mercoledì 30 settembre 2015

NELLA MENTE DI UN PEDOFILO


Mostafa è un nordafricano di quarantadue anni, detenuto presso le carceri siciliane, da me incontrato e intervistato circa lo stato della detenzione. Grava su di lui la terribile accusa di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni, figlia della donna alla quale il soggetto si è unito poco dopo l’arrivo in Italia, dove risiede dal 1988. Mostafa è alto un po’ oltre la media, segaligno e si presenta ben curato. Ostenta particolare affabilità, associata con qualche sorriso di circostanza e alcune smorfie di compiacenza verso i propri interlocutori.

Fin dal momento della stretta di mano, all'inizio del colloquio, si mostra disponibile a qualsivoglia indagine, benché questa disponibilità generi immediatamente un paradosso soffocante: <<Ti rispondo sincero, ho sbagliato!>> afferma in risposta alla mia domanda intorno alle cause dell'arresto; <<hanno immischiato le carte nei miei confronti!>> aggiunge nel corso dell'intervista, considerandosi vittima di un vero e proprio complotto. Mostafa alterna uno stile narrativo lineare più o meno ricco a uno stile apatico, piatto e freddo, secondo che il tema della discussione sia un episodio accidentale della vita precedente il misfatto o l'iter della pena.

Sulla base dei riscontri della letteratura scientifica, siamo in grado di asserire che il sintomo manifesto altro non è che un sistema velato da un codice e da rappresentazioni simboliche. A fortiori e secondo Senon[1], si riscontra spesso nella condotta del detenuto il tentativo di far apparire ingiusta e misteriosa la pena e coloro che l'hanno comminata; la qual cosa denuncia già i prodromi di una psicopatologia tutt'altro che latente. Infatti, al culmine della 'psicopatologa carceraria', che comincia sempre con disturbi d'ansia, esplode una sorta di delirio d'innocenza, come se il soggetto conquistasse la via della rivelazione e della luce eterna.

Un tema costante dell'inossidabile impianto mentale di Mostafa è dato dalla presenza inaspettata di un delirio a sfondo persecutorio. Egli, come s'è già detto, si sente continuamente vittima di un complotto ordito ai suoi danni e per screditare il suo nome (contenuto ideativo spesso elaborato dal soggetto). Alla persecuzione giudiziaria fa seguito un discorso totalmente disorganizzato, entro il quale Mostafa non è mai in grado né di contestualizzare le trame del proprio discorso né di offrire al proprio interlocutore una ben definita opinione personale. In pratica, non riesce ad essere protagonista delle proprie narrazioni. Il salto pragmatico, che interrompe spesso la fluidità del discorso, sembra il riflesso di una sorta di atteggiamento schizo-paranoide in cui la componente delirante occulta in parte la consapevolezza. Nel tentativo di ricostruire la sua storia, si scopre che lo svincolo dalla famiglia d'origine è stato abbastanza difficile, forse non s'è mai realizzato del tutto. Mostafa non parla volentieri della propria famiglia: né di quella d’origine né, tanto meno, di quella acquisita in Italia, cosicché ogni riferimento ai due nuclei famigliari si traduce in una produzione di moduli relazionali vuoti.

È universalmente noto che la pedofilia è un Disturbo Sessuale classificato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali tra le focalizzazioni parafiliche. Nel caso del signor Mostafa, non si fa fatica a rilevare una Pedofilia non-esclusiva, ovverosia una manifestazione della parafilia in questione in cui il soggetto è sessualmente attratto sia dai bambini sia dagli adulti. In specie, la sessualità che legava Mostafa alla moglie era condizionata, per così dire, dal 'pensiero eccitante' della pratica pedofilica imposta alla bambina. In altre parole, egli riusciva ad avere una vita sessuale con la moglie unicamente nel ricordo di ciò che aveva fatto assieme alla bambina. Il DSM IV TR delinea nel modo seguente i criteri diagnostici per la Pedofilia:

a)      durante un periodo di almeno sei mesi, fantasie e impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente che comportano attività sessuale con bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli);
b)   la persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasie sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali;
c)    il soggetto ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al criterio (a);

C’è da specificare inoltre se il soggetto sia sessualmente attratto da maschi, da femmine o da entrambi, se l’attività sessuale si limiti all’incesto e se l’attività parafilica sia di tipo esclusivo (attratto solamente dai bambini) o meno.[2]
L’acme del colloquio si raggiunge nel momento in cui Mostafa è interrogato sui fatti. Che cosa è successo? Che cosa ha scatenato l’impulso sessuale verso una bambina di 11 anni? È consapevole di quanto è accaduto? Sì, Mostafa ne è consapevole, ma la sua consapevolezza è assai distorta, a tratti oscura. La bambina girava per casa in mutandine e reggiseno; lo provocava, a suo dire, all'attività sessuale; l'atteggiamento della bambina era inequivocabile: girare per casa in mutandine e reggiseno, nonostante gli 11 anni, era, secondo lui, un chiaro invito al rapporto sessuale. Ed egli non poteva tirarsi indietro, in qualità di educatore. Non c'era alcunché di sbagliato. Molto di frequente, il pedofilo è convinto di fare una buona azione. Anche se il rapporto sessuale non è alla pari, l'adulto affetto da questa parafilia, spesso sente di dovere assumere una sorta di ruolo pedagogico nei confronti dei bambini coinvolti: egli è un iniziatore attento, educa i bambini all'autentica sessualità. <<Io ho fatto bene a lei! Educata ragazzina: amore, sesso, che ragazzina vuole sapere.>>: questa è la sintesi del pensiero del signor Mostafa in merito all'episodio di Pedofilia. Egli, dunque, dice di avere sbagliato solo perché la legge italiana impedisce che tra adulti e bambini ci siano legami sessuali.  La moglie, dal suo punto di vista, non avrebbe dovuto denunciarlo.

L'insieme linguistico che deriva dall'eloquio del pedofilo, soprattutto nel caso in specie, quale che sia il contenuto, si esprime sempre con una certa forza perlocutoria, cioè attraverso espressioni che sono formulate direttamente al fine di persuadere l'interlocutore o sortire in lui un qualche effetto emotivo. Se consideriamo che l'intervistato proviene da una cultura nordafricana, non possiamo fare a meno di bollare come dubbio o, per lo meno, ambiguo l'uso che egli fa dei costrutti summenzionati: usa un'ampia metafora, mostrando di essere a conoscenza di taluni sotterfugi orditi ai suoi danni, ma dichiara più volte, durante l'intervista, di non conoscere appieno le ragioni della sua condanna. L'uso della terza persona plurale nella forma del soggetto sottinteso è, parimenti, abbastanza interessante ai fini della interpretazione dell’ambiguità oggettiva. Infatti, l'assenza di un soggetto determina la presenza di una traccia di riempimento, cioè di una categoria vuota che viene occupata soltanto attraverso un processo di proiezione della grammatica mentale. Tutto ciò, vale a dire tanta arguzia linguistica, non si associa, invece, con lo stadio psicoattitudinale di un parlante che, nel processo di apprendimento della lingua italiana, si mostra confuso e impacciato.  In tal senso, un argomento peculiare del discorso di Mostafa è racchiuso nell'uso del pronome personale Io, la cui presenza all'interno della frase, quantunque accidentale, sembrerebbe dosata con estrema sapienza. In pratica, ogni volta in cui la conversazione s’incentra sulle ragioni della permanenza presso la casa circondariale, l'Io scompare improvvisamente da tutte gli atti linguistici, dando luogo a forme sottintese, per poi ricomparire in forma quasi occulta attraverso costrutti complementari e, sicuramente, meno importanti. Nelle frasi che seguono, si hanno delle testimonianze essenziali ed esemplari:

1)   IO GIOCA A PALLONE IN TUNISIA
2)  MANCA SOLLECITO. NIENTE. NO APPELLO (a proposito della condanna)

In 2 si riscontra addirittura una forma impersonale, rispetto alla dimensione che lo vede protagonista indiscusso: egli si configura come il deuteragonista di sé stesso. Successivamente, invece, allorché gli si ripropone l'interrogativo fondamentale della conversazione <<Perché sei qui?>>, egli non indugia nel rispondere, ma lo fa con evidenti forzature retoriche: <<Ti rispondo sincero. Ho sbagliato>>. In Ho sbagliato si esaurisce tutta la disponibilità di Mostafa ad affrontare l'argomento 'condanna'. Allo stesso modo, noi non possiamo indugiare nell'assegnare una valenza retorica all'intera risposta Ti rispondo sincero. Ho sbagliato: ricorrere all'espressione Ho sbagliato per ammettere tacitamente di essere colpevole di violenza sessuale ai danni di una bambina di undici anni istituisce una litote, la quale è contrassegno simbolico di un processo retorico-linguistico che si esplica nella devianza (la colpa viene attenuata attraverso le circonlocuzioni). Pertanto, al palesarsi della litote segue immediatamente una serie di perifrasi che circondando e delimitano il reato vero e proprio: alcolismo, spaccio e detenzione di droga sono alcuni degli espedienti concausali anteposti come impedimento all'ammissione sperata.



[1] Cfr. SENON, J. L., 1998, Psychiatric de liason en milieu pénitentiaire, trad. it. di L. Ferrannini e P. F. Peloso, 2006, La salute mentale in carcere Psichiatria di collegamento in ambiente penitenziario, Centro Scientifico Editore, Torino.
[2] AA.VV. (American Psychiatric Association), 2000, op. cit., pp. 610-611.

sabato 26 settembre 2015

IL GIOCO SENZA FINE


A chiunque, specie negli anni che hanno fatto seguito alla riforma del sistema manicomiale, è capitato d’incontrare per strada un soggetto dal comportamento anomalo, vestito in modo abbastanza bizzarro o mal curato e sudicio, con lo sguardo smarrito o puntato su qualcuno o qualcosa. In una piccola città di montagna, dove abitavo un tempo, un tipo alto, dinoccolato e che si muoveva con passo ambiante, poco più che sessantenne, tutte le volte in cui m’incontrava, mi diceva: - Papà, mi dai un euro? -. Poi, non contento, correva alla ricerca di un albero e vi si appostava per masturbarsi, come se la masturbazione fosse la reazione meccanica e diretta all'evento dell’incontro e della richiesta al padre immaginario. Lungo uno dei corsi principali di Palermo, fino a qualche anno fa, era facile imbattersi in un tizio ossuto ed energico che non esitava a piantarsi a un palmo di distanza dagli avventori per gridare loro in faccia: - Passione, Passione! È importante! Tutto a posto? Ciao! -. In passato, poco più che ventenne, mi recai presso una casa di cura per pazienti psichiatrici a scopo di formazione mediante osservazione dei casi clinici.

Ricordo che, una sera, assieme ad alcuni di loro, stavo seguendo una partita di calcio in tv. Improvvisamente, la persona che mi stava accanto sul divano si alzò di scatto, sporgendo in avanti le braccia, e fuggì verso il vicino corridoio. Poco dopo, gli chiesi il motivo del gesto inaspettato ed egli, in risposta, mi disse che qualcuno aveva tentato di strappargli la lingua. All'interno dello stesso istituto, un giorno, un paziente mi chiamò con un chiaro movimento oscillatorio della mano, mi avvicinò con fare circospetto e mi comunicò che il male avrebbe trionfato di lì a poco.

Ciò che, molto probabilmente, sorprende il lettore estraneo ai protocolli clinici, è il fatto che non tutti questi soggetti sono classificabili come schizofrenici o, come comunemente si dice, 'pazzi'. Nessuna malattia subisce tante distorsioni o cattive interpretazioni quante ne subisce il disturbo del pensiero e del comportamento, il quale è infiltrato costantemente da luoghi comuni e invenzioni che ne sfigurano origine e decorso. Da tempo, per esempio, si sostiene che il disagio mentale appartiene all'occidente, come se i popoli orientali o le tribù a struttura clanica fossero protetti da una sorta di purezza di usi e costumi. Alcuni studi svolti dagli anni settanta in poi sugli Yoruba della Nigeria, sugli Eschimesi di Inuit e sulle tribù del Borneo centrale, al contrario, dimostrano chiaramente il carattere universale della schizofrenia.[1]


La distanza, spesso siderale, tra l'uomo comune e la psicopatologia dipende da un difetto di relazione e comunicazione della persona malata perché, di fatto, la psicopatologia è un vero e proprio disturbo della relazione, una specie di debito insanabile che il soggetto contrae nei confronti dei significati, che si allontanano a tal punto dall'esistenza ordinaria da perdere la naturale denotazione. La denotazione di un semaforo rosso, per esempio, è quella di un segno che appartiene alla categoria degli indicatori di arresto per le autovetture, come l'arancione lampeggiante indica il pericolo. Diversamente, colui che ha smarrito il controllo dei propri processi di pensiero potrebbe vedere, nel rosso di un semaforo, il simbolo del sangue. Questo rituale dello straniamento si fonda sulla ricerca snervante ed estenuante di connessioni e trame che non giunge mai all'epilogo e alla definizione.

Se avvertiamo un po' d’ansia prima d’un esame, la nostra personalità è integra e la nostra salute mentale non ne risente affatto; se, tuttavia, la paura dell’esame diventa una condizione persistente e, per giunta, l'esame diventa solo una metafora del disagio, che, a questo punto, non ha più un oggetto, allora l’angoscia prende il sopravvento e schiaccia ogni cosa attorno a sé.

Ogni parlante sviluppa la propria capacità di appartenenza e adattamento al mondo e, principalmente, alla comunità linguistica attraverso gli atti rappresentativi,[2] ossia per il tramite di atti linguistici come, per esempio, il descrivere o l'affermare che ci permettono di aderire alla convenzione, di stare gli uni vicini agli altri. Lo schizofrenico, in pratica, non può concedersi questa prossimità affettiva ed emotiva. È fin troppo facile sdegnare la collettività, quando i bisogni essenziali sono soddisfatti e si è liberi di scegliere, quando, nonostante le spinte libertarie ed estrose, l’altro fa sempre parte di noi e, in qualche modo, ci protegge con parole e sguardi!

Sui volti di chi soffre di un disturbo mentale non si fa fatica a riconoscere il segno dell'irreversibilità; sembra che per loro il tempo convenzionale non scorra, fissato in una sorta di atemporalità mitologica in cui si celebrano i misteri di un regno invisibile. La loro giornata è spesso inquadrata dalla volontà altrui e scandita dall'ingestione di un necessario cocktail di psicofarmaci. Tra una pillola e l’altra, sono soliti intrattenere i propri interlocutori con storie senza trama né climax di una dimensione che non si esplica in alcuna realtà: ininterrottamente e appassionatamente, mettono in fila significati e significanti, senza che gli uni si leghino agli altri.

Mentre siamo in fila alla posta, ci può capitare di ascoltare un discorso in cui Tizio racconta a Caio che la cognata del cugino lo ha tradito causandogli gravi danni. Gli elementi di ambiguità sono parecchi, possediamo alcune unità funzionali di significato, cognata, cugino, tradimento, gravità e danni; sappiamo, di conseguenza, per competenza linguistica, che Tizio ha introdotto l'insieme della parentela, l'insieme dei tradimenti e quello dei danni perché siamo perfettamente in grado di avvalerci del valore denotativo dei segni. Ci mancano, tuttavia, sia il valore connotativo di ciascun personaggio, che ci indurrebbe a scoprire anche le loro caratteristiche, sia l'insostituibile contesto in cui si è compiuta l’azione del verbo causare.

Tizio e Caio s'intendono facilmente operando delle riduzioni di ambiguità con delle inferenze, cioè deducono dal discorso ciò che nel discorso non è detto. Noi che ascoltiamo, invece, pur potendo dedurre, possiamo solo fantasticare, atto, quest'ultimo, che viene comunque contenuto entro i limiti dei significati ordinari. Lo schizofrenico si smarrisce proprio in questo apparente fantasticare, alla ricerca infinita e lacerante di connessioni e significati che non troverà mai. Perduta l'essenziale denotazione, per lui l'insieme della parentela può diventare, per esempio, quello delle sette sataniche e l'insieme dei tradimenti può diventare quello dei pericoli imminenti. A noi basta usare un deittico di luogo come qui per fissare un appuntamento: 'ci vediamo qui'; a lui il qui può suggerire anche una visione interplanetaria. In questo modo, ogni atto linguistico, nello  schizofrenese, si converte in un atto di allontanamento da uomini e cose, sebbene questi atti siano sempre tentativi di ricerca della soluzione.

Watzalawick et al., con impareggiabile maestria e lungimiranza scientifica, hanno definito questa ricerca come un gioco senza fine.[3] Essi ipotizzano, a tal proposito, la realizzazione di un gioco il cui obiettivo consiste nello scambiare affermazione e negazione; ne consegue che il 'sì' è sostituito dal 'no' e viceversa e 'lo voglio' è sostituito da 'non lo voglio' e viceversa. Ci si accorge presto che questo gioco reca in sé un meccanismo infernale e inestricabile a causa del quale i giocatori non sono più in grado di interromperlo perché, ogni qual volta in cui qualcuno dice 'smettiamo di giocare!', l’altro comprende il significato opposto. Ne nasce una situazione paradossale e viziosa e che solo l'intervento di una persona terza può riportare sul piano della logica. L'ipotesi appena descritta rappresenta in modo ideale lo stato d'animo dello schizofrenico e il turbinio dei suoi significati quali espressioni della ricerca infinita.

Le due grandi aree in cui il soggetto è costretto a errare in reazione a ciò che gli accade intorno e lo affligge sono o quella della soluzione ostile o quella depressiva.

Nel primo caso:

(…) La responsabilità è tutta esterna al soggetto, l'autostima è salvaguardata, i cattivi e i colpevoli sono gli altri. Emerge tutto il rancore virulento del malato che accompagna il rifiuto dell'umiliazione narcisistica sentita e che viene ribaltata sui presunti persecutori. Egli proietta i propri limiti e i propri fallimenti sugli altri, oggettivando nei suoi persecutori tutto il risentimento. Non è un caso allora che egli si senta vittima di inganni e complotti oppure si senta ingiuriato, sfruttato e danneggiato (…)[4]
Nel secondo caso, diametralmente opposto a quello dell'ostilità:

Il soggetto avverte che il 'marcio' è dentro di sé.[5]
Virginia Woolf, colei che, a mio avviso, ha cambiato le sorti della narrativa moderna con La stanza di Jacob, sentì la propria vita risucchiata proprio all'interno della dimensione depressiva. Tormentata, fin dalla giovane età, da allucinazioni uditive tentò più volte il suicidio, convinta di non potere appartenere al mondo e alle persone che amava. Concluse la propria esistenza gettandosi nelle acque del fiume Ouse, dove annegò il 28 marzo del 1941.





[1] PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., 2004, op. cit., p. 175.
[2] Cfr. AUSTIN, J. L., 1962, How do Do Things with Words, trad. It. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Casa Editrice Marietti, Genova.
[3] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit., pp. 221-224.
[4] PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., 2004, op. cit., pp. 58-59.
[5] Ibid., p. 58.

mercoledì 23 settembre 2015

QUEL POETA CHE SI GETTÒ 
DAL PONTE DI MIRABEAU


Solo chi ha assunto almeno una volta la clozapina conosce bene la differenza tra una visione poetica e una visione deviante. Le parole di coloro secondo i quali 'un po’ di pazzia abita dentro ciascuno di noi' sono ingiuste e irriverenti, oltre che ingenerose ed estranee all'esperienza e alla conoscenza della psicopatologia; esse sono unicamente segni casuali e fuorvianti del malcostume linguistico a causa del quale si fantastica su presunte associazioni tra l'inconcepibile libertà incondizionata dell'individuo vivente e l'enigmatico mondo della schizofrenia e dei suoi deliri. Molto probabilmente, il cosiddetto 'pazzo' è libero di dire e agire, tuttavia egli è talmente libero da essere solo all'interno dell'intero universo.

Voi avreste mai il coraggio di chiamare libertà quella di un uomo che è convinto che qualcuno gli abbia asportato gli organi? Avreste il coraggio di chiamare libertà quella di un uomo che teme di potere uccidere le persone che ama? Oppure chiamereste libertà quella di una donna che si sente perseguitata dai demoni, i quali le suggeriscono sconcezze d'ogni genere e specie? Questi soggetti sono malati, lo sono terribilmente e dolorosamente, non sono liberi. Allo stesso modo, la follia non abita dentro ciascuno di noi, ma solo dentro l'1% della popolazione mondiale e, se una persona sana, anche solo per due ore di una giornata qualsiasi, fosse afflitta dal delirio, così da farne esperienza, finirebbe col rinnegare amaramente tutte le fantasticherie su follia e libertà.

Qualche anno fa, durante un seminario itinerante di Psicodinamica, ebbi uno scontro verbale con un accademico blasonato della Psichiatria palermitana. Egli sosteneva che, in una corsia d'ospedale, oltre agli psicofarmaci, è necessaria la poesia. Le sue affermazioni ricevettero subito il plauso di un gruppo di studenti ammaliati dalla verve del professorone. Mi sia lecito ribattere che l'unica poesia prodotta in ambito psichiatrico appartiene al paziente non già per forma retorica e compositiva, ma perché egli ne adotta le regole in forma criptica ed ermetica, esprimendosi in figure di cui solo lui – e nessun altro – resta infaticabile interprete e rappresentante!


Il 23 novembre del 1965, Paul Celan tentò di uccidere la moglie. Fu ricoverato immediatamente presso un ospedale psichiatrico e, in seguito, trasferito presso altri presidi di cura, dove rimase fino al giugno dell'anno successivo.
Nel 1967, a causa di una ricaduta, si conficcò un tagliacarte in un polmone. Fu salvato dal pronto intervento dei medici, ma, tre anni dopo, in preda all'ennesimo delirio, si gettò dal ponte di Mirabeau.[1] Paul Celan era un poeta geniale, non già illuminante per via dell’oscurità dei propri versi, bensì sicuramente unico, dotto, capace di costrutti sapienziali:

Sentii dire che nell'acqua / vi era una pietra ed un cerchio / e sopra l'acqua una parola / che dispone il cerchio attorno alla pietra. // Vidi il mio pioppo calare nell'acqua, / ne vidi il braccio tastar giù nel profondo, / e, protese al cielo, le radici ad implorar notte. // Io non gli tenni dietro (…)[2]
Siamo dunque pronti, almeno per l'ammirazione che siamo soliti dichiarare al genio, a mostrare una certa educazione linguistica verso il dolore altrui? Poetico o meno, il travaglio psichiatrico non è una forma di libertà. I luoghi comuni o le notizie tragico-televisive, il più delle volte, circolano in modo ammorbante, cosicché è bene metterne in evidenza gli aspetti sociolinguistici: occorre percepire quanta distanza si ponga tra i cosiddetti 'pazzi' e coloro che li guardano di sbieco per le strade in occasione di qualche atteggiamento stravagante.

Nell'ambito della lingua colloquiale, specie tra i più giovani, sono piuttosto in voga le seguenti espressioni: 'Quel tipo è paranoico.', 'Non ti fare le paranoie!' et cetera. In questo senso, il paranoico o colui che si fa le paranoie sarebbe una persona che cavilla insistentemente nel tentativo di tenere tutto sotto controllo. Premettendo che le 'paranoie' non esistono e fanno parte di un costrutto scorretto, da una consultazione del Manuale Diagnostico e Statico dei Disturbi Mentali si scopre che, in realtà, il paranoico o colui che si fa le paranoie è una persona affetta da Disturbo Paranoide di Personalità e presenta le seguenti caratteristiche diagnostiche:

(…) Un quadro pervasivo di sfiducia e sospettosità, tanto che le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole (…) Gli individui con questo disturbo presumono che gli altri li sfruttino, li danneggino o li ingannino. Sospettano, sulla base di prove insignificanti o inesistenti, che gli altri complottino contro di loro e possano attaccarli improvvisamente. Spesso, sentono di essere profondamente ed irreversibilmente ingiuriati da un'altra persona (…) Anche quando non vi sono prove oggettive di ciò (…)[3]
Di fatto, la persona che cavilla insistentemente nel tentativo di tenere tutto sotto controllo, la persona ripetutamente 'problematica', suo malgrado, è affetta da un altro disturbo: il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità.

(…) Gli individui con Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità cercano di mantenere una sensazione di controllo attraverso un'attenzione minuziosa per le regole, i dettagli futili, le procedure, le liste, i programmi o la forma, al punto che va perso lo scopo dell'attività. Sono eccessivamente accurati ed inclini alla ripetizione (…) Dimenticano che le altre persone tendono ad infastidirsi dei dettagli e degli inconvenienti che derivano da questo comportamento (…)[4]
Allo stesso modo, si può citare un altro luogo comune che genera altrettale confusione: l’uso del termine 'esibizionista' tragicomicamente scambiato con i termini di riferimento di altri due disturbi di personalità: il Disturbo Istrionico di Personalità e il Disturbo Narcisistico di Personalità. Quando si dice a qualcuno sei un esibizionista, nella forma popolare, di certo non gli si fa un complimento perché l’esibizionista è un individuo affetto da significativi disturbi della sfera sessuale: ne sono comportamenti sintomatici il mostrare i genitali o la masturbazione in pubblico. In sostanza, l'esibizionista non è colui che vuole stare al centro dell'attenzione, condotta, quest'ultima, che riguarda gl'istrionici e i narcisisti.

Un'altra distorsione sociolinguistica interessa la più maltrattata delle psicopatologie, la cosiddetta depressione, i cui sintomi, quantunque apparentemente noti ai più, sono oggetto e concausa di parecchia confusione. È sufficiente vedere qualcuno un po' triste o in preda alla demotivazione per bollarlo come depresso. Le cose non sono proprio così semplici. I disagi che rientrano sotto la categoria Disturbi dell’'more sono classificati e diagnosticati sulla base di vere e proprie liste di sintomi. Per intenderci, anzitutto bisogna definire le differenze tra l'Episodio Depressivo Maggiore, il Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Distimico, poiché queste tre psicopatologie, per esempio, sono accomunate da un tono dell'umore piuttosto basso. In secondo luogo, tenendo dietro al criterio essenziale per la diagnosi, un sintomo, da solo, non basta a far produrre una diagnosi, cioè non è patognomico. In specie, con riferimento all'Episodio Depressivo Maggiore, sappiamo che, oltre a riscontrare un periodo di almeno due settimane di perdita d'interesse per quasi tutte le attività, occorre che l'individuo presenti almeno quattro sintomi di una lista, tra i quali: alterazione dell'appetito o del peso, alterazione del sonno o dell'attività psicomotoria, ridotta energia, sentimenti di svalutazione o di colpa, difficoltà a pensare, concentrarsi o prendere decisioni, pensieri di morte o ideazione suicidaria, pianificazione e tentativi di suicidio et cetera.[5] Nel caso in cui ci sia un decorso clinico con più Episodi Depressivi Maggiori, in assenza di altri disturbi, allora si può parlare di Disturbo Depressivo Maggiore. L'umore cronicamente basso, unitamente ad altri due sintomi, tra i quali, per esempio, disperazione e affaticabilità, indica invece il Disturbo Distimico.  





[1] BORGNA, E., 2012, Di armonia risuona e di follia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, p. 56.
[2] CELAN, P., 1955, Von Schwelle zu Schwelle, trad. it. di G. Bevilacqua, 1996, Giulio Einaudi Editore, Torino, p. 5.
[3] AA.VV. (American Psychiatric Association), 2000, DSM-IV Test Revision, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Edizione Italiana a cura di V. Andreoli, G. B. Cassano, R. Rossi, 2005, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Masson, Milano, p. 735.
[4] Ibid., p. 772.
[5] Ibid., pp. 379-387.

sabato 19 settembre 2015

SI COPRE DI ESCREMENTI E DICE AL MEDICO: <<TI PIACCIO COSÌ?>>


Jung, ne La libido, simboli e trasformazioni, ci narra un caso singolare e interessantissimo di una propria paziente psichiatrica ospedalizzata presso un manicomio in seguito alla tragica separazione dal marito e dal figlio. La signora, che viene presentata come abbastanza colta, manifestava, all'epoca del ricovero, laceranti lacune affettive e comportamenti altamente impudenti. Una delle sere in cui Jung si recò in visita dalla paziente, ella si esibì in un comportamento patologico esacerbato e che scosse profondamente il medico, il quale si disse molto turbato dall'episodio, tanto da restarne sgomentato per anni. In pratica, la signora s’imbrattò di escrementi dalla testa ai piedi e, tra un sorriso e l’altro, gridò: - Ti piaccio così? -.[1] L’evento in questione, traumatico e, nello stesso tempo, lapidario, da un punto di vista psicodinamico, si spiega senza indugio: allo stesso modo in cui i bambini provano piacere nell'espulsione delle feci, che costituisco il loro primo atto creativo e 'riproduttivo', così la paziente schizofrenica di Jung, in stato di febbrile e devastante regressione, difende sé stessa da pulsioni inaccettabili rifugiandosi in uno stadio primitivo dell'esistenza e ritrovando una sorta di appagamento originario e incondizionato. Il destinatario del gioco 'erotico' è il medico, sul quale ella, verosimilmente, trasferisce l'intera pressione emotiva e dal quale pretende consenso e complicità.

Pur nella sconcertante devianza, la signora non fa altro che esprimere un'elementare esigenza umana, quella dell'approvazione, e lo fa con una domanda diretta: <<Ti piaccio così?>>.

Tutte le volte in cui qualcuno, uomo o donna, in una conversazione lineare e confortevole, chiede all'altro: "Ti piaccio?", si rivela e prende vita il rito della complicità e della compartecipazione emotiva, che non è espressione di debolezza né deve indurre colui che pone la domanda a vergognarsene. Spesso, infatti, chi è interrogato tende a rispondere in questo modo: "Hai bisogno di conferme?" (...specie se si tratta della donna!). Bisognerebbe rispondere a costui o costei che tutti ne abbiamo bisogno e deve vergognarsene chi si sforza di occultare i propri bisogni essenziali.

Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un'area d'incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della psiche si manifesta nel linguaggio e, in particolare, in quello di relazione, dato che noi esistiamo unicamente nella relazione. La moglie chiede al marito: - Ti è piaciuta la frittata? -. Il marito risponde: - Sì, amore mio. Buonissima! -. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com'è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono! -.

Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma,[2] termine con cui Watzlawick et al. indicano il deterioramento della comunicazione all'interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all'altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l'altro verso l'alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno descritto da Watzalawick et al.! La coppia si trova dal terapeuta. Lei: - Io grido perché lui mi offende. -. Lui: - Io la offendo perché lei grida. -.[3] Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l’appunto, il terapeuta portando l’interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana:

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.[4]
Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e – per fare delle deduzioni – ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell’interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: - Andiamo in piscina? -. Lucia risponde: - Ho mal di testa. -. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe "No" e non "Ho mal di testa". Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che "Renzo è aitante, ma brutto", chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l'essere aitante e l'essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un'implicatura convezionale, il 'ma', che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell'umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. 

Nel prezioso volumetto di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un'esemplare e 'clinica'[5] rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell'intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: - Come stai? -. Lucia prontamente risponde: - Bene! -. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l'avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. 

Nell'esperienza psicopatologica, i fondamenti sociali e pragmatici del linguaggio scompaiono, come se fossero risucchiati da un buco nero; la semantica subisce una violenta dilatazione e perde ogni confine relazionale; le parole finiscono quasi sempre col non appartenere alla collettività perché non possiedono una valenza rappresentativa, cosicché il paziente afflitto da schizofrenia si isola in un mondo estraneo ai più, interpreta con rigidità gli eventi, affidandosi a credenze 'sciamaniche' e diventando portatore di verità assolute nel magico sacerdozio dell'autoesclusione.


La sua sintassi non risulta alterata e così pure la sua grammatica, ma la sua capacità di produrre significati utili alla conversazione spesso è disastrosa, quasi fosse liquefatta in un dolore innominabile, inespresso e, insieme, illuminato dalla bizzarria e dalle incessanti anomalie.[6] È così che il soggetto, in preda alla verbigerazione, alla tangenzialità e all’illogicità, non si limiterebbe a dire "Ho mangiato una frittata", ma, violando le massime di cooperazione della nostra comunicazione, potrebbe dire "Sono rientrato in casa, dopo aver sentito parecchio freddo a causa del calo improvviso della temperatura. All'improvviso, ho visto mia madre, mi sono avvicinato a lei e le ho chiesto di prepararmi una frittata calda perché fuori avevo sentito parecchio freddo a causa del calo improvviso della temperatura. Mia madre mi ha servito la frittata calda in un piatto caldo ed io ho capito di non sentire più il freddo che sentivo fuori a causa del calo improvviso della temperatura. Ho preso la forchetta con la mano e pure la forchetta era calda. Poi, ho portato il primo pezzo di frittata in bocca. Il pezzo ero caldo ed io l'ho mangiato. Ho mangiato tutta la frittata calda e non ho più sentito freddo a causa del calo improvviso della temperatura.". 

Ecco il prezzo che paghiamo alla nostra evoluzione neurobiologica: la separazione della linea dei sapiens dagli altri ominidi in seguito alla lateralizzazione delle funzioni cognitive e, in particolare, della specificità del linguaggio si è tradotta anche nella devianza!   





[1] JUNG, C. G., 1912, Wandlungen und Symbole der Libido, trad. it. di G. Mancuso, 1975, La libido, simboli e trasformazioni, Newton Compton Editori, Roma, p. 173.
[2] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti, 1971, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, p. 76.
[3] Ibid., p. 49.
[4] Ibid., p. 51.
[5] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.
[6] Cfr. PENNISI, A., BUCCA, A., FALZONE, A., Trattato di psicopatologia del linguaggio, 2004, Edas Edizioni, Messina.