mercoledì 29 luglio 2015

FA CALDO ANCHE PER LA GRAMMATICA


Ore sette e quarantacinque. Un vento moderato soffia da sud-ovest. È un libeccio quasi impercettibile, ma che ci affatica e ci affligge fin dalle prime ore del mattino. L'umidità raggiunge l'ammorbante soglia dell'ottantaquattro percento. Si suda, pur restando immobili. Trentadue gradi, a quest'ora, sono sufficienti a che l'uomo desideri con ardore l'evasione e ne studi i particolari con zelo. Tra le altre cose, le previsioni degli esperti del meteo non lasciano ben sperare: si annuncia un altro anticiclone africano che farebbe seguito a Caronte. Ne risente anche la grammatica, che vorrebbe essere fissata ai tre puntini di sospensione, non potendo rinchiudersi per dovere di cronaca e di genetica nei locali climatizzati. Coi tre punti di sospensione, potrebbe almeno riprendere fiato, confidare in una variazione benefica e farsi seguire anche da una lettera minuscola, meno impegnativa della compagna maiuscola… Il rischio della complicazione sarebbe, comunque, abbastanza alto; la calura fa brutti scherzi.

D'altronde, a pensarci bene, come può la grammatica 'volere qualcosa'? Non può! E meno che mai può risentire delle alte temperature estive, a meno di assumere personalità e autonomia! Di fatto, dopo cinquanta capitoli di #errorieparole, potremmo essere talmente generosi da concedere almeno un po' d'animo alla grammatica, come, di solito, lo doniamo a piene mani alla situazione, dicendo la situazione richiede l'intervento immediato, o a tante altre cose inanimate e, per giunta, astratte: questo progetto ci condurrà lontano, non altrimenti che se il progetto ci prendesse per mano e ci guidasse con amore materno. Sotto il sole cocente, non andremmo molto lontano, a dire il vero, con o senza guide fantasmagoriche.

Comecchessia, noi siamo abili a dare vita agli oggetti del nostro discorso: le mie parole - si dice - mirano a (…), sebbene sia il parlante a mirare a qualcosa. Facciamo una piccola pausa per tornare indietro di qualche riga: ci condurrà lontano o ci condurrà lontani? È meglio affrontare a testa alta gl'imprevisti: meglio lontano che lontani, trattandosi di una determinazione avverbiale e non di una modifica aggettivale. Prima che la temperatura aumenti, è bene dire che l'elisione di gli si può effettuare solo davanti a parola che cominci per i

Fatti i debiti chiarimenti, non facciamo fatica ad affermare che grammatiche, progetti, situazioni e parole non piangono, non ridono, non soffrono e non gioiscono assieme a noi, benché non ci sia alcunché di strano a far sì che mirino a qualcosa, richiedano qualcosa o risentano di qualcosa. Perché ci comportiamo da animisti impenitenti, senz'accorgercene? Oso dire che lo facciamo per due motivi: 1) l'ambiguità retorica e la ridondanza determinano il prezzo che paghiamo per l'efficacia della comunicazione: certi spazi aperti della nostra lingua diventano libero accesso all'interazione tra emittente e ricevente; 2) molto probabilmente, ciascuno di noi porta dentro di sé quel bimbo che, quando gioca, riesce a dare vita a tutto ciò che lo circonda. Se non ci fossero queste due componenti, l'una linguistica, l'altra archetipico-psicologica, il novantanove percento dei politici potrebbe smettere di parlare.

Noi, in pratica, pur non avendo competenze di poetica e retorica, usiamo con estrema disinvoltura e incalzante frequenza almeno quattro o cinque figure retoriche: sineddoche, metonimia, metafora e similitudine - per non parlare dell'iperbole o dell'anacoluto et similia - costituiscono la piattaforma di semantica e pragmatica del nostro linguaggio verbale. È altrettanto evidente, almeno quanto lo è l'uso, che non bisogna abusarne, come spesso accade, fuorché si voglia e, soprattutto, si possa trovare un alibi di ferro nell'afa e nell'arsura che rendono l’aria irrespirabile.

Il caldo torrido, se dobbiamo parlare con estrema franchezza, sortisce sempre qualche effetto: la grammatica è un'anziana signora, pluricentenaria, si regge ancora sulle proprie gambe, ma è costretta a incassare parecchi colpi, quantunque si mostri, spesso, alquanto tollerante, alla maniera di tutti i nonni, che sanno amare con dolcezza e pazienza i propri nipotini pur nella radicale diversità di doveri e principi morali.

Per 'lei' è giunto, dunque, il momento del meritato riposo; i suoi ultimi sei mesi sono stati impegnativi, cosicché, adesso, è opportuno che stia lontano dalle polemiche e dai torti che le si fanno costantemente e che, ad agosto, potrebbero rivelarsi fatali. A settembre, la nonna cederà il proprio posto in #errorieparole ai linguaggi delle devianze o, in altri termini, alla lingua delle persone affette da disturbi mentali (seconda sezione della rubrica): aneddoti scientifici ed esperienze professionali saranno oggetto dell'analisi. Si scoprirà il caso di quella paziente che, dopo essersi coperta di escrementi, disse al proprio medico: ti piaccio così?, quello del paziente che dichiarava di perdere sangue dall'intelletto o di abitare solo il centro della casa e quello di tanti altri. In genere, questa lingua 'disturbata' presenta delle caratteristiche di paradossalità, secondo il senso comune, tuttavia non si fa fatica ad accertare che un cosiddetto filo logico esiste. Il viaggio attraverso i significati della mente umana è un'avventura affascinante e pericolosa: talvolta si può procedere lungo una strada dritta e uniforme, talaltra, invece, si rischia di prendere la tangente e restare a parecchia distanza dal centro abitato o perdersi e girare a lungo attorno allo stesso punto.


sabato 25 luglio 2015

LA LINGUA COME CASO CLINICO


Per circa vent'anni, dal 1956 al 1975, in Italia, la musica pop è stata promossa da Canzonissima, un varietà di grande successo trasmesso dalla RAI e che rappresenta, oggi, un bollino di qualità sul curriculum psicosociale del buon italiano. Tutto sommato, anche i più piccoli, che non hanno avuto la fortuna di seguirlo in diretta, ne sanno qualcosa per sentito dire. Di fatto, su quel palcoscenico si avvicendarono le più importanti tra le figure della nostra radio, prima, e della nostra televisione, in seguito: Paolo Panelli, Nino Manfredi, Raffaella Carrà, Sandra Mondaini, Corrado Mantoni, Mina, Walter Chiari, Alberto Sordi, la coppia comica Cochi e Renato e tanti altri. Non mancò neppure la vivacità della controversia politica, in occasione della presentazione affidata a Dario Fo e Franca Rame, i quali, dopo aver subito parecchie censure, decisero di abbandonare la conduzione.

Riportando alla memoria questo ventennio, dobbiamo considerare che ciò che esiste regolarmente nell'arte popolare, talvolta, non esiste in grammatica non perché essa non abbia spazio per fantasia e creatività, ma perché fantasia e creatività, in qualche modo, devono essere disciplinate. Come si suol dire, questo sporco lavoro qualcuno deve pur farlo per citare una storica battuta da agente segreto hollywoodiano. Canzonissima è un superlativo assoluto ricavato da un sostantivo, pratica, questa, che può andare bene per le sperimentazioni, in cui e per cui un autore sceglie la forzatura al fine di attirare l'attenzione. In questo modo, se l'occasionissima è una, allora è funzionale, ma troppe occasionissime sono disgrazie bell'e buone, elucubrazioni di mentitori e ciarlatani o venditori sgrammaticati. Nello sport, specialmente nel calcio, chi non ha mai sentito dire campionissimo? Se andiamo avanti così, rischiamo di finire dritti nell'occhio di un ciclone grammaticale. Qual è la differenza tra aggettivi e sostantivi? C'è ed è netta. Sia concesso il campionissimo, senza abusi, soprattutto perché già il termine campione lascia pensare che ci si riferisca ad un atleta di raro valore, figuriamoci il superlativo improprio campionissimo!

In sostanza, non facciamoci prendere la mano dal trasformismo! Dai sostantivi non si ricavano i superlativi, allo stesso modo in cui stesso non dovrebbe mai diventare stessissimo (…è la stessissima cosa?), anche se questa storpiatura si vede gironzolare troppo spesso. Perché? Come può l'uguaglianza essere più 'uguale'? Non ci vuole mica la laurea in lettere per capire questa faccenda! 

Dovendomi mettere al riparo dai faciloni della grammatica contemporanea, voglio ricordare che alcuni autori illustri hanno adoperato queste forme scorrette. La mia precisazione è 'tendenziosa'… Qualcuno, infatti, potrebbe sentirsi autorizzato ad usarle nel buon nome dei suddetti autori. Potrebbe, ma non deve farlo! A questo punto, si configurerebbe una domanda classica: - Perché non posso farlo anch'io, se lo fanno loro? –. Ehm, no! Si suppone che scrittori, poeti, autori televisivi et al. abbiano studiato talmente bene la questione da potersi concedere la cosiddetta licenza. E inoltre, il contesto d'uso è la chiave di lettura. Prima di oltrepassare i confini della norma semplice ed essenziale, è almeno opportuno conoscerli. Stranamente, ci si abitua presto a deviare dalla strada principale della regola e ci si dà un gran da fare per cercare tutte le giustificazioni possibili. Silverio Novelli, esperto della lingua italiana che risponde ai quesiti dei lettori su Treccani.it, racconta che alcuni, dopo avere ricevuto il suo parere, inappagati, gli scrivono: - Grazie, ma continuerò a modo mio! –. Evidentemente, costoro desiderano solo una conferma per le proprie strampalate tesi grammaticali, finendo con l'apparire ridicoli e presuntuosi.

Tra le abitudini insindacabili dei parlanti italiani, ne riscontriamo una riguardante l'uso del gerundio. Sto arrivando risponde il marito per telefono alla moglie che lo incalza, laddove dovrebbe dire sto per arrivare. Sto per arrivare deriva da un costrutto squisitamente latino e prende il nome di perifrastica attiva. Con l'espressione sto arrivando, non ci si rende conto di dire qualcosa di simile a sono nell'arrivare o nella fase dell'arrivare. Non si fa fatica a capire che si tratta di un errore, sebbene la lingua colloquiale ne sia satura. Può darsi che esso dipenda dalla natura di ambedue le espressioni, che contengono due funzioni aspettuali del verbo, l'una corretta, l'altra scorretta. Non a caso, quando diciamo che sta piovendo, è in corso un preciso fenomeno meteorologico. Il gerundio, in quanto verbo indefinito, può esplicare parecchie funzioni nell'ambito della sintassi. Dunque: è giusto dire sto mangiando, se lo dico, mentre consumo del cibo; è sbagliato ricorrere a stare più gerundio, tutte le volte in cui non si può definire l'atto indicato dal gerundio stesso.


Possiamo anche dire che, in grammatica, si gioca a mettere segni giusti e parole giuste al posto giusto, mentre in ortografia le lettere giuste al posto giusto, in semantica i significati giusti al posto giusto, in linguistica, invece, si gioca a riconoscere il gioco che si fa in grammatica, ortografia e semantica. Accade, di tanto in tanto, che ciascuno decida di riscrivere d'arbitrio le regole in modo tale da cucirsele addosso, farsele su misura, per così dire. E inoltre, bisogna dire che non sempre i giocatori accettano di buon grado di perdere, cosicché qualcuno o si mette a giocare da solo oppure trasforma il singolo caso in legge. Per esempio, in medicina e nelle branche affini, si sa per certo che un sintomo non è patognomico, cioè non basta a designare una patologia e, di seguito, a determinare una diagnosi. Coloro che s'improvvisano medici virtuali attraverso la consultazione dei siti internet, ignari di questo piccolo ma decisivo particolare, leggono da qualche parte che i capogiri o, che so, la nausea sono sintomi di questa o quell'altra malattia e si fanno prendere dall'ansia. Dimenticano che l'anamnesi e il completamento del quadro sintomatologico sono fondamentali… La grammatica, che si esprime in diversi contesti e a più livelli, deve essere studiata alla maniera di un caso clinico: per ogni errore ci vuole un po' di anamnesi, com'è necessario un quadro sintomatologico.  

mercoledì 22 luglio 2015

AMANTI SGRAMMATICATI


Ci lasciamo catturare e affascinare dalle più angoscianti tra le storie d’amore che la tradizione letteraria ci abbia donate: è un fatto ormai incontestabile, come se il dolore, il sangue e l'infelicità altrui rinnovassero la nostra speranza di successo amoroso e il nostro vigore sessuale. Noi ce l'abbiamo fatta; loro no potrebbe essere il nostro rendiconto. La loro sconfitta è mezza vittoria per noi. Diversamente, può anche darsi che si tratti di un archetipo, cioè d'un'idea collettiva originaria e secondo la quale, in materia di sentimenti, viviamo la cultura della colpa… 

Romeo e Giulietta, non a caso, entrano a far parte della memoria comune con estrema facilità, anche quando non si è pratici di teatro shakespereano. I protagonisti di questa tragedia riescono a malapena ad amarsi e concludono col suicidio il sogno d'una vita insieme, tuttavia diventano un simbolo dell’amore perfetto. Il gusto di ciò che non si può avere supera quasi sempre il piacere delle cose possedute. Paolo e Francesca, cognati e amanti che Dante ci presenta nel quinto canto dell’Inferno, vengono sorpresi e uccisi dal marito di lei. Anche in questo caso, lo sguardo popolare non esita a trarne una specie d'elevazione simbolica. La passione vissuta e consumata fino alla fine non piace ai più. Lo stesso Lancillotto, la cui vicenda amorosa ispira i cosiddetti lussuriosi, non fa una bella fine. Questi sono solamente i casi esemplari e, per così dire, i più noti, ma la rassegna potrebbe sconfinare presto nella quarta dimensione già col semplice ricorso alla narrativa del ventesimo secolo. Se consideriamo, per giunta, la cinematografia classica, a partire dall'arcinota Rossella O'Hara, che qualche lacrima ha versata, per poi passare a Titanic, rischiamo di non uscirne più. Insomma, di sventura in sventura, si giunge a contemplare anche l’amore sgrammaticato.

Qual è il legame tra le 'amate' disgrazie e gli strafalcioni? L'urlo 'verbale', lacerante e dirompente degl'innamorati, già da tempo, trova spazio sui muri, fissato ora in una sorta di murale (non murales, dato che murale è il singolare di una parola spagnola) ora in una sentenza epigrammatica affinché il mondo intero sappia – e non solo l'amato o l'amata – che la dichiarazione scritta è un bisogno improrogabile.

Grazie al nutriente lavoro svolto sul sito www.qnm.it, che mi è stato alacremente suggerito dalla psicologa Sonia Bertinat, scopriamo un'esilarante sequenza di scritte murali, che, a dire il vero, fanno pensare più al cataclisma che alla seduzione. Ne scegliamo alcune in modo tale da renderci conto di quanto possa essere 'antigrammaticale' la grammatica dell'amore. Un tizio scrive Adio pupa tio amato e, qui, non si sa davvero a cosa appellarsi per farne l'analisi, dato che il codice sembra un misto di dialetto sudamericano e lingua tagalog. Restiamo partecipi del suo dolore perché, come s’è detto, apparteniamo alla setta degli addolorati per amore. Gli fa eco, a chissà quale distanza, colui che ha introdotto un nuovo santo nel calendario gregoriano: Buon s'Anvalentino per te!!! Melius abundare quam deficere si direbbe a proposito dei tre punti esclamativi, che comunque sono l'aspetto meno preoccupante dell'augurio. Per evitare una gaffe – non si sa mai! – io scrivo Anvalentino con la lettera maiuscola. Non vorrei che, un giorno o l'altro, sbucassero fuori gli Anvalentiniani a bastonarmi. M'avvedo che quest'ultima frase non è degna dell'apparato tragico in questione, ma si comprende che non sarebbe potuta passare sotto silenzio.

Se vogliamo tornare a delusioni e quant'altro, mettiamo in primo piano la frase di qualcuno che sicuramente è stato costretto all'amicizia al posto della precedente storia d'amore. Sentirsi dire è meglio restare amici non è piacevole perché, come scrive il nostro, non è facile chiamare amico alla persona che ami. Io, di solito, non chiamo alle persone e tento di distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, ma al cuor non si comanda! La capacità di fare distinzioni efficaci è una qualità che pochi possiedono, tant'è che chi la possiede non può tenerla nascosta e scrive: Io e te 4 metri sopra il cielo perché a 3 metri stanno molta gente.

I patimenti - si sappia! - sono sempre in agguato e non cessano di tormentare la sensibilità maschile. Spesso, la donna è spietata nel condannare gli errori dell'uomo, cosicché occorre rivolgerle una vera e propria supplica: bimba dammi un altra scians! Ad essere sincero, io gli darei solo la scians di andare a scuola, ma le scelte d'amore rinviano alla dimensione intima di ciascuno di noi, non sono discutibili.  Tra le altre cose, potrebbe recarsi a scuola in compagnia del proprio collega che scrive Je tem e fare un corso d'approfondimento almeno di una lingua straniera a scelta… Come fare jogging in due: è più piacevole.

Un vero poeta, invece, tenta di sottrarsi allo strazio con un verso bruciante e iperbolico: Questo amore immenzo x te, laddove un'altra vittima è costretta ad arrendersi miseramente: io muoro x te. Se ci avventuriamo nell'analisi degli universi paralleli, sappiamo da dove partiamo, ma non sappiamo dove possiamo arrivare: Sei la cosa più bella che abbia mai esistito. Il tentativo di adottare il congiuntivo è nobile, ma questo ausiliare avere ci complica la vita. Come dobbiamo interpretarlo? Come un verbo transitivo che determini il possesso dell'oggetto e, di conseguenza, dell'esistere? L'esistenza è la più ardua tra le prove e lo sa bene quell'uomo che ha avuto il coraggio di denunciare i propri errori e la propria debolezza in questo modo: La vita mi a dato un regalo bellissimo e io come uno stupido o perso e x questo io ciò un dolore atroce ke solo tu puoi quarirmi. L'effetto di tali parole ci rimanda di colpo ai versi della Canzone al Metauro di Torquato Tasso o al Tango del vedovo di Pablo Neruda; sono talmente commoventi da togliere il respiro. In tal senso, è quanto mai opportuno giovarsi della saggezza dell'amante navigato: lorgoglio non serve. Qualche perditempo poco educato gli scrive accanto: ma l'apostrofo sì, noncurante del rispetto nei confronti di chi, soffrendo, documenta il dolore con pacatezza. Le reazioni s'intrecciano con estrema rapidità perché non c'è nulla che scuota al tal punto la psiche quanto l'amore: mi ahi deluso, non posso fare almeno di te dichiara un altro. Forse, ha fatto slittare di un posto la h per dare enfasi alla delusione? E almeno?

Gl'interrogativi che s'addensano su di noi sono troppi perché se ne possa venire a capo facilmente. Congediamoci dal regno della sofferenza con garbo e in silenzio! Lasciamo che parli ancora una volta la scrittura di uno dei protagonisti: (…) dal primo momento che ti ho visto mi sono innamorato e nn passa giorno a cui nn ti pensi (…) ci tengo talmente tanto ke potrei morire (…)! Requiem aeternam Deo.


sabato 18 luglio 2015

OCCAPITO NON CÈ BISOGNO DI STUDIARE SIAMO TUTTI COOL


Oggigiorno, a difendere la grammatica essenziale, quella di base, senza fronzoli e orpelli, si rischia il linciaggio, giacché s'è ormai palesata la tendenza dei linguisti a fondere la pragmatica e i contesti d'uso con le norme necessarie alla genesi di un periodo lindo e composto, come se i confini e i limiti non esistessero più. D'altronde, perché bisognerebbe sforzarsi di preservare le fatiche fatte da Francesco Petrarca, Basilio Puoti, Antonio Cesari e Pietro Bembo? È roba vecchia, ammuffita, utile solo a riempire le scansie della libreria. Via i congiuntivi! Via le virgole! Fuori tutto! Sconti del 30%, 50% e 70% pure sulla sintassi e sui verbi irregolari! Se l'errore si usa ed è diffuso, allora va bene.

Occapito non cè bisogno di studiare siamo tutti cool.

Tra un po', si dirà pure che conviene farsi il bidet ogni dieci giorni perché la sporcizia protegge l'epidermide. Io preferisco continuare a lavarmi e, checché se ne dica, tutte le volte in cui leggo un numero romano con il cerchietto in apice (), inorridisco e mi preoccupo. Sono fatto male, lo ammetto. Se un comune deve festeggiare la decima edizione di chissà quale evento, ha due soluzioni da adottare per la grafica dei propri manifesti: o X edizione o 10° edizione, purché non scriva ! Qualcuno ha mai visto, per caso, in un buon libro, la forma X° secolo? Mi auguro di no. Può darsi che il numero romano contenga già il significato in questione e non sia necessario abbondare... Vi avviso che, se temporeggerete ancora un po', non è escluso che qualche buontempone, non contento dello stato dell'arte, faccia di tutto per cambiare la regola.

Comincio a pensare che la scuola non c'entri e sia esente da colpe. Un tempo, me la prendevo con gl'insegnanti, ma sbagliavo. L'Italia è un paese modaiolo, ma indossa panni inadatti al fisico che ha, alla maniera di quei personaggi di borgata che, pur avendo l'epa prominente, ostentano magliette attillate e jeans a vita bassa. Di conseguenza, si corre sempre verso una qualche riforma dei costumi. Nel Massachussetts, neuroscienziati e linguisti, dopo anni di ricerche, scoprono, per esempio, che esiste il 'mentalese', cioè una specie di competenza linguistica innata? Ebbene? In Italia, la scoperta non viene mica intesa per il valore scientifico che possiede, ma diventa subito un che di strumentale: in fretta e furia, si deve fare la rivoluzione. Non è un caso che siamo sempre stati dominati…

Dunque: gl'insegnanti possono cavarsela per buona condotta; sono le classiche vittime di un sistema in cui non ci si limita a proclamarsi riformatori, ma ci si autoproclama. Perché questo gusto dell'eccesso? Non basta proclamarsi? È necessario anche autoproclamarsi? Il prefissoide auto- deriva dal pronome greco di terza persona autòs, autè, autòn, perciò, se lo aggiungiamo al verbo, che già è strutturato sull'enclisi del –si, finiamo con l'assumere inaudita importanza, tanta da non poter più andare in giro senza scorta. È evidente che da Linosa a Predoi, attraversando la penisola dal punto più a sud a quello più a nord, tutto può accadere.

Ricordo a beneficio dei detrattori che l'oggetto è sempre la grammatica elementare, non lo scambio orale, affettivo, umano troppo umano. La grammatica è prevalentemente un insieme di indicazioni della scrittura ortodossa, da cui legittimamente si agisce in deroga, a seconda delle esigenze e confidando che la deroga non si trasformi in una deriva o in una ribellione.

Sappiamo che la maggior parte dei parlanti dice e scrive che bello!, però dovremmo pure sapere che si tratta di un errore. Qual che messo lì, a precedere l'aggettivo, svolge una funzione impropria: dovrebbe fungere da aggettivo esclamativo, ma è impedito dall'altro aggettivo. È corretto scrivere quant'è bello! Se, invece, vogliamo usare proprio il che, dobbiamo farlo seguire da un sostantivo: che noia! o che bellezza! Niente paura! Il registro colloquiale non deve generare tali preoccupazioni. È importante che si stia attenti a certe forme, quando si scrive o si tiene una conferenza. 

Di fatto, alcune espressioni sono brutte anche a sentirsi. Un brutto vizio grammaticale consiste nell'uso del verbo al plurale in presenza di un soggetto singolare seguito da un complemento di compagnia. Se devo raccontare di essere andato a pescare con Alessandro, non posso dire oggi siamo stati a pescare con Alessandro. Eh no! Non si può neanche nell'ambito d'una conversazione semplice. Il soggetto, in questo modo, viene soppresso e l'accordo è fatto secondo una specie d'intuizione del ruolo dei protagonisti. 

Per portare l'attenzione su un'altra diavoleria linguistica si potrebbe dire che questi sono i disagi intellettuali della meglio gioventù, denunciando, così, il crollo di un aggettivo a vantaggio di un avverbio. Sia chiaro che il caso del film diretto da Marco Tullio Giordana non può e non deve essere soggetto a correzione grammaticale! La scelta di un registro linguistico da parte di un autore – Pasolini n'è stato un maestro; Manzoni non scherzava – serve a ricreare l'ambiente in cui gl'intrecci sono calati. In un tema sui Sepolcri, invece, come scrive Silverio Novelli ne Si dice? Non si dice? Dipende, il ma però non è tollerabile e l'insegnante fa bene a segnarlo come errore. Non sono d'accordo su tutto ciò che scrive Novelli, ma devo riconoscergli il merito del capolavoro summenzionato, uno dei pochi libri in cui stanno insieme elegantemente grammatica, sociolinguistica, pragmatica e semantica in una lingua accessibile a tutti, divertente e, soprattutto, innovativa. Troppa tolleranza diventa presto devianza.


Se Abramo tornasse in vita quale redivivo patriarca, sarebbe ancora disposto a negoziare e rinegoziare ininterrottamente e ossessivamente la pace per Sodoma e Gomorra? Giosuè accetterebbe di credere che il sole sia la stella attorno alla quale ruotano gli altri pianeti? Il profeta Daniele scenderebbe ancora nella fossa dei leoni? Oppure si concerebbe anche a loro qualcosa di soft, visto siamo ormai in tema di tarallucci e vino e, per giunta, all'inglese? Don’t panic scrive Novelli… 

mercoledì 15 luglio 2015

I CONTADINI E I PESCATORI POSSONO PARLARE COME VOGLIONO... 
GLI SCRITTORI NO!



La scena è quella dei social network. Twitter è, ancora una volta, lo sfondo coreografico. I protagonisti  della contesa sono tre o, forse, due contro uno: io, cioè l'uno, autore di un testo con cui 'attacco' la sintassi  di Annamaria Testa, LiciaCorbolante, linguista e curatrice di http://blog.terminologiaetc.it, e Francesca Chiusaroli, docente di Linguistica generale e applicata all'Università di Macerata e genitrice di #scritturebrevi e di http://www.scritturebrevi.it/. L'oggetto della disputa si definisce presto: le diverse concezioni della grammatica. 

Mi sembra di essere rinato in un nuovo mondo, una terra fiabesco-medievale in cui si litiga sul valore degli 'universali': sono nella cosa, fuori della cosa o prima della cosa?  Ad essere generosi, si potrebbero aggiungere 'altre cose', ma è inutile incomodare Sant'Anselmo, Abelardo o i logici dei giorni a venire perché si finirebbe col restarne intrappolati. La buona e sana filosofia è sempre quella grazie alla quale l'uomo può riempire la pancia: consiglio spaghetti con le alici e un freddo calice di vino bianco a coloro che, senza requie, si lambiccano il cervello coi filosofemi. 

Nel capitolo precedente di #errorieparole, ho additato un articolo pubblicato su http://nuovoeutile.it in cui l'autrice dava consigli sulle tecniche di scrittura. Sono persuaso, in primo luogo, che un consigliere della buona scrittura debba avere un'ampia e particolareggiata padronanza della lingua italiana. E inoltre: quando un errore si ripete più volte, non si può più parlare di svista o refuso, ma occorre sottolinearlo con la matita blu. Le mie 'rivali' mi accusano di 'normativismo' e, per certi aspetti, di pedanteria. Io, naturalmente, non sono d'accordo, ma, pur dissentendo, voglio fare una premessa: Licia Corbolante e Francesca Chiusaroli sono due splendide figure intellettuali, due donne dotate di garbo, raffinate capacità empatiche e il cui percorso umano è segnato da alacre professionalità. Nessuna piaggeria, sia chiaro! Io, d'altronde, non possiedo simili caratteristiche di gradevolezza e non aspiro ad acquisirle. 

Tutte le volte in cui qualcuno si dichiara 'scrittore', gli errori devono essere condannati. La tesi dell'accusa è formulata nel modo che segue: - Trovami una sola persona che non abbia capito la frase perché mancava la virgola! -. Io boccio questa esortazione della Corbolante perché si tratta di un madornale 'fuori tema': il piano della comprensione e dei significati va distinto da quello della grammatica. Io contesto l'errore grammaticale, non l'opportunità d'interpretazione e di scambio comunicativo. L'efficacia del segmento linguistico non è in discussione, le competenze grammaticali sì! Ho sostenuto, precedentemente, che, nella frase Prima di metterti a scrivere raccogli tutte le informazioni che potrebbero servirti (…), è necessario mettere una virgola che separi la reggente dalla subordinata; il che non è soggetto a deroghe, se – lo ribadisco – l'unità di misura è quella della grammatica e non quella della pragmatica. Se, per di più, l'errore, come ho già detto, si ripete in altre parti del testo e sotto diverse forme, non capisco come si possa dire transeat! Dunque: anche se la Chiusaroli afferma di non potere condividere parole di sdegno su abbreviazioni e virgole, io, al contrario, manifesto tutto lo sdegno che riesco a produrre, soprattutto se il destinatario è qualcuno che pubblica i propri 'capolavori' con Rizzoli e si erge a modello da imitare. Non mi metto mica a fare discorsi mielosi sulla retorica della meritocrazia, ma un po' di buonsenso è necessario. 

Se andiamo in pizzeria e il pizzaiolo ci fa arrivare sul tavolo una pizza cruda o poco gustosa, ci lamentiamo perché il pizzaiolo non ha fatto bene il proprio lavoro. Se, invece, la pizza è fatta da un'amica in una serata di relax, allora ne ridiamo perché sappiamo che non è un'esperta e possiamo mostrarle tolleranza. Lo stesso criterio vale per la scrittura e la grammatica. Vadano a lavorare la terra, così da dare spazio ai tanti giovani talentuosi, anziché dare il cattivo esempio! Non c'è un unico italiano con norme inderogabili mi si dice: sono d'accordo, ma il dipende è grande quanto un elefante. Lo ripeto fino alla nausea: il contadino o il pescatore si possono permettere di parlare e scrivere come vogliono, a patto che riescano a fare cassa; gli scrittori, specie quelli blasonati, no! 

Purtroppo, coloro che sono prodighi di buonismo linguistico, a mio avviso, sono effettivamente estranei alla lingua vera, quella che nasce e muore tra la gente, quella i cui suoni fanno male perché indicano sempre un bisogno. Io sono cresciuto in un quartiere dove tvb non significava ti voglio bene, ma: ti vengo a bastonare! Quando facevo a pugni per le strade e mi toccava insultare qualcuno, lo facevo in dialetto. Nel tempo, sono stato facchino, cameriere, muratore e, per due anni, pescatore. Di notte, andavo per mare con una barchetta lungo la costa che si estende da Selinunte a Mazara del Vallo; di mattina, tentavo di vendere il pescato. E lo vendevo in dialetto, rigorosamente in dialetto. Quando imprecavo di paura a causa delle burrasche improvvise, lo facevo in dialetto. Poi, quando fui diventato docente universitario, mi resi conto di dovermi esprimere in un italiano corretto almeno per dare il buon esempio ai miei allievi: in effetti, sono un po' ottuso, ma riuscii comunque a cavarmela nel rispetto d'una grammatica essenziale. Quindi, non mi si venga a fare la lezioncina sui contesti! 

Mentre taluni cominciavano a conoscere i contesti linguistici tramite master di specializzazione e libroni che profumavano di denaro, io me la 'spassavo' versando sangue. So bene di correre il rischio di espormi al 'vittimismo', ma sono stanco di leggere commenti impertinenti e ingenerosi, propri di chi vede la lingua da uno scranno e può impartire la benedizione urbi et orbi. 

La grammatica morale è una trovata clownesca, irriverente e, a tratti, anche pacchiana. Mi dolgo di dovermi contrapporre a persone che stimo incondizionatamente, ma credo di avere sufficiente capacità di discernimento per evitare derive personalistiche. Licia Corbolante e Francesca Chiusaroli sono ciò che dichiarano di essere, ma non si fa fatica ad accertare la loro identità. Annamaria Testa, invece, appartiene alla generazione dei vari e indefinibili "va' dove ti porta il cuore". Sono aggressivo? Può darsi ch'io lo sia, ma ogni opera di difesa di un sistema passa in qualche modo dall'azione bellica e dev'essere fatta sul campo di battaglia. Non si può vincere una guerra, senza invadere il territorio dell'avversario. Altrimenti, l'azione è mera spacconeria, ostentazione di forza e null'altro. D'altronde, il maestro de L'arte della guerra dice che bisogna attaccare il nemico dove non è preparato e fare delle sortite con le truppe quando non è preparato

sabato 11 luglio 2015

SIAMO FIGLI DELL'ERRORE: DAL DNA ALLE MELANZANE


Uno dei primi tentativi di rimediare agli errori di grammatica risale, su per giù, al IV secolo d.C.. In realtà, la datazione è incerta, tant'è che alcuni studiosi indicano il periodo tra il III e il IV, altri quello tra il V e il VI. Di conseguenza, io, avvalendomi non senza un minimo di goliardia del detto latino in medio stat virtus, ritengo che il quarto secolo possa accontentare tutti. In quel tempo, un diligente maestrino, un certo Probo, redasse una lista di errori comuni, che in seguito fu definita Appendix Probi a riconoscere il merito al presunto autore. La tecnica utilizzata dal grammatico fu abbastanza semplice e fu basata sul seguente modello: questo, non questo oppure così, non così. Probo, a quanto pare, era un sostenitore dei classici e, non arrendendosi facilmente alla corruzione della lingua latina, suggeriva ai propri lettori di scrivere calida, non calda, columna, non colonna e così via. Calda e colonna, infatti, per lui, erano da bollare come veri e propri errori. A ben vedere, per noi accade l'esatto contrario. Diciassette secoli circa hanno ribaltato l'unità d'interpretazione della lingua non perché il latino classico sia cambiato e scomparso pure dai banchi di scuola, ma perché nessuno di noi, oggi, potrebbe considerare calda e colonna come delle forme sbagliate.

Secondo la storia della nostra identità linguistica, ciò che più conta è valutare debitamente il fenomeno del passaggio grammaticale. L'errore ci ha condotti all'attuale verità linguistica, giacché, nel linguaggio, la verità è un fatto, da intendere come modo di essere di una comunità. Ciò che è sbagliato appartiene ai fatti tanto quanto ciò che è giusto.

Se è vero che gli errori, in genere, spaventano i parlanti, è altrettanto vero, secondo la teoria bioevoluzionistica, che, se quattromila milioni di anni fa non si fosse verificato un errore chimico, adesso non potremmo parlare di grammatica  o dello stesso DNA. Non potremmo parlare. Punto! Alcuni scienziati – scrive Dawkins –, ingegnandosi a riprodurre a livello sperimentale l'ambiente chimico della terra prima dell'avvento della vita, hanno scoperto la presenza di purine e pirimidine, cioè di blocchi organici costitutivi del nostro DNA già fortemente concentrati all'epoca del brodo primordiale. L'ipotesi è che, sempre nel contesto chimico primordiale, risalente a quattromila milioni di anni fa, le concentrazioni di sostanza organica si facessero sempre più grandi grazie anche all'effetto dell'energia proveniente dai raggi solari ultravioletti. Oggi, fa notare lo scienziato, questo evento sarebbe impossibile a causa dell'azione dei batteri che assorbirebbero e demolirebbero delle molecole così grandi. Il più inaspettato dei fenomeni, ciò che rientra davvero nella singolarità del caso, tanto da essere definito dallo stesso autore quasi del tutto improbabile, fu il formarsi di una molecola in grado di produrre copie di sé stessa, una molecola replicante. Si trattava di una grande molecola costituita da blocchi di molecole più piccole. Non si sa con precisione quale fosse il meccanismo di copiatura: può darsi che ciò avvenisse grazie ad affinità tra alcune molecole presenti nel brodo e i piccoli blocchi del replicante, che ad esse si attaccavano, oppure, cosa ancora più probabile, può darsi che la replicazione avvenisse non già mediante molecole dello stesso tipo bensì attraverso un raccordo funzional-riproduttivo tra positivo e positivo o tra positivo e negativo. In pratica, la stabilità che 'diede vita alla vita' fu introdotta improvvisamente. Non è affatto traumatico, allora, aggiungere che la stabilità e la precisione degli attuali processi ribosomiali si sono raggiunte lungo un percorso di improbabilità e di errore evolutivo-progressivo. Se il replicante originario avesse mantenuto inalterato il proprio meccanismo di copiatura, non saremmo qui!

Il DNA e la grammatica, non a caso, si ritrovano sullo stesso piano. Ciò non vuol dire che possiamo fare a meno dei congiuntivi o che i propositi contenuti nell'Appendix Probi o nel De vulgari eloquentia o nel capolavoro di Silverio Novelli (2014, Si dice? Non Si dice? Dipende, Laterza) siano inutili: tutt'altro! Sarebbe bene cominciare ad avere più rispetto per la lingua di quanto se ne vede in giro: lo dico – si badi! – non già per esigenze estetico-esornative o morali o scolastico-accademiche, bensì perché ci si riappropri di quel sentimento di condivisione che solo la ritualità della lingua e dei suoi significati essenziali è in grado di istituire. Io non sono affatto un personaggio autorevole e non godo di chissà quale attenzione pubblica, ma esorto parimenti coloro che mi dedicano il proprio tempo a tenere a distanza i blog in cui si offrono i classici cinque o dieci consigli sulla scrittura, fuorché si tratti di Umberto Eco o pochissimi altri. Consultare le grammatiche e leggere i classici restano doveri intellettuali inalienabili.

Non c'è alcunché di scandaloso, se un venditore ambulante pubblicizza la propria mercanzia scrivendo melenzane anziché melanzane o prociutto al posto di prosciutto. Lo scandalo c'è, ogni qual volta in cui melenzane o prociutto vengono fuori dalla bocca di un insegnante o di un professionista. Il ruolo che svolgiamo o che dichiariamo di svolgere è un elemento di relazione e significazione tra le parti sociali, sicché il modo in cui ne comunichiamo la concreta funzionalità, di volta in volta, o ridisegna una porzione di realtà o la corrompe.

Di recente, mi sono imbattuto in un blog nel quale l'autrice si propone di dare cinque consigli sulla scrittura e cinque rimedi per chi non li segue. Premettendo che questi titoli mi fanno paura perché mi fanno paura tutte le persone capaci di dare consigli 'numerati' agli altri, ho trovato tanti di quegli errori grammaticali che mi sono detto: - Se l'autrice ha raggiunto un certo successo in questo modo (…è piuttosto famosa e ben sostenuta dalle case editrici!), le cose sono due: o, prima o poi, mi daranno il Nobel per la letteratura oppure faccio meglio a scrivere 'occapito' e rinunciare a tutto! - . Il guaio è racchiuso nella pretesa o nel cosiddetto obiettivo di chi scrive: dare consigli sulla scrittura. In primo luogo, non è possibile, a mio avviso, suggerire a qualcuno tecniche di scrittura o metodi, se non si ha una profonda padronanza della lingua e delle sue regole. Alcuni errori grammaticali del testo sono davvero grossolani. L'autrice scrive: Dì quel che ti serve (…) mettendo un accento sulla i. È inaccettabile perché si scambia un imperativo tronco di' con un sostantivo, dì. L'imperativo del verbo dire, in questo caso, è di'. Non c'è stile che regga! È un errore grave. Allo stesso modo, la sintassi, talvolta, è macchiata da errori di punteggiatura. Riporto solo un esempio. Prima di metterti a scrivere raccogli tutte le informazioni che potrebbero servirti (…): la subordinata temporale implicita introdotta dalla locuzione subordinante prima che deve essere separata dalla reggente tramite una virgola. È obbligatorio e non opinabile.


Vi prego, quale che sia il vostro parere in merito, di non accusarmi di pedanteria! L'oggetto dell'articolo è la scrittura; il fine: aiutare gli altri a farlo. E non lo si può fare se non si rispetta la differenza tra un asindeto e un polisindeto o tra reggente e subordinata. 

mercoledì 8 luglio 2015

QUEL MEDICO CHE PROVA SU DI SÉ I RIMEDI, 
PRIMA DI ORDINARLI AL PAZIENTE


Ne La cantatrice calva di Eugène Ionesco, la signora Smith, uno dei personaggi principali, volendo esaltare le qualità professionali del dottor Mackenzie-King, afferma che questi è un ottimo specialista perché non ordina mai dei rimedi, senza averli prima sperimentati su di sé. In un'occasione, questo medico, pur non essendo malato, si sarebbe fatto operare al fegato al fine di svolgere correttamente lo stesso intervento chirurgico su Parker. Il protocollo del dottor Mackenzie-King sarebbe dunque il seguente: 'prima su di me, poi sul paziente'; la qual cosa, da un punto di vista scientifico, è ineccepibile. La fase della sperimentazione precede quella dell'applicazione terapeutica. Dalla teoria alla pratica, però, il meccanismo s'inceppa. Nessuno di noi, infatti, è disposto a correre il rischio di valutare bene la realtà delle cose che si dicono o si pensano. 

Lo stesso accade nello spazio-tempo della lingua e delle grammatiche. La teoria si presenta quasi perfetta, imponente e, a tratti, soddisfacente, come se bastasse applicare una regola, con uno schiocco delle dita, per farsi capire. Sappiamo tutti che non è così. Nel più stupido o più esilarante tra i giochi della nostra lingua, tiriamo fuori espressioni come Il giocatore rimette al centro e ci rendiamo conto che la frase può essere tradotta con L'atleta vomita al centro. E siamo solo alle prese con un esempio banale. Figuriamoci il resto! Ionesco si fa carico della ridicolaggine della comunicazione umana, la cui pragmatica è troppo spesso basata sul comune convincimento secondo cui tutti capiamo tutto immediatamente. Non è così. Ne viene fuori una commedia dirompente in cui chi parla documenta solo ciò che gli passa per la testa, senza badare alle connessioni logiche tra i discorsi dei parlanti. Il piano in cui si consuma la tragedia dei significati è adombrato dalle nostre buone abitudini, dalla nostra educazione civile e dalla nostro bisogno di comunione emotiva. 

È così che, in un periodo di calura insopportabile, durante la conversazione, uno dei due parlanti, prima o poi, dirà che "il caldo è insopportabile", giudizio neutrale e che non aggiunge né toglie alcunché al dialogo. Esso, comunque, protegge la verità linguistica di chi lo formula, riempie degli spazi e fa guadagnare tempo al protagonista. Entro i confini di una chat la vacuità di un giudizio simile aumenta (…ammettendo che la vacuità possa aumentare!) perché spesso i parlanti sono separati da parecchia distanza.  Di conseguenza, se uno dei due sente caldo, chiede all'altro: - Fa caldo anche da te? -. Viviamo di distanze e ci appoggiamo ai segni linguistici per sottrarci alla verità dei fatti. Il fenomeno può estendersi a qualsivoglia elemento della nostra quotidianità: quando dico a qualcuno che un certo quadro è bello, non so mica come il mio interlocutore rappresenti mentalmente la bellezza; egli, a propria volta, non sa quale sia la rappresentazione della 'mia bellezza'. 

Agli effetti di un miglioramento della comunicazione, la grammatica dovrebbe essere sempre tradotta in immagini e non in semplici giudizi in cui un predicato si unisca ad un complemento. Il rischio è il distacco semantico, specie se segni e segmenti linguistici sono fissati rigidamente in una sorta di gergo. Dove sono le immagini e dov'è la forza emotivo-affettiva di , nn, c6, ke, tvtb, tat, 3mendo et cetera? Le immagini, se ci sono, sono piuttosto deboli e indefinibili. Nulla, nella lingua, nasce per un caso; il processo è sempre il substrato dei modi di dire. 

In precedenza, avevo già trattato l'argomento, ma ho pensato di approfondirne l'aspetto (dis-)funzionale e pragmatico. Qui, non è in questione solo il cosiddetto errore, giacché non si può più parlare di errore nell'ambito di uno slang. Quando qualcuno scrive in chat bnotte, si serve d'una convenzione distorta: il fonema b, che ha caratteristiche di distintività, non sta ad indicare l'aggettivo femminile buona. Semmai, s'intuisce l'intenzione di chi lo produce. Tuttavia, è evidente che potrebbe anche significare brutta notte! Né il mittente né il destinatario si sforzano di costruire uno scambio efficace o di indagare sullo stato d'animo dell'altro. 

Il caso di nn, non, è diverso: si tratta di un 'monosillabo' sincopato. La sincope è quel fenomeno in seguito al quale cade un suono all'interno della parola. Rapidità e semplificazione s'intrecciano perfettamente. è una combinazione di diversi fattori: 1) il prestito dal metalinguaggio dell'aritmetica con l'introduzione del segno X al posto di per; 2) l'aferesi, cioè la caduta del gruppo per all'inizio della parola; 3) l'associazione fonetica tra il segno adottato e il gruppo caduto. Un discorso simile si può fare per xché

Tvb / tvtb, ti voglio bene / ti voglio tanto bene sono ormai diventati veri e propri acronimi, dei modelli imbattibili e inossidabili, considerando che hanno preceduto la nascita delle chat e sono comparsi già intorno agli anni settanta. 

Devo ammettere che la mia repulsione si concentra  fondamentalmente su 3mendo (tremendo) e xxxxxx (tanti baci) et similia, esempi della peggiore specie. Il mio sdegno nasce da cause precise: xxxxx è il totale annientamento dei presupposti poetici e metalinguistici del linguaggio. Mi vien fatto di urlare "Povero Jakobson!" (...al quale si deve la classificazione delle funzioni del linguaggio!). 3mendo è un codice alfanumerico, come chiunque può notare: c'è poco da commentare, a mio avviso, fuorché un'elementare e grossolana sostituzione in seguito ad aferesi. A volere tenere ancora in sufficiente considerazione la grammatica, poi, non si può fare altro che cospargersi il capo di cenere e strapparsi le vesti. È vero, si tratta, per lo più, di espressioni giovanili e adolescenziali, ma, se devo essere sincero, mi pare che la cosa sia ancora più preoccupante che se provenisse dagli adulti. Preferisco le parolacce a questo 'modo di baciare' perché la rozzezza fa rientrare la parola per lo meno in una specie di 'appartenenza' e in una zona del linguaggio piena di colore. 

Le forme Ke e anke, tutto sommato, possono essere accettate perché, con esse, si mette in primo piano il suono occlusivo velare della k, sebbene il passaggio da ch a k sia forzato: avviene un passaggio ad orecchio! Che dire di tt usato per tutto o di d+ per di più o, ancora, vb per va bene? Oppure che dire di tutti quei segni che sicuramente mi sfuggono e che qui non trovano trattazione? Se devo tenere addosso i panni dello studioso della lingua, mi limito a osservarne l'esplicazione e l'evoluzione, senza fare altro che descriverle, tuttavia, spogliandomi del ruolo scientifico, vedo solo il teatro dell'assurdo, una commedia dell'assenza in cui ciò che si scrive finisce col non appartenere più né a chi lo scrive né a chi lo legge, una congestione del gusto e dell’essere.

sabato 4 luglio 2015

ASSIEME AL LINGUISTA CON LA LINGUA SUDATA 
O IN MUTANDE ALLA SERATA DI GALA


Nell'accingermi a preparare il capitoletto che segue, mi sono imbattuto in un alterco scatenatosi su Twitter e i cui protagonisti disputavano su quale fosse la forma più corretta tra i pneumatici e gli pneumatici. Sulle prime, coinvolto indirettamente, non ho mosso un dito; ero abbastanza soddisfatto dal loro scambio e non vedevo motivo per dire la mia sull'argomento. Ad un certo punto, però, uno dei due, non senza boria, ha scritto: – Ripeto: no. Sono linguista. Controlli dizionario. –; la qual cosa, infiammandomi di passione per la controversia, m'ha spinto a intervenire. Il 'linguista', oltre a dirsi favorevole a i pneumatici, ha affermato che, ormai, bisognerebbe eliminare pure i congiuntivi perché i parlanti sono i padroni della lingua. Di conseguenza, se i parlanti non usano i congiuntivi, perché portarseli appresso? Voglia il cielo che non ci sudi la lingua! Grazie a Dio, il 'linguista' ha solamente venti follower! Costui è linguista e se lo dice lui… Io ho risposto dicendo d'essere un netturbino (…della parola? Me lo auguro!), ma preferisco gli pneumatici a i pneumatici e mi tengo stretti i congiuntivi. Lo faccio perché uso l'alloro per le tisane e non per coronarmi il capo. Il verbo preferire non è usato a caso perché, ad onta della regola tradizionale, gli studi di sociolinguistica hanno ammesso l'uso secondario e sostitutivo di il/i pneumatico/-i in luogo di lo/gli pneumatico/-i. Secondo la grammatica essenziale, davanti a s impura, ps, pn, gn, z, e suoni e wuà, di fatto, il dovrebbe diventare lo e i dovrebbe diventare gli. Un po' di buone maniere avrebbe salvato il linguista dall'ignominia, ma Egli, il linguista con la lingua sudata, in spregio di tutto e tutti, non ancora sazio di magre figure, ha rincarato la dose con spocchia accademica: - Legga il Berruto! -. Lunga vita a Gaetano Berruto, innanzi al quale mi prostro, per carità! Ma frasi come "Sono un linguista", "Legga il Berruto", "Controlli il dizionario" sono espressioni di una tragicommedia che, al più, può generare commiserazione. Come ho già detto, se avesse dato un contributo critico e scientifico, senz'alterigia, avrebbe potuto dimostrare, in parte, le proprie ragioni.

Lingua e società sono elementi di un sistema e seguono un vero e proprio processo di costante trasformazione, cosicché ciò che vediamo dall'esterno, talvolta, può non corrispondere al movimento interno. La regola è proiettata e fissata, per così dire, sulla facciata d'una certa epoca; i suoi cambiamenti, invece, si compiono dentro l'edificio, al riparo dallo sguardo generale. La lettura analitica di un giornale, a mio avviso, potrebbe essere l'ingresso in una delle stanze dell'edificio. Tra sviste, usi impropri, infelicità semantica, scelte comunicative e stile, molto spesso, i quotidiani ci regalano delle meravigliose chicche e ci permettono di guardare da vicino il processo linguistico. 

A tal proposito, mi sono permesso di raccattare, qua e là, articoli di giornale allo scopo di farne l'analisi. Ilvo Diamanti, su la Repubblica (03 lug 2015), scrive: <<Roma è una città delusa. Forse, disillusa. Perché le indagini del Ros e della Procura rivelano un grado di collusione fra malavita e politica ampio e desolante. Ma, in fondo, largamente pre-supposto dai cittadini. Così Marino e la sua giunta appaiono delegittimati. Difficilmente, oggi, verrebbero rieletti. Anche se il Sindaco, personalmente, viene ritenuto pulito. Irresponsabile. Ma ciò, in fondo, rischia di diventare una colpa. Guidare una nave che affonda nella palude. A sua insaputa. Non è una giustificazione, tanto meno un merito. Per il Capitano. Anche se, sulla piazza, non si vedono nocchieri capaci di emozionare.>>.  La concisione è indubbiamente una qualità richiesta al giornalista. Si sa, del resto, che l'uso d'una punteggiatura poco ortodossa serve talora a produrre un ritmo incalzante e drammatico, tuttavia mi riesce difficile accettare una subordinata causale isolata e abbandonata. Nell'incipit del periodo riportato sopra, si rileva, infatti, una precisa tecnica di scrittura. Il primo punto tecnico-stilistico è posto dopo Roma è una città delusa; il secondo dopo Forse, disillusa. Perché esagerare, incastrando tra i punti anche la causale Perché le indagini del Ros (…)? A dare un ulteriore effetto enfatico sarebbe bastato un punto interrogativo in sequenza e con modifica del contenuto. Andando oltre, ci si rende conto che il testo collassa a causa dello stile. Lo stesso fenomeno, infatti, si verifica per la subordinata concessiva: Anche se il Sindaco, personalmente, viene ritenuto pulito (…). Le subordinate – non dimentichiamolo! – traggono forza semantica dalla reggente. Non rispettare le virgole necessarie vuol dire indebolirne il valore, fuorché si lavori a talune sperimentazioni. Ce ne sono parecchie e anche di inestimabile valore, ma un testo giornalistico non può e non deve subire tale massacro. Un altro caso di isolamento colpisce, infatti, un aggettivo participiale: Irrisolto; dal quale, tra l'altro, è fatta dipendere una coordinata avversativa retta da ma e separata, ancora una volta, da un punto. Notiamo, poi, Guidare una nave (…), che dovrebbe essere preceduto dai due punti,  A sua insaputa, Per il capitano et cetera. Insomma: è un testo smodato, quasi illeggibile.

Sul Corriere (03 lug 2015), Alberto Alesina scrive: <<La fiducia reciproca (concessa e meritata) è un fattore di straordinaria importanza per il successo di un'economia e di una nazione. Se non possiamo fidarci gli uni degli altri, contratti che beneficiano entrambe le parti non si scrivono (…)>>. Se non possiamo fidarci gli uni degli altri, contratti che beneficiano entrambe le parti non si scrivono? Che vuol dire? Di là dai modi dire ricostruiti maldestramente, qualcuno avrebbe potuto far notare ad Alberto Alesina che lo stesso Corriere mette a disposizione degli utenti un discreto dizionario online, dove è chiaramente precisato che il verbo beneficiare è intransitivo. Pertanto, scrivere che qualcuno beneficia qualcun altro è un grave errore. Avrebbe dovuto scrivere contratti di cui beneficiano entrambe le parti. Diciamo transeat? Purtroppo, non si può.

Per non correre il rischio d'essere giudicato fazioso e parziale, prendo in esame  anche una noticina grammaticale mediante un frammento di un articolo di Monica Serra (il Giornale, 03 lug 2015): <<In manette sono finiti ex dirigenti della coop rossa modenese. Tra loro l’ex presidente Roberto Casari (…)>>. Il segmento linguistico incriminato è Tra loro. Tutte le volte in cui questa preposizione semplice (tra) incontra un pronome personale, è necessario che tra i due intervenga un'altra preposizione semplice, di, ad occupare il posto di mezzo: tra di loro. È un obbligo di legge, se mi si concede la metafora, viste le manette in questione.


Quale che sia il parere di maestri e maestranze del giornalismo o di linguisti arroganti, una norma di buon gusto deve pur esserci. È vero che la stanza del giornalismo è quella in cui si realizzano i grandi negoziati della lingua italiana e che il fine potrebbe anche giustificare i mezzi, ma non si può corrompere ogni forma di scrittura affinché si trovi un accordo, che, tra le altre cose, potrebbe rivelarsi fantasmagorico. Oppure, in altri termini: invitati ad una serata di gala, possiamo pure presentarci in mutande; nessuno, di fatto, potrebbe dirci che non è una scelta di stile, ma non passeremmo inosservati e qualcuno potrebbe pure chiamare la polizia.  

mercoledì 1 luglio 2015

UN OTTICO VINCE IL PREMIO DELLA BUONA SCRITTURA


Il web e, in particolare, il blogging sono una specie di terapia di gruppo gratuita: non sempre e non per tutti, ma, nella maggior parte dei casi, l'attività di scrittura e le interazioni che ne conseguono fungono da anestetico dei disagi personali. Si sa, ogni oppiaceo ha una durata ed è un viaggio illusorio e analgesico. Prima o poi, i dolori potrebbero ricomparire più acuti che mai. Lo spazio clinico in cui si compie la speranza è un vero e proprio limbo, un luogo non dantesco, ma in cui si resta sospesi, vaganti, in attesa di definizione e investitura. L'aspirante recensore getta in questo pozzo dei desideri la commedia delle proprie interpretazioni; l'aspirante poeta, traboccante d'amore, vi fa scivolare con leggiadria parole salvifiche; l'aspirante narratore tenta di ricomporre sé stesso e il mondo circostante, lasciando cadere da sé inavvertitamente frammenti di gloria e immaginando che il pozzo sia sorgente di nuova vita. Da ultimo, il blogger, esperto di pozzi e sentieri sotterranei, costituisce una categoria a sé; egli aspetta gli altri sul fondo, come fosse una sorta di traghettatore, non infernale, come s'è già detto, oppure il preposto di un consultorio sempre in grado di indirizzare le 'anime' al posto giusto.

L'intimità, tra le altre cose, non corre il rischio di essere attaccata e demolita perché - checché se ne dica - è incomunicabile. Occorre toccare e vedere, respirare assieme, affinché si possa essere compartecipi di un giudizio autentico sulla cosiddetta vita privata. Non è un caso che lo psicologo Albert Mehrabian assegni alla componente non verbale e a quella paraverbale del linguaggio un ruolo decisivo agli effetti dello sviluppo del discorso. In sostanza, il 55% della comunicazione passa dal linguaggio del corpo, il 38% dall'uso della voce, mentre il 7% resta nell'area delle parole.

La scrittura è, sì, in teoria, una sorta di passaggio di stato dello scrivente, tuttavia, in fatto di confessioni, essa impone all'autore uno sforzo e un esercizio all'ascolto di sé stessi che, spesso, maturano in anni di introspezione. 

La rete, quella delle community, dei gruppi e dei blog non è fatta tuttavia solo di 'buongiorno', 'cuoricini' e 'tazze di caffè fumanti', ma è ben rappresentata da autorevoli intellettuali del settore che sanno rispettare la grammatica e i legami tra i significati. Purtroppo, l'Italia è un paese 'ritardato' e incomprensibile; di conseguenza, l'assenza di una regolamentazione professionale si traduce in una patologia degenerativa che finisce col danneggiare l'intero sistema. Fino ad ora, mi sono occupato di castronerie e strafalcioni; adesso, ritengo che sia arrivato il momento di descrivere e rappresentare qualche esempio di qualità, stile e contenuto.

Il più 'corretto' tra gli autori del web, almeno tra coloro che sono entrati a far parte della mia ricerca, è Riccardo Scandellari, ormai noto come Skande, la cui grammatica è ben strutturata, rispettosa di tempi e modi dei verbi e, soprattutto lineare, armoniosa e semplice. Non si rilevano mai, nei suoi articoli, perifrasi e iperboli sintattiche. La lunghezza dei suoi testi è sempre adeguata allo scopo comunicativo, non scade mai nelle cosiddette metafore morte o nella retorica melensa e non è impostata su forme di captatio benevolentiae nei riguardi del lettore. Parimenti, è bene mettere in evidenza un aspetto che lo distingue dagli altri: non eccede mai nell'uso del gergo tecnico-informatico, dosando diligentemente e con buon senso della misura gl'inglesismi e gli acronimi. I suoi lavori sono sempre ricchi di aggiornamenti scientifici.

Un altro autore che distingue sempre l'uso dell'indicativo da quello del congiuntivo e le cui letture sono evidenti è Fabio Piccigallo. Il suo blog, On marketing, altrettanto ricco di notizie e aggiornamenti scientifici quanto quello di Riccardo Scandellari, è articolato con proprietà di linguaggio ed equilibrio sintattico. La capacità di creare o organizzare strutture di significati e sequenze informative è, a mio avviso, la sua caratteristica peculiare. Occorre fargli solamente una contestazione: troppi inglesismi tecnici appesantiscono i suoi testi. Si tratta, comunque, di una 'fuga' lessicale perdonabile. Anche se è ormai accertata la tendenza a coprire la scrittura italiana di blocchi angloamericani nel nome del primato tecnologico del Regno Unito e degli informatici d'oltreoceano, parlare e scrivere vuol dire trasferire notizie ad un numero quanto più ampio possibile di destinatari. A tal proposito, Valentina D'Urbano, su Il Libraio, scrive : <<Non usare l’inglese, se puoi dirlo in Italiano (…)>>.
 
Se ci spostiamo verso il piano della narrativa, il blog Dimmi Luna per me è stato una scoperta autentica. Molto di rado, si riesce a scovare qualche scrittore o qualificato 'scrivente' tra quei numerosi e sedicenti protagonisti dello sfogo mediatico. Antonio Dimitrio, curatore e proprietario di Dimmi Luna, un blog che sembra nascere da un canto leopardiano, si fa notare per l'eleganza e la forza narrativa delle proprie opere, che spesso sono inattaccabili. La grammatica che egli adotta è frutto di una scelta sintattica e stilistica esemplare. Sebbene non sia questo il luogo della discussione sul testo narrativo, è bene ricordare che il processo di elaborazione di un racconto o di un romanzo impone all'autore almeno un paio di impegni improrogabili: 1) quello che concerne il passaggio di registro lessicale dalla dimensione dell'Io narrante a quello dei dialoghi; 2) quello della costruzione di una cronaca di elevato valore simbolico e che non può risolversi in mere descrizioni. Dimitrio riesce ad agire perfettamente su ambedue i fronti, assolvendo il proprio dovere creativo. È evidente che il giudizio di gusto è relativo e va rinviato alla quantità dei lettori. D'altronde, il mio intervento non può e non deve concludersi in una recensione. Tuttavia, nel panorama incommensurabile dei narratori, le parole di Dimmiluna  sono suadenti e convincenti.

Sul web, accade anche ciò che non ti aspetti. Accade, in altri termini, che un esempio di compostezza e accuratezza scritturale provenga da un ottico, uno dei pochi del mestiere che sappia far coesistere personal branding, simpatia e originalità. Nessun pregiudizio sugli ottici m'ha impedito fino ad ora di volgere loro lo sguardo critico, sia chiaro! Ma Nico Caradonna è un caso unico. Scrive con competenza e ordine sintattico ed è in grado di trasferire ai propri lettori nozioni di ottica piuttosto complesse con godibile semplicità. A lui va quindi una menzione critica e di merito. Di solito, ci si aspetta che i capolavori di scrittura professionale siano prodotti da copy writer e web writer; invece, questa volta, bisogna cedere il posto all'ottico.


Purtroppo o per fortuna, molto di frequente, i social network si dirigono verso l'anonimato a causa di una scrittura amorfa e di un gioco simile a quello del cane che si morde la coda. Il fenomeno dell'originally shared è ormai del tutto desueto. In pratica, si potrebbero raggruppare in categorie le forme di condivisione dominanti: i file di grafica sulla satira politica, la contestazione sociale indefinita, gli auguri a iosa per i compleanni degli sconosciuti, i video sulla tenerezza suscitata da cani e gatti et cetera. Non si sa quasi mai chi stia dietro queste catene interminabili, eppure hanno la meglio sul messaggio. Dunque: accogliamo con favorevole disposizione d'animo quei pochi superstiti della buona comunicazione! Avrei voluto indicarne altri, ma il dovere della selezione mi ha costretto a queste figure.