica: non esistono.  

Prima considerazione: è impossibile raggiungere quelle cifre con un investimento di cento euro. Seconda considerazione: le trame della finanza sono così complesse e composite che non esiste uomo al mondo che possa averne visione ‘definitiva’. Terza considerazione: come sempre, occorre studiare e bisogna farlo senza pause; il che, comunque, non garantisce affatto il successo economico. Ultima considerazione: se c’è una legge universale, è questa: per far soldi ci vogliono i soldi; e non serve una laurea per capirlo.

Tra i termini in voga e che sollecitano, in genere, l’interesse dell’utente, sicuramente godono della migliore propaganda CFD (Contracts for Difference) e leva finanziaria. L’effetto leverage ha una base frazionaria e si struttura in una sorta di prestito. Anche se, digitando su Google “che cos’è l’effetto leva”, si trovano solamente articoli esaltanti sulle opportunità di guadagno, i rischi e i dubbi sono consistenti. In sostanza, per avviare la macchina occorre un deposito minimo, che dovrebbe essere accresciuto da ciò che apporta il provider. In che modo? Se dobbiamo acquistare 100 azioni della Guadagnifacili Inc. al prezzo di € 1.000,00, ma abbiamo un margine iniziale di € 100,00, il provider interviene con la quota rimanente di € 900,00. O meglio: ci consente di fare operazioni equivalenti; la qual cosa differisce un po’ dal vero e proprio prestito. Quando l'azione della Guadagnifacili Inc. avrà raggiunto, per esempio, la quota di € 12,00, noi guadagneremo € 200,00. La semplicità sembra allarmante. In effetti, lo è perché l’effetto leva deve anche essere capovolto. In altri termini, alla stesso modo in cui può moltiplicare il profitto, così può moltiplicare la perdita. Qualcuno obietterà dicendo che esistono dei metodi di gestione del rischio: stop loss, profit call et cetera. Il problema – sia chiaro! – non sta nella credibilità di questi broker online, di cui non si mette in dubbio l’efficienza, ma in una quantità di variabili per trattare le quali occorre una vasta conoscenza di politica, geopolitica, economia e finanza. E si potrebbe aggiungere anche l’economia aziendale. Sto forse esagerando? Se a questo si sovrappone il concetto di Contracts for Difference, la questione si complica ancora di più perché le opportunità di successo sono legate all'effettiva differenza tra ciò in cui investiamo e i prodotti finanziari sottostanti, di cui s’è parlato inprecedenza (§ Fiction Economy).

Purtroppo, il meccanismo della leva non è così semplice come si crede, almeno non lo è nella misura in cui si creda che sia sufficiente un’intuizione, perché impone la conoscenza dell’intera gamma dei prodotti finanziari, benché sia vero che potrebbe permetterci l’ampliamento dei guadagni. Possiamo tentare la via dell’esempio concreto su base binaria: 1) acquistiamo 100 azioni della Guadagnifacili Inc. al prezzo di € 10,00 ciascuna; 2) acquistiamo 500 opzioni call legate alla stessa azione con premio pari a € 2,00 e quota d’esercizio equivalente a € 10,00; in pratica, spendiamo €2.000,00. Mediante l’opzione call, per la quale paghiamo un premio, abbiamo il diritto di acquistare entro una certa data le azioni, anche quando il prezzo dovesse crescere. Viceversa, se il valore scende, ci conviene perdere il premio e rinunciare all'esercizio del diritto d’opzione. Se, ora, sulla base di questo breve – e mai esaustivo – excursus, consideriamo l’ipotesi iniziale della combinazione tra 1 e 2 e, nello stesso tempo, ipotizziamo che il valore delle azioni passi da € 10,00 a € 20,00, non solo guadagniamo in modo diretto i primi € 1.000,00 euro dall'investimento azionario, ma possiamo anche esercitare il diritto d’opzione: acquistare al prezzo di € 10,00 delle azioni che ora valgono € 20,00 per rivenderle immediatamente. Ecco l’effetto leva classico. Tuttavia, se il valore delle azioni, anziché salire a € 20,00, scende a € 2,00, perdiamo esattamente col metodo della leva. Attenzione: questo può accadere sia in banca sia davanti allo schermo di un pc![1]
    
A un certo punto della nostra ‘media’ esistenza, in piena libertà e discreta autonomia economica, decidiamo di investire in titoli azionari e volgiamo lo sguardo verso un’azienda piuttosto blasonata del panorama italiano: ENI? Unicredit? Pirelli? Il FTSE MIB è sufficientemente ricco. Quale che sia l’azienda designata per la nostra scalata al successo, dalla lettura compulsiva dei quotidiani finanziari e non all'analisi dei bilanci, dalle manovre finanziarie dei governi alle politiche economiche delle banche centrali, dai cambiamenti nella gestione globale delle commodities ai conflitti bellici in corso, tutto questo e tanto altro ancora può irrimediabilmente segnare le nostre sorti.


(un interessante contributo del 2011)

Come si può affermare che esistono leggi universali o, diversamente, che si può guadagnare una buona quantità di soldi con un investimento di cento euro? Qualcuno osa addirittura a scrivere ‘5 euro’ come proposta d’investimento iniziale. Io non intendo gettare discredito sul trading online, anzi ne sono un estimatore e un sostenitore, ma è evidente che il budget d’avvio equivale a quello d’una piccola impresa perché, in assenza di una strategia di diversificazione, non si ottiene alcunché. Il buon senso con cui si deve affrontare la disciplina del trading deve essere pari a quello dell’imprenditore virtuoso, il quale, prima di gettarsi a capofitto nell'impresa, sappia redigere un vero e proprio business plan, un piano swot e si disponga alla preparazione di tutte le necessarie forme di pianificazione. Bisogna resistere alle suggestioni indotte da questi imbonitori del forex.


Tra l’immaginazione e la realtà o, forse, al di sopra di entrambe, monta la frustrazione, un conflitto che incalza l’uomo a raccontare, per difesa  e sotto le forme della verosimiglianza, delle qualità che non possiede: dalle parole nasce una nuova zona di confine meno ampia di quella reale e in cui ci si può muovere con facilità e agio, un luogo in cui, anzitutto, egli sa rappresentare sé stesso e, in secondo luogo, si distingue per delle capacità. Il prezzo da pagare per questa ritrovata, ma apparente, comodità è tutto racchiuso nella lontananza effettiva dalle persone e dalle cose, che aumenta di giorno in giorno in funzione della mistificazione e della quantità di espedienti escogitati per la difesa. All'origine di questo ‘distacco’, il non saper fare e il non saper essere, quali conseguenze del non poter fare e non poter essere, si manifestano come condizioni aggravanti del malessere umano.



[1] Cfr. DEL PRA, M., 2009, Finalmente ho capito la finanza, Vallardi Editore, Milano.