domenica 3 gennaio 2016

LA NEGAZIONE CHE AIUTA A SOPRAVVIVERE


Alcuni primitivi non sono affatto in grado di distinguere la parola dalla cosa. Essi – scrive Frazer[1] – sono convinti che il nome possieda una tale potenza evocativa che il pronunciarlo ad alta voce potrebbe produrre effetti magici sulla persona nominata; l’anima ne sarebbe inquietata. Di conseguenza, le misure di cautela, prevenzione e sicurezza adottate nell’indicare o chiamare qualcuno sono, a dir poco, sbalorditive: nella maggior parte dei casi, il nome proprio viene sostituito da un appellativo di uso comune; certe volte, invece, ci si limita a sussurrarlo, sebbene il tabù sia tanto più vincolante quanto più si salga lungo la scala sociale. Re e sacerdoti, per esempio, sono soggetti a regole ferree e che non sempre il popolo deve rispettare perché si ritiene abbiano una natura divina; la loro esistenza e il loro comportamento possono influenzare l’esistenza e il comportamento dell’intera comunità. Per uccidere qualcuno, dunque, basterebbe dirne il nome ad alta voce. Il nome è azione; la cosa è parola. 

Se, in considerazione di ciò, parlare vuol dire far parte di un sistema, allora ne consegue che le differenze tra le nostre funzioni linguistiche e loro sono solo apparenti. L’accettazione del tabù, in parte, potrebbe segnare la cosiddetta diversità di genere, ma ciò è vero fino a un certo punto. Senza andare troppo lontano, le norme con le quali, nelle varie confessioni, ci si rapporta a Dio costituiscono un tabù atavico, dogmi linguistico-comportamentali a causa delle quali l’anima potrebbe esserne dannata. Il tempo dell’evoluzione sociale e scientifica, in sostanza, si è trasformato in tempo della differenza semantica. All’epoca dei primitivi, il nome aveva un valore assoluto ed era, per ciò stesso, anche verbo; adesso, l’assolutezza è nel verbo stesso, è prescrittiva, esortativa, direttiva, come accade nella dimensione del catechismo cattolico: “Non nominare (…)”, “Non desiderare (…)” et cetera

La negazione pertanto sembrerebbe rappresentare un segno epocale; un tempo, era taciuta; non c’era bisogno della sua iperbolica e schiacciante presenza perché, per l’appunto, il nome era già significativo ed esaustivo, era, per così dire, saturo, cioè completo. Ciò cui rimandava apparteneva ad un’intesa di comunione in cui le comunità tribali primeggiavano. Non si avvertiva l’esigenza di dire “Non questo (…)” o “Non quest’altro (…)”. L’ampliamento della funzione vocale e semantica, che de Saussure ha brillantemente definito componente psichica[2] del linguaggio, ha indubbiamente liberato il parlante di una nutrita serie di divieti, tuttavia la negazione archetipica è riemersa dalla profondità dell’inconscio collettivo adombrando la medesima presunta libertà d’azione. L’uso di un verbo è semplice, sotto il profilo morfo-sintattico, non lo è sotto quello psichico. In altri termini, una persona sana è, in qualche modo, consapevole dei limiti enormi delle proprie azioni verbali, dice e agisce sfruttando gli spazi vuoti della comunicazione, aree dell’interazione linguistica che restano quasi del tutto incerte, deliberatamente, anche se non dichiaratamente: la delibera è inconscia. 

La persona affetta da un disturbo mentale, al contrario, sfonda queste barriere con un eloquio positivo esacerbato e maniacale, a tal punto da non riuscire più a controllare le proprie affermazioni, che presto hanno la meglio sugli equilibri relazionali. Tanto più il soggetto malato non riesce a dare compimento alle proprie affermazioni, quanto più egli ne cerca altrove la realizzazione, in un mondo parallelo in cui i limiti o i confini scompaiono; il che, molto probabilmente, non poteva verificarsi nella società clanico-totemica: ciò che oggi è un suicidio, in quel contesto, era una scelta morale; non sono pochi i casi attestati di morte rituale voluta e perseguita con orgoglio in seguito ad una violazione del tabù. Per intenderci e configurare una visione diretta della vicenda è bene osservare che una persona sana non direbbe mai “Io sono il male” o “Io sono l’altissimo”; semmai direbbe il contrario e lo farebbe con molta cautela: “Io non sono il male” o “Io non sono Dio”. Molto di frequente, invece, nei discorsi delle devianze, si ascoltano dichiarazioni di questo tipo, dove la negazione è respinta e il giudizio, ovverosia quella predicazione che attribuisce qualità al soggetto, si articola in forme affermativo-maniacali. Si badi che la presenza della negazione non è mera questione morfologica! Che sia pronunciata o meno non importa. Ai primitivi bastavano i nomi per cominciare ad aver paura della dannazione; allo stesso modo, oggi, la negazione riemersa è implicita, agisce nei recessi del linguaggio e del discorso, come fondamento del sistema della lingua, laddove essa è esplicitata e fissata nei principi morali delle religioni e delle società. 

Vien fatto di chiedersi allora perché in molti deliri l’esaltazione mistica sia eclatante e dominante, tanto che il malato tende quasi ad elevarsi nell’autoproclamazione spirituale e identitaria: egli viola tutte le regole nel tentativo di realizzare l’esodo eterno di chi può smettere di dire “Io sono questo o quello” per poter dire “Io sono colui che sono”,[3] bisogno, quest’ultimo, incombente e comune a tutti i parlanti, ma che la maggior parte dei parlanti razionalizza opportunamente. Nel dire “Io ho dato una mano a quell’uomo”, il parlante ha già compiuto una vera e propria impresa linguistico-archetipica, proponendo all’interlocutore sia la storia dei propri disagi e dei propri bisogni sia le proprie condizioni di appartenenza al sistema; in questo processo, il verbo si presta all’opera per la complessità della propria struttura, una struttura che, di fatto, è insatura, cioè incompleta, come si può apprendere dalla lettura dei lavori di Gottlob Frege. 

Il verbo dare, che qui figura attraverso il modo di dire dare una mano, non è altro che una funzione da saturare, una sorta di modulo di lavoro a incastro che consente una straordinaria e incalcolabile quantità di combinazioni possibili. La funzione verbale, se riprodotta secondo il codice di riferimento, ha la seguente struttura: F [ _dare_ _ ]; in altre parole, si tratta di un verbo triargomentale, le cui entrate lessicali designano dei posti vuoti d’argomento. Questo meccanismo ricorsivo-combinatorio del linguaggio sembrerebbe del tutto slegato dalle opprimenti negazioni e dai tabù, ma, a ben vedere, si comprende che la libertà combinatoria con la quale  si pensa di poter dire e fare quasi tutto è la prima forma di restrizione della libertà stessa del parlante: rendersi conto di potere costruire combinazioni infinite, ma di poterne utilizzare concretamente una percentuale minima, è il primo allarme. 

Potenzialmente, siamo tutti esposti al rischio di sproloquio e devianza. La negazione, come sapere di non potere,  e il tabù costituiscono allora le nostre misure di protezione contro i pericoli del linguaggio. L’evoluzione linguistica, unitamente a quella neurobiologica, ha portato con sé taluni prezzi da pagare. Così, quando qualcuno dice “Io ho dato una mano a quell’uomo”, come potrebbe dire “Io ho aiutato quell’uomo” oppure, in un altro contesto, “Io ho regalato un anello alla mia fidanzata”, l’Io, quale soggetto delle frasi, è subordinato alle limitazioni della quota di realtà che descrive: tanto più l’oggetto del verbo è lontano dalle opportunità di verifica, quanto più rischia l’implosione psichica; la qual cosa si fa ancora più problematica in presenza di un altro soggetto, uomo o fidanzata, che possa, con pari intervento linguistico-psichico, dare riscontri circa le condizioni di verità dell’affermazione. Il regalo, di fatto, è qualcosa di tangibile, ma l’aiuto e una mano non lo sono, fuorché le parole non siano semplici elementi di una predicazione generica. La grammaticalità e la correttezza dei costrutti non ci salvano dallo scivolamento intellettivo e psichico. È corretta e grammaticale anche la frase “Le spie di Putin mi hanno intercettato” e sembrerebbe non destare alcuna preoccupazione. Il verbo intercettare è biargomentale: F [ _ intercettare _], posso completare la funzione come desidero, tuttavia non è certo che il senso sia utile all’intesa tra parlanti. 

L’esito dell’opera comunicativa dipende, a questo punto, dall’intenzionalità del parlante, che resta comunque insondabile, determinando e ponendo un margine semantico tra il tabù della sopravvivenza e il pericolo di dissociazione.

E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle tali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di sé stesso possa un bel giorno capitare di scoprire in sé un uomo senza qualità.[4]  






[1] FRAZER, J. G., 1890, op. cit., pp. 286-304
[2] DE SAUSSURE, F., 1922, op. cit.
[3] Esodo 3, 14
[4] MUSIL, R., 1978, Der Mann ohne Eigenschaften, trad. it. di A. Rho, G. Benedetti, L. Castoldi, 1996, L’uomo senza qualità, Giulio Einaudi Editore, p. 15.