sabato 27 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Lo strano caso di Goldman Sachs


Qualcuno potrebbe chiedersi perché una rubrica in cui si discute continuamente di banche, compagnie petrolifere e guerre o guerriglie prenda il nome di Prove d’Intelligence. La risposta è semplice e si traduce in un sostantivo, una sorta di keyword: informazione. Ogni conflitto bellico e ogni competizione commerciale passano dalla capacità di sapere qualcosa che altri non sanno. Questa capacità, tuttavia, non è sufficiente al raggiungimento del successo. Oltre a sapere qualcosa che altri non sanno, occorre anche sapere evitare la divulgazione della notizia autentica o, diversamente, in caso d’imprevista divulgazione, saperne gestire le conseguenze sociali. Gli analisti servono a questo fine: anticipare e prevedere. Dunque, che cos’è l’informazione? Non è, come recita il vocabolario Treccani, <<notizia, dato o elemento che consente di avere conoscenza più o meno esatta di fatti, situazioni, modi di essere>>; non perché il contributo filologico e semantico di Treccani sia sbagliato, ma perché, mai come in questo caso, sono esemplari le parole di Emil Cioran: <<Portare un nome vuol dire rivendicare un modo esatto di crollare.>>.[1] L’informazione diventa, allora, una visione del saper fare di un soggetto, pubblico o privato, il quale sia troppo distante dalla comunità civile per essere giudicato; è un che di astratto e neutrale: tanto più essa è verificabile quanto più perde il valore informativo per assumere le caratteristiche del fatto. Per lo più, noi scambiamo i fatti con le informazioni sui fatti: gravissimo errore di metodo.

Si sente dire al telegiornale che la BCE ha deciso di abbassare il costo del denaro? L’annuncio è fatto addirittura per bocca dello stesso Draghi, il quale dice, per esempio, che si tratta dell’inizio della ripresa e di un metodo per aiutare famiglie e imprese. Qual è il fatto e quale l’informazione? Il fatto è costituito dalla riduzione del costo del denaro. L’informazione, invece, è rappresentata dalla dichiarazione secondo cui ne trarranno giovamento famiglie e imprese. La cessione del denaro a tassi agevolati, infatti, non è altro che un’iniezione di liquidità nelle casse delle banche, non già una nuova linea di credito a vantaggio del consumatore finale. Le banche commerciali, essendo legate ad una serie di parametri ‘oscuri’, non modificheranno affatto il processo di rivendita del denaro e dei prodotti correlati. Se volessimo essere sofisticati, dovremmo aggiungere che molte delle nostre banche, tra cui spicca Unicredit, sono state giudicate male dal FinancialStability Board e, di conseguenza, messe in lista nera. In pratica, essendo sottocapitalizzate, non potrebbero erogare ‘prestiti’ in modo sproporzionato rispetto ai parametri di Basilea 3, che imporrebbero, per l’appunto, requisiti di capitale molto precisi. A questo punto, l’informazione risulta frammentata, ma – si badi! – non è tutto. L’ente che si proclama sovrano in fatto di politica monetaria, la Banca Centrale Europea, che è sovrana perché si fa garante del debito delle varie banche dell’eurozona, appartiene a un territorio che non ha mai avuto sovranità. Un governo federale d’Europa non è mai esistito e, così stando le cose, mai esisterà. Inghilterra e Francia, che si pensa costituiscano i punti di forza dell’UE, in realtà, sono sempre stati avversari pure di uno straccio di carta costituzionale: l’Inghilterra in campo aperto; la Francia nelle retrovie e a colpi d’opposizione burocratica. Quindi, abbiamo a che fare con un organismo oligarchico in territorio straniero. Chi lo vuole o chi lo ha voluto?

Mario Draghi è il presidente della BCE: questo è un altro fatto, uno dei tanti, forse il più noto tra i fatti. Prima di diventare presidente della BCE, nel 2011, Mario Draghi era presidente del Financial Stability Board (2006-2009) e, ancor prima, presidente del Financial Stability Forum (sostituito dal FSB), due organismi con il compito di stilare l’elenco delle banche a rischio. In questi stessi anni, cioè dal 2006 al 2011, è stato anche governatore della Banca d’Italia. Prima di ricevere questi incarichi ‘pubblici, tuttavia, Draghi è stato il vicepresidente di Goldman Sachs. Fatti. Solamente fatti. Troppi fatti.

Sull’altra sponda dell’oceano Atlantico, compare la figura di Henry Paulson, Sottosegretario al Tesoro durante il periodo dell’amministrazione Bush. Paulson, in pratica, è stato l’artefice del salvataggio dei colossi bancari americani, ai quali impose l’acquisto delle azioni da parte del Governo di Washington. Forse, a quel punto, non ci sarebbe stato altro da fare. L’intero sistema bancario mondiale era ad un passo dal precipizio. Qualcuno ha sicuramente memoria della chiusura di Wall Street in quei giorni. Tra le banche a rischio di crollo figurava pure la Goldman Sachs. Ebbene? Henry Paulson è stato il Ceo della Goldman Sachs. Potrebbe trattarsi solo di una coincidenza o di una naturale evoluzione di carriera, se non fossimo costretti a ricordare che la Security and Exchange Commission aveva già multato la Goldman Sachs per frode e proprio per un’operazione condotta da Paulson, operazione in seguito alla quale gl’investitori avevano perduto circa 1 miliardo di dollari. Insomma, Paulson, è stato premiato per aver frodato clienti e Stato, come se un qualsivoglia Ministro della difesa mettesse a capo dell’Arma dei Carabinieri un ex boss di cosa nostra, ovviamente pentitosi, o un serial killer.

Chi è l’attuale presidente del Financial Stability Board? Per la cronaca dei fatti: Mark Carney, un altro ex dipendente di Goldman Sachs, che, nello stesso tempo, è presidente della Banca d’Inghilterra e del G20. In pratica, Goldman Sachs è un vivaio fecondo oppure, leggendo e rileggendo, interpretando e reinterpretando l’informazione, Goldman Sachs è qualcos’altro, di cui sappiamo molto poco. Romano Prodi, Gianni Letta, Mario Monti sono solamente alcuni tra coloro che, passando dalla Goldman Sachs, hanno poi ottenuto incarichi di prestigio in Europa.

Il presidente del famigerato Financial Stability Board viene eletto dal G7, cioè dai sette ministri dell’economia dei paesi più sviluppati in termini di ricchezza netta. È un caso, allora, che fino a poco tempo fa, l’inglese Lloyds, fosse in bella vista nella black list dell’FSB e che, poco dopo, ne sia uscita. In un tweet del 25 febbraio delle ore 10.17 italiane, il Financial Times, scrive: <<Lloyds shares surge 9.8% after special divi announced.>>. Impennata del 9 %  di Loyds in borsa? Vien fatto di pensare che Mark Carney abbia fatto la propria parte.

Adesso, proviamoci a riesaminare i fatti! Gl’italiani sono ormai stati abituati a sentire la parola spread come differenza di valore tra titoli tedeschi e titoli italiani e sono ormai convinti che la Germania sia dominante e invasiva in materia di Politica Economica europea, però la Deutsche Bank resta in cima alla black list stilata dal FSB; il che potrebbe sembrare una contraddizione esasperante. Forse, non lo è, specie se leggiamo quanto scrive Luca Ciarrocca nella propria accuratissima ricerca:

Nel gennaio del 2013, un ufficio parlamentare bipartisan, il Congressional Research Service, ha stimato che l’esposizione delle banche statunitensi nei confronti dei paesi periferici del sud Europa – i PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna – ammonta a 641 miliardi di dollari, mentre tocca i 1.200 miliardi per le sole banche tedesche e francesi. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, gli istituti americani hanno 757 miliardi di dollari in contratti derivati e 650 miliardi in obbligazioni di banche europee.[2]

In sostanza, il legame tra la coppia Francia-Germania e le banche statunitensi è talmente forte che è impensabile un ruolo di secondo piano per tedeschi e francesi, i quali, naturalmente, non possono far altro che spingere la politica monetaria verso l’accentramento della BCE. A Basilea, si fissano i requisiti di capitale che impongono alle banche la ricapitalizzazione e a causa dei quali le banche sono costrette a cercare liquidità. Negli Stati Uniti, quest’esigenza di capitale è stata ampiamente soddisfatta dal Tesoro in circostanze di pericolo, mentre le banche europee, oltre a incassare denaro proveniente dalla BCE, emettono obbligazioni acquisite da Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo & Co. Nel frattempo, si ridefinisce il ruolo del FSB, che decide quali banche devono correre ai ripari. E il gioco è fatto. Pertanto: il Governo degli Stati Uniti tiene al guinzaglio le banche europee?


In conclusione, restando nella terra di nessuno, l’Europa, e spostandoci in Inghilterra, la patria delle libertà democratiche, è necessario spendere qualche parola a proposito del Libor, cioè del London Interbank Offered Rate, nient’altro che il tasso con cui le banche si prestano reciprocamente il denaro, calcolato in base alla media dei valori indicati dalle banche partecipanti e centrato sulle seguenti valute: euro, dollaro statunitense, yen, sterlina, franco svizzero, dollaro canadese, dollaro australiano, corona danese, corona norvegese e dollaro neozelandese. È chiaro che, in seguito alle posizioni che le banche associate dichiarano, viene fuori il Libor, com’è evidente che la variazione del Libor determina la variazione dei prodotti finanziari su scala planetaria. L’informazione viene data ogni mattina, alle ore 11.00. Per quasi vent’anni, fino al 2012, le banche associate, HSBC in testa, hanno fornito valori del tutto falsi e alterati a scopo di speculazione fraudolenta, a dispetto di Basilea 1, 2 e 3, della BCE, del FSB e di tutti gli organi di controllo. E Mario Draghi, Mark Carney,  Henry Paulson… Nessuno se n’è accorto?

Per non dimenticare: qual è il ruolo di Goldman Sachs? Di certo, la si vede al terzo posto della speciale classifica delle banche che hanno riciclato il denaro dirottandolo verso i paradisi fiscali. Con 840 miliardi di dollari, è costretta a seguire solamente Credit Suisse (933 miliardi), e UBS (1.700 miliardi).[3]
  



[1]  CIORAN, E., 1984, La tentation d'exister, trad. it. L. Colasanti e C. Laurenti, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano, p. 12.
[2] CIARROCCA, L., 2013, I padroni del mondo Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni, Chiarelettere Editore, p. 38.
[3] Cfr. Ibid., p. 60.

mercoledì 24 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Il tranello nel conto corrente



La verità non sta nei dogmi o nei principi, appartiene ai fatti: questo imperscrutabile, inarrestabile e mefistofelico processo di avvicinamento alla verità di fatto comincia esattamente nel momento in cui un uomo diventa un correntista, giacché la banca è sapientemente autorizzata a guadagnare col denaro altrui, senza rischiare il proprio.

In pratica, se l’arcinoto signor Rossi deposita sul proprio conto € 1.000,00, la banca, che non tollera spreco e immobilismo, ne trattiene una minima parte e ne presta il resto: € 100,00 in cassa e € 900,00 ad altri correntisti bisognosi. È sufficiente moltiplicare il caso del signor Rossi per n per ottenere un circuito infernale di moneta: il meccanismo in questione prende il nome di riserva frazionaria. Le banche possono prestare il denaro che non possiedono, ma non finisce qui. Su base statistica, i banchieri sanno bene che molto di rado i correntisti correranno tutti insieme allo sportello a ritirare il proprio denaro. Se ciò accadesse, infatti, troverebbero la sorpresina, vale a dire che non troverebbero il denaro, che la banca ha prestato ad altri, non essendo obbligata a conservarlo.

Tra le altre cose, è risaputo che le banche, oltre a prestare il denaro altrui, traggono profitto proprio dagli interessi applicati alle cessioni di denaro virtuale. Al momento della restituzione, cui il correntista è solennemente chiamato, dal nulla nasce il tesoro economico-finanziario: anche in questo caso, bastano un paio di semplici operazioni per accorgersi della vastità dei capitali generati. I trucchi del mestiere, quello del banchiere, sono troppo numerosi perché se ne possa dar conto in questo scritto, tuttavia qualche altra cosa a beneficio d’approfondimento può essere introdotta.

Se, d’improvviso, per chissà quale calamità naturale, parecchi correntisti pretendessero la restituzione del denaro in deposito? Nascerebbero i guai, ma fino ad un certo punto. O meglio: nascerebbero i guai per gli stessi correntisti, i quali non si accorgerebbero neppure d’essere nei guai. Le banche centrali, infatti, provvederebbero a produrre nuova moneta, com’è già accaduto, per evitare il fallimento delle banche commerciali. Di conseguenza, diminuirebbe il potere d’acquisto della moneta e, misteriosamente, aumenterebbero le tasse e i tassi. Ingenuamente potremmo chiederci il perché di tali grovigli.

La BCE – un esempio a caso – è una specie di banca ‘privata’, non un vero e proprio ente pubblico. Chi sono gli azionisti della BCE? Le banche nazionali. Chi sono gli azionisti delle banche nazionali? Le banche commerciali. Ci si rende conto che, in questo modo, la ricostruzione dell’asset interbancario è semplicistica e, in parte, metaforica.  Nel tentare di far luce sul fenomeno in questione, ci poniamo un quesito banale, da telegiornale. Si sente dire, per esempio, che la Russia intende fare un prestito consistente all’Ungheria? L’Europa, immediatamente, reagisce condannando l’intervento russo. Perché? Per quale motivo l’Europa può decidere di elargire fondi a vantaggio della causa greca, mentre la Russia non può farlo a vantaggio dell’Ungheria? Molto probabilmente, perché un paese indebitato verso la BCE è obbligato a restare nell’area d’influenza dell’UE, ne è dipendente. L’UE può accettare che l’Ungheria – o qualsivoglia altro paese – sia libero e autonomo in materia economico-finanziaria?


La Banca d’Italia, terzo socio-contribuente della BCE dopo la Germania e la Francia, partecipa con una quota di capitale pari a € 1.332.644.970,33. La Banca d’Italia, ente privato di diritto pubblico, invece, appartiene per più del 94% a banche commerciali e assicurazioni e per la restante quota percentuale a enti pubblici come INPS e INAIL. Le maggiori tra le quote di partecipazione, in Italia, sono quelle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, che si attestano, rispettivamente, al 30,3% e 22,1%. Se è vero che, in teoria, tale partecipazione non implica l’equivalente potere in fatto di politica monetaria, è altrettanto vero che il concetto di vigilanza bancaria è una contraddizione: come mettere una volpe a guardia del pollaio. È bene sapere, inoltre, che la BCE, per statuto, è indipendente dal potere politico. Com’è possibile?

Pertanto, facendo qualche passo indietro, se accettiamo che una di queste aziende paghi per i propri errori di valutazione, dobbiamo anche accettare il crollo dell’intera economia. In genere, se un imprenditore medio, fa male i propri calcoli e fa un investimento sbagliato, ne piange le conseguenze; diversamente, il banchiere che abbia commesso un errore di previsione e statistica, può sempre contare sull’aiuto dei governi. BCE, Banca d’Italia e banche commerciali sono talmente legate le une alle altre che il pericolo di default di una di esse costituisce un vero e proprio pericolo sistemico.

Quando uno stato ha bisogno di soldi, per così dire, emette titoli obbligazionari, che vengono acquistati – per poi essere rivenduti agli investitori – dalle banche commerciali e dalle varie società finanziarie. L’obbligazione altro non è che un prestito pluriennale con un certo tasso di rendimento. L’emissione, però, com’è ovvio, corrisponde a un incremento del debito pubblico e al relativo aumento della pressione fiscale per il tramite delle manovre finanziarie necessarie a rispettare i parametri imposti dalla BCE. Si tratta, senza giri di parole, del cane che si morde la coda. Nel sistemo economico-finanziario del correntista comune, esistono solamente due cicli: quello in cui c’è moneta circolante, durante il quale le banche si mostrano generose, e, viceversa, quello del credit crunch (stretta del credito); entrambi i cicli entrano l’uno nell’altro fino alla mescolanza. Quando viene immessa moneta nei mercati, le banche battono facilmente cassa fino al raggiungimento del proprio budget e concedono i prestiti a famiglie e imprese a tassi accettabili. Al contrario, nelle fasi di crisi, in seguito all’aumento dei tassi, allorché famiglie e imprese avrebbero fortemente bisogno di liquidità, accade che le banche si appropriano degli immobili portati a garanzia.

Alberto Mingardi, ne L’intelligenza del denaro, scrive:

Dopo l’11 settembre e l’esplosione della bolla di internet, la banca centrale americana ha costantemente abbassato i tassi d’interesse, passando da un tasso del 6,5% ad uno dell’1,75% a fine 2001 e dell’1% nel 2003. Il trend si sarebbe invertito nel 2004, risalendo al 4,5%.[1]

Per dirla in parole povere, tutte le volte in cui le casse d’uno Stato non sono talmente “ricche” da coprire il debito pubblico e gl’investimenti privati, ne consegue che l’autorità monetaria introduce nuova moneta, aumentando il credito bancario e abbassando il tasso d’interesse. A ben vedere, però, la dilazione del credito e l’abbassamento dei tassi sono del tutto strumentali, sono programmati, artificiosi, irreali e finiscono col diventare polpette avvelenate per chi è affamato di liquidità.

Una banca, tuttavia, non vive solamente due cicli, essa si avvale soprattutto della cosiddetta speculazione, ovverosia del gioco d’azzardo finanziario, scommettendo costantemente e sempre col denaro dei cosiddetti risparmiatori. I termini derivati, futures, opzioni et cetera, che un correntista medio ha sentito pronunciare poche volte nella sua vita, rappresentano invece scommesse sul rendimento talora vendute e spacciate allo sportello come assicurazioni sul credito. La ruota gira da tempo e giudicarla secondo morale è come rifiutarsi di partecipare ad una corsa solo perché non apprezziamo il colore della maglia degli avversari. Sarebbe molto più naturale osservare il mondo in funzione di atti concreti e non di giudizi morali. Giulio Andreotti, uno degli uomini più discussi e, nello stesso tempo, più laboriosi della storia d’Italia, diceva: <<Io distinguerei i morali dai moralisti perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discutere, non hanno poi il tempo di praticarla!>>.


Immagine di Leoni Blog

Dagli anni di mani pulite in poi, l’opinione pubblica non ha fatto altro che dichiararsi indignata e disgustata per la corruzione del mondo finanziario e tutti i reati a essa connessi. Si è anche assistito a suicidi clamorosi, processi spettacolari, riccamente illustrati dai giornali e seguiti dalla nascita di comitati etici, fiaccolate, proteste e messe in scena di vario tipo. Occorrerebbe chiedersi tuttavia se tutti i moralizzatori popolari abbiano tirato fuori le proprie invettive da un contenitore di conoscenze reali e se fossero consapevoli di essere i primi complici del reato e del sangue versato nel tempo. Si chiede forse l’abolizione del sistema bancario e finanziario o la totale trasparenza dello stesso? Ebbene, la totale trasparenza del sistema è direttamente legata alla cultura e alla conoscenza che se ne ha. Pertanto, trasparenza equivale a cultura individuale: il padre di famiglia che si reca in banca dovrebbe conoscere la funzione dei CDS, il costo del denaro, il rapporto tra Stato e banche et cetera. L’obiezione di fatto colpirebbe l’asse della corruzione e della frode. Il guaio è che i dati macroeconomici danno torto ai moralizzatori: nei primi anni ottanta il PIL reale in Italia corrispondeva al 4,3%, a metà degli anni novanta al 3,2%, mentre, dal 2005 in poi, al valore negativo di -3%. In sostanza, in circa vent’anni, il movimento ‘poliziesco’ filoeuropeo avrebbe contribuito a ridurre di ben 7 punti percentuali il Prodotto Interno Lordo italiano. Si badi bene: ciò non significa che chi scrive intenda proporre un apparato di disonestà ed abbrutimento! Sarebbe troppo facile attaccarsi a questa sciocca e impertinente deduzione. Purtroppo, nostro malgrado, siamo costretti ad occuparci dei fatti e non della morale.





[1] MINGARDI, A., 2013, L’intelligenza del denaro Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, Marsilio Editori, Venezia, p. 249.

sabato 20 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Il gioco di Sherlock Holmes


In seguito alla Riforma dell’Intelligence italiana,  di cui è testimonianza la L. 124 del 3 agosto 2007, il Dipartimento per le Informazioni della Sicurezza, organo di cui si servono la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l’Autorità Delegata, di anno in anno, riferisce al Parlamento mediante la stesura  e la pubblicazione di una Relazione al Parlamento[1], cui ciascun cittadino può regolarmente accedere. Quale che sia il punto di vista circa i documenti citati, si tratta comunque di fonti preziose e ben strutturate, dove si può ricostruire la trama  della minaccia terroristica dell’ultimo decennio. È difficile a dirsi, pertanto, perché molto di rado siano consultate o adottate. Siamo abituati a sentire su Youtube il brillante excursus del giornalista di turno, ma nessun ambiente giornalistico fa riferimento a queste Relazioni. Perché? Perché si fa un gran parlare di Libia, Siria e delle infiltrazioni del radicalismo salafita nel nostro paese  solo negli ultimi anni, quando le Relazioni del DIS di cinque o sei anni fa contenevano già un’esposizione allarmante della criticità internazionale? Possibile che queste informazioni siano state trascurate fino a questo punto? I nostri Servizi Segreti sarebbero talmente segreti che nessuno si accorge delle loro segnalazioni? 

Da quasi dieci anni sarebbe stata attestata in Italia, con addensamenti nevralgici in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, la forte presenza del GruppoSalafita per la Predicazione e il Combattimento, oltre che del gruppo al Qaida nel Maghreb Islamico, del Movimento Sciita Hezbollah e del non meglio identificato movimento del Jihadismo pachistano. Il centro di principale reclutamento sarebbe stato identificato in Lombardia, regione maggiormente colpita dal fenomeno e dove si sarebbero uniti marocchini, tunisini e libici. L’uso del condizionale – si badi! – è dovuto non già alla precarietà delle fonti, che, invece, essendo costituite da documenti istituzionali, sono  più che affidabili, bensì al senso di imbarazzo che si prova nel leggerle. Infatti, la questione non finisce qui.

Dal 2005 al 2008, nel nostro paese, perquisizioni e arresti avrebbero decimato la comunità marocchina. Sulle prime, si correrebbe il rischio di farsi assalire dai dubbi circa il Marocco, paese noto da tempo per la stabilità politica e dove molti imprenditori italiani hanno investito parecchio. Non esistono accordi bilaterali particolari tra Italia e Marocco, ma l’interazione è sempre stata intensa e liberale. Tra le altre cose, il sovrano marocchino Mohammed VI ha sempre gestito in modo esemplare la lotta al terrorismo e all’eventuale insorgenza di simili rischi, giungendo a dichiarare fuorilegge il movimento Jaamat al Adlwa al Ishan (Giustizia e Carità) a causa di una sua drastica e pericolosa evoluzione. Fatto poco noto, invece, è l’attentato di Marrakech del 28 aprile 2011.

Prima di addentrarci nel mondo maghrebino, nel Corno d’Africa o nella storica patria di al Qaida, cioè in quella vasta area al confine tra Afghanistan e Pakistan, è bene capire che cosa è accaduto di recente in Europa e perché non bisogna cadere nel rischio di allarmismo o nel panico generale che precede una guerra. Dai più si sente dire che siamo in guerra: sembra un eccesso della fantasia. Se fossimo in guerra, dovremmo almeno sapere chi ha mosso guerra a chi e perché. Il territorio europeo, da qualche tempo, com’è noto, è oggetto di attentati suicidi o di attacchi con uso di IED (Improvised Explosive Devices) e, ancora più di frequente,  con uso di armi da fuoco. Le figure che hanno dominato la scena europea, però, sono alquanto insolite o, comunque, non appartengono a vere e proprie strutture di significato militare, religioso e politico: ci stiamo riferendo ai cosiddetti homegrown mujahidin, ai self starter e ai lone terrorist, la cui azione è improvvisa e imprevedibile, fuorché in alcuni e rari casi, e quasi del tutto dissociata da movimenti o gruppi terroristici, dai quali invece trae sostanziale ispirazione. Costoro, per lo più insospettabili cittadini maghrebini trasferitisi in Europa e molto di frequente naturalizzati, seguono per anni, in silenzio, i proclami e gli inviti alla jihad globale fatti dai leader carismatici di matrice qaidista, che ormai viaggiano sul web, di server in server, in una sorta di safe haven, fino a sviluppare una concezione deviante della shahada, la testimonianza di fede del musulmano, che, prima o poi, si traduce in violenza mediante la cooptazione di alcuni agguerriti seguaci dell’integralismo. È necessario ribadire, nello stesso tempo, che si tratta di casi isolati, quantunque temibili e numerosi. Le espressioni adottate dall’Intelligence italiana e internazionale per definirli – e da noi riprese in questo articolo –, homegrown mujahidin, self starter e lone terrorist ne indicano perfettamente la natura e nulla di più può essere attribuito loro, se non tramite processi di fantasia sconclusionata e, talvolta, inaccettabile. È evidente che gli ultimi rivolgimenti dell’area mediorientale e, in particolare, di quella irachena costituiscono uno sprone rilevante per questi soggetti, influenzandoli e sospingendoli all’azione, ma è altrettanto evidente che i Servizi Segreti o hanno ricevuto direttive bizzarre o hanno trascurato la disciplina dello Humint (Human Intelligence), che si basa direttamente sulle risorse e le informazioni elaborate dalle persone fisiche, e dell’Osint (Open Source Intelligence), le cosiddette fonti aperte, a vantaggio della disciplina del Techint (Technical Intelligence), la quale si affida esclusivamente alle risorse tecnologiche.



Dalla lettura della Relazione al Parlamento del 2010 fatta dai nostri Servizi, Relazione che fa riferimento naturalmente al 2009, apprendiamo che l’allarme per la Francia era già piuttosto elevato, quasi clamoroso, se consideriamo i fatti di Parigi. In questa sede, non vogliamo entrare nel merito della vicenda di Charlie Hebdo o dei fatti del funesto mese di novembre 2015 perché se n’è parlato fino allo sproloquio, ma non possiamo non registrare il paradosso della situazione. Cinque anni non sono sufficienti ai Servizi Segreti di mezza Europa ad evitare una strage? Nonostante i dubbi, non si può gridare allo scandalo perché siamo in presenza di una componente asimmetrica degli attacchi, non adeguatamente connotata da uno specifico modus operandi; di conseguenza, i complottisti, a torto o a ragione, non possono fare altro che tacere, almeno per obiettività e onestà intellettuale.

Ci sono dei criteri scientifici  e accreditati per la classificazione delle fonti, la valutazione e la rielaborazione di un dato; non si può giocare a fare lo Sherlock Holmes di turno, senza avere mai messo piede in un paese arabo o senza avere mai fatto uno sforzo d’analisi comparata.  Ciò che ci impressiona è il fenomeno della contemporaneità, di perfetta sincronia tra alcuni ‘singolari’ accadimenti. Il 20 ottobre 2011, viene ucciso Muammar Gheddafi, un uomo che per più di 40 anni aveva guidato la Libia, senza mai ricevere alcuna forma di consenso o di investitura ufficiale. In poco tempo, com’è noto, il fronte rivoluzionario, dopo avere conquistato la Cirenaica e la Tripolitania, mette sotto assedio anche Sirte, finendo col trucidare il dittatore. Su di lui, tutti noi avevamo parecchie notizie, soprattutto per le relazioni economiche che aveva instaurato nel nostro paese: era azionista di Unicredit, Finmeccanica, Juventus et cetera. Tutto ciò gli era stato concesso e nessun ente ‘umanitario’ s’era mai preoccupato delle sue possibili implicazioni in crimini contro l’umanità. Di colpo, però, la comunità internazionale decide di sostenere gl’insorgenti e ribaltare il regime. La situazione sembra simile a quella irachena e che ha contraddistinto la caduta di Saddam Hussein. Il sospetto, tuttavia, si fa cocente nel momento in cui scopriamo che il gasdotto Mellitah-Gela, che era stato disattivato a causa dei fermenti bellici e dei dissapori tra Gheddafi e l’occidente, viene riattivato il 15 ottobre 2011, esattamente cinque giorni prima della morte di Gheddafi. Le coincidenze sono sempre prodotte dal nostro ingenuo sguardo, umano troppo umano. Altra considerazione va fatta circa la conduzione della rivoluzione libica, avviata con l’operazione Odissey Dawn ad opera dell’ONU e portata a termine con l’operazione UnifiedProtector, ad opera della NATO. La differenza tra ONU e NATO è sostanziale e importante. Infatti, mentre gli interventi delle Nazioni Unite dovrebbero essere caratterizzati dalla cooperazione globale e umanitaria per storia e identità, la NATO proprio per storia e identità è più militare e offensiva, tranne che la guerra fredda fosse una passeggiata lungo la cortina di ferro. In quanto alle terre del gas naturale, che pare un bel movente, sappiamo che Gela è una città siciliana: nulla da eccepire. A ovest della Libia si trova la Tunisia, che è la punta africana più avanzata del Maghreb verso l’Europa, fatta eccezione per il Marocco, paese maghrebino a stretto contatto con la Spagna. Ebbene? Nel 2011, esce di scena anche Zin El-Abidine Ben Ali, presidente tunisino per più di vent’anni. L’insurrezione popolare lo costringe a fuggire in esilio a Jedda, in Arabia Saudita, che comunque appare una strana destinazione. Di certo, Ben Ali non era una guida illuminata e benevola, ma è altrettanto evidente che quest’uomo per due decenni, col consenso della comunità internazionale, ha accolto investimenti occidentali d’ogni genere e specie riuscendo a riscattare la Tunisia da una condizione di pericolosissimo impoverimento e sottraendola alla spinte del fondamentalismo islamico. Tra le altre cose, il partito Ennahda, che gli era sempre stato fedele, improvvisamente, nel 2011, cambia opinione e lo tradisce. Cosa dire allora delle sommosse popolari che hanno portato alla caduta del presidente egiziano Mubarak?

Il copione è uguale dappertutto. È ovvio che, quando si abbatte in modo traumatico un regime, i ribelli tentino in tutti i modi di accaparrarsi risorse di ogni tipo, dalle armi al denaro contante, dai diamanti ai documenti riservati, così da scatenare il caos negli ambienti istituzionali, che potrebbero avere parecchie cose da nascondere. Purtroppo, il denominatore comune del conflitto tra occidente e terrorismo islamico è costituito attualmente dal gas naturale e dal greggio. Se, per esempio, volgiamo lo sguardo alla cartina del Medio Oriente e osserviamo l’evoluzione territoriale di Israele ai danni dei territori palestinesi, un po’ di buon senso ci impone una serie di interrogativi, ai quali possiamo rispondere immaginando che solo l’interesse economico delle grandi potenze può aver generato tale forma di irrazionalità geopolitica perché – sia chiaro! – Israele ha tutto il diritto di coesistere, ma, in linea con quanto sta accadendo, non se ne comprende lo storico comportamento espansionistico, come se l’Austria ricominciasse a rivendicare quella fascia di terra che va dalle Alpi Carniche alle Dolomiti.





[1] https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/category/relazione-annuale.html

mercoledì 17 febbraio 2016

PROVE D'INTELLIGENCE

Le lacune dei Servizi Segreti


Il 15 settembre 2008 fallisce la più grande e antica banca d’affari del mondo, la LehmanBrothers: 158 anni di vita. Immediatamente: 24.000 licenziamenti diretti. Solo in Italia, subito dopo, 500.000 disoccupati in più. Nel mondo, cittadini comuni, padri di famiglia, imprese e interi governi cominciano ad essere risucchiati dal buco nero dell’economia globale, che prende il nome di ‘crisi’. Si spendono 13.620 miliardi di dollari per fronteggiarla. Mettendo queste banconote in fila, l’una dopo l’altra, potremmo coprire la distanza tra la terra e il sole per ben 5 volte e mezzo. Con questo ponte di dollari, avrebbero potuto coprire il fabbisogno di cibo, acqua e sanità per 150 anni per tutta la popolazione mondiale… E, considerando che, ogni anno, muoiono 18 milioni di persone per fame, avrebbero potuto salvare 2 miliardi e 700 milioni di vite umane. Richard Fuld, amministratore della Lehman Brothers, premio come  miglior banchiere del mondo nel 2003, nell’anno del fallimento, ha guadagnato 34 milioni di dollari, 100 milioni di dollari negli anni precedenti. Com’è possibile guadagnare 34 milioni di dollari portando al fallimento la più grande e antica banca d’affari del mondo? Io, che ho fatto il professore universitario per qualche anno, per guadagnare ciò che Richard Fuld ha guadagnato in un anno avrei dovuto lavorare per 4.500 anni filati, avrei dovuto cominciare ai tempi dei Sumeri.[1]


Eppure, nelle Relazioni sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, non si fa alcun riferimento al ruolo svolto dalle banche e, di rimando, dalle multinazionali in fatto di equilibri socio-politici ed economici: una lacuna linguistica e concettuale, questa, che parrebbe allarmante, se non fossimo dotati di un minimo di buon senso o se, diversamente, fossimo sensibili allo scandalo. In particolare, nelle 716 pagine consegnate ai lettori, il sostantivo banca è usato solamente tre volte e, in tutte e tre le circostanze, indica la Banca d’Italia, non già la famigerata Lehman Brothers o la J. P. Morgan né, tanto meno, la Banca Centrale Europea. Lo studio delle occorrenze, vale a dire delle modalità d’uso delle parole, talora può rivelarsi decisivo e illuminante. Anzitutto, è bene dire che questa prima indicazione, di certo, ci giunge come fuorviante e impertinente, almeno quale suggestione. Tra le altre cose, la distinzione tra singolare e plurale, in questo caso, è molto più importante di quanto si possa immaginare. Infatti, l’uso del singolare, in genere, riporta l’attenzione su qualcosa di specifico e implica che l’autore definisca opportunamente il legame di appartenenza di tale o talaltra banca, laddove il generico banche suggerisce un’area semantica talmente ampia da non richiedere approfondimenti di cronaca. Nella mente del fruitore non giunge a compimento quel processo semiotico mediante il quale percepiamo ed elaboriamo denotazione e connotazione. L’espressione Banca d’Italia, per esempio, racchiude entrambi i livelli d’interpretazione: pure chi non è un esperto in materia sa che la Banca d’Italia è connotata come Banca Centrale di una certa Repubblica Parlamentare, pur essendo denotata, in generale, come un ‘istituto di credito’. Il redattore delle Relazioni, a tal proposito, mostra raffinata arguzia nel dosare i termini. Il sostantivo plurale banche, infatti, è adottato 13 volte, tuttavia queste tredici adozioni sembrano far parte di un preciso metodo d’informazione.

Ne rileviamo l’occorrenza, per la prima volta, alla pagina 50 della relazione del 2008, dove si parla della nascita delle banche clandestine, espressione ripetuta a pagina 101, gestite dalla malavita cinese. A pagina 91, si discute, in modo vago, dei possibili investimenti della comunità internazionale nel settore bancario siriano.

La scelta lessicale del 2009 è saliente: per la seconda volta, si introduce il termine banche con riferimento alla malavita cinese (pag. 104) e, successivamente, a quella russofona, ma poche righe dopo (pag. 105) si denuncia il disagio delle nostre banche che avrebbero investito in talune aree politiche a rischio. Nel 2010, cala il silenzio sulla questione e non si registrano occorrenze, mentre, nel 2011, si guadagna la conferma della teoria secondo cui è possibile fare previsioni linguistiche circa le intenzioni di chi scrive sulla base della ricorsività di certe forme di scrittura: a pagina 28, si descrive il caso di <<banche estere intenzionate a indirizzare il risparmio raccolto sul territorio italiano verso imprese del proprio paese>>; a pagina 41, le banche sono ancora ‘perseguitate’, questa volta dai movimenti anarcoinsurrezionalisti.

Nell’accingerci ad esaminare il documento del 2012, è fondamentale leggere direttamente le parole del redattore:

Per quanto attiene alle banche a vocazione prettamente locale, a fronte delle difficoltà di reperimento delle necessarie provviste finanziarie, si è rilevato il perdurante rischio che i capitali disponibili facciano riferimento a vario titolo ad ambienti criminali o abbiano comunque provenienza illecita. Si è guardato con attenzione inoltre alla nascita delle prime filiali di banche asiatiche che, rivolte oggi principalmente ai propri connazionali residenti in Italia, possono costituire la premessa all’ampliamento della concorrenza allogena del nostro paese, con rischi di erosione di importanti quote di mercato per gli operatori nazionali.[2]

In pratica, per ben due volte nello stesso brano, che nella relazione è suddiviso in due capoversi (pag. 22), si fa ricorso al termine in questione, senza entrare mai nel merito di alcuna attività criminogena e ponendo il caso in stretta relazione con la difesa del sistema bancario. Le banche, in sostanza, risultano quasi sempre oppresse da operatori devianti e associazioni a delinquere d’ogni genere e specie. La vaghezza con cui il tema è affrontato sembrerebbe strumentale perché insinua il dubbio e genera preoccupazione, ma non dà spunti di contenuto. A completamento di questo quadro, subentra, nella pagina successiva, la descrizione del sistema di trasferimento fondi a mezzo sms, sistema sfruttato in Afghanistan, Pakistan e Somalia con la complicità di banche convenzionate.

Le occorrenze del 2013 sono 3, ma bisogna considerarne valide solamente 2 perché, nel primo caso, si tratta della citazione del titolo di un resoconto statistico-finanziario della Banca d’Italia. Con l’analisi delle 2 occorrenze valide (pag. 33 e pag. 44), non si scopre alcunché di nuovo: la prima è una ripetizione dell’ormai noto leitmotiv, anche se il tema è quello del bitcoin; la seconda riguarda un attentato ai danni di due banche messicane. Lo stesso dicasi per l’ultima Relazione di cui disponiamo, quella del 2014, il cui primo riscontro denuncia, ormai in forma sistemica, azioni illecite a danno delle banche (pag. 58). Qualche riga dopo, nella stessa pagina, invece, il colpo di scena, non quello che ci si aspetta in termini di rivelazione! Le nostre banche, quelle italiane, avrebbero riguadagnato un po’ d’attrattiva per gl’investitori, affermazione, questa, che sarebbe da considerare sospetta, se non si leggesse, poco dopo, della necessità di salvaguardare il sistema bancario.

Fatto salvo il valore delle informazioni che abbiamo appena acquisite e non volendo revocare in dubbio l’attività del redattore dell’Intelligence italiana, non si capisce perché non si dedichi spazio e tempo a sufficienza al devastante fenomeno del credit crunch, cioè a quella stretta del credito che ha destabilizzato, talora in modo irreversibile, le piccole e le medie imprese del nostro paese con conseguenze evidenti sulle famiglie. L’interrogazione indiretta è espressione di stupidità, è vero, ma, ogni qual volta in cui si chiama in causa la crescita di un qualsivoglia fenomeno criminogeno, non si può non tener conto delle cause socio-economiche e politico-finanziarie che lo hanno sicuramente favorito. La contraddizione filosofico-linguistica dei documenti si fa aspra, tuttavia, se si considera che, nel 2013 e nel 2014, il redattore evidenzia la riduzione del PIL, degl’investimenti fissi lordi, della spesa delle famiglie, della produzione industriale, l’elevato tasso di disoccupazione et similia. Il piano dell’informazione s’è mutato, allora, in quello della disinformazione, un metodo come tanti per tutelare la ragion di stato. Ci si rende conto che nessun Servizio Segreto al mondo potrà mai allarmare i propri concittadini, siano essi parlamentari o semplici fruitori, ma una tecnica di comunicazione più ricca e articolata avrebbe evitato la compromissione della linearità dei contenuti.  

Sino al giorno prima del suo crollo, la Lehman Brothers era classificata a ottimo livello di solvibilità dalle agenzie di rating. D’altra parte, analogo errore le stesse agenzie lo avevano commesso con la Parmalat di Callisto Tanzi. Errori? (…) Il trattamento delle notizie diventa uno strumento fondamentale per orientare il mercato finanziario nella direzione voluta (…) Può darsi che questo sia dipeso da una deliberata azione delle agenzie per orientare il mercato in una certa direzione, ma può anche essere che le agenzie abbiano mal valutato i dati in loro possesso. Tuttavia c’è un’ulteriore possibilità: che le agenzie abbiano lavorato su dati “intossicati” serviti da qualche organismo di intelligence tanto pubblica quanto privata: tutto possibile e tutto da studiare.[3]

In conclusione, senza lasciarci intrappolare dalle suggestioni negative, che, comunque, possono avere la meglio su di noi in vista dei dati, basta registrare il numero di occorrenze del sostantivo terrorismo, dal 2008 al 2014, per farsi un’idea del focus o delle linee guida dell’autore delle Relazioni: terrorismo viene ripetuto 112 volte, a dispetto delle 2 volte del sostantivo singolare banca e delle 13 volte del suo plurale banche. Vogliamo sapere per caso quante volte è usato il termine multinazionale (…nell'accezione di azienda)? C’è poco da sapere: zero volte! E il suo plurale multinazionali? Appena 6 volte, ma al pari delle banche, per 6 volte, sono le multinazionali sono vittime di attività illecite.






[1] Cfr. POMIGLIANO, A., LAMBIASE, N., 2010, Pop Economy con riferimento a www.teatrotpe.it e www.nonconimieisoldi.org (In corsivo si riporta lo ‘story-board’ degli autori, sebbene questo sia riscritto in sintesi linguistico-narrativa e adattato al contesto in questione).
[2] DIS, 2012, Relazione sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/, p. 22.
[3] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, pp. 232-234.

sabato 13 febbraio 2016

PROVE D’INTELLIGENCE

EMERGENZA & BESTIALITÀ


Negli anni settanta, i servizi segreti israeliani, allo scopo di destabilizzare quei paesi mediterranei che avessero buoni rapporti con gli arabi mediorientali, s’infiltrarono in Italia e proposero alle Brigate Rosse una discreta fornitura di armi e munizioni. In cambio, chiedevano solo che i brigatisti portassero avanti le proprie manovre eversive. Il numero dei morti o, più generale, le conseguenze sociali, non importavano; ciò che più contava era lo sconvolgimento dell’assetto politico internazionale.[1] D'altronde, di là dai giudizi personali, Israele, in quegli anni, aveva già dimostrato di eccellere in capacità strategico-militari e in crimini contro l’umanità, ad onta delle risoluzioni dell'ONU e dei principi umanitari essenziali. In base a ciò che apprendiamo dai resoconti investigativi, le BR avrebbero rifiutato in modo categorico. Bisognerebbe chiedersi, tutt'al più, come mai uno Stato nato per ‘convenzione’ poco meno di trent'anni prima possedesse una tale forza militare e finanziaria da potersi permettere di ‘aggredire e conquistare’, ma questo interrogativo, che ci condurrebbe direttamente al ruolo della Società delle Nazioni e, in particolare, alle responsabilità dell'Inghilterra, ci allontanerebbe dall'obiettivo di questo scritto.

La notizia giunge a noi mediante un processo d’informazione, non già attraverso la comunicazione; il che può apparire banale, ma non lo è. L’informazione segue una sorta di senso unico, non nasce per essere riformulata dal destinatario, è chiusa, mentre la comunicazione ‘dovrebbe’ essere centrata sull'interazione e sul dialogo: la tabella degli orari dei treni dà delle informazioni, non è discutibile e non può generare relazioni. Allo stesso modo, un TG o un giornale informano l’utenza e documentano dei fatti, secondo un’ipotesi di verità. Chi mai potrà dire, per esempio, cos'è accaduto, quel giorno, alla nave X della compagnia Y, nel Golfo di Aden? Chi ha elaborato la notizia? Insomma: qual è la vera fonte? La quasi totalità dei destinatari della notizia resterà sempre estranea a ciò che ha sentito o letto, eppure diventiamo critici esperti, politologi raffinati e, spesso, sappiamo mostrare indignazione.

La morale comune appartiene alla logica della bestialità, cioè a quella ripetitività convenzionale dell’uso di termini impropri, inadeguati e a causa dei quali non si dice alcunché di pertinente a proposito delle domande che è naturale porsi: tutti usano il sostantivo crisi, ma pochissimi sono in grado dire con precisione cos'è la crisi. Questo sostantivo è ormai in uso da quasi quindici anni e ha una tale diffusione da essere associato a qualsiasi fenomeno sociale. Aumenta la pressione fiscale? Colpa della crisi. Aumenta lo spread? Colpa della crisi. Aumentano i divorzi? Colpa della crisi. Manca poco a che anche l’assenteismo nelle Pubbliche Amministrazioni sia attribuito pure alla crisi. Com'è possibile che, in un periodo di piena crisi economica,  cioè dal mese di luglio al mese di settembre del 2010, siano stati venduti circa 5 milioni di iPhone? Com’è possibile che, dal 2007 a oggi, siano stati prodotti l’iPhone 3, l’iPhone 3G, l’iPhone 3GS, l’iPhone 4, l’iPhone 4S, l’iPhone 5, l’iPhone 5S, l’iPhone 5C et cetera e che tutti questi prodotti abbiano avuto un trend di vendita strepitoso? Secondo le indagini di mercato, s’è addirittura stabilito che, entro il 2017, saranno venduti più di 520 milioni di smartphone dotati di sensore per impronte digitali (Cfr. http://www.iphoneitalia.com/). In che modo, si può associare questa fluidità del rapporto tra la domanda e l’offerta e, di conseguenza, della circolazione di moneta con la fase conclamata della crisi economica? A qualcuno è balenato in mente che il sostantivo crisi possa avere un significato diverso da quello comunemente inteso? Chissà! Volendo fare l’avvocato del diavolo, come si suol dire, e volendo sfuggire, almeno per un po', alla logica della bestialità, l’accezione del sostantivo crisi potrebbe anche essere positiva o, diversamente, lo stesso sostantivo, in una sorta di nuovo dizionario della lingua italiana potrebbe diventare sinonimo di qualcos’altro. 

A tal proposito, è salutare leggere un illuminante contributo di Aldo Giannuli:

Noi tutti ricordiamo le immagini che dettero il via all'insurrezione contro il regime di Ceaușescu, trasmesse dalla tv austriaca, e cioè le cataste di cadaveri seminudi con un orrendo squarcio malamente suturato lungo tutto lo sterno: i morti causati dalla repressione del regime contro la minoranza ungherese a Timisoara. E ricordiamo anche le immagini in diretta della guerra delle Falkland: i carri armati inglesi che muovevano veloci su uno scenario verdissimo, in una irreale assenza di segni di combattimento. Ebbene, i cadaveri di Timisoara appartenevano a dei mendicanti alcolizzati, morti per l’eccezionale freddo di quei giorni e ai quali era stata praticata velocemente l’autopsia (ecco il motivo di quel taglio a malapena suturato), e i carri inglesi erano ritratti durante le esercitazioni dell’anno prima in Scozia.[2]

Sullo stesso piano potremmo collocare i tentativi statunitensi di giustificare la propria presenza militare in Iraq all’epoca delle guerre del Golfo: Saddam – si diceva – era in procinto di dotarsi di armi di distruzione di massa che avrebbero messo in serio pericolo l’intera area mediorientale… Stiamo parlando di quello stesso Saddam che gli USA, in precedenza, avevano sostenuto nella guerra contro l'Iran!

In sostanza, tutto ciò che è clamoroso non ha niente a che vedere con la verità, ne è solo una brillante e capziosa metafora che, in quanto tale, abbisogna d’interpretazione e d’interpreti smaliziati, cinici ed altrettanto astuti quanto coloro che l’hanno concepita. L’astuzia non farebbe assurgere questi attori sociali a paladini della giustizia, ma genererebbe un controcanto, cioè il duplice sfruttamento dell’informazione: da un lato, i creatori della notizia, creatori di metafore, dall’altro, i distruttori della notizia stessa, ovvero gli archeologi dei fatti. Si trova qui il primo punto d’insanabile rottura, dove nasce la dialettica tra gli uni e gli altri, una dialettica paradossale, senza dialogo, quasi surreale. Infatti, mentre gli autori della notizia sono costretti a creare metafore e figure consimili, i fruitori non hanno alcun obbligo, sono liberi, talvolta anche spensierati e goliardici, talaltra anarchici; le quali cose fanno di loro un’entità vuota ed irreperibile schiacciata dai mastodonti.

Questa nuova rubrica, che potrebbe essere intitolata “Parole d’Intelligence” (Intelligence, nell’accezione ampia…), è priva di buoni propositi, belle maniere e dichiarazioni di valore; viene fuori per caso da un bidone della spazzatura, abbandonata dalla puerpera e salvatasi per mistero, ma cresciuta in fretta, robusta e coraggiosa, tra le vie ombrose delle città del mondo. È piuttosto abile a non farsi amare per via dei suoi racconti pungenti e dissacranti, incursioni rapide e furtive nella società. C'è da chiarire, fin da ora, che non è una narratrice né, tanto meno, una poetessa, come non è una filosofa o una pittrice o qualsiasi altra figura artistica. Il suo genitore putativo è troppo impegnato a guadagnarsi da vivere per fare bella mostra di sé e dei propri valori, valori che, forse, non possiede e non vuole possedere. A dire il vero, qualcosa di buono forse c’è: il linguaggio.

Analizzare gli atti linguistici vuol dire aver visto ciò che è stato, prevedere ciò che sarà, abitare il mondo con limpida perspicuità e lungimiranza, vuol dire sapere. Detrattori e obiettori potrebbero facilmente bocciare tale ipotesi per ciarlataneria o congetturare di imbonitori saccenti e impavidi, ma la scienza, l’esperienza e il laboratorio restano incrollabili.

La nostra lingua, sia quella scritta sia quella parlata, è fatta di parametri che si ripetono in modo puntuale e sistemico; non a caso, essa è considerata ricorsiva. Partendo da mezzi finiti, tutti noi riusciamo a produrre una serie infinita e, per l’appunto, ricorsiva di combinazioni, che si strutturano secondo una particolare frequenza d’uso. In pratica, le modalità espressive di ognuno di noi si basano su un certo patrimonio comune, ma differiscono le une dalle altre sia per lo stile sia per le vicende vissute o parzialmente sperimentate dal parlante. Non possediamo la lingua di Dio e non c’è la pretesa di proclamare la verità, ma abbiamo il coraggio di indagare, scoprire e conoscere.

Qualsiasi città ideale è costruita, nella mente dei filosofi, con i mattoni e le macerie delle città reali. [3]




[1] Cfr. GIANNULI, A., 2009, Come funzionano i servizi segreti, Adriano Solani Editore – Ponte alle Grazie, Milano, p. 136.
[2] Ibid., p. 121.
[3] CORNELI, A., 2007, Potere e libertà, Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano, p. 23.