mercoledì 30 marzo 2016

I MOSTRI: TECNICA E RITMO 


1. Il mostro acefalo

Forse, non è chiaro che esiste un metodo sofisticato, ma ingegnoso e sviluppato, con cui i Servizi d’Informazione di ogni paese, in collaborazione con un apposito 'comitato di sicurezza', dirigono non solo l'informazione ma anche la comunicazione; la qual cosa è, anzitutto, un dovere. Il vecchio sistema di scambio di favori tra i giornalisti e i cosiddetti agenti segreti è ormai noto ai più. Ci sono tuttavia altre tecniche che non si fa fatica ad immaginare. Una di esse potrebbe consistere nel far pervenire la notizia autentica, ma sapientemente modificata, ad una fonte ritenuta poco attendibile per poi vendere quella falsa sotto forma di versione ufficiale, in modo che il discredito a scapito della notizia autentica sia superiore che in qualsiasi altro caso, grazie all'effetto buzz che si scatena, per esempio, nei social network. In un altro caso, tipico delle azioni di spionaggio e controspionaggio, sapendo di avere una spia all'interno o qualcuno che faccia da amplificatore, si impone immediatamente la falsità, così da farla arrivare a destinazione e raggiungere l'obiettivo. Non di rado, viene utilizzato lo stesso mondo dell'impresa, dove sono infiltrati agenti sotto copertura. Insomma, come si può pretendere che tutto questo sia giudicato o addirittura smontato attraverso rivelazioni pubbliche? [1]

Le bugie di Kennedy e Chruscev molto probabilmente sono state utili a evitare la terza guerra mondiale. In parole povere, gli addetti stampa di Kennedy, nei primi anni sessanta, non avrebbero mica potuto dichiarare che il presidente era troppo impegnato in politica estera a contrastare i sovietici per potersi occupare adeguatamente dei diritti civili e dei segregazionisti. Allo stesso modo, i colleghi al soldo di Chruscev non avrebbero mai potuto dichiarare pubblicamente il fallimento dei piani quinquennali o delle riforme agrarie. Di conseguenza, le notizie diramate erano sempre più o meno confortanti. Tra le altre cose, nel dire ‘confortanti’, qui, si applica una drastica ed ingenerosa riduzione delle questioni che riguardano quel periodo storico. Ciò che si configura, sulle prime, come un occultamento della verità altro non è che una variante della necessità e del dovere di mantenere l'equilibrio. Giusta o sbagliata che fosse, l'Operazione Mongoose, voluta dalla CIA contro Fidel Castro, all'epoca sostenuto dall'Unione Sovietica, era sottoposta ai criteri della massima sicurezza, come lo era la propaggine italiana di Stay-behind, Gladio, venuta alla luce nei primi anni novanta perché non c'era più ragione di nasconderla.

Certo, tutti noi vorremo sapere, oggi, perché il grande successo della civiltà europea, l'euro, si sia trasformato nel più grande disastro dell'economia reale, ma di certo non si può sbrigativamente concludere che esiste la magica soluzione X, come fanno gli urlatori del momento. D'Alema, invitato a Ballarò per un faccia a faccia con la Le Pen, tempo fa, disse che si confonde la politica con la moneta. L'euro non nasce, a nostro avviso, per un autentico progresso economico-commerciale o per l'applicazione delle politiche sociali, ma al solo scopo di costruire un nuovo asset bancario-finanziario. La perdita di competitività e di valore economico è causata da una contraddizione interna e da un conflitto interno. In quanto alla contraddizione, l'Europa confederale non ha una storia né un'identità (...questione più volte ribadita!); tutti i tentativi noti di farne un territorio unico sono stati invasivi, tirannici, aggressivi e opera di imperatori o aspiranti imperatori ed eserciti. L'Inghilterra li ha sempre contrastati, da Nelson a Churchill, e continua, in sostanza, a contrastarli. Anche quello attuale è un tentativo invasivo, tirannico ed aggressivo. È invasivo e aggressivo perché i parametri di austerità della BCE, mostro acefalo, non sono espressione delle sovranità nazionali. Nello stesso tempo, è tirannico perché le banche commerciali possiedono il controllo totale di ogni attività in modo duplice: attraverso rendite finanziarie spaventose e non tassate; tramite la complicità di un sistema asfissiante di polizia tributaria che ha requisito perfino la circolazione del contante. 

Il conflitto invece appartiene al linguaggio, non alla politica, o, meglio: a un linguaggio ‘emozionale’ che è stato diabolicamente inoculato nell'intero sistema della lingua e che costituisce costantemente deviazione semantica, decentramento tematico e differimento emotivo e comportamentale. Se sia opera di qualche specializzatissimo servizio o di chissà quale ente occulto è difficile a dirsi soprattutto perché non abbiamo affatto voglia di proporre un'altra tesi del mistero o del complotto. 

Indubbiamente, c'è qualche artefice; c'è una manovra, com'è accaduto negli Stati Uniti, poco prima della vicenda dei mutui subprime, allorché qualcuno decise di fare propaganda al sogno americano addirittura con i romanzi di Horatio Alger, che descrivevano, per l'appunto, l'ascesa sociale della povera gente e, quindi, invogliavano all'acquisto della prima casa. Può anche darsi che l'effetto sia stato superiore alle previsioni, ma è sufficiente guardarsi attorno, in un giorno qualunque, leggere i titoli dei giornali, poi passare alle pagine dei social network e, da ultimo, scambiarsi dei commenti con i più accaniti tra gli utenti del web per capire che la logica è quella della bestialità e che gli interpreti sono sempre meno cinici e sempre più ‘pietosi’ e romantici.


2. Il mostro policefalo

Intorno alla metà di dicembre del 2014, la RAI, com'è noto, ha dedicato ampio spazio a uno spettacolo di Benigni sui dieci comandamenti. Fin qui, tutto in regola. D'altronde, con Benigni gli ascolti sono garantiti: 9 milioni di spettatori si traducono in uno share di tutto rispetto. Il culmine di questo successo, per cui varrebbe la pena, a detta di alcuni, pure di pagare il canone, coincide, invece, dal nostro punto di vista, col culmine della stupidità collettiva, con un quiproquò sconcertante e contagioso, con una botta di smarrimento narcotico grazie al quale il destinatario del messaggio finisce con l'approvare ciò che, di norma, combatterebbe aspramente. 

Roberto Benigni inneggia alla felicità. È scandaloso, nauseante, angosciante, ma gli ascoltatori sono estasiati, rapiti, incantati e, forse, davvero felici. In fondo, ha ragione Benigni, basta poco; basta cercare la felicità per afferrarne una porzione. 

Poco meno di un mese dopo, Matteo Renzi, a Strasburgo, afferma che le famiglie italiane si sono arricchite in un momento di crisi in virtù d'un'evidente crescita dei propri risparmi e... Si scatena il putiferio, una sorta di mattanza mediatica ai danni di quel poveraccio del Primo Ministro. A ben vedere, se ha ragione Benigni, ha ragione anche Renzi. Come si può tuttavia dar torto a tutta quella gente indignata per le affermazioni del Presidente del Consiglio? Tra le persone in condizioni di povertà assoluta e quelle in povertà relativa, l'Italia può vantare all'incirca 10 milioni di poveri. Allora, Renzi ha commesso un errore imperdonabile. A Strasburgo, avrebbe dovuto esortare gl'italiani a cercare la felicità perché, come dice Benigni, molti di noi hanno nascosto la felicità talmente bene da non ricordarsi il nascondiglio, come fanno i cani con l'osso. Il comico toscano, questa volta, esageratamente comico o esageratamente tragico,  ci suggerisce di cercare dappertutto. Noi ci siamo dati da fare in casa, ma non l'abbiamo trovata, allora siamo usciti, ma neanche nei dintorni di casa abbiamo trovato qualcosa di simile alla felicità. Avremmo potuto prendere l'autovettura per spingerci oltre sempre alla ricerca della felicità, ma, non avendo pagato l'assicurazione, abbiamo pensato che fosse opportuno evitare. Avremmo avuto l'attenuante della ricerca della felicità, qualora la polizia stradale ci avesse fermati, ma, a vivere di attenuanti, prima o poi, ci si becca l'ergastolo, che non è una bella forma di felicità. 

A dire il vero, forse, siamo un po' felici: se paragoniamo la nostra vita a quella dei profughi siriani, in effetti, la felicità non ci manca. Forse che Benigni ha parlato per i profughi siriani dicendo loro ‘cercate la felicità, soprattutto verso la Turchia! Anche se non vi fanno entrare, voi riprovate!’? Oppure si rivolgeva ai greci? Bando alla facile ironia! Con un cachet come quello che ha ricevuto Benigni - si dice 4 milioni di euro, ma, anche se fosse inferiore… -, chiunque sarebbe salito sul palco a saltellare e piroettare sciorinando castronerie e iperboliche litanie sulla beatitudine. È vero che la crisi, in buona parte, è una truffa psicologica, ma questa truffa è un po' sfuggita dalle mani che la controllavano. Perché nessuno s'è detto indignato per le parole di Benigni? Di fatto, guadagna più di quanto guadagna un Primo Ministro, ha meno responsabilità, il cachet gli è stato pagato sempre col denaro dei contribuenti e se l'è cavata con molto poco. 

C'è  dappertutto - intendiamoci! -  una componente d'ipersensibilità, cui si contrappone la scarsa resistenza alla durata dei processi d'apprendimento: esattamente ciò che si verifica quando si abbandona un libro alle prime difficoltà di comprensione. I bei libri esposti sulle scansie sono sufficienti ad accreditare il proprietario quale intellettuale o lettore attento? Su questo binomio di ipersensibilità e pigrizia giocano gli strateghi dell'informazione, della comunicazione e del linguaggio, nell'accingersi ad elaborare la notizia da servire ai fruitori. Roberto Benigni, solenne e chiassoso, esuberante e fantasioso, recita a proposito di questa felicità: <<Ce l'hanno data quando eravamo piccoli, ma l'abbiamo nascosta, come fa il cane con l'osso e non ci ricordiamo più dov'è. Cercatela, guardate nei ripostigli, nei cassetti!>>. 

9 Milioni di persone in Italia hanno davvero bisogno di questa iperbole smodata, noiosa e irriverente? Il ricorso ai bambini e alla fase aurea del nostro sviluppo è una mossa da furfanti ‘navigati’: bisogna ammetterlo; cattura l'attenzione traboccando d'enfasi ed emotività per poi esplodere nella similitudine semplice del cane che nasconde l'osso. La retorica  - si badi! -, sia nella forma scritta sia in quella orale, è un'arte che può rivelarsi beffarda, irrisoria, oltraggiosa e maligna, se adottata unicamente agli effetti della seduzione d'un interlocutore ignaro e inebetito da ammirazione e adulazione. Per di più: il contesto in cui essa è realizzata e il personaggio che ne fa uso completano la messa in scena, tant'è che Matteo Renzi è condannato per lo stesso motivo per cui Roberto Benigni è acclamato. 

La vacuità e le illusioni costituiscono un terreno fertile per i comportamenti umani perché agevolano l'aggregazione eliminando le barriere della cognizione, dell'istruzione e della cultura. Il discorso di Strasburgo fatto dal Primo Ministro non si discosta molto da quello fatto dal saltimbanco prenatalizio; anch'esso è fondato interamente sulle tecniche di comunicazione e su manovre retoriche, ma, diversamente, reca in sé il presupposto della conoscenza di alcuni concetti chiave di politica economica e si sviluppa su figure retoriche un po' più complesse di quelle usate dal rivale. Renzi parla di aumento del risparmio medio in epoca di crisi. Non ha mica torto! Il guaio è che per ottenere questo risultato bisogna commisurare tutto al caso in cui ci fosse stata la lira. Diciamo che s'è servito d'una specie di litote. Infatti, per effetto d'inflazione, i risparmi si sarebbero ridotti drasticamente. E inoltre, la crescita percentuale non può che riferirsi a coloro che hanno investito realmente in prodotti economico-finanziari. Altro guaio: sono troppo pochi. Il Presidente, questa volta, ha sbagliato tecnica e stile.


Buona ricerca della felicità!

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[1] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti
Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano


sabato 26 marzo 2016

AGGETTIVI DEL DIAVOLO 
PER AMBIENTE E IDROCARBURI


Ore in coda presso i rifornimenti di benzina: uno spettro avvistato più volte e immediatamente scacciato dagli ‘acchiappafantasmi’ della macroeconomia, trasformato in qualcosa di risibile, lontano o, addirittura, impossibile. Eppure, lo spettro s’è già materializzato. Negli anni settanta, negli USA, in seguito all’embargo sul petrolio arabo, milioni di persone tremarono d’ansia e paura. Di tanto in tanto, qualche giornalista impavido, dedito all’ambiente e colmo d’idealità produce un bel documentario in cui si parla del raggiungimento del picco nell’estrazione di greggio, finendo con l’annunciare l’uso possibile e imminente di altri idrocarburi, carbonio, olio combustibile e sabbie bituminose, che genererebbero un incremento dell’emissione di CO2 nell’atmosfera.[1] 

Di fatto, ogni giacimento petrolifero, checché se ne dica, ha una vita; il che, tradotto in parole povere, significa che le sue riserve non sono inesauribili. Nessuno, infatti, si permette di affermare il contrario. Per carità! Molti, tuttavia, s’impegnano a rielaborare con insistenza e mefistofelica maestria i dati scientifici di pertinenza, presentandoli al grande pubblico, da ultimo, attraverso splendide metafore, speciosi eufemismi e seducenti allegorie. Perché? Si può cominciare col dire che, se i dati circa la produzione dei giorni a venire sono positivi, è semplice per le multinazionali ottenere prestiti ‘eccellenti’ dalle massime istituzioni finanziari e, soprattutto, trattamenti di favore dai governi. In secondo luogo, non si fa fatica a intuire le conseguenze in termini di asset class e di tutto ciò che ruota attorno al rendimento d’un qualsivoglia titolo azionario. Non è affatto casuale, allora, che due diverse agenzie, entrambe pluridecorate, blasonate e accreditate, e i geologi che le rappresentano forniscano resoconti e analisi diverse, pur trattando lo stesso paese o lo stesso giacimento. La previsione, in questo modo, si farebbe incerta, variabile e, talora, anche incomprensibile.

Quando parlano di picco della produzione globale di petrolio, i geologi si riferiscono in primo luogo a quello comunemente definito petrolio convenzionale, o di qualità light, quello cioè che sgorga dai pozzi trivellati nel sottosuolo terrestre o marino, e che può essere facilmente trasformato in benzina e prodotti derivati. Esistono, peraltro, svariate qualità di petrolio: quello ricavato dalle sabbie bituminose o dagli scisti, quello ‘pesante’, quello estratto da grandi profondità o in regioni polari – oltre ai gas naturali liquidi (NGL), ai gas convenzionali e non convenzionali.[2]

Procedendo oltre, Jeremy Rifkin fa una distinzione molto utile e interessante, abbastanza nota alla comunità scientifica, ma quasi mai oggetto di autentica divulgazione: quella tra riserve e risorse. Le riserve sono costituite dal petrolio estraibile secondo piani economici e geologici  accettabili e che rientrano nelle attività in corso. Le risorse, invece, proverrebbero da giacimenti non ancora trattati e non di facile lavorazione. Ciò che cattura la nostra attenzione e ci costringe a fare uno sforzo d’analisi particolarmente complesso è racchiuso nella strategia linguistica adottata da quegli esperti che hanno il compito di comunicare al mondo come stanno le cose in fatto di petrolio. 

Chi costruisce il linguaggio costruisce, nello stesso tempo, porzioni di realtà, diventando padrone. Austin, nel 1962, scrisse un libro che intitolò addirittura How do Do Things with Words, cioè Come fare cose con parole, un vero e proprio manifesto, tradotto e pubblicato in Italia nel 1987. L’ autore sostenne la tesi secondo la quale enunciare qualcosa vuol dire compiere un’azione. Grazie a questo modestissimo spunto, scopriamo una grande opportunità: capire molto più di quanto per lo più si racconti o si dichiari. La conoscenza degli atti linguistici, in altre parole, può consentirci di valutare non solo la parola e i suoi nessi morfo-sintattici, ma anche e, soprattutto, l’agire ‘intenzionale’ del parlante o dello scrivente, il mistero dell’informazione.

I dossier redatti dai geologi e riguardanti le risorse petrolifere – aggiunge Rifkin[3] – traboccano in modo preoccupante di aggettivi usati per descrivere il valore potenziale delle riserve, le quali sarebbero attive, inattive, probabili, possibili, stimate, identificate, non scoperte et similia.

Di là dai giochi funambolici tra sinonimi e contrari, che sicuramente distraggono i non addetti ai lavori, desideriamo richiamare l’attenzione del lettore su due delle componenti della sequenza suesposta: il concetto di aggettivo e il rilievo significativo dell’aggettivo participiale negativo non-scoperte. Pur non intendendo fare una lezione di grammatica, è bene fare un rapido ripasso del funzionamento dell’aggettivo perché, se è vero che esso non è una parte autonoma del discorso, è altrettanto vero che la sua presenza ne stravolge il senso e il significato. Qual è l’effetto che un certo linguaggio genera in chi ascolta o legge? E soprattutto: qual è l’effetto determinato dai meccanismi di ripetizione globale di un certo linguaggio? Se noi diciamo che tale riserva petrolifera è probabile (o possibile), ci serviamo della funzione predicativa dell’aggettivo, funzione che si ottiene attraverso la modalità copulativa del verbo essere. Fin qui, tutto in regola: non c’è da preoccuparsi o da storcere il naso. Le cose cambiano, quando ci spingiamo oltre e siamo costretti a entrare nel dominio della psicosemantica, che non è una parolaccia. Il verbo essere indica, per lo più, esistenza, ci induce a credere che ciò di cui si parla esista e sia tangibile o, per lo meno, se non è tangibile, ci tocca pensare che, in qualche modo, sia descrivibile. Di conseguenza, tendiamo a credere che una certa riserva petrolifera esista e sia reale. Tuttavia, nel momento in cui ci soffermiamo sull’aggettivo possibile, secondo logica e onestà, dobbiamo dire che ciò che è possibile è anche il proprio esatto contrario, vale a dire impossibile. Allora, che senso ha dire che tale riserva petrolifera è possibile (o probabile)? In teoria, nessuno! Non vogliamo scomodare Parmenide, la cui ontologia era ben lontana dalla rivoluzione industriale, né Heidegger, che, comunque, di linguaggio s’intendeva parecchio, ma, forse, la rilettura dell’Apologia di Palamede o dell’Encomio di Elena dei grandi sofisti, i presocratici, non farebbe male. Una riserva probabile potrebbe essere quella ipotetica di un pozzo non ancora trivellato e che mai sarà trivellato. E inoltre: in che modo una riserva sarebbe stimata? Allo stesso modo in cui un pozzo potrebbe non essere mai trivellato a causa dei costi elevati e degl’impedimenti geologici? Sì, proprio in questo modo.

L’unità linguistica non-scoperte, a nostro avviso, merita considerazioni speciali in virtù del colpo di genio di chi l’ha concepita. Questa unità, infatti, può essere trattata o come aggettivo con funzione attributiva, cioè aggiunto normalmente a un nome, o come subordinata relativa implicita, cioè: che non sono state ancora scoperte. Dunque? Se non sono ancora state scoperte, non sono neanche probabili o possibili o, meno che mai, stimate. Insomma: non sono, non esistono. È evidente – lo sappiamo bene – che i criteri di classificazione nascono da un lavoro scientifico, ma non possiamo sottovalutare che pure la psicosemantica e la linguistica nascono da un lavoro scientifico.

Le stime sul petrolio da scoprire, purtroppo, non aiutano gli analisti seri e onesti a vedere queste classificazioni in modo benevolo o senza diffidenza e scetticismo. Dai più si sostiene l’ipotesi secondo cui il picco dovrebbe essere raggiunto entro il 2040. A quel punto, code ai rifornimenti e panico finanziario non sarebbero più solamente spettri, tranne che si trovasse una fonte d’energia alternativa. Le proposte ci sono, ma sono troppo allarmanti perché le compagnie petrolifere possano accettarle senza battere ciglio. La SecuritiesExchange Commission, l’autorità di vigilanza americana sulla borsa e sulle società quotate, ha stabilito che le riserve sono valide, unicamente se provengono da un pozzo attivo. Questo indicatore è noto come P90. Gli fanno eco, tuttavia, i sostenitori della stima provata e probabile: P50. Nell’URSS, invece, si adottava il P10, cioè un indicatore diametralmente opposto a quello degli Stati Uniti, mentre si continua a ribadire che i principali paesi dell’OPEC, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e Abu Dhabi avrebbero gonfiato le stime. A chi bisogna credere? È ormai risaputo che riserve e risorse scarseggiano; non ci vuole mica un amico fidato all’interno della Shell per saperlo.

L’energia ha avuto un ruolo importante nell’ascesa e nella caduta delle civiltà; anzi, numerosi storici e antropologi sono convinti che, nella maggior parte dei casi, sia stata un fattore determinante di tali processi.[4]

Fino al III secolo a. C., in Cina, la morte di un sovrano era celebrata con un vero e proprio eccidio rituale in onore del regale defunto: in pratica, tutti coloro che appartenevano alla sua cerchia, mogli, servi e soldati, venivano uccisi e seppelliti assieme a lui. Tale pratica fu interrotta, in seguito, grazie alla clemenza del primo imperatore della dinastia Qin, Qin Shi Huang, che, oltre ad a conferire un’identità geopolitica alla Cina, decise di sostituire gli esseri umani con le statuette per arricchire il sarcofago personale, già grande quanto lo stadio di un campo di calcio.

L’aneddoto può essere interpretato come una pungente metafora dell’eventuale fine del regno del petrolio. Non sappiamo se uno stadio grande quanto un campo di calcio basterebbe a contenere i ‘morti’ o le ‘statuette’.

Spesso, da lontano, per così dire, non ci si rende conto di quanto possa diventare amletica la coscienza di un governante che debba prendere decisioni sull’affare ‘petrolio’. Infatti, in genere, ogni qual volta in cui il mercato si satura per sovrapproduzione, il prezzo del barile si riduce e, naturalmente, anche i guadagni; la qual cosa si ripercuote sulla nazione esportatrice: in questo caso, il rapporto tra costi e ricavi si fa inadeguato. Per converso (…ma non del tutto!), quando produzione ed esportazione vengono contingentate, le cosiddette entrate subiscono ugualmente un crollo.

Ci si chiede ancora perché Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Turchia, Russia et alia siano tanto interessate alla questione dei migranti o alle missioni di pace permanenti? Lasciamo la risposta direttamente a Jeremy Rifkin:


Nei prossimi anni, il progressivo contrarsi della produzione petrolifera russa – ma anche di quella del mare del Nord, della North Slope in Alaska, delle coste dell’Africa occcidentale e di altre regioni – lascerà il Medio Oriente nell’invidiabile posizione di ultimo e unico fornitore (…) Anche tendendo conto delle stime più generose delle riserve, è generalmente accettato il fatto che nel mondo i due terzi delle attuali riserve globali di petrolio convenzionale sono in medio oriente. La sola Arabia Saudita ne possiede il 26% (…) Eppure, fino a quando il petrolio resterà relativamente a buon mercato e immediatamente disponibile, saranno pochi a preoccuparsi per le nuvole nere che si addensano all’orizzonte.[5]



[1] Cfr. RIFKIN, J., 2002, The Hydrogen Economy, trad. It. di P. Canton, 2002, Economia all’idrogeno, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.
[2] Ibid., p. 18.
[3] Ibid., p. 19.
[4] Ibid., p. 9.
[5] Ibid., pp. 41-44

venerdì 25 marzo 2016

This article, that comes in italian, is an abstract of blog "Trials of the Secret Services", survey on the geopolitics, economic policy and information mysteries





In the seventies, Israeli intelligence infiltrated in Italy and proposed to the Red Brigades a good supply of arms and munitions to destabilize those countries that had good relations with the Arabs of the Middle East. In return, they asked only the Brigades bring out their subversive maneuvers. The number of death or, more generally, the social consequences didn’t matter; what mattered was the international political set upheaval. Moreover, beyond the personal judgments, Israel, in those years, had already showed to excel in strategic-military capabilities and crimes against humanity, in spite of the resolutions of the United Nation and basic humanitarian principles. Based on what we learn from investigative reports, the Red Brigades would have refused categorically. We should ask ourselves why a country born conventionally less than thirty years before possessed such a military and financial force that he could afford to attack and conquer, but this query would lead us to the role of the League of Nations and, particularly, to the England’s responsibilities; it would turn away us from the objective of this research.

The news reaches to us by an information process, not already through communication; which may seem trivial, but it isn’t so. Information follows a kind of one-way traffic, it isn’t born to be reworded by the receiver, it is closed, whereas communication would have to be centered above the interaction and the dialogue: the table of train times gives information, it isn’t debatable and it can’t bear relations. Similarly, a television news or  a paper inform users and document the facts, according to the hypothesis of truth. Who can say, for example, what happened, that day, to the ship X of company Y, in Gulf of Aden? Who drew up the news? In short, which is the real source?

In this regard, it is beneficial for us to read an illuminating Aldo Giannuli’s contribution:

We all remember the imagines that kicked off the insurrection against Ceaușescu’s regime, broadcast by Austrian TV, that is the piles of half-naked corpses with a hideous gash badly sutured along the sternum: the dead caused by the repression of the regime against the Hungarian minority in Timisoara. We also remember live imagines of the Falklands war: British tanks that were moving fast on a very green scenery, in an unreal absence of fighting signs. Well, the bodies of Timisoara belonged to alcoholic beggars, dead for the exceptional cold in those days and to whom autopsy had been done quickly (here the cause of that cut barely sutured); and British tanks were portrayed during the exercises of the year before in Scotland. [1]

On the same plan, we could position US attempts to justify its military presence in Iraq at the time of the wars of the Gulf: Saddam – people say –  was about to acquire weapon of mass destruction that would have imperiled the entire Middle East region... We are speaking about that same Saddam whom US, previously, had supported in the war against Iran.

In conclusion, all that is sensational has nothing to do with the truth, it's just a brilliant and specious metaphor that, as such, needs interpretation and savvy interpreters, cynical and as astute as those who conceived.






[1] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, p. 136. 

mercoledì 23 marzo 2016

ESCLUSIONE CULTURALE 
E CONCENTRAZIONE DI POTERE


Osservando i fenomeni sociali e geopolitici con un po’ di distacco, si ha l’impressione che alcuni dogmi pseudofilosofici, atavici e plurisecolari siano adottati a scopo di copertura e mistificazione della complessità: le democrazie occidentali sono contrapposte – e non semplicemente opposte – ai governi arabi, allo stesso modo in cui, un tempo, si combatteva tra cristiani e musulmani; la Turchia, antica roccaforte d’un impero, quello ottomano, temuto e contrastato, ricomincia ad essere oggetto di controversie internazionali; la Cina, sempre autonoma, lontana e isolata, continua ad essere designata come ambigua e da sorvegliare; il Medio Oriente è sempre stato fonte di gioie e dolori e, oggi più che mai, si conferma; la Russia resta l’avversario di tutti, giudicata incapace d’instaurare alleanze perfino coi paesi confinanti, fuorché in posizione di domino assoluto; Stati Uniti e Inghilterra mantengono il ruolo di esportatori di senso civico e ricchezza, mentre l’Europa sembra essere avulsa da sé stessa e dalle opportunità di appartenenza. Il mondo, in pratica, è ‘patologicamente’ classificato e categorizzato, a dispetto di qualsiasi forma di evoluzione antropologica e di progresso tecnologico e sembra che il tempo passi su tutto a schiacciare le differenze, dato che non possiamo considerare differenze le condizioni della stasi.  

La differenza dovrebbe, infatti, generare una certa dialettica, includere e, insieme, rinnovare, produrre il cambiamento: è una legge della fisica, oltre che un principio di scienza della logica. Per paradosso, l’epoca della grande inclusione, quella di internet e del blogging interattivo o, in generale, del people relation, s’è trasformata in una tragicomica e colossale autoesclusione: si comunica dappertutto e in apparente libertà, ma si finisce col rientrare, giocoforza e più o meno consapevolmente, nelle categorie suesposte, che pare siano inamovibili e indiscutibili. Farne parte, dunque, può equivalere esattamente all’esserne materialmente e totalmente escluso. 

Eppure, come scrive Piero Dominici in un saggio pubblicato, il 21 marzo 2016, su IlSole 24 ore e intitolato La cultura:‘motore’ del cambiamento… ma anche agente di democratizzazione e cittadinanza:

La società ipercomplessa e l’età dell’informazionalismo– questa, la nostra prospettiva – hanno segnato l’inizio di un complessoprocesso di civilizzazione fondato su Internet e i social-media, chepresenta specifiche regole di inclusione e cittadinanza e che,pertanto, chiede un ripensamento delle stesse categorie concettuali e dellerelative definizioni operative.

Esiste, nella prospettiva di Dominici, un luogo in cui la complessità può rinascere come dialettica, ma, purtroppo, non esiste ancora una dialettica tra informazione e comunicazione, come se l’informazione appartenesse a delle entità separate e intangibili e la comunicazione fosse lasciata agli esseri umani quale intrattenimento ludico-ricreativo; la qual cosa diventa preoccupante, quando i poteri esecutivi e legislativi devono essere esercitati e, soprattutto, recepiti appieno, sia in ambito confederale sia in ambito nazionale.  

La tensione tra la volontà generale della collettività sovrana e la singola parte è talora incontrastabile, insanabile e irredimibile sia perché le deliberazioni dei membri della collettività, pur essendo i destinatari dell’opera del Legislatore, non sempre sono animati dalla ‘rettitudine’ e dalla conoscenza del bene comune sia perché senso e significato del linguaggio della scena sociale emergerebbero più dalla consuetudine che dalla reale interpretazione dei messaggi. Nel § 1.3 del Codice di Stile delle Comunicazioni Scritte ad Uso delle Pubbliche Amministrazioni   (http://www.funzionepubblica.gov.it), si legge, non a caso, <<che il linguaggio è utilizzato più nell’ottica della legittimità formale degli atti che in quella, sostanziale, della comprensibilità del messaggio.>> [1]. Fin dall’introduzione, Sabino Cassese, ex Ministro della Funzione Pubblica, mette in evidenza che l’incapacità di comunicare, propria della Pubblica Amministrazione e che si realizza mediante l’uso di formule linguistiche inaccessibili e, talora, anche impertinenti, ermetiche e fumose, allontana [2] il cittadino, l’utente, il vero fruitore del messaggio. La lontananza che ne deriva genera immediatamente il paradosso: se il fruitore è, già da principio, privato della propria funzione di destinatario del messaggio, il messaggio non esiste. Si configura, di conseguenza, una sorta di esoterismo settario della parola e del suo uso. In pratica, non c’è alcuna relazione.

Esiste una corrispondenza tra parole e cose, tra parole e grandezze, e tale corrispondenza è una funzione della pratica umana. Uno dei compiti centrali della filosofia è di chiarire la natura di tale funzione (…) A rigore, esso non è un termine, ma una coppia ordinata di un termine e di un <<senso>> (o di una circostanza d’uso, o di altra cosa che distingua un termine usato in un senso dallo stesso termine usato in un senso diverso) che ha un’estensione. [3]

Il politologo statunitense Harold Lasswell, nel 1948, propose un modello di comunicazione [4] che tuttora mantiene un certo valore d’uso, specie se si tiene conto del fatto che include perfettamente lo sviluppo delle funzioni del linguaggio e gli improrogabili criteri di comunicabilità. Egli introdusse la seguente struttura: chi-dice cosa-a chi- attraverso quale canale-con quale effetto. Tutti questi segmenti ci inducono a considerare il mittente, l’oggetto, il codice, il canale e l’effetto della nostra comunicazione. Dunque, se associamo la struttura di Lasswell e il contributo di Cassese con l’architettura informativa della geopolitica e della macroeconomia, non possiamo fare a meno di rilevare che i fatti – o le ipotesi sui fatti –, gli uomini e il linguaggio, attualmente, non appartengono alla stessa dimensione, non sono accomunati da un vero e proprio codice.

È strano che, nel trattare l’argomento in questione, si citi un lavoro di revisione sul linguaggio delle Pubbliche Amministrazioni o si riporti il parere di un filosofo che parli del ruolo funzionale della filosofia? Le parole di Cassese, forse, appaiono irrilevanti o impertinenti rispetto ai processi geopolitici e culturali?

Se è vero che i modelli organizzativi e sovranazionali sono diventati orizzontali, per converso, è altrettanto vero che non esiste più alcun collegamento dialettico tra chi aderisce alle ‘organizzazioni’ e gli ‘organizzatori’; per la qual cosa non si può più parlare di piramide gerarchica: occorre ammettere l’esistenza di due piani paralleli di cui l’incomunicabilità è l’unica legge di coesistenza e compresenza e la legislazione l’unico codice di appartenenza. Per farsene un’idea è sufficiente rivolgere l’attenzione ai grandi fenomeni di fusione societaria dell’ultimo ventennio: già nei primi anni del XXI secolo, si è attestato un valore economico-finanziario proveniente proprio dalle fusioni pari a quindicimila miliardi di dollari. Se a ciò si aggiunge che alcune di queste colossali operazioni di mercato si sono verificate nel settore delle telecomunicazioni e in quello petrolifero, allora capiamo come la teoria dei piani incomunicabili si muti rapidamente in pratica dell’incomunicabilità. Nessuna manovra dell’antitrust mondiale, infatti, è mai stata utile a contrastarne la formazione in vista di una possibile e ‘naturale’ revisione-redistribuzione sociale e democratica. 

Nel settore Colossal Oil, per esempio, BP si è fusa con Amoco, Arco con Exxon Mobil, Total con Elf, Chevron con Texaco, cosicché esse adesso controllano il 32% delle vendite globali, ottenendo profitti superiori a quelli dell’Arabia Saudita, il maggiore tra i paesi dell’OPEC.[5] Da un punto di vista culturale, antropologico e sociologico, tutto ciò sembrerebbe allarmante e inaccettabile, a tal punto da sconfessare le migliori tra le ipotesi dell’etica capitalistico-letteraria di Max Weber. L’indebolimento, lo schiacciamento o, addirittura, l’annullamento di talune forze nazionali è causa di occultamento delle differenze e delle connessioni autentiche a vantaggio di alcune isole commerciali

Qualcosa di simile è accaduto in seno all’Europa, dove sono nate delle istituzioni non-identitarie, ambigue e la cui politica monetaria finisce, sempre inevitabilmente, col sovrastare le esigenze nazionali di quei paesi – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna su tutti – che non hanno dalla propria parte la storia macroeconomica. In che cosa consiste una società i cui consociati non possono stare in relazione con i ‘gruppi’ di cui sono membri?

L’errore sarebbe proprio quello di interpretare questa situazione così complessa, ambivalente e piena di ambiguità, anche rispetto al ruolo ed alle scelte sia dell’Unione Europea che della cosiddetta Comunità internazionale – la cui presenza è impalpabile – con la lente riduzionistica della scontro di civiltà.[6]

In questo modo, la Russia resterà sempre una potenza da temere e sarà così rappresentata, nessuno ne elogerà il ruolo scientifico-economico: di recente, essa ha progettato e iniziato la costruzione del reattore nucleare più potente del mondo. La Turchia sarà sempre considerata antidemocratica: nessuno riconoscerà ad essa l’importanza geopolitica nel quadro mediorientale e la fermezza decisionale in fatto di politica economica e militare; difficilmente, un altro paese avrebbe vietato il transito dalle proprie acque alle navi della NATO. Il mondo arabo balzerà costantemente agli onori della cronaca per la minaccia del terrorismo islamico: nessuno dirà che, in passato, qualcuno, Enrico Mattei, aveva tentato di rispettare il loro primato petrolifero e finanziario, accettando il 25% della produzione in cambio della concessione dei pozzi, strategia, quella, lungimirante  e che, forse, avrebbe generato altri e sicuramente diversi equilibri. La Cina continuerà a inquietare l’opinione pubblica per l’invasione commerciale e l’esplosione demografica: nessuno indagherà adeguatamente sulla sua industrializzazione e sulla sua capacità di reggere finanche il crollo finanziario statunitense del 2008. Stati Uniti e Inghilterra saranno riconosciuti e qualificati come ‘portavalori’.


Il processo di concentrazione del potere economico e commerciale mondiale nelle mani di poche aziende continua ad avanzare: ogni anno, un numero sempre minore di operatori controlla una quota sempre maggiore dell’economia internazionale. Confrontando il fatturato delle aziende e il PIL delle nazioni, oggi tra i primi cento operatori economici mondiali solo quarantanove sono Stati sovrani, mentre cinquantuno sono società private. La somma dei PIL di tutti i paesi, esclusi i primi dieci più industrializzati, è inferiore al fatturato complessivo delle duecento maggiori aziende del mondo.[7]

Mentre ci accingiamo a concludere questo capitolo circa il riduzionismo culturale, giunge a terribile, agghiacciante e, forse, prevedibile conferma la notizia dell’ennesimo attentato terroristico a Bruxelles: sono le 10:00 del mattino del 22 marzo 2016; una trentina di morti e svariati feriti, al momento.









[1] Quaderni del Dipartimento della Funzione Pubblica, 1993, Codice di Stile delle Comunicazioni Scritte ad Uso delle Pubbliche Amministrazioni, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1994.
[2] Ibid., p. 9.
[3] PUTNAM, H., 1975, Mind, Language and Reality Philosophical Papers, Vol. 2, trad. it. di R. Cordeschi, 1987, Mente, linguaggio e realtà, Adelphi Edizioni, Milano, p. 241
[4] LASSWEL, H., 1948, The Structure and Functions of Communication in Society, ne K. Bryson, The Communication of Ideas, Harper & Brothers, New York.
[5] Cfr. RIFKIN, J., 2002, The Hydrogen Economy, trad. It. di P. Canton, 2002, Economia all’idrogeno, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, pp. 93-109.
[7] Ibid., p. 107.

sabato 19 marzo 2016

IL CIRCOLO DELLA MORTE


Ogni caduto è per gli altri un incitamento a proseguire. Il destino che ha raggiunto il caduto li ha evitati. Il colpito è una vittima sacrificata al pericolo.[1]

Noi, come potenziali malati di cancro, siamo utili alla società. La nostra condizione non genera compassione né tanto meno preoccupazione, se non a chi ci sta intimamente intorno. Anzi, c’è di più: la nostra patologia ingrossa un circuito che parte dalla semplice farmacia per concludersi tra l’industria farmaceutica, i mercati finanziari e lo stesso Ministero della Salute. Per certi aspetti, di qua dalle scomode verità e dai misteri della disinformazione e pur essendo oggetto d’interessi economici (…da malati, lo siamo!), non possiamo dirci contrari a questa nostra utilità. Soffriremo, forse atrocemente, ma saremo certi di aver generato un po’ di benessere. In effetti, il codice di esenzione che ci assegneranno non sarà sufficiente a ridurre il volume di affari.

Ciò che più conta, in tutto questo, è la cosiddetta morale della favola: l’asse dei guadagni è bell’e fatto. Tenendo a debita distanza la facile retorica di circostanza, a ben vedere, ci rendiamo conto, sulle prime, che un po’ di male è necessario a far funzionare gli ingranaggi. Qualcuno potrebbe obiettare che un malato oncologico costa parecchio allo Stato. Di fatto, però, se si moltiplica il mio caso per ‘enne’, ci si accorge che, se aumenta la richiesta d’uno specifico farmaco, di conseguenza, aumenta il fatturato d’una certa azienda, i cui dipendenti sono al riparo da fenomeni di ‘crisi’, aumenta la produzione, aumenta il flusso d’importazione ed esportazione, con particolare incidenza sulla Bilancia dei Pagamenti, cresce anche la produttività del settore terziario di riferimento e – perché no – anche il PIL; da ultimo, tra ritorno contributivo e possibili investimenti nella ricerca scientifica, lo Stato rientrerebbe sulla scena facendo un gran bella figura. È evidente che la rassegna suesposta è semplicistica; è altrettanto evidente che sembra poco confutabile.

Altra obiezione tuttavia potrebbe essere la seguente: un tempo si moriva di febbri puerperali o di polmoniti, oggi no. È vero; nulla da eccepire! Se, tuttavia, non ci fossero state quelle morti, molto probabilmente non sarebbe stato possibile il progresso. La bellezza dell’economia sociale e della ragion di stato è presto detta: il malessere di qualcuno è prezioso e fondamentale per l’evoluzione di una comunità civile.

Si legge spesso, per esempio, sulle pagine dei Social Network, di animalisti eccitati e devoti alla tutela dei randagi. In specie, in un’occasione, lo scrivente ricorda di aver letto su Facebook di una particolare autovettura sulla quale era stato montato un ecografo per cani. Tanta gentilezza d’animo disintegra i nostri sensi. Non sappiamo che costi abbia questa operazione, ma, anziché utilizzare l’ecografo per i cani, lo si sarebbe potuto destinare al Congo. Eh, no! L’errore sta qui, sta tutto qui. Bisogna avere un po’ di coraggio: se non esistessero questi fenomeni, non si potrebbe dare vita ad un altro circuito economico, quello che ha origine nelle giornate nazionali a tutela dei randagi e si espande grazie a tutta quella turba che fa lavorare i veterinari. Causa ed effetto: l’ecografo non va in Congo, ma i veterinari lavorano ed è sacrosanto che sia così. Sciocchezze? Non proprio.

Le sciocchezze della microeconomia sono il sale della macroeconomia. Il lettore è pregato di comprendere il senso della provocazione. Altra morale della stessa favola?  Mantenendo vivo il paragone tra i bisogni dei randagi e i reietti del Congo, è necessario che nessuno intervenga in Congo e che la popolazione indigena crepi bestialmente e, soprattutto, senza ecografo. Stuprano le donne congolesi, praticando su di loro ogni sorta d’impareggiabile violenza? A quanto pare, occorre lasciar fare perché in Congo, già da tempo, imperversa una terribile faida per l’accaparramento delle miniere di coltan, minerale acquistato dalle multinazionali dell’elettronica per la realizzazione di dispositivi come i telefonini cellulari e i pc. Il denaro incassato dai guerriglieri serve poi a finanziare le guerre civili e la barbarie. Non c’è da stupirsi o fingersi sgomentati. Nessuno di noi può immaginare un’esistenza senza dispositivi elettronici, pertanto i cadaveri del Congo non potranno mai essere riscattati dagli animalisti. La retorica del perbenismo è come un grosso centro commerciale dentro il quale ognuno può acquistare la sensazione o la dichiarazione che preferisce sapendo di potere uscire da lì indisturbato e con un minimo di approvazione.

Bene: ancora una volta, il male chiude la bocca a tutti! La sopravvivenza di una comunità ha un prezzo e qualcuno deve pur pagarlo. Nessuno se ne scandalizza e mai se ne scandalizzerà, tranne che con le parole e i manifestini. La verità, sì, tutti pretendono la verità, ad ogni costo. Il circolo della morte, paradossalmente, è il circolo dell’economia, sebbene si debba essere disposti ad ammettere che si tratta di un circolo ‘virtuoso’ o, per lo meno, utile.

Mario Monti, noto performer italiano dell’alta finanza, nel 2004, condannò la Microsoft al pagamento di una multa di circa 500 milioni di euro con l’accusa di abuso di posizione dominante: tra i temi dell’indagine anche e soprattutto l’abbinamento di vendita di Windows Media Player e Windows 2000, un programma per ascoltare musica assieme a un sistema operativo. In pratica, il Commissario Europeo fece valere le regole del cosiddetto antitrust. Se poi si scopre che la regola dell’antitrust fu messa in evidenza dalla denuncia della Sun Microsystem e che la Apple ha lucrato proprio su ciò per cui è stato condannato Bill Gates con iPod/iPhone e iTunes, allora qualche dubbio sorge. Se si aggiunge – già che ci siamo – che l’antitrust ha quasi un secolo e mezzo di vita negli Stati Uniti, mezzo secolo in Europa, mentre in Italia è appena entrato nell’età adulta (una ventina d’anni), c’è da capire che bisogna ricominciare a studiare. 



Si rammenti che i colossi appena citati sono quelli che si approvvigionano costantemente del coltan del Congo e non ci pare che ci sia un intervento consistente delle Nazioni Unite. Il circolo della morte si chiude sempre. Basterebbe conoscerlo per accettarlo e difendersi con un po’ d’aggressività. Bisogna pur calpestare qualche piccolo fiore, purtroppo! In caso contrario, che si fa? Si rade al suolo l’intero pianeta? Ciò che fa la fortuna degli operatori finanziari prende il nome da due paroline chiave: notizia asimmetrica. Chi sa come e perché una certa operazione è fatta può anche prevederne la parabola evolutiva e conoscerne il momento opportuno per mettere denaro in un certo settore togliendone un po’ da un altro. Non è un caso che, negli ultimi vent’anni, si siano registrati investimenti imprenditoriali maggiori verso la cosiddetta area Stakeholder e a favore degli Influencers, non quelli indicati dai sedicenti social media manager, ma quelli che sanno spostare i capitali con uno schiocco delle dita, più che verso la produttività effettiva o a vantaggio della ricerca. È naturale che un imprenditore, pur di sopravvivere, preferisca interagire con un regolatore che con un regolato perché è il regolatore che gestisce il processo economico e finanziario. Quando vengono emesse delle obbligazioni ad alto rischio da una società bisognosa di capitale di debito, come accade spesso, l’acquirente deve entrare in possesso di un titolo di risarcimento. È risaputo che, molto di frequente, le cedole magiche delle obbligazioni causino catastrofi e disperazione perché già in default all’atto dell’emissione. La disperazione non ha mai arrestato questo processo di smaltimento dei rifiuti. Riecco la regola d’oro: bando all’ipersensibilità perché, se ci lasciamo turbare troppo dai misfatti, ci manca la lucidità per conoscere i fatti ed esserne puntualmente informati!

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[1] Canetti, E., 1960, Masse und Macht, trad. it. di F. Jesi, 1981, Massa e Potere, Adelphi edizioni, Milano, p. 64.

mercoledì 16 marzo 2016

LA PSICOLOGIA DI GUERRA DI SUA MAESTÀ

1. Premessa: Italia come campo di battaglia


I tempi sono cambiati. I contesti politici e militari pure. L'unica cosa che resti immutata è l'idea al centro dell'intera politica mediterranea del Regno Unito: trasformare l'Italia, di fatto, in un suo protettorato.[1] 

Se non ci fossero stati gli americani, molto probabilmente, oggi, l'Italia sarebbe o un vero e proprio protettorato inglese o una sorta di colonia di Sua Maestà. Ciò dispiacerà agli antiamericani, ma da documenti d'intelligence del secondo dopoguerra, ormai ampiamente desecretati, si apprende che l'Inghilterra mirava a controllare l'Italia sia per la sua posizione geopolitica mediterranea sia per gl'interessi nel vicino Oriente petrolifero.

In un testo redatto dagli agenti dei servizi di Washington leggiamo:

L'Italia è un vasto campo di battaglia politica e di intrighi tra le maggiori potenze (…) Quali sono i protagonisti di questa battaglia? La Russia, la Gran Bretagna e il Vaticano. Per quale motivo tale battaglia ha luogo in Italia? Perché essa è divenuta un punto focale degli intrighi dei vari servizi segreti (…) [2]

Ciò non significa che si debba assegnare il ruolo dei cattivi agl'inglesi e quello dei buoni agli americani. Per carità! Non gioverebbe all'analisi. Il contrasto statunitense maturò unicamente nel tentativo di arginare l'espansionismo britannico, non certo per salvare l'Italia. Tra le altre cose, a metà degli anni quaranta, l'Inghilterra comprese un aspetto fondamentale della strategia informativa, qualcosa cui gli altri paesi sarebbero pervenuti parecchio tempo dopo: l'uso della psicologia e del linguaggio per la realizzazione dei programmi politico-finanziari e militari, tant'è che fecero nascere un ufficio specializzato nella propaganda e nella manipolazione dell'opinione pubblica, lo Psychological Warfare Branche, in seguito sostituito dall'IRD (Information Research Department). Dunque, onore e merito alle competenze scientifiche, alla capacità di adattamento e alla 'chiaroveggenza' di chi seppe interpretare correttamente la realtà. In quello stesso periodo, in Italia, fu fondato un ente il cui nome e la cui utilità, dopo circa sessant'anni, sono noti ai più. Anche solo per 'sentito dire', chiunque sa cos'è l'ANSA, vale a dire la più potente agenzia di stampa italiana. Ebbene? L'ANSA nacque proprio per volontà dell'inglese PWB e prese vita grazie a Renato Mieli, padre del rinomato Paolo e agente sul libro paga di Sua Maestà con lo pseudonimo di Merryl. Non si può di certo pensare che l'ANSA non abbia influenzato la stampa italiana... 

Qualche anno prima, l'MI5 s'era già servito di Mussolini, pagandolo e sostenendone l'ascesa al potere per poi scaricarlo al momento opportuno. A poco a poco, tuttavia, crescendo il potere economico degli USA, che non si risparmiarono in contributi ai democristiani, e profilandosi il dominio dell'URSS in fatto di materie prime, occorreva prendere qualche provvedimento. Entro i confini incerti di questa trama, allora, comparve anche l'interesse di Londra per le formazioni postbelliche neofasciste in ottica anticomunista e antisovietica, come se si volesse accreditare un atteggiamento filoamericano. Insomma: qualcuno potrebbe sentirsene stordito e chiedersi che senso abbia fare un passo avanti e due indietro… 

Non c'è affatto da meravigliarsi. Un servizio segreto che sappia fare bene il proprio lavoro non assume mai posizioni nette di prima linea, ma raggiunge un interlocutore apparentemente neutrale  o crea le condizioni perché lo sia  affinché esso attiri su di sé, con formula quadrangolare, l'attenzione del rivale. X determina le condizioni di Z, tale che Y è attirato da Z; T, che appartiene a X, ma che da X è isolato, lavora perché Y arrivi a Z. Ciò che si deve mettere in circolo è un 'tema aperto', un fenomeno illusorio ma suggestivo e interessante e su cui tutti devono esprimersi. Agli effetti di una buona riuscita non servono le armi e, oggi, in parte, neppure i computer: ci vogliono gli analisti, gli scienziati; ci vuole il linguaggio.

L'esercizio di quest'arte e lo sviluppo di questa scienza può essere ancora più chiaro che in precedenza, se curiosiamo tra gli eventi della storia recente. Un paio di esempi sarà sicuramente sufficiente. 

2. Termine medio: il linguaggio tra tecnica e ritmo

Correva l'anno 1952, quando Dwight D. Eisenhower, detto Ike, si candidava alla presidenza degli Stati uniti d'America. Al suo fianco operava Peter George Peterson, un pubblicitario che successivamente ebbe ruoli importanti nella politica statunitense, fino a diventare capo del dipartimento del commercio. Quest'uomo, dovendo condurre la campagna di comunicazione del proprio candidato, formulò uno slogan promozionale che, negli anni, sarebbe diventato un esempio insuperabile di  call to action: I like Ike, accompagnato da un bel pollice all'insù. 

A 63 anni di distanza, ce lo ritroviamo davanti agli occhi come pulsante di Facebook e lo utilizziamo quasi senza rendercene conto. 

Qualche anno prima che si svolgesse la fortunata campagna di Peterson ed Eisenhower, nel 1939, il governo britannico, accingendosi ad affrontare la guerra e volendo tenere alto il morale della popolazione, diffuse il seguente messaggio: Keep calm and carry on, cioè mantieni la calma e va' avanti! La sua riproduzione, nel tempo, è stata, a dir poco, virale, forse anche pandemica, tanto che, al culmine della propagazione, nel 2012,  il segmento semantico aveva definitivamente smarrito i significati d'origine. 

Di frequente, nella rete si sviluppano i cosiddetti meme, cioè strutture grafico-linguistiche, anche semplici modelli stilistici, che si diffondono mediante l'effetto imitazione. Il più clamoroso  tra i casi può essere, senza dubbio, quello di keep calm and (…).   

Ciò che più conta, agli effetti dell'utilità del nostro studio, non è di certo la definizione scolastica, ma una scoperta fondamentale: la preghiera, l'ordine, l'esortazione, il consiglio, propri delle funzioni linguistiche in questione, rientrano in una forma di linguaggio che si rivolge più all'inconscio che alla ragione; esistono, in sostanza, nel nostro sviluppo, i cosiddetti archetipi, cioè forme originarie del pensiero collettivo, le quali vengono direttamente sollecitate da certi specifici richiami. Non è un caso, infatti, che lo slogan I like Ike sia associato, nell'immaginario collettivo, col famoso pollice all'insù dell'epoca romano-latina, in cui si decideva la sorte dei gladiatori. In seguito, divenne un simbolo del nostro modo di pensare e agire. L'originale Keep calm and carry on, invece, era sormontato dalla corona, altro simbolo dominante di potere spirituale e sociale, d'autorità e autorevolezza. 

Procedendo oltre nell'analisi, nel tentativo di condividere qualcosa di utile, rileviamo altri aspetti molto interessanti. Quando Peterson scrisse I like Ike (…che solo in seguito divenne call to action), fece ricorso a due preziosi espedienti: in primo luogo, col mi piace Ike egli semplificò e, soprattutto, personalizzò o, meglio, diede un volto alla politica, cioè a qualcosa di complesso, tanto da utilizzare il soprannome di Eisenhower e non un riferimento astratto e anagrafico; in secondo, luogo applicò, più o meno consapevolmente, la funzione poetica e quella emotiva del messaggio linguistico. In pratica, egli chiese all'elettore un piccolo sforzo di decodificazione, ma gli rese il compito molto semplice. Diverso è il caso della corona inglese perché la tecnica è quella dell'ambiguità, da non intendere secondo l'accezione comune, ma secondo la tradizione latina dell'agire da due lati. Keep calm and carry on determina immediatamente la rottura delle aspettative e sottende una certa ironia che disorienta il destinatario. Di rado, ci si aspetta che un governo utilizzi espressioni dell'ambiente domestico come va' avanti e calma, come, nello stesso tempo, non è del tutto semplice stare calmi in prossimità di una guerra mondiale.

3. Conclusione: perché in Libia e in Palestina 
le cose non possono cambiare

Sul finire del XIX secolo, la Gran Bretagna si trovava già in una posizione di dominio commerciale globale, specie dopo aver sconfitto la Francia napoleonica e consolidato definitivamente una politica estera da sempre imperialistica. All'inizio del XX secolo, l'unica opposizione, cominciando il declino ottomano, era costituita proprio dall'impero russo. In una seconda fase, come s'è già visto, le preoccupazioni inglesi si concentrarono sul dollaro. Per evitare una lunga ricostruzione storica o un'elencazione effimera di paesi e pseudo-alleanze, è sufficiente prestare attenzione solo ad alcuni episodi di geopolitica del secolo scorso. Dal 1952 al 1956, l'Egitto cominciò a sottrarsi inaspettatamente al controllo britannico. In primo luogo, fu deposto il re Faruq, molto aperto alle richieste di Sua Maestà. Il successo di Nasser, qualche anno dopo, nel 1956, non si poté considerare un fattore positivo per gl'inglesi, in vista degli sviluppi commerciali del Canale di Suez. Nasser, infatti, non esitò a rispedire in patria le truppe britanniche incaricate di presidiare il Canale. In quegli stessi anni, il Primo Ministro iraniano, Mohammad Mossadeq, giunto al potere nel 1951, decise di nazionalizzare il petrolio, scelta, quella, che avrebbe lasciato campo libero a Italia, Russia e, di conseguenza, Stati Uniti, se non ci fossero state delle manovre di riparazione, manovre il cui compimento giustifica l'attuale stato delle cose. 

Com'è noto, l'Inghilterra controllava la Palestina per mandato della Società delle Nazioni. L'UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) e l'ONU, mediante la risoluzione 181, nel 1947, chiesero l'allontanamento dell'Inghilterra dalla zona e la spartizione del territorio tra Stato palestinese e Stato ebraico. Solo Gerusalemme sarebbe rimasta sotto l'amministrazione dell'ONU. Oggi, sappiamo bene che questo non è mai accaduto. Anzi, l'agenzia ebraica continuò ad espandersi con notevoli acquisizioni territoriali ai danni del popolo arabo e, durante la guerra dei sei giorni, nel 1967, il neonato Stato d'Israele fu in grado di annientare rapidamente l'aviazione egiziana. In pratica: il problema 'Egitto'  era stato risolto. Sul versante persiano, per così dire, era stato invece proclamato l'embargo petrolifero allo scopo di punire l'audacia di Mossadeq. Nessuno, naturalmente, dimentica che, nel 1953, in Italia, nacque l'Ente Nazionale Idrocarburi, altra opera dell'audacia che minacciava gl'interessi inglesi sia nell'Africa nord-orientale sia nel 'maledetto' Iran.  Enrico Mattei, pur di garantire una certa autonomia energetica all'Italia, si servì di ogni mezzo: fondò e finanziò giornali, sostenne la DC, Amintore Fanfani e ne sovvenzionò i progetti, trascurò l'opposizione atlantica a qualsiasi atteggiamento filoarabo. In pochissimo tempo, infatti, riuscì a concludere accordi sul petrolio, non a caso, con l'Egitto, di cui poté sfruttare i pozzi del Sinai, e con L'Iran. E non solo: in piena guerra fredda, ebbe l'ardire di sancire un'alleanza petrolifera pure con l'Unione Sovietica, dalla quale sarebbero arrivate in Italia 12 milioni di tonnellate di greggio in quattro anni. Questi sono solamente alcuni dei suoi successi. Una trentina d'anni dopo la sua morte, il sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, nella riapertura dell'inchiesta sulla morte di Mattei, riuscì solo ad accertare che il suo aereo era stato sabotato. [3] E ci fermiamo qui perché riteniamo che questi elementi bastino a istruire un'ipotesi d'interpretazione. 


Con un piccolo spostamento critico e storico, siamo adesso in grado di fare ipotesi su quanto sta accadendo in Libia o sull'irreversibilità della situazione italiana.

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[1] CEREGHINO, M. J., FASANELLA, G., 2011, Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano, p. 130.
[2] Ibid., p. 135.
[3] Cfr. Ibid., pp. 145-179.