venerdì 30 dicembre 2016

LA GLOBALIZZAZIONE

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting) 

La globalizzazione è anzitutto un malinteso; lo è da un punto di vista storiografico e, in secondo luogo, lo è sul piano linguistico, politico, finanziario ed economico-sociale. Dire che essa appartiene in modo esclusivo al XXI secolo e, di conseguenza, al dominio dell'innovazione tecnologica vuol dire ignorarne la scaturigine, vale a dire trascurare la nascita di quei fenomeni di aggregazione sovranazionale che ne segnano indiscutibilmente l'inizio. 


Ciò che può essere definito globale deve possedere, giocoforza, la caratteristica dell’estensione ideologica, politica e operativa. Pertanto, non si può fare a meno di sostenere che la globalizzazione ha avuto inizio all’indomani della conferenza di Bretton Woods, allorché furono creati degli istituti internazionali per il coordinamento e il miglioramento dei flussi commerciali e monetari: Il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, successivamente rinominata Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale per il Commercio e l’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio, che nel XX secolo s’è trasformato in WTO. Quale che sia il giudizio sull’operato di questi organismi, non se ne può negare il movente ecumenico, per così dire, vale a dire la tendenza a universalizzare le misure e le regole per la partecipazione agli scambi finanziari. Quindi, a nostro avviso, è un errore stravolgere in modo grossolano il calendario della globalizzazione; la qual cosa non esclude che l’epoca di internet e, più oltre, quella degli smartphone abbiano significativamente arricchito il concetto di estensione, istituendo indirettamente un altro e insuperabile organismo sovranazionale: la rete.    

Se tuttavia, oggi, si parla con insistenza dell’iniquità della globalizzazione, dell’1% della popolazione che possiede più di quanto possiede il restante 99% e di un esasperante politica fiscale a discapito delle PMI e delle classi deboli, allora occorre rimettere in discussione il primato del superamento dello frontiere, sia quello digitale sia quello fisico.

Come si diceva in apertura, il fraintendimento è pure linguistico e filosofico o, molto probabilmente, la natura problematica dell’approccio linguistico e filosofico prevale su tutto il resto. In che senso? Il senso è quello espresso dalla presentazione del dato globale: si è soliti dire che, in quest’epoca, la notizia è a portata di clic, a nessuno è preclusa l’informazione, tutti possono avere un certo spazio nel mondo grazie a internet e ai social network, tuttavia c’è stato un evento, parecchio tempo fa, che ha reso possibile, anche indirettamente questa dinamicità, ma che ha causato, insieme, una sproporzione immane nella distribuzione delle risorse e della ricchezza. Fino agli anni sessanta, i paesi che avevano aderito alle decisioni di Bretton Woods, si erano trovati d’accordo nell’adottare un tasso fisso nel cambio valutario per evitare che gli squilibri eccessivi tra una moneta e l’altra producessero disastri. In precedenza, infatti, ogni qual volta in cui un paese era in crisi di competitività, non faceva altro che svalutare la propria moneta al fine di rendere appetibili le proprie merci. Si può capire che tale metodo, se adottato da tutti, a lungo termine, avrebbe impoverito qualsiasi futuro scambio commerciale. La scelta, dunque, fu corretta, ma non eliminò dubbi e reticenze. Sul finire degli anni sessanta e nei primi anni settanta, le politiche di cambio subirono una trasformazione radicale, cosicché si passò definitivamente dal tasso di cambio fisso al tasso variabile, che in poco tempo fece crescere il livello delle transazioni finanziarie. La globalizzazione è ‘figlia’ della mobilità dei tassi.


Ci si rende subito conto che l’area semantica del termine, essendo del tutto slegata o, più correttamente, scollegata dall’evento economico che l’ha fatta nascere, è indefinibile e contiene una serie di elementi che, presi singolarmente, possono avere un significato, ma che non servono a costruire un sostantivo vero e proprio. Se invece si sposta l’attenzione sul piano politico e geopolitico, troviamo la presenza di entità confederali che non hanno saputo gestire, almeno fino a ora, lo squilibro finanziario determinato dalla summenzionata e frenetica mobilità dei tassi.   

Un altro aspetto dell’osservazione critica deve condurci alle trame interimprenditoriali, specie a quelle che riguardano le multinazionali. Al culmine dei processi di globalizzazione, sappiamo, per esempio, che una certa azienda X, leader irraggiungibile nel proprio settore, pone l’etichetta di produzione Made in USA, ma il 50% della produzione principale avviene in Cina, il 30% della produzione accessoria si realizza nelle Filippine, mentre le tasse sono pagate in Irlanda.  Come s’è detto, è solo un esempio: casuale, ma non troppo. Di certo, l’azienda X gode di tutti i benefici della globalizzazione: bassi costi del lavoro e bassi livelli di tassazione. A questo punto, bisogna chiedersi se Cina, Filippine e Irlanda abbiano tratto gli stessi vantaggi, anche se sappiamo già abbastanza bene che l’equilibrio, in tal senso, è impossibile. Dunque, se è vero che Cina, Brasile, Indonesia, Sud Africa et alia sono paesi emergenti e possono esibire una crescita del PIL ragguardevole, è altrettanto vero che, molto di frequente, la differenza tra l’esportazione e la condizione interna è abissale. Ancora una volta, torna al centro del nostro interesse il problema del cambio, cui si aggiunge quello degli interessi. Se una moneta forte si ‘scontra’ con una moneta debole, come accade tutti i giorni nel mondo, da sempre, la scena si fa pericolosa, cioè sempre sul punto di implodere. L’azienda X che ‘vive’ in dollari andrà a produrre in Marocco, dove si ‘vive’ in dirham, pagherà un operaio all’incirca trecento dollari al mese, risparmiando, per l’appunto sul costo del lavoro e migliorando nettamente il rapporto tra costi e ricavi. Nello stesso tempo, pagherà le tasse di deposito dei capitali a Kuala Lumpur, ottenendo uno sgravio ulteriore, ma continuerà a vendere in dollari sia all’interno del proprio territorio sia all’esterno. Di fatto, ai marocchini non cambierà molto in termini di profitto, tranne che si mettano a competere con la Malesia per offrire condizioni di deposito e detassazione più favorevoli. In qualunque caso, la condizione di vita dei marocchini e dei malesi non sarà affatto migliorata, anzi, aumentando sempre di più la forza del dollaro e il suo potere di vincolo, un eventuale debito internazionale può mutarsi in rovina: se la FED decide di aumentare i tassi d’interesse, i debitori finiscono in rovina in poche ore.


Adesso, la domanda è lecita: la globalizzazione è una buona cosa o una cattiva cosa? La globalizzazione non è né buona né cattiva; è tuttavia un fenomeno completamente diverso da quello che è stato descritto come tale. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, nel 1990, poco meno di due miliardi di persone vivevano con circa un dollaro al giorno. È vero che, a distanza di venticinque anni, questa percentuale si è ridotta, ma, se da 1 dollaro siamo passati a 3 dollari, non ci si può dire soddisfatti. Eppure c’è internet!

mercoledì 28 dicembre 2016

LA RACCOLTA E L’IMPIEGO

#errorieparole #legami 

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Semplici ed esclusive, ordinarie e strumentali: con questi aggettivi, in qualche modo, abbiamo appena introdotto le due principali funzioni d’esercizio delle banche, la raccolta e l’impiego, per l’appunto. Si tratta di due sostantivi che fanno parte del nostro vocabolario quotidiano, ma che il redattore del Testo Unico Bancario ha scelto per indicare una specifica opera professionale.

La loro semplicità d’uso non lascia intravedere immediatamente l’esclusività, una sorta di privilegio che le banche hanno nello svolgimento dell’attività.


Prima di andare oltre nella trattazione tecnica, è dunque necessario illustrarne il significato pratico. Per raccolta s’intende il metodo con cui una banca si procura le risorse economico-finanziarie, che, in parole povere, coincidono col ‘denaro racimolato’. Essa si suddivide in due grandi categorie: raccolta diretta e raccolta indiretta. La raccolta diretta si effettua tramite i rapporti di deposito, la gestione dei conti correnti e le operazioni di pronti contro termine, di cui s’è parlato nei capitoli precedenti. Qui, ci limitiamo a ricordare che, in un’operazione di pronti contro termine, l’investitore acquista un titolo di proprietà della banca, la quale s’impegna subito a riacquistarlo a una cifra superiore e a una scadenza prestabilita, garantendo quindi un certo interesse all’acquirente. La raccolta indiretta, invece, è basata sull’attività di mediazione e collocamento che una banca esercita in nome e per conto di altre entità finanziarie dalle quali percepisce una commissione. Alcuni esempi tipici possono essere i seguenti: la vendita dei prodotti assicurativi, dalla semplice polizza ai fondi pensione; i prodotti legati al risparmio gestito o amministrato et cetera. Si comprende facilmente che, in questo ultimo caso, la banca, fungendo da mediatrice, si giova di un ritorno economico-finanziario indiretto.

L’impiego, finora, è stato trattato molto più riccamente di quanto s’immagini, sebbene l’argomento si sia presentato sotto mentite spoglie, per così dire. È opera d’impiego tutto ciò che appartiene al dominio della concessione di risorse, in seguito alla quale il cedente si configura come creditore e ottiene dei ricavi sulla base dell’applicazione di un tasso d’interesse: i mutui, le aperture di credito in conto corrente, i prestiti personali, i leasing et similia costituiscono le forme dell’impiego bancario.


Bisogna prestare attenzione adesso a una relazione dialettica importante tra le due funzioni d’esercizio in questione: ogni impiego è possibile perché esiste una provvista, pertanto la relazione è istruita da proporzionalità diretta e univocità.

Nell’accingerci a concludere questo capitolo, non dobbiamo dimenticare l’aggettivazione adottata in apertura. In particolare, ‘semplici’ ed ‘esclusivi’ sono gli aggettivi che richiedono cautela. Si dice, infatti, che la raccolta di risparmio tra il pubblico è una riserva d’esercizio, pertanto solamente le banche possono occuparsene. È evidente che ci sono delle eccezioni, come, per esempio, nel caso dell’azione di un ente pubblico territoriale o in tutte quelle circostanze in cui interviene l’autorizzazione del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR)

venerdì 23 dicembre 2016

L’ABF E LA SURROGA

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di  #AnalysisAndForecasting)

Tassi d’interesse, spread, condizioni economiche varie, interessi di mora et cetera sono elementi della trasparenza contrattuale di cui ogni cliente che acceda a un finanziamento deve essere ampiamente informato. Gli strumenti coi quali si compie la volontà del Legislatore sono i seguenti: documento riguardante i diritti del cliente, foglio informativo, copia del contratto e documento di sintesi. Queste ‘notizie’ non possono mai mancare al regolare svolgimento della relazione d’affari tra finanziatore e finanziato. Il foglio informativo, per esempio, oltre a contenere tutte le informazioni sull’intermediario e i rischi propri dell’operazione scelta, indica chiaramente anche il diritto di recesso, che, nella maggior parte dei casi, purtroppo, il cliente medio ignora. Molto spesso, non a caso, si sente il cliente lamentarsi di un costo eccessivo delle spese di conto; la qual cosa si verifica perché non s’è letto proprio il foglio informativo, dove la voce dei costi periodici è specificata.


In tale senso, è quanto mai ‘salubre’, nell’ambito di una discussione su banche, finanziamenti et similia precisare che la nullità di una clausola contrattuale non implica affatto la nullità dell’intero contratto, come comunemente si sente dire. La nullità riguarda esclusivamente la clausola scorretta o imprecisata. Se, per esempio, nel contratto, il T.A.E.G. è indicato in modo errato o irregolare, per il pagamento degli interessi il cliente è tenuto a rispettare il tasso nominale minimo dei BOT annuali o di altri titoli indicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ed emessi nei dodici mesi precedenti. Stiamo parlando di dettagli che molto di frequente sfuggono ai non addetti ai lavori, generando preoccupazioni circa l’applicazione di chissà quale penale, laddove l’utente invece, in molte circostanze, ha più diritti e vantaggi che doveri e svantaggi.

Utilizzando un ‘metodo random’ nel trattamento della disciplina sulla trasparenza bancaria, possiamo dire che, in caso di rimborso anticipato di un finanziamento per il credito al consumo, il finanziato ha diritto a una riduzione dei costi equivalente agli interessi e ai costi della durata restante del contratto. L’eventuale indennizzo per la banca non può superare l’1%, qualora la durata restante sia superiore a un anno, e lo 0,5%, qualora la durata sia inferiore a un anno. Adottiamo questo metodo frammentario perché, consapevoli di non potere riportare l’intera dottrina del TUB, intendiamo dare al lettore degli spunti insoliti, per così dire, di cui cioè non si sente parlare quasi mai, sperando così che bisogno e curiosità facciano la propria parte.

Nella storia e nel mondo, com’è noto, nessun corpo normativo è mai stato sufficiente a sottrarre gli uomini alle controversie, neppure dalle più aspre, nonostante la logica lasci pensare che l’elementare applicazione delle regole possa mettere tutti d’accordo. Nel peggiore dei casi, avvocati e giudici, specie in materia economico-finanziaria, hanno davvero un gran daffare: se i tempi della giustizia italiana sono considerati lunghi, un processo per anatocismo, il più delle volte, non è altro che una proiezione biblica. L’Arbitro Bancario e Finanziario è stato introdotto nel nostro ordinamento proprio allo scopo di evitare le lungaggini e l’appesantimento della giustizia. Esiste già da una decina d’anni (2005) ed è un organo stragiudiziale, i cui pareri cioè non hanno potere esecutivo o coattivo, anche se l’eventuale inadempimento da parte dell’intermediario finanziario comporta la pubblicazione della notizia di ‘cattivo comportamento’ sulla stampa nazionale e sul sito dell’ABF. A esso il cliente può ricorrere, solo dopo avere rivolto la richiesta di chiarimento e risoluzione alla banca o all’intermediario che si ritiene abbiano commesso l’errore.


A questo punto, ci si potrebbe chiedere per quale motivo in questo capitolo sia stato introdotto il concetto di surroga, che, apparentemente, non ha niente a che vedere con ciò di cui abbiamo parlato finora. L’avverbio ‘apparentemente’, tuttavia, ci dice molto sulla natura del dubbio di pertinenza. La surroga, infatti, più spesso di quanto s’immagini, genera una notevole quantità di dubbi nel mutuatario, che finisce col sentirsi ingannato, vittima di raggiri e artifici su spread, tassi d’interesse et cetera. Di conseguenza, considerando che la frequenza con cui si sceglie una surroga non è uguale a quella con cui si fa un finanziamento, abbiamo pensato di trattare insieme gli argomenti.

Cominciamo col dire che la surroga è quell’operazione con la quale un mutuatario chiede il trasferimento del mutuo dalla banca presso la quale è stato acceso a un nuovo istituto. Fin dalle prime battute, è fondamentale sapere che la banca d’origine non può opporsi all’esigenza del cliente né può fare alcuna forma di ostruzionismo perché si tratta di un diritto adeguatamente disciplinato dalla legge e che non comporta costi e oneri aggiuntivi. Tra le altre cose, il trasferimento non causa la perdita di eventuali benefici fiscali. Di solito, si ricorre alla surrogazione del mutuo allo scopo di ottenere condizioni migliori di quelle fissate in precedenza. A ogni modo, è evidente che i cambiamenti principali riguardano il tasso e la durata: non a caso, questa tipologia di contratto prende il nome di mutuo di scopo. L’ultima nota va dedicata alle polizze assicurative collegate alla stipula di un mutuo: per lo più, vita e incendio e scoppio. In caso di surroga, la compagnia assicurativa, in nome e per conto della quale la banca ha collegato il prodotto facendolo sottoscrivere al cliente, è obbligata al rimborso del premio. Non ci sono alternative valide e discutibili.

Non si ha idea di quante controversie siano nate, specie prima del 2011, anno di una decisiva sentenza dell’Arbitro Bancario e Finanziario in applicazione della legge, con riferimento ai suddetti rimborsi.  In molti casi, il surrogante si sentiva dire che non era possibile recedere dal contratto assicurativo e che, di conseguenza, non esisteva alcun diritto di rimborso. 

mercoledì 21 dicembre 2016

L’USURA E IL T.E.G.M.

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Quando si sente nominare l’usura, scatta subito un allarme che ci fa pensare indistintamente a un reato. In effetti, non commettiamo alcun errore, specie se consideriamo che il tentativo di impossessarsi del denaro o dei beni altrui attraverso l’applicazione di interessi esorbitanti è severamente punito dal codice penale. A tal proposito, tuttavia, è bene precisare che il rilevamento di un tasso esorbitante non è l’unica condizione di sussistenza del reato di usura, che si configura ugualmente, anche quando l’interesse sia al di sotto della soglia d’usura, ma il finanziatore non abbia tenuto conto del disagio del finanziato e delle sua palese incapacità di rimborso.


Quest’ultima notazione, in genere, sfugge ai più perché si è abituati a prendere in esame solamente qui punti percentuali che separano la somma richiesta dalla somma da restituire. Fino a qualche anno fa, non a caso, anche le banche incorrevano spesso nell’applicazione di tassi usurari; oggi, a dire il vero, il sistema di vigilanza è più efficiente e il Legislatore ha rivisto determinati equilibri. Bisogna far chiarezza, a questo punto, su un altro luogo d’incontro tra finanziatore e finanziato, un ‘luogo’ che è stato spesso oggetto di equivoci grossolani: il prestito tra privati. Si tratta di un’operazione del tutto lecita, tanto che il nostro codice civile ne disciplina l’esercizio.

La domanda che invece bisogna porsi per evitare di incappare nel cosiddetto tasso soglia, ovverosia nel limite oltre il quale gli interessi sono considerati usurari e perseguibili coloro che li hanno applicati, è la seguente: che cos’è concretamente il T.E.G.M?


Nel precedente capitolo, abbiamo dato le indicazioni essenziali al calcolo del tasso soglia anti-usura: T.E.G.M. + ¼ + 4% nel rispetto della differenza di otto punti percentuali tra la ‘soglia’ e il tasso medio. Adesso diciamo, per dovere di completezza dell’informazione, che il Tasso Effettivo Globale Medio è il risultato del calcolo della media dei tassi adottati da tutti gli intermediari del credito nell’ambito delle operazioni di pertinenza: mutui, leasing, prestiti personali et cetera. La rilevazione del T.E.G.M. è effettuata ogni tre mesi dalla Banca d’Italia per mandato del Ministero dell’Economia e delle Finanze. È chiaro che la stessa Banca d’Italia detta le condizioni per la formulazione di questi indicatori, che non è mai lasciata all’arbitrio degli intermediari.

Al fine di valutare il costo di un finanziamento è sempre corretto fare un confronto tra il T.E.G.M., che già conosciamo, e il T.E.G., il Tasso Effettivo Globale, da cui sono esclusi i valori di imposte e tasse. Dall’insieme dei T.E.G., infatti, si ottiene il tanto discusso T.E.G.M.  

sabato 17 dicembre 2016

L'EUROPA A LEZIONE DA KRSNA

#errorieparole #linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

L’Occidente contemporaneo ed europeo ha paura dei libri, è angosciato dalla cultura, da quella autentica, fatta di studio, osservazione e laboratorio. Nello stesso tempo, è schiacciato dalle immagini d’un’architettura longitudinale, massiccia, imponente, simbolica e plumbea. L’istruzione, non quella scolastica, ma quella dell’approfondimento e della scoperta individuale, e le strutture immobili dell’ambiente, in apparenza, sono slegate e, forse, non s’intuisce immediatamente che ciò che abbiamo disegnato attorno a noi in figura statica non è altro che il rimando dell’incapacità di fare uso delle cose. L’utilità come fine dell’analisi sembra svanire da ogni opera dell’ingegno.


Il tempio greco o dorico, tradizionale o deformato, segestano, selinuntino o romano, era il luogo di un culto aperto, raggiungibile dallo sguardo, esperito in ogni parte, dalla rastremazione della struttura alla componente absidale. Disporsi alla contemplazione del Partenone o muoversi tra le colonne vuol dire ritrovare l’evento della compartecipazione e andare incontro a un dio, uno dei tanti disponibili e tangibili. Al contrario, percorrere la navata d’una cattedrale romanica o gotica significa perdersi nella lontananza o, diversamente, accettare l’impossibilità come legittimità della propria esistenza, la negazione della partecipazione diretta e della compresenza. La basilica di San Pietro o la cattedrale di Beauvais impongono l’infinito all’occhio sigillandolo: la luce dev’essere percepita nel cammino interiore, ma non giunge facilmente dallo spazio circostante, che è ampiamente murato. L’uomo che sia chiamato a frequentarle, per diletto o per fede, sa di non poter vedere e non poter agire, fuorché nella pratica del rimando e della sottomissione, dell’assenza e della questua intellettuale: egli sceglie di non scegliere, alla maniera di uno scolaro Kierkegaardiano, o è grande nella sofferenza, alla maniera di un lettore compulsivo dell’Adelchi. I costruttori dei portici dell’antichità templare, invece, hanno reso grande e alacre l’iniziativa umana, che spesso si materializzava in veri e propri banchetti: in quel modo, chi ne era membro, aveva la possibilità di farsi sacerdote di sé stesso e dell’altro.

Studiare per tacere o per parlare della lontananza, nella quale lo spazio non può essere occupato o a causa della quale si può solo rammentare un tempo in cui metopa e fregio erano superiori alla nostra altezza di quattro o cinque volte, è pericoloso, può rivelarsi frustrante e distruttivo, cosicché il pensatore, sentendosi sicuro di affidare i propri pensieri all’aldilà simbolico-architettonico, se ne distacca inconsapevolmente: una quarantina di metri al di sopra di lui si trovano volte a ogiva, archi diagonali, guglie, pinnacoli; sono talmente distanti ed ‘esotici’ da essere accettati per stanchezza dello sguardo. Nei libri si descrive la loro importanza, ma nessuna storia, nessuna leggenda, nessun aneddoto li riguarda da vicino.


Questo sviluppo longitudinale o, in altri termini, questa verticalizzazione della fede o, per effetto d’una diversione spirituale, questo disconoscimento del coraggio atavico degli autori della Bhagavadgita e dell’intero Mahbharata, in cui alto e basso, spazio e tempo coincidono perfettamente, tanto che Krsna si rivela a guidare Arjuna durante una guerra fratricida, ma inevitabile, tutto questo, come si diceva, ha generato inaspettatamente la paura del libro, intesa quale timore di agire nei modi dell’autonomia intellettuale. Non c’è da meravigliarsi, pertanto, che il paradosso dei paradossi si compia e si consumi nella trasparenza e nella pubblicità degli apparati d’uno Stato, entro il quale un ‘Ministro dell’Istruzione’ risulta privo d’istruzione, non già dell’etichetta accademica, bensì dell’esperienza vivida di chi si è istruito e sia, così, idoneo a rappresentare spazio e tempo dell’istruzione stessa. Non ci si può scandalizzare di chi, in politica, propina forme ideali impertinenti, vuote e irrealizzabili e, grazie a questa vuotaggine – non di contenuti, ma di opportunità – fa smodato proselitismo. Nello stesso tempo, non si può più considerare patologico o illegale millantare un credito sui social network attraverso la costruzione di perfetti paradigmi della personalità economica: ‘io sono manager’ è la nuova formula pseudo-cartesiana e, per certi aspetti, ariostesca.

Guglielmo di Ockham e tutti quei logici secondo i quali il valore di un termine sta nel suo effettivo uso, oggi, vengono continuamente trucidati, non per cattiveria pura, ma nel rispetto di una specie di caccia istituzionale alla streghe. Anche i funzionalisti come Frege – ci si conceda l’espressione – escono sconfitti da questa rappresaglia popolare. Si salva a malapena un wittgensteiniano, unicamente quando ribadisce che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, benché si sappia che nessuno è disposto tacere.


Ogni qual volta in cui non si accetta di doversi difendere dal linguaggio forzoso delle astrazioni simboliche, la minaccia esistenziale come rischio d’equivoco globale e di nullità economico-politica diventa ‘persona e atto’ perché ci sarà sempre qualche imbonitore o predicatore pronto ad approfittarne. Il sistema euro è nato in questo modo, lanciato contro la storia, la verità dei fatti e i bisogni dei popoli. E non è un caso che, oggi, nei termini del cambio valutario, il dollaro e la sterlina siano tornate a dominare la scena finanziaria. Chi finge di non accorgersene o è un mentitore diabolico o è un disperato sognatore. Gli europei hanno imparato, molto presto, a essere imitatori e spettatori, rinunciando a essere attori e protagonisti. Da Maastricht in poi, hanno scagliato la propria immagine contro un infinito monetario e limbico, impertinente e antipolitico, diventando tangenziali a sé stessi, stritolando la propria storia: Bruxelles, in quanto sede, è monumentale, architettonica, ma non è affatto culturale né, tanto meno, può essere territoriale come Washington lo è per gli americani. L’imitazione per convenzione o presunto adeguamento si trasforma in privazione intellettuale. L’anelito faustiano-goethiano è stato scambiato per un proposito epocale globale, una tra le tante icone letterarie che finiscono coll’essere simbolizzate a discapito della profondità di un messaggio. Se, oggi, in Italia, non ‘appare’ più un Pirandello, come in Germania non appare più un Goethe, ciò, molto probabilmente, è dovuto sia allo smarrimento metafisico, insito nella continua ‘sfida agli infiniti’ identitari, sia al costume imitativo sviluppatosi negli ultimi venticinque anni circa. E inoltre: se mai dovessero fare la propria comparsa un Pirandello o un Goethe, sarebbero certamente rifiutati dal sistema, che ormai non potrebbe tollerare espressioni così forti dell’identità specifica.


Oggi, quanto mai, dovrebbe essere riesaminata con umiltà la sentenza di Nietzsche, secondo cui Dio è morto perché l’abbiamo ucciso noi. I padri pellegrini della Mayflower, furbi figli della controriforma, furono molto attenti, una volta messo piede nel Massachusetts, a rivalutare la posizione dell’uomo rispetto a Dio e fissarono un giorno sacro per il ringraziamento in memoria del primo raccolto, facendo prevalere l’opera su tutto il resto. Viceversa, il cristiano europeo, secondo un insano retaggio religioso e catechistico, dev’essere mortificato per ottenere il riscatto sperato e, una volta riscattatosi, deve mortificare qualcun altro in continuità teleologica. Se, in conclusione, si pongono a confronto un qualsivoglia discepolo della cristianità romanica e l’eroe del poema epico indiano, Arjuna, ci si avvede che questi agisce al fianco di Krsna e non ha bisogno di cercare l’infinito perché ne è parte, mentre quegli resta pietrificato, quantunque valoroso, nella solitudine dell’attesa e del dogma, che né Joshua Christòs né, d’altra parte, un Alessandro Magno hanno mai imposta.      



venerdì 16 dicembre 2016

L’ANATOCISMO

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

La ‘parolaccia’ che sta in cima a questo capitoletto è un grecismo bell’e buono ed è composta da una preposizione, anà, il cui significato è di nuovo, e tokòs, che significa interesse. Di solito, nell’ambito dei costumi linguistici, essa fa coppia con un termine che gode di particolare fama: usura. Entrambi i sostantivi sono, pertanto, inclusi nella dimensione del reato, senza distinzioni di contenuto.


Nella realtà, le cose non stanno in questo modo: l’usura è di certo un reato riconoscibile e, purtroppo, abbastanza diffuso, tanto che la Banca d’Italia, ogni anno, fornisce agli operatori del prestito il Tasso Effettivo Globale Medio (T.E.G.M.) sulla base del quale deve essere calcolato il tasso soglia anti-usura, che sembra complicato, ma non lo è: è sufficiente aumentare il T.E.G.M. di un quarto e aggiungere ulteriori quattro punti percentuali per ottenere il valore dell’interesse lecito. Bisogna ricordare, a ogni modo, che la differenza tra il limite e il tasso medio non deve essere superiore a otto punti percentuali. Diversamente, l’anatocismo, non è un reato; può diventare un reato, a seconda delle modalità con cui si esercita.

In primo luogo, tentiamo di capire di cosa si tratta con un esempio semplice e ricordando che la base semantica da cui partiamo è la seguente: ripetizione (anà) di interesse (tokòs). Che cosa significa?

Se Tizio presta € 5.000,00 a Caio, contrariamente a quanto si pensa, può anche chiedere un interesse sulla somma, purché questo rispetti i tassi ammessi. Ipotizzando che si tratti del 5% annuo, sappiamo di avere rispettato la legge, a patto che il debitore non si trovi in condizioni di grave difficoltà economica, nel qual caso si configurerebbe parimenti il reato dell’usura, che non è legato solo al numeretto indicante il tasso. Altra ipotesi che dobbiamo fare è quella secondo cui l’accordo tra finanziatore e finanziato prevede il calcolo e l’applicazione dell’interesse con periodicità semestrale. A questo punto, giungiamo al bivio: il prestatore chiede, alla scadenza del primo semestre, € 125,00 quale interesse stabilito (interesse annuo pari a € 250,00 diviso per 2). Se, allo scadere del secondo semestre Tizio, anziché pretendere altri € 125,00, applica il 5% d’interesse sul capitale maggiorato dall’interesse del primo semestre, cioè su € 5.125,00, allora l’interesse finale è pari a € 256, 25 e l’anatocismo si materializza integralmente.


Si tratta, come si può notare, di un artificio diabolico mediante il quale le banche per anni hanno ricapitalizzato gl’interessi passivi dei correntisti, dato che queste manovre venivano effettuate principalmente a carico delle scoperture di conto corrente con periodicità trimestrale.


Un assioma che il correntista non deve mai trascurare, nell’instaurazione di un rapporto con una banca, è la lettura attenta e preventiva del contratto, che deve contenere tutte le indicazioni circa interessi, interessi di mora e oneri vari. Molto spesso, questi fogli vengono firmati in modo sbrigativo; il che causa guai e danni irreparabili. In materia di anatocismo, il codice civile stabilisce che gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

mercoledì 14 dicembre 2016

LA STAGFLAZIONE

Gli economisti ci insegnano che un generale aumento dei prezzi di beni e servizi è seguito, per lo più, da un miglioramento delle attività produttive. In altri termini, l’inflazione, fenomeno poco amato dal consumatore, di fatto, dovrebbe avere effetti positivi sulla crescita dell’economia reale. Continuando a usare il condizionale, aggiungiamo, infatti, che le aziende sarebbero sospinte verso una specie di circolo virtuoso: più profitti, più assunzioni: più assunzioni, più consumi e così via.


Ci permettiamo di sostenere che teoria e pratica sono due ‘grandezze’ incongruenti. La scuola, se ben affrontata dalla studente, fa nascere due ‘qualità’ indiscutibili e insostituibili nell’individuo: una è prettamente morale, l’altra è, naturalmente, cognitiva e intellettuale. In quanto alla qualità morale, studiare per il conseguimento di un titolo e, soprattutto, farlo nel rispetto dei tempi didattici significa sviluppare la disciplina necessaria a seguire i ritmi della vita adulta, che impone obiettivi e scadenze stressogene. La qualità cognitiva e intellettuale, invece, è da considerare come la capacità di intuire e prevedere, sulla base del patrimonio di conoscenze acquisite, almeno i processi produttivi a ‘breve termine’. Tuttavia, né l’una né l’altra delle due ‘qualità’ ci consentono di pervenire a una legge universale in virtù della cui conoscenza siamo in grado di interpretare la vita quotidiana in modo esemplare.

In materia di successo professionale e, in particolare, di analisi economico-finanziaria, percorrere le vie del mondo è l’unico modo farsi almeno un’idea reale degli stati di cose attorno a noi: la dottrina mal si accorda con l’esperienza.


Il sostantivo ‘forzato’ stagflazione rappresenta la sintesi simbolica del discorso appena fatto e, in passato, non a caso, ha sconvolto i piani degli studiosi keynesiani, i quali tutto si aspettavano, fuorché la seguente situazione: un aumento dei prezzi seguito da un’assenza di crescita economica: in sostanza, una fase inflattiva che non determina alcun circolo virtuoso. Il termine, infatti nasce dall’incontro di due sostantivi, stagnazione e inflazione, che, insieme, tengono in vita un mostro bicefalo, linguistico e socio-economico.

Non si fa fatica a capire che lo spettro della stagflazione mette in allarme qualsiasi governo, che spesso è costretto a manovre straordinarie per correre ai ripari, il cui compimento però non è inscritto in un’area ben determinata e chiara. Se si vuole ridurre l’inflazione, infatti, non si fa altro che sottrarre moneta al sistema. Se si sottrae moneta al sistema, tuttavia, la domanda viene meno e si dice addio alla crescita economica. Dunque: ancora una volta la teoria sconfessa la pratica. Le soluzioni, purtroppo, sono due, sono entrambe complicate e sembrano appartenere alla trama di un noir. Un primo intervento possibile spetterebbe allo Stato, che dovrebbe applicare un’immediata riduzione della pressione fiscale su ampia scala; la qual cosa, com’è noto, a causa dei parametri di austerità di Bruxelles, accade molto di rado. L’altra opera rinvia al ruolo attivo delle banche, le quali dovrebbero reintrodurre una certa liquidità del sistema dirigendo i flussi di credito a vantaggio di specifiche categorie socio-produttive.

Insomma, c’è ragione di credere che la stagflazione sia molto più pericolosa dell’inflazione e della deflazione. 

lunedì 12 dicembre 2016

IL MARK UP, IL MARGINE e IL CASH FLOW


#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Ci apprestiamo a documentare il significato di queste due espressioni del mondo dell’economia non perché siano difficili a comprendersi, ma perché, molto spesso, sono oggetto di grossolani equivoci anche presso quegli studenti di economia che si ritiene abbiano un discreto profilo e un’esperienza avanzata. In particolare, ricordiamo il contenuto di un’e-mail in cui il giovane autore, proponendo al destinatario un investimento e facendo notare che la casa, oggetto di una parte della trattativa, valeva molto di più di quanto s’indicava nella stima del prezzo d’offerta, scriveva che l’investitore avrebbe ottenuto in quel modo un mark up immediato. L’errore commesso dallo studente non è da poco e il perdono è concepibile in virtù della giovane età e dell’intraprendenza dimostrata. In caso contrario, si tratterebbe di qualcosa di grave e preoccupante.


Il mark up non rappresenta affatto il profitto, non è uno dei modi per indicare quanto un investitore possa guadagnare da un eventuale investimento; esso è invece il modo in cui si determina il prezzo attraverso il rapporto costante tra il prezzo stesso e il costo del bene o servizio messo in vendita. Ribadiamo che è sempre l’esito di un rapporto numerico; non lo è in maniera occasionale e, soprattutto, riguarda l’imprenditore: non riguarda mai il semplice acquirente di un bene. Se noi andiamo al supermercato a comprare il formaggio o lo yogurt, non possiamo pensare di far maturare un mark up. Allo stesso modo, se decidiamo di acquistare una casa in riva al mare, affrontiamo un costo, ma non siamo in grado di definire alcuna percentuale di mark up. Viceversa, l’imprenditore edile che ha investito per la realizzazione dell’immobile, avendo stabilito che la costruzione gli è costata, per esempio, € 60.000,00 e il prezzo di vendita al pubblico deve essere pari a € 90.000,00, sa che il mark up equivale all’1,5%, che il risultato del rapporto 90.000,00/60.000,00. E inoltre: è appena il caso di richiamare l’attenzione su un altro possibile equivoco, quello che induce i neofiti a scambiare il mark up col margine. Quest’ultimo, infatti, si ottiene semplicemente calcolando la differenza tra il prezzo e il costo: nel caso del nostro esempio, esso corrisponde a € 30.000,00.


Il cash flow, invece, comporta la conoscenza di qualche nozione in più ed è anch’esso oggetto di continui fraintendimenti perché viene fatto coincidere per lo più con ciò che contiene la cassa, ossia con l’ammontare di liquidità apparentemente disponibile. Nell’opera di semplificazione o facilitazione che ci proponiamo di fare, è essenziale anzitutto sottolineare che la liquidità presente nelle casse di un’azienda in un determinato periodo dell’anno e della gestione non è quasi mai una liquidità disponibile; essa è, al contrario, semmai, liquidità contabile. L’inganno, in questo caso, è prettamente linguistico. Il flusso di cassa o cash flow è così definito sulla base di una differenza contabile: alle entrate monetarie intese come ricavi d’esercizio bisogna sottrarre, per l’appunto, i costi di gestione; di conseguenza, è facile intuire che si tratta di una vera e propria variabile gestionale per la quale si richiedono oculatezza e competenza. Vogliamo precisare, a tal proposito, l’importanza della funzione ‘tempo’ all’interno del bilancio. Non esiste, infatti, una misura standard, come fosse una ‘costante di gravitazione’: a seconda del momento in cui effettua la stima, il risultato cambia. Se, per esempio, prendiamo in considerazione gli accantonamenti per i TFR, allora è chiaro – o almeno si presume che lo sia – che la differenza tra l’eccedenza dei ricavi e le spese correnti non n’è immediatamente intaccata. Altro ragionamento dovrebbe essere fatto per gl’investimenti, ma, com’è giusto in questa sede, invitiamo il lettore curioso e scrupoloso ad altri approfondimenti.


sabato 10 dicembre 2016

LA SPIRALE DI HEGEL

#errorieparole #linee

(la rubrica del sabato di #AnalysisAndForecasting)

Ogni fenomeno di contestazione pura genera una scarica, una riduzione dell'inquietudine che conduce l'essere umano al soddisfacimento di un bisogno ignoto, quello dell'alleggerimento dell'identità. Di fatto, la contestazione pura è indifferenziata e irriconoscibile, è uno scagliarsi 'tranquillante' contro qualcuno di cui non si potrà quasi mai fissare il volto, incrociare lo sguardo, stringere la mano perché il suo presupposto ontologico è il legame d'assenza tra chi contesta e l'oggetto della contestazione


L'adolescente medio si unisce ai propri compagni d'istituto e, lo striscione tra le mani, percorre le strade cittadine urlando a squarciagola contro una certa riforma scolastica. Nella maggior parte dei casi, egli non ha letto il testo di legge cui si oppone, non conosce bene i ministri, sa di dover dire che essi sono cattivi, laddove gli adulti, nello stesso tempo, dicono che lo studente sciopera al solo scopo di evitare goliardicamente qualche giorno di scuola, ma si tratta solo d'una motivazione apparente. Nei giorni dello sciopero, comincia per lui l'avventura dell'identificazione, un processo entro il quale egli è forzato a differire costantemente da sé stesso, a rinunciare ai modi del proprio essere per guadagnare la forza del gruppo e dell’aggregazione. Non gestisce il denaro, non ha il cruccio delle scadenze mensili, non ha la responsabilità della sopravvivenza d’una famiglia, ma sente dire parecchie cose e deve dire anche lui qualcosa, costi quel che costi, poiché schierarsi contro qualcuno, attaccandolo con veemenza, vuol dire acquistare a buon mercato un’identità: da qualcosa bisogna pur cominciare. Si renderà conto, prima o poi, che l’affare non è stato dei migliori e dovrà ricominciare daccapo. Si dice, di solito, che ‘al cuor non si comanda’, ma sarebbe più corretto dire che ‘non si può comandare alla pancia’: un bisogno viscerale è incontenibile. I populisti suggeriscono al popolo, infatti, di votare con la pancia; sanno di non poter correre il rischio di esporsi al confronto dialettico.

Una donna e un uomo sui cinquant’anni, insoddisfatti, convinti di meritare dalla vita più di quanto hanno avuto, con un modesto titolo di diploma di maturità e un fallimento universitario precoce, in affanno lavorativo, schiacciati dalla frustrazione, si trasformano presto in killer larvati e passivi o, diversamente, parassitari: lui impiegatuccio, lei parrucchiera, sono stati puniti ingiustamente e attendono la vendetta, che covano quotidianamente come fosse un uovo di basilisco. Sono intelligenti e il governo non se n’è accorto, sono costretti a vivere di stenti e la colpa va attribuita interamente al Presidente del Consiglio, un uomo ingiusto, avvezzo a farsi beffe di chiunque gli capiti a tiro, un’incarnazione del male. Costoro non conoscono la differenza tra moneta forte e moneta debole, non sanno che cos’è il rischio di crollo della borsa e non sanno neppure che questo rischio li riguarda direttamente, ha sentito parlare a malapena di inflazione e deflazione: qualcuno se n’è lamentato; la lamentazione è un segnale importante, tanto che essi stanno in agguato, pronti ad avventarsi sulla vittima inesistente. Un referendum o una consultazione elettorale risvegliano i loro corpi dal torpore in cui s’erano ritrovati dopo l’adolescenza, cosicché si caricano di aggressività. Essi diventano difensori della costituzione e invocano i fantasmi di La Pira, Dossetti, Moro e di tanti altri democristiani, dimenticando di avere combattuto, in tempi non sospetti, pure quel partito, la Democrazia Cristiana, che li ha fatti nascere e operare. La prima Repubblica è stata abbattuta col loro sostegno e con le loro urla, ma adesso deve risorgere; non importa quanto sia stridente il contrasto ideologico. I movimenti popolari dicono loro di votare con la pancia e i residui di autonomia cognitiva scompaiono; il bisogno prevale: conoscono ciò che non hanno studiato.


La spirale di Hegel inghiotte, polverizza e assorbe chiunque pretenda di cercare la propria identità nella diversità, essendo quest’ultima semplicemente solo il momento negativo-dialettico di un processo esistenziale che è fatto dall’identità e dai suoi modi; il resto appartiene al divenire: <<l’essere e il nulla son lo stesso>> scrive Hegel ne La scienza della logica, non già proponendo una nuova ontologia della realtà, come si legge nei manuali di storia della filosofia, bensì manifestando la pericolosità del divenire, di cui l’individuo vivente difficilmente accetta l’essenza. L’adolescente, l’impiegatuccio e la parrucchiera, in pratica, cercano l’identità nella diversità dell’altro lontano e inafferrabile e, soprattutto non-dialettico perché non sopportano la propria reale e molteplice diversità, che potrebbe rivelarsi lacerante e distruttiva. Per loro la materia è immobile e passiva, a dispetto della fisica quantistica; sono atomisti per orgoglio e speranza di rivalsa. Contestare allora diventa l’unica opportunità di superamento delle distanze e delle differenze tra l’uno e i molti: contestando un rappresentante dello Stato, il soggetto riesce a presentare sé stesso al mondo come ‘idea in azione’, postula l’esistenza d’un’identità assoluta e superiore che è percepita come diversa e, di conseguenza, desiderabile, non avvedendosi che quest’identità assoluta è l’assoluta privazione dell’identità. L’incapacità di contemplare il ‘qui e ora’, che è talmente ricco di differenze da richiedere il tempo d’una vita a scopo di comprensione, determina inevitabilmente l’incapacità dell’esser-per-altro.

Il contestatore, prima ancora di agire contro qualcuno, dovrebbe interrogarsi, secondo le forme dell’autocoscienza. Chi sono io rispetto alla costituzione? Qual è il rapporto tra me e la legge? Che cos’è il denaro? La domanda dovrebbe mettere in relazione l’Io e l’Oggetto, non l’Io e l’Altro, che può chiamarsi Renzi, Berlusconi, Craxi, Moro, Andreotti e così via. L’analisi deve precedere la sintesi, altrimenti si finisce coll’essere risucchiati dallo scontro fenomenologico tra servo e padrone, uno scontro che non avrà mai fine e si ripresenterà quale incontrastabile déjà vu. L’identità è, già da sé, diversità; ricercare nell’altrove la diversità significa rinunciare per sempre all’essere e ai suoi modi.


Il mondo è cambiato e noi fingiamo non accorgercene perché. Negli Stati Uniti d’America ha vinto le elezioni un uomo che si è dichiarato apertamente razzista, misogino e sprezzante di ogni accordo geopolitico. Gl’inglesi hanno abbandonato la politica di Bruxelles anzitempo e, alla fine del 2016, otto sterline costano circa dieci euro. La Russia, accusata a lungo d’incapacità politica e, soprattutto, finanziaria, può vantare uno tra i migliori indici di borsa del momento; la Cina resta il primo creditore del debito pubblico statunitense e si fa beffe di chi vorrebbe metterla all’angolo. In Italia, il populismo e la demagogia hanno la meglio su qualsiasi programma economico reale. Molti paesi africani cominciano ad avere un PIL che alcuni ‘storici contribuenti’ del G20, in questo momento, non possono neppure sognare. Queste anomalie esistenziali sono spiegabili: s’è materializzato il conformismo dell’anticonformismo e dell’opposizione, grazie al quale la diversità dell’oggetto, delle cose e del pensiero ha avuto la meglio sul pensiero dell’Io e sull’identità. Pertanto, è ormai sufficiente negare la realtà per ottenere consenso, per essere diversi e farsi seguire in una maratona illusoria, narcotica e rovinosa. Lo ha voluto inconsapevolmente la classe media europea, che ha cancellato e giustiziato i totem democristiani, rendendosi orfana e vittimista. Nessuno tuttavia scenderà nella fossa dei leoni a immolarsi per il bene comune. Morremo durante il letargo democratico tra le braccia accoglienti di Madre Libertà e rinasceremo beati e lindi nella nuova ed esportata America tra poco meno di un decennio.  

mercoledì 7 dicembre 2016

L’INSIDER TRADING

#errorieparole #legami

(la fubrica del lun, mer e ven)

L’insider trading è il reato che ha arricchito, in molte circostanze, le trame cinematografiche di matrice statunitense. A nostro avviso, spicca su tutte la vicenda di Gordon Gekko, avido e cinico personaggio di Wall Street interpretato in modo magistrale da Michael Douglas. Nel mondo che viene raffigurato dal regista Oliver Stone, si scoprono uomini senza scrupoli e capaci di manipolare a proprio piacimento tutti i dati d’investimento di cui entrano in possesso. Il summenzionato protagonista non esita neppure a sottrarre cento milioni di dollari alla figlia per rientrare sul mercato, dopo una lunga assenza dovuta alla detenzione.


Colui che, grazie al proprio ruolo di amministratore, direttore o controllore di una qualsivoglia realtà quotata in borsa, entra in possesso di informazioni privilegiate non può farne uso personale e trarne un vantaggio economico-finanziario: lo si comprende immediatamente, sebbene tale condotta sia chiaramente disciplinata dall’articolo 184 del Testo Unico della Finanza. In teoria, il quadro normativo non fa una piega; in pratica, qualcuno, di tanto in tanto, viene pure beccato; di fatto, né una né qualche rondine fanno primavera, se ci si concede la forzatura. Che cosa s’intende con quest’ultima affermazione?

L’asimmetria informativa, checché se ne dica, è il motore della finanza e di ogni minimo spostamento della compravendita di valori mobiliari; di conseguenza l’alea che avvolge la possibile frode e la relativa condanna resta amplissima, tanto che, non a caso, negli Stati Uniti non esiste una norma federale che esprima un divieto ben definito. Qui, si è sospesi tra il mondo delle favole e quello dei miliardi: è cosa buona e giusta far sì che tutti gli investitori, nell’ambito di un libero mercato, possano disporre delle stesse informazioni e della parità di condizioni, tuttavia la speranza che ciò accada è vox clamantis in deserto. Bisognerebbe credere nuovamente nell’esistenza dell’isola di Utopia, dove uomini e donne di comprovate virtù umane e intellettuali agirebbero unicamente per il bene comune, se e solo se si volesse concepire il retto uso dell’informazione.

Ogni legislatore è obbligato a garantire pubblicità e regole all’interno di un mercato: se l’azienda X è prossima a un aumento di capitale o a un’importante fusione, tutti gl’investitori devono avere delle opportunità di accesso all’informazione, ma… In che modo si può tracciare il reale percorso dell’informazione? Com’è possibile isolare amministratori, direttori e controllori da tutte le forme di scambio compromettenti? Tutti i grandi ‘colpi’ messi a segno nella storia del trading e, insieme, tutti i grandi disastri provengono dall’uso privilegiato dell’informazione.


È un insider colui che, operando all’interno di un sistema economico-finanziario privilegiato – la ripetizione dell’aggettivo participiale non è casuale –, conosce, prima di qualsiasi altro soggetto, almeno il programma a breve termine che riguarda una certa variazione del rendimento di azioni, obbligazioni, derivati et cetera. Prendendo le mosse dal presupposto secondo il quale la fonte non può che essere una e una sola, come nel caso della bancarotta fraudolenta, logica imporrebbe che ogni operatore che ne abbia tratto preciso profitto si sia avvalso di un insider trading

lunedì 5 dicembre 2016

IL BAIL IN E IL BAIL OUT

#errorieparole #legami

(la rubrica del lun, mer e ven di #AnalysisAndForecasting)

Negli ‘anni bancari’ – ci sia concessa quest’aggettivazione iperbolica! – che precedettero il fallimento delle Lehman Brothers, negli ambienti del potere finanziario statunitense, circolava l’espressione too big to fail, cioè troppo grandi per fallire, con la quale analisti e giornalisti si riferivano a quelle banche talmente grandi che un loro default sarebbe stato non solo impossibile, ma… Anche impensabile! Ebbero torto in modo tragicomico, come abbiamo appreso dalla cronaca. Si verificò esattamente il contrario di ciò che i grandi esperti avevano previsto. Il tesoro americano e le altre banche, in quell’occasione, decisero di non intervenire in soccorso dell’istituto dissestato, lasciandolo fallire.


Le conseguenze maturarono immediatamente in tutto il mondo per via degli intrecci che reggono la rete globale. Solo in Italia, subito dopo, 500.000 disoccupati in più. Nel mondo, cittadini comuni, padri di famiglia, imprese e interi governi cominciarono a essere risucchiati dal buco nero dell’economia globale, che prese il nome di ‘crisi’. Si spesero 13.620 miliardi di dollari per fronteggiarla. Mettendo queste banconote in fila, l’una dopo l’altra, potremmo coprire la distanza tra la Terra e il Sole per ben 5 volte e mezzo. Con questo ponte di dollari, avrebbero potuto coprire il fabbisogno di cibo, acqua e sanità per 150 anni per tutta la popolazione mondiale… E, considerando che, ogni anno, muoiono 18 milioni di persone per fame, avrebbero potuto salvare 2 miliardi e 700 milioni di vite umane.
  
Tuttavia, non si può giudicare in modo sbrigativo il rapporto tra ‘fallimento’ di una banca e soldi spesi dai governi per evitare il disastro. In effetti, in quegli stessi anni, il Tesoro americano fece per altre banche quello che non aveva fatto per la Lehman Brothers. L’istinto ci spingerebbe a dire: “Lasciamole fallire!”. La ragione deve aiutarci a comprendere che il fallimento di una grossa banca genera una tale crisi sistemica che fame, disperazione e morte potrebbero diventare i pericoli principali. Precisiamo fin da ora che il termine ‘fallimento’, in questi casi, non è pertinente e deve essere sostituito da liquidazione coatta amministrativa, di cui si occupa, almeno nel nostro territorio, la Banca d’Italia.

Tutte la volte in cui un governo è intervenuto a salvare una banca dal fallimento, s’è materializzato il fenomeno del bail out: in pratica, lo Stato s’è fatto carico delle ‘spese’ necessarie – per dirla con parole essenziali –, gravando tuttavia sulle tasche dei cittadini, i quali hanno visto crescere di colpo tasse e imposte. Non vogliamo di certo banalizzare il fenomeno in questione, ma, nei termini della relazione tra Stato e cittadino, il dato concreto è questo.  


La crisi della Monte dei Paschi di Siena non fa la propria comparsa nel 2016, ma giunse alla ribalta nel biennio 2011-2012, forse sottovalutata perché l’attenzione, allora, fu centrata interamente sui cosiddetti bond di Mario Monti, che con circa quattro miliardi di euro salvò la più vecchia tra le banche del mondo. All’origine, l’obiettivo di MPS sembrava meritevole di lode, almeno sotto il profilo imprenditoriale: acquisire Antonveneta per entrare a far parte dell’olimpo bancario. Fin qui, è tutto regolare. Un po’ meno i 9 miliardi necessari all’operazione e che avviarono la crisi. Poco dopo, il management di MPS decise di correre ai ripari utilizzando i derivati, ma ne conseguì un disastro. In modo irresponsabile e inaspettato, strano e paradossale, acquistò quasi mezzo miliardo di prodotti tossici e cedette i prodotti finanziari migliori. Il governo Monti, da ultimo, rilevò delle obbligazioni bancarie per soccorrere l’istituto senese.

Quale che sia il giudizio su MPS, il bail out non ha fatto altro che destare dissenso e contestazione. A un cambiamento radicale in tal senso s'è pervenuti con l’introduzione del bail in, anche se dissenso e contestazione non hanno conosciuto tregua. Non si capisce che, in un modo o nell’altro, una banca non può essere abbandonata al proprio destino. Il vero problema sta tutto nella debolezza del sistema di vigilanza, che rinvia interamente alla responsabilità della Banca d’Italia. Secondo i dettami del bail in, l’opera di salvataggio si dovrebbe realizzare non più e non già col denaro pubblico, bensì ricorrendo agli azionisti, agli obbligazionisti e, alla bisogna, anche ai titolari di depositi superiori ai centomila euro, i quali, sempre nel rispetto delle nostre povere e semplici parole, pagano di tasca propria.


Le cose stanno in questo modo: si tratta di una direttiva europea che, come tante altre, l’Italia non può ignorare, dovendola armonizzare nel nostro Ordinamento.