sabato 27 giugno 2015

SCEGLIERE PER NON MORIRE


Secondo un aneddoto filosofico che viene attribuito all'estro di Giovanni Buridano e che, di conseguenza, dobbiamo far risalire al XIII secolo d.C., un asino digiuno e smanioso, trovandosi davanti a due mucchi di fieno, si mostra talmente indeciso ed esitante nello sceglierne uno da morire di fame. La metafora, che fu concepita per dimostrare che la volontà è sempre in grado di riconoscere il proprio oggetto, è comunque allarmante. Nessuno di noi morrebbe di fame e incertezza, cincischiando tra una bistecca ai ferri e un piatto di spaghetti all'amatriciana, tuttavia non sempre le scelte che siamo costretti a fare sono basate sui bisogni primari e organici.

La morale, per esempio, quell'entità astratta e spesso indicibile che affligge gli esseri umani fin dalla loro comparsa sul pianeta Terra, il più delle volte, essendo costruita da impiegati euclidei ortodossi e intransigenti, viaggia, all'interno della nostra mente, su sentieri paralleli e che non s'incontrano mai. Dunque, se una donna mi piace, sono restio a dirle chiaramente come stanno le cose, ma adotto ampie perifrasi. Nello stesso tempo, la destinataria del corteggiamento dissimula il desiderio e lascia trasparire la propria parte amletica, così da sospendere l'esistenza tra i fantasmi dell'eterno rinnegamento. Sul piano dell'aggressività, le cose vanno molto peggio, specie se pensiamo alle nostre relazioni sui social network, i cui guru ci insegnano ad essere sempre compiacenti, a gestire i cosiddetti feedback con eleganza e buone maniere. Se qualcuno ci offende, dunque, dobbiamo mostrare gentilezza d'animo e non urlargli addosso alcun 'vaffa': absit iniuria verbis!

Nonostante la nostra malformazione, Giovanni Buridano ha ragione e così pure gli psicologi. Sappiamo molto bene che cosa vogliamo, ma a causa di una strana combinazione di fattori sociali tendiamo a reprimere ogni messaggio dell'istinto e, pur se non moriamo di fame, viviamo di frustrazioni travestendo di belle immagini la realtà.

Grammatica e grammatici non contribuiscono a rendere la vita più semplice di quello che è in apparenza. Anzi, tutt'altro! Quanta 'doppiezza' nelle parole? Quante volte ci si chiede in ansia e con timore se si possa usare una forma del verbo al posto di un'altra? Ecco, ancora una volta, il bivio e la scelta, non altrimenti che se ogni nostro atto fosse trasposto in una realtà cinematografica! 

Come si dice? E soprattutto: come si scrive? Durante un discorso, nessuno di noi ha il dubbio tra menomale e meno male o press'a poco e pressappoco  o, ancora, tra a malapena e a mala pena, ma durante il processo di scrittura, il dubbio si fa ingombrante. Per cominciare a rimuovere qualche ostacolo 'morale' è appena il caso di liberare le tre coppie appena presentate. Tra menomale e meno male, non si corrono molti pericoli: entrambe le forme sono accettate, anche se quella che separa le due parole (meno male) è considerata più corretta dai grammatici storici. Io preferisco andare controcorrente e scegliere la forma interiettiva, cioè quella 'attaccata' (menomale) perché mi pare che sia più adatta dell'altra a svolgere la funzione emotiva che ad essa spetta. Con la stessa leggerezza possiamo trattare press'a poco e pressappoco, che si lasciano scegliere, senza rinviarci a sforzi amletici. La locuzione a malapena è quella su cui ricade la scelta di linearità, anche se non si può affermare che a mala pena è un errore.

La lingua in evoluzione tende ad esprimersi ormai più nelle forme univerbate che in quelle staccate anche e soprattutto per conciliare in armonia la lingua orale e quella scritta. Le coppie dell'afflizione e dell'equivoco sono parecchie, non possiamo limitarci a prenderne in esame solamente tre, sebbene sia impossibile trattarle tutte.

Al mattino, salutiamo con buongiorno o con buon giorno? Il dilemma si ripropone di sera e di notte. Non c'è tregua per il pellegrino della lingua italiana. Anche se si vedono spesso alcuni tentativi di fare la differenza ad opera di parlanti inconsapevoli, quando si saluta, dall'alba alla notte, sarebbe appropriato ricorrere a buongiorno, buonasera e buonanotte tutti uniti: non se ne dovrebbe fare questione, a mio avviso, perché la componente emozionale non dovrebbe essere scomposta. Va detto, tuttavia, che la regola include sia buon giorno sia buongiorno (o buon sera / buonaserabuona notte / buonanotte). Diverso è il caso di frasi in cui il giorno, la sera e la notte non possono più far parte di un sintagma, costituendo un sostantivo unico: hai dato il buongiorno alla nonna? 

Anche i verbi hanno la propria parte nell'area della perplessità. Un esempio tra i tanti possibili è il verbo potere, che si articola in una doppia uscita: potei / potetti,  poté / potette, poterono / potettero. Tutte e due le uscite sono giuste e ampiamente utilizzate. Il fenomeno si verifica, come si può notare, nella prima persona singolare e nella terza persona singolare e plurale. Lo stesso ragionamento si può fare a proposito di risolvere et similia, la cui uscita però si triplica: risolvei / risolsi / risolvetti, risolvé / risolse /risolvette, risolverono / risolsero / risolvettero. A tal proposito, è opportuno e prudente dire che non tutte le grammatiche accolgono favorevolmente la 'tripartizione' del verbo risolvere. Facendone un approfondimento storico-filologico, se ne viene a capo facilmente, ma in questa sede ho il dovere di offrire uno spazio di consultazione rapido e accessibile. Il corrispondente verbo latino è resolvere; il che dovrebbe avvicinarci a risolvei e allontanarci dal resto. Non a caso, la seconda persona singolare, la prima persona plurale  e la seconda persona plurale  mantengono il suffisso temporale in v. Seguire il 'suono' del testo vuol dire avere buon senso letterario. Talvolta, infatti, più che alla filologia bisogna dedicarsi all'equilibrio linguistico e ritmico.

Dunque: suppergiù o su per giù, grosso modo o grossomodo? Suppergiù e su per giù si dividono il dominio della scrittura a metà: si possono usare entrambi correttamente. Grosso modo, al contrario, non dà spazio al proprio sedicente rivale: è una locuzione avverbiale che non dovrebbe essere scritta tutta attaccata perché trae origine da un latino medievale che non darebbe alternative, benché alcuni vocabolari ammettano anche grossomodo. Io consiglio vivamente l'uso della forma grosso modo.

In compagnia dei latini, scopriamo un altro grave errore della lingua comune: di solito, leggiamo dappertutto il verbo areare, ma il sostantivo latino da cui esso trae origine è aer, pertanto, anziché scrivere areare il locale, si dovrebbe scrivere aerare il locale. Ci conforti sapere che l'insuperabile Devoto-Oli avverte il lettore dicendo che il 'gettonatissimo' areare è solo un derivato popolare. Dobbiamo rassegnarci a lavorare con la 'quantità', una categoria dell'essere che già il buon Aristotele trattava con rispetto. Le mie poche righe non possono accogliere tutte le difformità d'uso delle coppie linguistiche formatesi in diastratia (variazione sociale dell'uso della lingua) attraverso la distintività del segno linguistico. Se volessimo essere fedeli alla lingua dalla quale s'è generata la nostra, per esempio, dovremmo dire e scrivere esclusivamente lucernario e scartare lucernaio perché il termine latino d'origine è lucernarium, ma sappiamo bene che sia l'uno sia l'altro sono ammessi e sono corretti.


Per concludere la breve rassegna, che spero serva come spunto di approfondimento, si può citare un altro caso d'equivoco storico. Quando si descrive l'irruenza di una persona con l'aggettivo di pertinenza, si sente dire, nel caso d'un uomo, irruento. In realtà, è sbagliato declinare al maschile questo aggettivo. Si dovrebbe scrivere e dire irruente, come si dovrebbe dire e scrivere sonnolente e non sonnolento. L'uscita di questi aggettivi è strettamente legata ad una specifica classe di aggettivi latini, cui essi appartengono. Le violazioni sono solamente il frutto di uno snaturamento della lingua che non ha fondamento, fuorché nella sociolinguistica.  Comecchessia, è vero anche il contrario: snaturando, s’impara. 

mercoledì 24 giugno 2015

DA ALESSANDRO MAGNO AL BLOGGER: LA GLORIA E IL METODO TOTTI


Alessandro Magno si credeva figlio di Ammon, lo Zeus egiziano. Il carisma e la gloria non gli mancavano, la spavalderia e la spericolatezza neppure, i successi furono parte dei suoi giochi militari fin dall'adolescenza. Già sedicenne, infatti, era impegnato a sedare i tumulti causati dai popoli della Tracia; studiava col maestro Aristotele, che non era uno dei tanti; a dodici anni domava da solo cavalli imbizzarriti. Dunque, la sua pretesa di discendenza divina era solo la conseguenza d'un cammino personale, a dir poco originale, fuori dal comune, ai limiti della razionalità 'psico-pedagogica'. Non si può negare che, nel corso dell'interminabile campagna persiana, risentì, forse, di un'alterazione paranoide della personalità. Non esitò mai a passare a fil di spada tutti coloro sui quali gravasse il sospetto di slealtà o d'insincerità o che osassero spingersi troppo oltre circa la differenza di opinioni. Non si preoccupava mica di istruire un processo o di definire i capi d'imputazione! È noto che, secondo il diritto macedone, egli era un primus inter pares, ma è altrettanto noto che era un sovrano che – mi si conceda l'espressione! – si guadagnava il pane tutti i giorni col proprio sangue e stando sempre in prima linea. Fu protagonista di imprese irripetibili. Riuscì ad estendere il proprio dominio da Pella, capitale della Macedonia, fino alle vette del Paropamiso, catena montuosa dell'Afghanistan, il cui nome ufficiale, oggi, è Hindu Kush. Alessandro, di conseguenza, forte della propria imbattibilità, si sentiva legittimato a vedere in sé stesso l'incarnazione di un Achille, cioè almeno di un semidio, che, in quanto tale, non poteva limitarsi a riunirsi coi propri generali per definire una strategia, ma doveva rivolgersi per lo meno agli oracoli. Fu così che interrogò l'oracolo libico dell'oasi di Siwa, dal quale, a quanto si dice, ottenne risposte appaganti: Alessandro Magno, secondo l'oracolo, era figlio di Ammone e re del mondo.

Io, purtroppo, non posso fare la stessa cosa. Non mi è dato consultare un oracolo per sapere quale sia la sorte dei miei studi; mi tocca limitare la consultazione ai libri di grammatica, di linguistica, ai vocabolari e a tutto ciò che autori circonfusi di luce e sapere hanno scritto, continuando, come ho detto in più occasioni, a battere stradine buie e vicoletti.

Essendo la grammatica una disciplina prescrittiva e, quindi, finita, presto, questa rubrica subirà una naturale trasformazione di cui il lettore può prendere visione mediante il programma editoriale (...siamo giunti solo alla prima sezione!) di riferimento: la prossima tappa sarà il linguaggio delle devianze, delle psicopatologie, che ho analizzato sia in qualità di consulente per le psicopatologie carcerarie presso l’Istituto del Garante per la tutela dei diritti dei detenuti della Regione Sicilia sia nelle esperienze fatte all'interno delle comunità di accoglienza per schizofrenici.

Oggi, tuttavia, devo 'rivelare' la mia fonte (…non farò mai il nome, sia chiaro!) perché anch'io, oltre a maneggiare libri, dovendo scovare gli errori, ho una fonte ed è quasi oracolare, è ricca e costante; è talmente piena d'errori che, certe volte, mi viene in mente di scrivere una grammatica solo per essa. Si tratta di un blog che, tra le altre cose, gode di un certo seguito; la qual cosa è da considerarsi un duro colpo ai criteri di comprensione e lettura.

Stavo leggendo un articolo molto interessante (…), un articolo che cercava di rispondere a una domanda tanto semplice quanto complicata (…): ecco l'incipit di uno dei tanti articoli! A prima vista, sembrerebbe un costrutto innocuo, ma non lo è. Scrivere Stavo leggendo un articolo molto interessante (…), un articolo che cercava di rispondere a una domanda tanto semplice quanto complicata (…), senza far seguire all'imperfetto indicativo una relazione temporale, conduce il lettore a chiedersi: - Quando?  Quindi? -. Non si sa in pratica quale sia il cosiddetto momento del verbo: stavo leggendo, quando entrò nella stanza (…); stavo leggendo, quando mi venne in mente (…). Diversamente, si possono utilizzare, per esempio, un avverbio di tempo e una subordinata finale, ma è sempre bene, in questi casi, specificare nella reggente l'oggetto della lettura: ieri, stavo leggendo un certo articolo allo scopo di (…). Nessuno di questi accorgimenti è stato preso da chi ha scritto questo incipit. Eh, sì! I verbi hanno anche un momento, più importante nella scrittura che nella lingua parlata, dato che non intervengono timbro, tono e gestualità. Senza entrare nei dettagli della pragmatica, è fondamentale capire che al lettore si deve sempre fornire il momento dell'evento, cioè quello in cui si compie l'azione narrata, che è diverso da quello in cui si scrive, specie se raccontiamo un aneddoto.

Quando accade 'stavo leggendo'? Non ci è dato saperlo. Allora, andando avanti e non tentando di venirne a capo, si legge E se dovessi dargli un valore economico? A quasi tutto si può dare un valore economico, ma questo –gli enclitico riferito ad un testo fa rabbrividire perché, già alle scuole elementare, ci informano che il pronome personale complemento gli si usa per le persone e non per le cose o per le entità astratte. Di fatto, ormai chi fa più differenza tra persone e cose in grammatica? È anche questo uno splendido primato dell'evoluzione o è una ridefinizione della morale?

In realtà, le risposte non m'interessano tanto; resto persuaso che alcune abitudini linguistiche siano unicamente forme manifeste d'ignoranza. Poco oltre, infatti, come se ce ne fosse bisogno, se ne ha un'ulteriore conferma: (…) ma ne vale la pena se vuoi un sito fatto bene (…). L'autore si riferisce alla spesa necessaria per avere un buon sito, ma le virgole non hanno un costo, possiamo prenderle e servircene gratis, se vogliamo produrre un buon testo. Tra protasi e apodosi, ci vuole la virgola. Non è una mia opinione. È una regola. Le eccezioni alle regole non rientrano in questo caso. Pertanto, correttamente: (…) ma ne vale la pena, se vuoi un sito fatto bene.

Per non farci mancare niente nell'ambito di ciò che sembra la sagra dell'errore, prestiamo attenzione a un altro frammento: Ogni fatica, ogni lotta per ottenere un solo semplice iscritto, mi ha ripagato e continua a ripagarmi anche oggi. Si possono marcare subito due errori gravissimi: 1) se si costruisce una coordinata per asindeto o per polisindeto e i soggetti sono almeno due, il verbo deve essere anch'esso plurale: precisazione banale e scontata ma necessaria, visto il singolare di mi ha ripagata; 2) non si può né si deve separare il soggetto dal predicato tramite la virgola: ogni fatica, ogni lotta (…), mi ha ripagata. Perché tutto questo? Perché si legge anche l'espressione (…) tu lo fai di lavoro questo che è un miscuglio di dialettismi e regionalismi mediocri, ma che d'italiano ha ben poco?

Secondo me, neanche se si studia con Francesco Totti, si può arrivare a tanto. E devo sottolineare che ho tralasciato tutti quegli errori riguardanti argomenti già trattati nei precedenti capitoli (Per es. scritto senz'accento) . Se Umberto Eco si riferiva a questi personaggi, è difficile capire perché il popolo del web gli si sia scagliato contro. In effetti, lo ammetto: sono stato un po' impietoso, però ognuno fa il proprio mestiere e ognuno ha i propri oracoli. Alessandro Magno aveva sogni e progetti ecumenici, tanto da rivolgersi a interi popoli; io posso rivolgermi al massimo a qualche aula o a qualche uditorio allargato, ma anch'io, nel mio piccolo mondo, ho un oracolo che non mi fa mai mancare risorse che per me diventano presto 'alessandrine'.



sabato 20 giugno 2015

NON CI SI PUÒ UCCIDERE DUE VOLTE


Uccidere qualcuno è una brutta cosa. Su questo potremmo essere tutti d'accordo. Suicidarsi, però, è brutto due volte. La morale non c'entra, come non c'entra la fede, almeno non in questa sede. Se ne può discutere, ma preferisco rinviare la disamina dei disagi umani e concentrarmi sulla natura deforme della parola. Il verbo suicidarsi sembra avere vinto ogni resistenza grammaticale, semantica e, addirittura, morfologica. Chi lo ha inventato, quel buontempone di cui non conosco il nome, sprezzante delle regole, irrispettoso e goliardico, è riuscito a farsi beffe di tutti gli esperti della lingua italiana, tanto da passare quasi inosservato. Tento di immaginarlo disteso sul divano, con birra e patatine fritte, a ridersela degli accademici. Ce l'ha fatta, ma il risultato, come ho già scritto, è doppiamente brutto. La prima volta, lo è perché è stato coniato sulla base di un sostantivo, suicidio, la cui classe non è stata sottoposta alla vergogna della trasformazione: omicidio non è diventato omicidiare; eccidio non è diventato eccidiare; et cetera. La seconda volta è quella che ci lascia esterrefatti: suicidarsi significa uccidere sé stessi, togliersi la vita, grazie alla presenza del pronome riflessivo latino di terza persona sui, che significa di sé. Perciò, è facile ricavarne uccisione di sé. Non è altrettanto facile, a differenza dell'uso che se ne fa, capire in che modo si sia arrivati ad aggiungere pure un'altra particella, quel -si enclitico di abbondanza. In teoria, avremmo dovuto accontentarci di suicidare. Invece no. L'ingordigia si è espressa nella formulazione di un verbo riflessivo, da cui potremmo anche intuire una doppia uccisione. Se i conti tornano, infatti, sui- equivale a di sé, mentre -si a sé stesso. D'altronde, sappiamo bene che lavarsi è un verbo riflessivo e si serve della medesima particella per rendere il significato di lavare sé stessi. Comecchessia, suicidarsi non desta altri sospetti; fa parte della lingua corretta.

Accade anche questo: qualcuno deve pur prendersi le cosiddette licenze, altrimenti rischiamo l'involuzione. La libertà, in effetti, non è brutta come l'omicidio o il suicidio, purché, nella lingua italiana, non si estrinsechi per mezzo di participi passati che potrebbero danneggiare definitivamente il sistema nervoso centrale come splenduto o mesciuto, che si devono elegantemente sostituire con brillato e versato.

In fatto di autonomia, i parlanti potrebbero spingersi a servirsi con maggiore duttilità di altri elementi del discorso, che, pur non essendo proibitivi, sembrano o caduti in disuso o collocati in forme statiche. L'avverbio affatto, che significa del tutto o interamente, è alquanto sottovalutato. Lo si trova quasi sempre all'interno di costrutti negativi: non è affatto giusto, non ho affatto intenzione di partecipare, nient’affatto! La condanna gli è stata inflitta ingiustamente, dato che può essere usato anche nei costrutti positivi. Io sono affatto convinto che tu abbia ragione; Io sono affatto motivato ad affrontare la gara e così via. In pratica, ad affatto sta per accadere il contrario di quanto è accaduto a suicidarsi. Si sa: i giusti piangono anche per i peccatori!

Si badi bene: non è l'unica figura a perdere popolarità o a subire sventure! Esatto è sulla bocca di tutti, ma pochissimi lo riconducono al verbo esigere, di cui è participio passato. Un'altra bella coppia, formata da redigere e redatto, viene opportunamente evitata o sostituita… Per non parlare di redimere e redento, nascosti nei misteri della comunione linguistica!

Non c'è mica bisogno di portare il lutto. Nessun funerale si prevede nei giorni a venire, ma, giacché ci siamo, non possiamo trascurare un avverbio di singolare genesi e comportamento opposto a quello di affatto. Se affatto è un modificatore aperto sia alla forma negativa sia a quella positiva della frase, mica, in origine, è un sostantivo latino di genere femminile e vuol dire briciola di pane, come si legge ne Devoto-Oli. Eppure noi lo impieghiamo come un avverbio. E facciamo bene, per carità! Per converso, non fa male sapere che deve essere usato esclusivamente all'interno di frasi negative: non ne sono mica convinto, non ti ho detto mica di comprarlo et similia.

Che fine hanno fatto piacciamo, giacciamo, nociamo, tacciamo, prime persone plurali dell'indicativo presente di piacere, giacere, nuocere, tacere? Anche se ormai si riscontrano alcune forme prive della geminazione della c, è preferibile mantenere il raddoppiamento. In giacciamo è obbligatorio.

Nell'epoca dei messaggi istantanei non si conoscono più confini d'alcun genere. Ogni 'enunciazione' è affidata a un codice entro il quale tutti fingono di capire tutto, dagli stati d'animo al valore dei giudizi, attraverso l'identità filosofica.  Per esempio, il dilagante uso delle emoticon, che possono esprime svariati stati d'animo, ce ne dà la conferma: se si vuole corteggiare una donna, s'invia l'iconetta della rosa o del cuore o del bacio; se si vuole esprimere allegria, s'invia all'interlocutore l'iconetta che sorride et cetera. Nessuno, in tutto ciò, è cosciente di qualcosa di specifico: nomi, condizioni psicologiche e caratteristiche degli interlocutori sono elementi alla cui conoscenza si perviene soltanto al culmine del rapporto virtuale, cioè quando e se il rapporto tra i chatters si muta in incontro. Se, come s’è detto, nessuno è cosciente di qualcosa, nello stesso tempo, tutti sono probabili conoscitori di qualcuno. Non sono tra gl'inquisitori che si affannano a cercare i colpevoli del 'distacco'; semmai, mi muovo alla ricerca delle cause.

Un po' di purezza nella lingua e di consapevolezza dei processi semantici riporterebbe il linguaggio sul piano della realtà. Dovremmo andare a scuola da un Aristotele redivivo e dai metodi rinnovati allo scopo di riproporre la relazione linguistica: qual è la sostanza della parola e quale invece l'accidente, quale la sua potenza, quale il suo atto? Aristotele non indugerebbe affatto, convinto che la definizione spetti alla sostanza, alla forma, che, nella comunicazione e secondo la buona Retorica, appartiene all'esempio fatto dall'autore. L'artista concepisce la forma nel marmo e la comunica attraverso la creazione della statua. Lo stesso dicasi per le belle e valide proposizioni.


Grazie a Dio, noi non comunichiamo in modo letterale, anzi siamo piuttosto incoerenti e imprecisi; il che ci salva dal panico e dalla Babele dei significati. Il sostantivo mela indica, sì, il frutto del melo, ma, una volta uscito dall'isolamento grammaticale, esso diventa solo un nesso tra un certo sistema e il riferimento autentico, vitale e – aggiungo – essenziale. Se dovessimo ricorrere al modo letterale, non potremmo più dire tagliare la corda o salvare capra e cavoli perché o saremmo tutti in fila a tagliare corde o avremmo la casa piene di capre e di cavoli. Allo stesso modo, quando sentiamo dire che qualcuno si è suicidato, non pensiamo mica che si sia ucciso due volte. 

mercoledì 17 giugno 2015

DA WIKISTUDENTI A WIKISCRITTORI: 
A WIKILANDIA TUTTO È POSSIBILE


Costruire la buona prosa è difficile. La sovrabbondanza di poetastri n’è la dimostrazione schiacciante e, purtroppo, incontrastabile. I veri saggisti sono una minoranza etnica confinata ai margini della comunità civile. Tra le due categorie trovano posto gli articolisti di nuova generazione, cioè critici fasulli o parassiti attaccati agli studi altrui e nati dal wikiconcepimento. Non c'è ispirazione che tenga! Un tempo, eravamo almeno costretti ad ascoltare vecchi saggi e maestri o a prendere tra le mani qualche libro. Nel contempo, le difficoltà di pubblicazione costituivano un processo di selezione naturale, nonostante l'ammorbante editoria a pagamento, la quale, molto di rado, è animata da persone esigenti.

Oggi, si nasce wikistudenti e si diventa wikiscrittori o wikiconsiglieri. A wikilandia tutto è possibile, cosicché, parafrasando il don Chisciotte di Miguel Cervantes de Saavedra, quello che è semplicemente una catinella da barbiere diventa l'elmo di Mambrino. Peccato che Wikipedia, l'enciclopedia sociale più importante del mondo, si sia trasformata in una trappola o, diversamente, in un rifugio per lettori pigri e che non vanno mai oltre lo scrolling.

Ne consegue una ridefinizione della cultura che, senza mezzi termini, è stata definita liquida. Sulle prime, questa liquidità è stata gradita dal pubblico, ma, a pensarci bene, non c'è molto di edificante.

In pratica, le regole ai più non piacciono. La scrittura, quella necessaria alla strutturazione di un saggio, è fatta di regole: grammaticali, stilistiche e semantiche. L'ingegno e la brillantezza di certe intuizioni dovrebbero fare il resto. Ciò non vuol dire che la poesia sia priva di regole: tutt'altro! Metrica, prosodia e, più in generale, retorica restano i capisaldi della poesia, anche nell'epoca del verso libero. Tuttavia, dichiararsi devoti al verso libero è ormai un modo come un altro per occultare bestialità e ignoranza.

La tesi, che è l'argomento di un saggio, non è il frutto di divagazione e amenità, ma è l'inizio di un vero e proprio procedimento matematico, entro il quale, non a caso, tutti i teoremi devono essere dimostrati. Se è vero che ogni teorema è basato su ipotesi che possono essere arbitrarie, è altrettanto vero che la dimostrazione dev'essere per lo meno oggettiva. E non è tutto! Ci sono anche i corollari, che, approssimativamente, possiamo definire come sottoinsiemi dei teoremi o teoremi minimi, anch'essi da dimostrare.

Insomma, se nell'ambito di un saggio voglio dire che la narrativa di Oscar Wilde è utile, non posso formulare il giudizio copulativo Oscar Wilde è utile, ma devo dimostrare che lo è. Questo scoraggia i numerosi e luminescenti artisti della scrittura, i quali ripiegano sulla poesia scossi dalle saette di Zeus o rapiti dalle Muse. Dunque, vale la pena di parlare ancora di regole grammaticali?

Quando si apre un medio libro di grammatica, ciò cui possiamo andare incontro quasi subito è la divisione in sillabe, un vecchio e fastidioso argomento che ha sempre nascosto delle insidie. Forse, oggi, i programmi di scrittura rendono inutile qualsiasi computo sillabico, ma per i romantici e i veri idealisti, che non sono i conservatori retrò, ma solo coloro che hanno una visione della continuità storica, è bene fare una passeggiata lungo il sentiero alberato della morfologia, tra ombre e calde luci.

Le vocali, che costituiscono la materia prima del nostro revival, sono sette e non cinque perché e ed o possono essere entrambe o aperte o chiuse. Lo sanno bene gli attori, che, durante la propria formazione, dedicano parecchio tempo ad apprendere questa fondamentale differenza articolatorio-fonatoria. Bisogna distinguere, inoltre, le vocali deboli, cioè i ed u, dalle vocali forti, a, e ed o. Senza queste precisazioni la divisione in sillabe risulterebbe alquanto ostica. L'incontro tra due vocali deboli o tra una vocale debole e una vocale forte genera, per lo più, un dittongo (fiu-me), che non si divide. Ma si badi al 'per lo più'! L'incontro tra due vocali forti, invece, produce uno iato (te-a-tro). 

Chi di noi, negli anni, non ha mai avuto un attimo di perplessità, avendo a che fare con le aiuole? Se la maestra ha fatto il proprio dovere e noi siamo stati perspicaci, allora ce la siamo cavata con a-iuo-le, un insieme di segni che la nostra lingua ha donato agli alunni di tutte le generazioni, ossia il trittongo: i e u oppure due i incontrano un’altra vocale accentata. Qui, finisce il buon ricordo delle scuole elementari. 

In che modo, infatti, divideremo in sillabe il sostantivo femminile via? Secondo le regole suesposte, le noiosissime regole, una vocale debole ha appena incontrato una vocale forte, pertanto ne è nato un dittongo. Via dovrebbe essere considerato un monosillabo. Invece, non è così! Via è un bisillabo perché, quando i e u sono accentate e incontrano un'altra vocale, non costituiscono dittongo: regola che ne annulla un'altra o una cosiddetta eccezione. Allo stesso modo, la parola che ne deriva: vi-a-le

Seguendo l'esemplare lavoro di Marcello Sensini, sappiamo che dobbiamo stare attenti anche alle parole composte. Poco prima, s'è detto che il viale della morfologia è, sì, infiltrato dalla luce, ma non mancano le ombre, grazie o a causa degli alberi, per l'appunto. Di conseguenza, forti del preavviso, non divideremo riunire in riu-ni-re, come da regola di base, bensì in ri-u-ni-re.  Il verbo riunire, infatti, è composto dal prefisso ri- e dal verbo unire. I grammatici si dividono, non proprio come le sillabe ma quasi, quando subentrano altri prefissi: dis-, in-, tra-, ben- e mal-; per la qual cosa sembrerebbero corrette sia la forma dis-o-no-re sia la forma di-so-no-re. Quest'ultima, indubbiamente, è d'immediata applicazione, ma ho voluto mettere il condizionale 'sembrerebbe' perché ritengo sia sempre meglio rispettare la presenza di prefissoidi e di eventuali costrutti derivati che snaturare la forma originaria della parola.


Le vocali sono delle brutte bestie perché non sempre restano vocali, ma talvolta subiscono una terribile metamorfosi e diventano semiconsonanti, talaltra assumono le sembianze di mero segno grafico. La i semiconsonante si chiama jod e si annota in scrittura con j: tutto sommato, ha un nomignolo simpatico! La u semiconsonante si chiama uau e si annota con w. Anche questo nome è abbastanza divertente: pare un'esclamazione di sorpresa! La combinazione è semplice: i e u che precedono una vocale tonica con cui formano dittongo (pie-de) sono semiconsonanti. Al contrario, cioè se seguono la vocale, anziché precederla, sono semivocali

In conclusione, ripassiamo l'ultima regoletta, una delle più adombrate della storia della suddivisione in sillabe! Nei gruppi cia-, gia-, qua-, gua-, glia-, scia- non è dato alcun dittongo. La i e la u perdono la funzione vocalica per diventare aggiustamenti grafici. Separarle dal gruppo d'appartenenza provocherebbe un disastro.

sabato 13 giugno 2015

SE ANCHE UMBERTO ECO SBAGLIA...


Da ricerche scientifiche ormai piuttosto diffuse apprendiamo che al mondo esistono circa seimila lingue. L’inglese e il cinese mandarino vantano il più alto numero di parlanti: oltre un miliardo. Di qua dai metodi – principalmente quello genealogico e quello tipologico – con i quali gli studiosi le hanno classificate, le cifre in questione sono talmente impegnative che non possiamo fare a meno di chiederci come siano state raggiunte. Tirare fuori la storia del colonialismo o quella della territorialità, che sicuramente hanno agevolato la divulgazione, è un atto pressoché inconcludente, ma anche scorretto e, a mio avviso, ingeneroso. È vero che d'ingiustizie è piena la cronaca di qualsiasi disciplina, ma, se possiamo rimediare, perché non farlo?

Per esempio, si è sempre sentito dire che i Fenici hanno inventato la scrittura e noi non vogliamo portar via loro la gloria, tuttavia sarebbe onesto assegnare un po' di merito ai popoli dell'antico Egitto e dell'antica Mesopotamia, che, già nel 3000 a.C., si davano un gran daffare attorno alla comunicazione scritta. Nel tempo, i veri esperti, cioè quelli che hanno saputo trasformare l'alfabeto in uno strumento del sapere, se dobbiamo essere sinceri, sono stati i greci.

Questa introduzione non sia intesa come un frammento di storia della lingua! Essa è, semmai, la premessa all'approfondimento di alcune caratteristiche grammaticali - e non - che distinguono le lingue del mondo.

Nel corposo saggio di linguistica Le lingue e il Linguaggio (2002), Graffi e Scalise sostengono qualcosa che ai più può sembrare scandalosa: inglese e cinese mandarino hanno delle caratteristiche in comune; sono, in pratica, delle lingue isolanti. Definiamo isolante quella lingua in cui la coniugazione del verbo non rispetta delle desinenze. In inglese, per esempio, diremo I start, you start, he/she/it starts, we start, you start, they start. In pratica, fatta eccezione per la terza persona, cui aggiungiamo la –s, il verbo resta invariato. In cinese, invece, la frase Io ti penso diventa Io pensare tu, mentre Tu mi pensi diventa Tu pensare Io. A ben vedere, sembra che questo fenomeno abbia permesso alla lingua inglese di occupare spazi amplissimi, facilitando il compito dei parlanti.

Sulla base delle classifiche stilate, si ritiene che siano circa settanta milioni coloro che parlano la lingua italiana, la quale conserva una morfologia complessa e composita.

Adesso, avvalendoci di questi presupposti, proviamoci ad esaminare in che modo viene trattata la struttura della nostra lingua all'interno del più vissuto tra i luoghi del mondo: il web! È uno sforzo che va fatto soprattutto perché il Patriarca di Semiopoli, Umberto Eco, ricevendo l'ennesima laurea honoris causa presso l'Università di Torino, ha dichiarato, non a torto, che il web ha dato diritto di parola agli imbecilli. Nonostante l'eccesso e l'impeto del santone, le ragioni, per così dire, ci sono e sono buone.

In precedenza, abbiamo detto di alcune figure inquietanti e che si nascondono tra i veri blogger, spacciandosi per professionisti, quando sono solamente delle proiezioni dell'insicurezza umana. In questo capitolo, tentiamo di individuare alcuni elementi prettamente grammaticali che potrebbero fare infuriare nonno Umberto.

Cominciamo dall'uso del tu pragmatico fatto da molti blogger, i quali, rivolgendosi al lettore, sono soliti scrivere così: Oggi, caro lettore, voglio dirti che (…). Questa pratica è molto in voga e, in parte, ha un valore funzionale.  Il ricorso al pronome confidenziale potrebbe indurci a pensare che l'autore sfrutti la funzione fatica del linguaggio, quella in base alla quale il canale di comunicazione viene tenuto sotto controllo per mezzo di un richiamo: Tu, lettore, seguimi! Se così fosse, allora sarebbe tutto in regola. Però, gli antichi e saggi maestri del giornalismo, che furono protagonisti di grandi cambiamenti del sistema di comunicazione, insegnavano ai propri allievi a non usare mai il pronome personale io in un articolo, così da offrire al lettore un resoconto obiettivo. Figuriamoci il tu! Solamente i grandi editorialisti potevano permettersi di scrivere in prima persona. Non possiamo trascurare che esiste anche una vera e propria educazione letteraria, in nome della quale un autore, specie se non accreditato, non può e non deve porsi su piani d'importanza. Il giudizio spetta ai lettori e, nel tempo, alla comunità scientifica. Di conseguenza, l'uso di questo tu è sconsigliabile. Non è un errore, ma qualifica troppo velocemente il ruolo di chi scrive come quello di uno che ne sa tanto da potere sempre dire l'ultima parola. Si nota, in questo caso, come un elemento distintivo delle lingue storiche diventi causa di discordia. Gl'inglesi, molto probabilmente, non si porrebbero alcun problema simile, vista la loro impostazione pronominale. Ma noi siamo neolatini.

Lungo il sentiero dell'educazione letteraria, incontriamo un altro grande fenomeno: quello del come fare a (…). In questo caso, che non ha alcunché di grammaticale, ma che alla grammatica è strettamente legato, il professorone ha non solo ragione da vendere ma anche il diritto di sputare fuoco. La quantità di coloro che sono in grado di dire ad altri come fare a diventare scrittori, come fare a diventare blogger o come fare a rinascere ricchi e potenti è, a dir poco, incalcolabile. Cosa si può dire, se non che queste pagine di saggezza, di solito, sono le prime a riportare le virgole tra il soggetto e il predicato verbale? Soggetto e predicato verbale esistono con certezza da almeno tremila anni. Perché dovremmo celebrarne il funerale proprio adesso e soprattutto per colpa di chi si definisce capace di dare consigli sulla scrittura? Farebbero bene, costoro, a viaggiare nel tempo anzitutto per alleggerire la rete e, in secondo luogo, per ricominciare dalla scrittura ideografica, che fece la propria comparsa cinquemila fa.


A questo punto, all'ombra di Mastro Umberto, mi chiedo perché nessuno faccia più ricorso  al punto e virgola. La domanda appartiene alla retorica. Non se ne fa un uso adeguato sia perché i classici della letteratura sono poco letti sia perché il punto e virgola rientra nella variazione di stile della coordinazione complessa: si guardò attorno stizzito; aveva paura; il tempo non era stato un suo alleato. In questi tre segmenti, la pausa adottata è quella del punto e virgola ed è necessaria e inevitabile: passato remoto, imperfetto e trapassato prossimo si susseguono in un unico costrutto narrativo. Si badi che l'iracondo Umberto, con le 40 regole per scrivere e parlare bene, intelligentemente riadattate al copywriting da Arianna Rossi,  scrive: <<Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.>>! Io non avrei potuto mettere i due punti prima di anche se perché so che è un errore, ma Eco può concedersi anche un prontuario di regole interamente basato sull'ironia. Ubi maior, minor cessat. È fin troppo evidente il suo gioco 'interpuntorio', quindi...

mercoledì 10 giugno 2015

SCIMPANZÉ BATTE RENZI 3 a 0
IL POLITICHESE COME FALLIMENTO NELL'EVOLUZIONE BIOLOGICA


Ero poco più che adolescente e mi accingevo a prendere posto, come ogni mattina, tra i banchi della terza C del Liceo Scientifico Vincenzo Fardella di Trapani. Mi aspettavano due ore di Italiano, dalle otto e trenta alle dieci e trenta, ed ero già abbastanza annoiato… Non perché disprezzassi la letteratura, che, al contrario, cominciava a far parte della mia avventura esistenziale, ma perché sapevo che l'insegnante sarebbe stata soporifera durante la lettura della Divina Commedia. La signora, piuttosto ingessata nei modi, sempre avvolta in foulard cotonati e imbellettata, era solita leggere i versi di Dante anche per un ora filata, senza interruzioni né commenti, beandosi del suono poetico, isolata dal mondo! Di conseguenza, io e i miei compagni, sulle prime, facevamo spallucce, poi, cioè nell'arco della prima mezz'ora, il mento sul palmo della mano, eravamo imbronciati e finivamo sfiancati col far cadere la testa sul banco, quasi fossimo polpi in agonia.

Quel giorno, però, qualcosa di diverso serpeggiava sul viso di quella donna perbene, tant'è che, fissando il proprio sguardo su di me, mi fece una domanda che mi colse impreparato: - Sai, per caso, quando si voterà la fiducia al Governo? -. Non ne avevo idea né, tanto meno, sapevo in che epoca stessimo vivendo, ma non intendevo fare brutta figura. Tra me, ripetei: - La fiducia al Governo… È una cosa importante. Ma io… Che cazzo ne so? -. Superato l'imbarazzo iniziale e fatti due conti senza alcun  riferimento logico, risposi: - Quindici giorni credo! -.

Sbagliai in modo grossolano, ma l'episodio mi spinse a colmare la lacuna, cosicché cominciai a leggicchiare qualcosa di diritto pubblico e, nello stesso tempo, a seguire almeno un po' di TG. L'impatto fu infelice, a dispetto dell'impegno profuso perché mi misi in ascolto dei discorsi fatti dai politici, considerandoli personaggi simbolici e meritevoli d'attenzione, competenti e autorevoli. Tuttavia, dalla maggior parte dei loro discorsi, che talvolta erano fatti anche di bei costrutti e si mostravano ricchi di termini eleganti, non riuscivo a ricavare significati concreti.

Faccio lo stesso sforzo da almeno vent'anni, tento cioè di capire quale sia il rapporto tra il politichese, i significati e il destinatario. Ormai, ho l'impressione che sia uno tra i peggiori fallimenti della specie umana, il cui linguaggio, invece, da un punto di vista biologico, è un successo evolutivo.

Il nostro linguaggio è valido in quanto sia concepito come sistema di comunicazione discreto ed efficace, con caratteristiche di ricorsività e figure simbolico-rappresentative che mettano in contatto emittente e destinatario. Si dice che il nostro linguaggio è discreto perché possiede delle aree di significato ben definite e perché alcuni segni sono ben distinti da altri; dalla qual cosa deriva, per l'appunto, l'efficacia. La ricorsività, invece, è insita nella nostra potenziale capacità di elaborare infiniti costrutti, a partire da una piattaforma finita di elementi. Da ultimo, il valore simbolico dei nostri legami linguistici sta nella nuda e cruda pragmatica: noi siamo perfettamente in grado di assegnare all'avverbio di luogo qui una determinazione spazio-temporale.

Ebbene? I politici non possiedono queste caratteristiche dell'evoluzione linguistica. Gli scimpanzé, a mio avviso, si sono rivelati superiori ai politici in fatto di comunicazione. 

Non occorre alcuna faticosa indagine per averne prova e riprova. Basta fare visita all'account Twitter di Matteo Renzi, un maestro ineguagliabile del vacuo nonsenso, delle inconsistenti frivolezze, suprema espressione dell'anemia politica di cui l’Italia soffre dall'inizio degli anni novanta...

Voglio precisare che non sono un avversario del PD o del Presidente del Consiglio, come non sono loro favorevole. Né con loro né contro di loro – per riformulare una vecchia massima – perché nessuna delle scelte avrebbe senso.

Ecco il primo tweet (8 giu 2015): <<(…) Italia non è più il problema dell'economia mondiale, ma parte della soluzione.>>. Con un po' d'enfasi romanesca, si potrebbe esclamare: me' cojoni! Problema, economia mondiale e parte della soluzione, messi insieme, ma privati di uno specifico riferimento, non producono alcun significato utile alla comprensione. Chiunque potrebbe appropriarsi dell'affermazione, che è articolata in modo 'spersonalizzante'; il che annulla all'origine anche il ruolo del soggetto. Ai politici manca il concetto di soggetto psicologico e mi meraviglio che i loro consulenti non provvedano a rimediare. Il soggetto psicologico consiste in quella figura che, pur non avendo funzione di soggetto, nell'enunciazione, è sentito come tale. Nella frase Le notizie sulla disoccupazione le ho ricevute da Mario (Frase con Dislocazione), Mario diventa soggetto psicologico, colui che idealmente compie l’azione.

Il 7 giugno 2015, il Presidente del Consiglio non si smentisce: <<(…) Giusto fare riforme strutturali, ma più crescita e investimenti, stop Austerity.>>. Ciò che mi sorprende e, nello stesso tempo, mi terrorizza è non tanto la grammatica paleolitica, in cui e per cui si fa fatica a riconoscere una sintassi interessante, quanto il numero considerevole (?) dei retweet: 258 il primo, 360 il secondo. E che dire dei preferiti? A cosa assegniamo la preferenza, se mettiamo tra i preferiti questi tweet? Giusto fare riforme strutturali. Ancora una volta: me’ cojoni! L'uso dell'aggettivo giusto fa pensare che il parlante, in qualche modo, abbia espresso un giudizio. Secondo un criterio sano, esprimere un giudizio significa predicare qualcosa intorno al tema del discorso. In questo caso, che cosa è stato predicato? Nulla, il terribile e incredibile nulla! La semantica dell'aggettivo, in assenza di contesto e dei particolari del giudizio, è talmente ampia da perdere la via del significato. Mancano i legami e le forme di connessione.

In pratica, se vogliamo dare un minimo di profondità, dobbiamo dire che i politici fanno largo uso di iperonimi, cioè di termini di significato generico. Sia chiaro: non è un errore usare gl'iperonimi; è un errore usare solamente iperonimi, specie se sono accompagnati da nomi astratti!

Oltre le riforme strutturali, scorgiamo più crescita e investimenti, stop Austerity. In che senso? L'austerity non è piacevole, quindi stop. Va bene. Per paradosso, gli aumenti previsti da Renzi (…che non è Premier perché il premierato in Italia non esiste, anche se l'esterofilia piace!) potrebbero andare nella direzione sbagliata. Eppure, al TG, è prassi la ripetizione fedele delle sue parole: 'Il premier (…cattive abitudini!), intervenuto al congresso, ha dichiarato che al paese servono più crescita e investimenti'. Se lo ha detto lui…

Se facciamo un altro passo indietro, il 6 giugno 2015, incontriamo un tweet che ha avuto più successo di quanto ne hanno avuto i precedenti: <<Dobbiamo creare lavoro (…)>>. Anche questa volta: me’ cojoni! L'intuizione di Renzi è talmente acuta da meritare millecento retweet e milletrecento preferenze.

Da Johannesburg a Oslo, da Pechino a Salem, dobbiamo creare lavoro è un enunciato che qualsiasi essere umano è in grado di approvare e sostenere moralmente; non è mica un'affermazione di valore politico!

In sostanza, ad ascoltare i linguisti, la lingua di Renzi non ha funzione denotativa non perché lo dicano loro, ma perché lo deduciamo senza sforzi, questa volta. La denotazione è la funzione di quel termine che indichi un intero insieme. Col sostantivo cavallo, per esempio, si indica anzitutto l'intera classe dei cavalli. Ogni singolo cavallo è poi connotato secondo le proprie caratteristiche. Più di recente, si è interpretata la denotazione come base semantica continua rispetto alla variazione terminologica e alla sinonimia: cavallo e quadrupede possiedono la stessa denotazione, ma hanno una diversa connotazione

Che cosa denotano le parole di Matteo Renzi?

La tecnica in base alla quale l'oratore non traccia netti confini per essere meno esposto alle contestazioni, spesso, si rivela una sorta di autogol.


Si è fatto tanto per allontanare dalla scena personaggi come Andreotti, Cossiga, Craxi & Co., i quali di certo non erano dei chierichetti, ma almeno possedevano capacità d'eloquio e si lasciavano ascoltare: chi per umorismo, chi per sagacia, chi per cultura… 

sabato 6 giugno 2015

LA BAMBINA COL DELIRIO DI POSSESSIONE SI FA CAPIRE, 
BUROCRATI NO


Qualche anno fa, da uno degli uffici dell'ateneo palermitano, presso il quale insegnavo Analisi dei Testi, mi giunse un documento che mise a dura prova la mia capacità di sopportazione. Ero titolare dell'insegnamento di Analisi di testi. Lo ribadisco. Inutile ostentazione la mia? Aspettate a giudicare! Il mio specifico ruolo professionale, infatti, fu l'origine dei mali. Da poco, ero stato ammonito dal Presidente del mio corso di Laurea, Scienze e Tecniche della Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione, in quanto professore indisciplinato e poco rispettoso della linea di pensiero seguita dagl'illustri colleghi. In pratica, adottavo i testi dei bostoniani del MIT, quelli della scuola di Palo Alto, ricorrevo a metodi d'insegnamento presi in prestito dalla psicologia umanistica integrata, da Carl Rogers, finendo con l'applicare una didattica esperienziale e laboratoriale.

Di fatto, tradivo il modello accademico-feudale; il che si tradusse presto in un richiamo verbale. Convocato all'interno di una stanzetta, mi vidi puntare contro l'indice della scienza e della saggezza. Per onestà, mi tocca dire che feci orecchie da mercante: me ne fregai! Ero ormai un vero e proprio disertore tra i corridoi dell'istituto.

Tre mesi dopo il solenne rimprovero, ricevetti il famigerato e già annunciato documento. Ve ne riporto la parte saliente, l'unica ch'io abbia copiata in un file di word per diletto: <<(…) Con riferimento alla norma avente per oggetto l'esplicabilità della funzione docente di cui al comma (…) della Legge (…), ex-Legge (…), circa la disciplina d'esercizio dei ruoli di ricerca rispetto alla disponibilità del corpo studente, la Pubblica Amministrazione si fa garante di obiettività e trasparenza nell'ambito del procedimento di sviluppo progettuale cui i titolari di cattedra dovranno attenersi (…)>>.

Questo messaggio austero e intimidatorio proveniva da una delle sezioni del Rettorato ed era stato scritto da un impiegato 'laureato', non era stato estrapolato da chissà quale Gazzetta, ma dubito che il Rettore ne sapesse qualcosa. Riportava pure una firma, ma evitai di fare indagini.

Sulle prime, arricciai il naso, aggrottai la fronte e feci tutte le smorfie necessarie allo sforzo di comprensione. In qualità di docente di Analisi dei Testi, non potevo tirarmi indietro: la frustrazione sarebbe stata cocente. Nello stesso tempo, tuttavia, procedere nel tentativo d'interpretazione significava far crescere il rischio di farsi venire una crisi epilettica.

Il burocratese ha sempre avuto una certa tradizione in Italia, allo stesso modo in cui i burocrati hanno occupato posti di rilievo nella Pubblica Amministrazione. 

Non ho mai capito che cosa induca un uomo a scrivere in questo modo. 

Se si volesse tradurre in un italiano decente la minaccia impiegatizia, grazie all'intuizione e non alla parafrasi, basterebbe dire che I titolari degli insegnamenti devono rispettare un programma ministeriale; della qual cosa si fa garante la Pubblica Amministrazione.

Premettendo che la cosiddetta 'Legge' circa l'insegnamento universitario non contiene affatto queste prescrizioni e che non ho mai saputo quale fosse il vero scopo del mittente, mi sia concesso di affermare che la storica e arcinota bambina dell'esorcista, durante i deliri di possessione demoniaca, articolava il linguaggio molto più chiaramente.

Il burocratese ha delle caratteristiche d'incomparabile 'durezza' morfologica e sintattica e di criptica pesantezza. Uno tra gli stilemi più ricorrenti è l'uso del participio presente come legamento tra sostantivo e sostantivo e tra periodo e periodo: con riferimento alla norma avente per oggetto (...) Ne conseguono la riduzione della scorrevolezza del periodo e la sua oscurità lessicale, oltre che un ritorno infelice e spropositato alla lingua latina, lingua madre dei nostri legislatori, ma gestita, in questo caso, con parecchia superficialità. Non c'è, infatti, esatta corrispondenza tra costrutto latino e costrutto italiano. Su questo piano è da collocare l'espressione funzione docente, che è comunque molto più accessibile e diffusa.

Altro fenomeno di pura devianza è costituito dalla comparsa di termini sofisticati, strettamente accademici e, per giunta, con un'area semantica indefinita, troppo ampia perché il lettore-fruitore possa averne contezza. Il sostantivo esplicabilità è lemma che neppure il Treccani online intende 'esplicare' perché viene formato sul suffissoide –bile, che, a propria volta, è già una formazione aggettivale basata sulle lingue arcaiche. Se consideriamo che il cittadino medio è il primo destinatario dell'informazione legislativa, bisogna concludere che questa scrittura è autoreferenziale, vuota e innaturale; non appartiene ad altri che a chi la produce.

La terza componente d'analisi è da ricercare nella gestione contorta delle congiunzioni relative. In particolare, la forma obliqua del pronome relativo che, cioè cui, nell'ambito del burocratese, serve a sopprimere interi periodi: la norma X di cui al comma X.1 della Legge (…) e così via. Come si può intuire facilmente, il parziale sintagma relativo di cui non è seguito da una predicazione, da qualcosa che ci dica qual è il vero tema del discorso. La deduzione ermeneutica è pertanto obbligatoria, nella misura in cui si voglia ricostruire il significato dei testi. In sostanza, abbiamo a che fare con un scrittura che non si basa su significati espliciti.

Nel § 1.3 del Codice di Stile delle Comunicazioni Scritte ad Uso delle Pubbliche Amministrazioni, si legge, non a caso, che il linguaggio è utilizzato più nell'ottica della legittimità formale degli atti che in quella, sostanziale, della comprensibilità del messaggio.>>. Fin dall'introduzione, Sabino Cassese, ex Ministro della Funzione Pubblica, mette in evidenza che l'incapacità di comunicare, propria della Pubblica Amministrazione e che si realizza mediante l'uso di formule linguistiche inaccessibili e, talora, anche impertinenti, ermetiche e fumose, allontana il cittadino, l'utente, il vero fruitore del messaggio. La lontananza che ne deriva genera immediatamente il paradosso: se il fruitore è, già da principio, privato della propria funzione di destinatario del messaggio, il messaggio non esiste. Si configura, di conseguenza, una sorta di esoterismo settario della parola e del suo uso. In pratica, non c'è alcuna relazione. Allo stesso modo, la lontananza diventa scena del teatro dell'assurdo: in che cosa consiste una società i cui consociati non sono tra di loro in relazione? 

Nelle pagine successive del Codice, gli autori propongono addirittura un elenco di termini e formule da evitare al fine di ridurre le distanze tra lo Stato ed il cittadino. In questa sede, ne prendiamo in esame alcuni a scopo di sintesi e chiarimento: 1) attergare, che significa, nel linguaggio delle Pubbliche Amministrazioni, scrivere a tergo di un documento, cioè sulla parte posteriore del foglio; 2) non deambulante, che, tradotto alla lettera, starebbe per chi non passeggia, ma che immaginiamo significhi chi non è in grado di camminare; 3) in ossequio a, che indica atto di riverenza; 4) è vietata la balneazione, frase costruita sul sostantivo balneazione, ma che acquisirebbe trasparenza, se riscritta in è vietato fare il bagno ; 5) la circolare avente per oggetto, frase che si regge sul participio presente avente e che deve essere sostituita con la circolare che ha per oggetto.


La necessità di comprendere e far comprendere il linguaggio si fa allarmante, se, ad analizzare attentamente certi testi, si rischia di ammalarsi di nevrosi.

mercoledì 3 giugno 2015

DALLA PASSIONE SPERATA AL VOTO DI CASTITÀ:
FIGLIO DI UN CALZOLAIO, CAMBIA LE SORTI DELLA LINGUA ITALIANA


La prima lezione universitaria interamente in italiano fu tenuta dall'economista Antonio Genovesi, nel 1754, presso la cattedra di Economia Politica dell'ateneo napoletano. Fino ad allora, gli accademici erano stati fedeli alla lingua illustre dei classici, canonizzata da Pietro Bembo e farcita di latinismi. Si trattò di una svolta sotto tutti i punti di vista poiché, in quell'occasione, vennero meno gli schemi rigidi della retorica all'interno dell'istituzione. 

Sulle prime, sembrerebbero alquanto influenti le umili origini del nostro professore, il quale di certo non proveniva dai ceti abbienti della società dell'epoca: era figlio di un calzolaio. Potremmo essere indotti a credere che la ricerca di una lingua d'insegnamento libera dagli schemi classici fosse condizionata dall'identità famigliare. 

Se ci si spinge oltre nella rivisitazione del suo curriculum, si scoprono, tuttavia, delle anomalie bell'e buone. La sua formazione, infatti, fu tutt'altro che semplice e plebea, pur se determinata da un amore proibito. Da adolescente, s'innamorò perdutamente di una coetanea, che non fu approvata dal padre. Di conseguenza, il ragazzo fu spedito dai padri agostiniani, coi quali portò avanti lo studio della filosofia, già iniziato, del latino e del greco e della teologia. Il destino del giovane, ammaliato come tanti altri dalle fattezze femminili, ma deluso, si rivelò presto un po' repressivo: divenne maestro di retorica e fu ordinato sacerdote. 

Dalla passione sperata al voto di castità, dalla filosofia all'economia: Antonio Genovesi ebbe una vita colma di contraddizioni, ma ebbe anche tali meriti intellettuali che la sua cattedra napoletana fu la prima istituita in tutta l’Europa in Economia Politica e nacque unicamente per lui. Gli sia riconosciuto il merito di averci donato una nuova lingua d'insegnamento! 

Da allora in poi, la lingua italiana, quella della comunicazione comune, ha subito vari tentativi di assestamento fatti da politici e intellettuali sensibili, ma gli eventi che hanno determinato in maggiore misura la cosiddetta standardizzazione sono stati tre: la radio, la televisione e internet. 

La radio fu condizionata inizialmente dalla propaganda fascista; il suo registro linguistico fu quasi subito ricercato. La lingua della televisione seguì un processo di semplificazione molto lento; solo intorno agli anni settanta, comparvero i primi programmi che accoglievano telespettatori di tutte le estrazioni sociali; la qual cosa arricchì la parlata televisiva anche degli idiomi regionali. In sintesi, possiamo affermare, senza timore di smentite, che la nostra comunione linguistica è piuttosto recente, a dispetto della storia culturale di cui siamo indirettamente partecipi. 

Sopravvivono, infatti, nella parlata degli italiani degli errori che sembrano far parte del nostro tessuto connettivo, tanto che spesso nessuno ne tiene conto. La maggior parte di essi proviene proprio dalle forme regionali che si sono stratificate nel tempo. 

L'espressione noi si esce, per esempio, è un residuo del fiorentino, che comunque ha perduto negli anni il ruolo dominante conquistato all'epoca delle tre Corone. In pratica, la particella si, che regge il costrutto impersonale, viene rafforzata dalla prima persona plurale del pronome personale soggetto. Si tratta di un regionalismo vero e proprio che, pur non essendosi esteso a tutta la nazione, ha comunque goduto di una certa forza espressiva. Espressività, però, non produce correttezza grammaticale, checché ne dicano i 'benigniani'. 

Una formula da considerarsi superata è, invece, mentre che, in cui il che occupa una posizione di rafforzamento congiuntivo e temporale di matrice latina. Non è affatto un errore, anzi possiamo pure attestarne l'uso letterario, tuttavia, oggi, l'uso della congiunzione mentre è più scorrevole che nel passato, se alleggerito del che. 

Di pretto uso lombardo e, più in generale, settentrionale è l’articolo determinativo che precede i nomi propri di persona. Anche se rientra nella normale abitudine linguistica, dire la Giovanna o il Paolo è sbagliato e non ci sono alternative comode, com'è sbagliata l'altra consuetudine tutta 'nordica': dire rùbrica al posto di rubrìca. 

Percorrendo il territorio nazionale da nord a sud e viceversa, senza soste di preferenza, ci rendiamo conto che rientra nella tradizione regionale l'errata interpretazione di alcuni verbi intransitivi, traslati abusivamente nel transitivo: salire, scendere, entrare et cetera. Sono ricorrenti frasi come Ho entrato la biancheria perché sta piovendo, Ho salito/sceso le scale. Sono vere e propri stratificazioni che, molto probabilmente, incontriamo in qualsiasi regione come ricostruzioni dal dialetto, ma c'è molto poco da dire sul loro conto, tranne che si devono correggere. Le eccezioni dovute alle cosiddette licenze poetiche non sono tacite autorizzazioni all'uso improprio di un verbo. 

Dalla capitale ci giunge un esilarante suffisso in –aro, che non facciamo fatica a riconoscere in parole come palazzinaro o pataccaro. Molti tra questi sostantivi hanno avuto una discreta fortuna lessicale poiché, a poco a poco, sono stati accettati. Di certo, non possiamo avallarne appieno una regolare adozione, ma il sostantivo ha sempre una sorte diversa da quella delle locuzioni o dei periodi: si insinua più facilmente nelle pieghe della lingua. 

Avete mai sentito parlare del che interrogativo polivalente? Non so se vi sia noto, ma avete sicuramente sentito una domanda impostata nel modo seguente: che, mi presti la tua macchina? È dialettale o, comunque, da bocciare come deviante. Neppure in questo caso, esistono giustificazioni di tolleranza. 

Insomma, due secoli e mezzo non sono stati sufficienti a fare di noi una comunità linguistica autentica? Anche se alcuni severissimi linguisti si dichiarano pessimisti circa la nostra coinè, io credo che sia ingeneroso definire immatura la nostra unità linguistica. Le infiltrazioni del dialetto nella lingua standard, se controllate o ben guidate, danno colore al discorso, ne ravvivano il ritmo. Se avessi qualche anno in meno, commenterei la severità di taluni con 'allucinante', ma, oggi, non posso permetterlo: mi farei 'sgamare'. 

'Sgamare' e 'allucinante' si possono usare?