sabato 30 maggio 2015

LO VUOI UN BACIO?




Sì, lo voglio! Io voglio un bacio. Anzi, ne vorrei mille perché un bacio può diventare l'irreversibile elevazione d'una cronaca ovvia, può trasformarsi ora in una promessa ora in un gesto iniziatico. Quando le labbra dell'uno si sigillano su quelle dell'altra, si genera uno schock puro e incondizionato, le membra si fanno entità. Baciamoci, dunque, finché possiamo, senz'arrenderci all'immaterialità della domanda! Bisogna chiedere e non temere di essere rifiutati. Chi non lo fa per timore del "no" finisce presto col recitare a soggetto, sprofondandosi in una sorta di tormentoso deja vu.

Qualcuno potrebbe obiettare che ogni richiesta è indeterminata, impertinente, inelegante: non c'è peggiore amante di chi taccia al solo scopo di non subire l'insuccesso e l'umiliazione.

Si narra che Leandro morì tra le onde del mare, che tentava di superare a nuoto, nel tentativo di raggiungere Ero, sacerdotessa di Afrodite a Sesto, di là dai Dardanelli; si narra anche che Ero si uccise gettandosi da una torre, avendo ritrovato il cadavere del proprio amante sulla riva. Ogni notte, quegli amanti, si preparavano al rischio e alla perdita. La loro avventura fu breve, ma gloriosa. Quindi, io non esito a dire che quel Catullo che, in soli quattro versi, riesce a reclamare tremilatrecento baci è un eroe epico. In particolare, lo fa in modo suadente. Il modo suadente si deve intendere fin da principio non perché la passione abbia bisogno di tante parole, ma perché le parole giuste al momento giusto possono generare voluttà: è innegabile.

La domanda del titolo, Lo vuoi un bacio?, in realtà, è alquanto efficace, specie se sostenuta da un buon timbro, ma contiene un po' di fastidi. Innanzitutto, non è regolare. Come sostengono i linguisti, è una frase che ha specifiche marcature, cioè delle caratteristiche che, pur non appartenendo alla grammatica prescrittiva e normativa, entrano nella lingua d'uso e riportano significati utili e funzionali. La versione grammaticale standard de Lo vuoi un bacio? dovrebbe essere Vuoi un bacio?, cioè senza il pronome iniziale. Questo tipo di marcatura, di cui i nostri discorsi abbondano si chiama dislocazione a destra. Il nome trae origine dall'osservazione del fenomeno fatta dagli studiosi. Si può notare  facilmente che il tema della domanda, vale a dire l'elemento di cui si discute, è collocato sulla destra, ma è anticipato dal clitico Lo. Niente paura, non si tratta di un evento traumatico; è solo una deviazione colloquiale della grammatica! L'hai messo a posto tu il libro? Quest'ultimo esempio non vale quanto un bacio, ma può arricchire la nostra visione delle cose. È un'altra dislocazione a destra.

Sulla sponda opposta, non quella dove s'amavano Ero e Leandro, troviamo la dislocazione a sinistra, altro fenomeno proprio della lingua comune, media, per così dire. Questo farmaco, ha detto il medico che lo devi prendere. Non si fa fatica a scoprire che il pronome rafforzativo, diversamente che nel caso precedente, è stato spostato nella parte destra della frase, ma il tema è anteposto a tutto il resto. Questo farmaco e lo costituiscono una specie di asse tematico e semantico, da cui si deduce la marcatura della frase.

Sia la dislocazione a destra sia la dislocazione a sinistra non rientrerebbero, in teoria, nel registro della prosa scientifica o nella "lingua perfetta" perché sono, sostanzialmente, errori modulari, trasposizioni di costrutto da un modello di linguaggio ad un altro.

È bene ricordare, tuttavia, che, in tal senso, la nostra lingua è stata interpretata brillantemente da Alessandro Manzoni, nella cui opera, I promessi sposi, non a caso rivisitata più volte, scopriamo la sapienza e la magistrale competenza con cui un autore è in grado di far coesistere in perfetta armonia i vari livelli della grammatica. Ne I promessi sposi, pagina dopo pagina, il lettore può apprezzare sia il canone di Pietro Bembo e del fiorentino illustre di matrice petrarchesca sia tutte le sfumature popolari e marcate del linguaggio. Sulla base dell'esempio manzoniano, occorrerebbe, infatti, imparare a destreggiarsi tra personaggi e fini della scrittura e della comunicazione.

Una tipologia di frase che appartiene al sistema delle marcature della lingua comune è la frase scissa, molto diffusa nella parlata famigliare perché conferisce enfasi alla comunicazione. Nello scrivere o nel dire sei tu che hai commesso l'errore, ci imbattiamo nella suddetta frase scissa. Di fatto, a ben vedere, il costrutto è un po' ridondante: si hanno due frasi in luogo di una; l'unico vantaggio consiste nella resa del significato, che viene veicolato con più forza. La prima frase è sei tu; la seconda hai commesso l'errore; il raddoppiamento è evidente. 

Alcuni linguisti ritengo che la frase scissa generi anche una suddivisione dell'informazione, ma mi permetto di non essere d'accordo. I nostri enunciati, in genere, possono essere definiti in base alla loro efficacia comunicativa, tanto che si è soliti individuare in essi un focus e un topic, unitamente ad altri elementi della pragmatica della comunicazione che, adesso, giocoforza, tralasciamo. Il focus è quel segmento dell'enunciato che il destinatario ignora, in pratica, è l'informazione nuova; mentre il topic è l'informazione già nota anche al destinatario. Se io dico che Giulia vuole un bacio in risposta alla domanda Che cosa vuole Giulia?, è fin troppo chiaro, a questo punto, che un bacio è il focus. Di conseguenza, mi riesce difficile credere che nella frase scissa sei tu che hai commesso l'errore si abbia una suddivisione dell'informazione. Se dobbiamo tenere conto di entrambe le frasi prodotte dalla scissione, allora l'informazione è raddoppiata, non suddivisa, perché il nucleo tematico resta o solo nella parte destra hai commesso l'errore (…se c’interessa l'errore!) o solo nella parte sinistra sei tu (…se c'interessa la persona!), ma… Il nodo non si può sciogliere perché non sappiamo quale sia l'interesse specifico.  

Conviene continuare a baciarsi, senza pensarci troppo! 




mercoledì 27 maggio 2015

ANCHE ALL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA SI PARLAVA A VANVERA!


Tutti coloro che devono fugare un dubbio linguistico, in genere, non esitano a rifugiarsi tra le mura virtuali dell'Accademia della Crusca. Grazie al fenomeno della grande diffusione della cultura a mezzo internet, quella da ipermercato, per intenderci, quella last minute, c'è anche chi, dopo aver fatto uno screenshot sulla pagina dei "crusconi", esibisce in un post qualche documento fotografico degli accademici e si convince di essere dotto. Ciò che precede la realizzazione del documento resta ignoto ai più. Riportare l'immaginetta vuol dire farsi belli, elevarsi al di sopra degli equivoci e dare il colpo di grazia all'avversario. È così che, quando nasce una disputa sull'uso di un sostantivo o di un verbo o di qualsivoglia parte del discorso, i sapientoni spuntano da tutte le parti.

Io, fino ad ora, lungo l'itinerario di Errori & Parole, ho conosciuto solamente poche persone con inequivocabili competenze linguistiche e so per certo che non ricorrono a certe smargiassate. Non tutti devono essere esperti di linguaggio, per carità! Ma non c’è bisogno di fare i sapientoni, specie se i veri sapienti sono altri e ne sfruttiamo fama e fatica.

Tra le altre cose, dell’Accademia della Crusca si sa poco: circolano notizie circa l’inoppugnabilità delle sue teorie, la solennità dei suoi costumi e l’inaccessibilità dei suoi membri, ma non si racconta che, nel XVI secolo, quando nacque per iniziativa di Leonardo Salviati, era composta da un gruppo di giovani spensierati, chiamati "crusconi" proprio perché parlavano a vanvera. Essi, pur parlando a vanvera, come si diceva all'epoca, si mostrarono subito intransigenti e intolleranti verso qualsiasi parola che non appartenesse alla purezza della lingua. In poco tempo, in seguito alla pubblicazione del primo vocabolario, si guadagnarono una nomea internazionale senza precedenti, tanto da essere imitati da molte altre scuole. Nel 1783, il granduca Pietro Leopoldo di Toscana, che evidentemente mal sopportava la loro intransigenza e la loro intolleranza, con un bel decreto pose fine alla loro avventura facendo chiudere l'Accademia. La ripresa dei lavori si ebbe nel 1808 grazie a Napoleone. Il castigo del granduca, forse, non fece male ai cervelloni dell’epoca perché, a poco a poco, si resero più disponibili e capirono che la lingua non è qualcosa di astratto, ma un fenomeno plastico.

La correttezza del discorso non si ottiene di certo chiudendo gli occhi sul valore d'uso. Una buona grammatica è sempre legata alle proprie origini, ma non è mai distante dal contesto in cui trova compimento.

Errori & Parole è stato creato integralmente sullo scarto esistente tra origini e quotidianità: talvolta, questo distacco è eccessivo e fuorviante ed è il caso di rimediare, suggerendo la forma corretta; talaltra, si tratta solo di una malformazione o di una formazione impropria, talché è sufficiente giocare coi termini, senza emettere alcuna condanna.

Un esempio di formazioni improprie, se vogliamo attenerci all'italiano puro, è la locuzione preposizionale al di là: è un francesismo in piena regola; il che non significa che chi lo usa sbaglia. Nient'affatto! Qualora si voglia scrivere e parlare da puristi, è bene scrivere e dire di là (…): al di là del muro vs di là dal muro. Se, invece, si sostituisce la locuzione preposizionale con la versione sostantivata aldilà, come molto spesso si vede, l'errore c'è ed è gravissimo. L'aldilà appartiene ai più, è il regno oltremondano.

Di tanto in tanto, mi permetto di riproporre lo scopo di questo mio lavoro affinché sia sempre più intenso l’effetto relazionale della scrittura. Io sono un purista dimezzato. Credo fermamente che, senza conoscere il latino e il greco, non si possa avere piena padronanza della lingua italiana, ma non è un mio vezzo. Ci sono spiegazioni di fenomeni linguistici che non si trovano neppure in una eccellente grammatica italiana.

Quando, in un discorso, il soggetto è costituito da la maggior parte, molti non sanno se prendere la via del plurale o quella del singolare, cosicché troviamo ora la maggior parte degli italiani sostiene che (…) ora la maggior parte degli italiani sostengono che (…). I latini avevano le idee chiare e ammettevano sia il singolare sia il plurale del verbo, definendo questo segmento linguistico costructio ad sententiam. Io suggerisco di coniugare il verbo al singolare. L’italiano contemporaneo si avvale degli articoli, che hanno sostituito la declinazione del sostantivo. Di conseguenza, se l'articolo che utilizziamo è singolare e si accorda, giustamente, con un sostantivo singolare, non capisco perché sia necessario complicarsi la vita. Il predicato dovrebbe sempre stare in pace e armonia col soggetto.

In quanto ai peccati veniali della grammatica, possiamo puntare, per esempio, sulla frase il giorno che ci siamo conosciuti pioveva. La versione corretta ed elegante sarebbe il giorno in cui ci siamo conosciuti pioveva. E così pure: tutte le volte che ci vediamo (…) / tutte le volte in cui ci vediamo (…); ogni volta che ci vediamo (…) / ogni volta in cui ci vediamo (…) et cetera. Queste, tuttavia, sono quelle situazioni in cui, come ho già detto, si può giocare sulle differenze. Le frasi vieni che ti aiuto o aspetta che te lo spiego, però, non sono altrettanto carine quanto le precedenti: sono sbagliate e la pena è capitale.

Si ricordi sempre, però, di non fare leva sul concetto di evoluzione della lingua per legittimare le storture grammaticali perché la tolleranza o le aperture dei lessicografi sono il frutto di un lungo e travagliato studio, non l’intuizione dell’ultima ora!


Altra segnalazione rivolta ai guerreschi sostenitori dei dialetti: in qualità di popolo, abbiamo fatto una fatica enorme e, talora, inimmaginabile per conquistare una lingua comune, non sprechiamola! All'inizio del novecento, l'analfabetismo in Italia era prossimo all'80%. In pratica, coloro che dal sud emigravano al nord in cerca di lavoro erano veri e propri stranieri perché parlavano soltanto il dialetto. Questo accadeva un secolo fa! All'epoca dell’unità d’Italia, su venticinque milioni di abitanti, come fa notare Tullio De Mauro, solamente centosessantamila persone si esprimevano in un italiano di base: preoccupante, se si considera che il lentissimo processo di unificazione linguistica si è compiuto solo da poco! Potremmo definirci più italofoni che italiani, a differenza di quanto è accaduto in Francia o in Germania o nell'intelligente Inghilterra.

sabato 23 maggio 2015

UNA PRODUZIONE DI MERDA


Strano, ma vero: si dovrebbe dire alchìmia,  non alchimìa. La parola in questione, derivando dall'arabo al-kìmia, in origine, è accentata sulla penultima sillaba, è ossitona o piana. Molti insegnati, purtroppo, ignorano queste angolazioni proprie della grammatica. Come si suol dire, non casca il mondo, se non si conosce la giusta pronuncia di alchimia

Il guaio ha ben altra natura: se io chiamo Mario un tizio che si chiama Filippo, che cosa succede? Nel peggiore dei casi, non ci risponde. Niente di grave, ma si interrompe la comunicazione! Se, col tempo, Mario si abitua ad essere chiamato Filippo, allora la comunicazione riprenderà a funzionare ed essere fluida. 

D'altronde, ormai, nessuno si accorge che le autovetture accessoriate sono un abuso linguistico. Lo sono perché usare il presunto participio passato accessoriato in forma aggettivale presuppone l'esistenza del verbo accessoriare. Io di solito non riesco proprio ad accessoriare, nonostante la generosità de Treccani. Mai! Lo giuro! Ho tentato anche di superaccessoriare, ma non n’è venuto fuori un granché. Di conseguenza, non mi capacito come certuni siano in grado di ottenere perfino il superaccessoriato

Non è da escludersi che tutti questi encomiabili  risultati siano frutto di una coproduzione. Devo ammettere che il termine coproduzione mi fa venire un po' di nausea. E non si tratta di raffinatezza o pignoleria! Si dovrebbe dire e scrivere comproduzione almeno per salvaguardare l'igiene. Di fatto come ci suggerisce argutamente Fochi, l'apparente prefissoide greco kòpros vuol dire merda e duzione potrebbe essere la traduzione del latino ductio, cioè conduttura. Dunque, la coproduzione è la fogna.  

Certe cose, è vero, dovrebbero essere dette sommessamente, quindi… Con un bisbìglio o con un bisbiglìo? Che razza di sostantivo è questo? È accentato sulla penultima sillaba o sull'ultima? È accentato sia sull'una sia sull'altra; non c’è da preoccuparsene. Se l'accento cade sull'ultima sillaba, il rumorino è continuato, sennò è determinato nel  breve tempo. 

In nome della brevità, spesso, però, si fa uno scempio. Quante volte abbiamo letto o sentito dire breve cenno? Tante, presumo! Eppure non abbiamo arricciato il naso… Se ci limitiamo ad un cenno, la brevità e la sintesi sono già incluse; non c’è bisogno del sovrappiù: breve e cenno non hanno ragione di coesistere. Allo stesso modo, una bevanda che ci sembra un po' amara o diventa amarognola o resta un po' amara. Un po' amarognola è quel troppo che guasta sempre la bevanda. Può darsi che il signor Mario si sia abituato a essere chiamato Filippo, ma non possiamo costringerlo a chiamarsi pure Filippo Filippo. 

Tuttavia ci sono dei giornalisti che non rinunciano agli abusi perché, forse, non possono farne a meno. Talvolta, vale la pena di giustificarli perché – ammettiamolo! – la cronaca vive sull'emozione di chi ne fruisce. Alcuni aggiustamenti, pur se ai danni della limpidezza grammaticale,  sono da considerare interventi tattici, giochi d'enfasi. Una delle tecniche più in voga è l'abbuffata di passivi: tanti quanti ne vuole il redattore. Il criminale è stato arrestato all'alba di oggi dai carabinieri. Di rado, la frase si volge all'attivo a dare risalto ai carabinieri: i carabinieri hanno arrestato il criminale all'alba di oggi. Ciò accade perché il passivo, in questo caso, sposta il focus della fruizione sul criminale, che attira l'attenzione della gente. Provatevi ad ascoltare un telegiornale e, in particolare, la sua cronaca nera con attenzione critica: vi accorgerete che il racconto fa leva quasi esclusivamente sul trucchetto suesposto. 

Se il passivo è usato a scopo d'enfasi, lo stesso non può dirsi per quell'aggettivo di derivazione latina, alacer, che viene spesso consumato in alàcre, quando si deve dire, senza opportunità di scelta, àlacre. Adesso non si può più essere tollerante, come nel caso degli alchimisti. L'arabo non è una lingua costituente per l'italiano, come lo sono il latino e greco. Alchimìa può essere considerata una vera e propria acquisizione, mentre alàcre è un vero e proprio errore. Si dice àlacre

L’aggettivo è un brutto rospo, credetemi, e non basta un bacio per farlo diventare un principe azzurro! A seconda di dove lo si mette, si ha un significato anziché un altro. Il racconto intrigante: quando intrigante segue il sostantivo racconto, otteniamo un'affermazione generale, secondo la quale tutti i racconti intriganti possono avere certe caratteristiche. Se, al contrario, lo precede, le cose cambiano radicalmente. L'intrigante racconto può riferirsi ad un racconto in particolare. A questo punto, se vogliamo farci perdonare da Mario, possiamo dire che il Mario intelligente è il nostro Mario, cioè un Mario specifico, che è diverso da l’intelligente Mario, espressione, questa,  con cui ci riferiamo ad una caratteristica di un Mario che è noto ai parlanti.

In realtà, ogni lingua può essere definita lingua modale, non tanto per la coniugazione verbale, quanto piuttosto per la funzionalità simbolico-allegorica delle sue illocuzioni, molte delle quali mantengono un'elevata performance commissiva ed espressiva in cui gli enunciati mirano spesso a sortire effetti nell'interlocutore. A tal proposito, facciamo una rapida incursione nella lingua araba, dalla quale possiamo trarre spunti pertinenti e interessanti! Un arabo che risponde al semplice grazie (shokran) non dirà semplicemente prego, ma la shokran aila wajib (non dire grazie per ciò che ti è dovuto). Allo stesso modo, se si vuole adottare una formula di cortesia da associare alla richiesta di qualcosa, si dirà o Allah i raham waldik (che Dio abbia misericordia di te) o Allah i hafdak (che Dio ti protegga), in cui i riferimenti alla divinità sono chiari anche per chi non ha dimestichezza con la lingua araba. Occorre sempre indossare i panni di quel redattore che ha il dovere di formulare una resa dei significati adeguata, non potendosi unicamente limitare alla descrizione degli eventi! 

mercoledì 20 maggio 2015

UNA SINTASSI DA BLOG OVVERO CHOMSKY PER I BLOGGER!


Alcuni scienziati, in particolare il pluridecorato Noam Chomsky, caposcuola, e Steven Pinker, sono convinti che la facoltà del linguaggio sia innata: noi saremmo dotati di una competenza "genetica" che ci permette di articolare e organizzare il discorso attorno a dei significati. Essi, nello stesso tempo, affermano che le lingue del mondo sarebbero accomunate da schemi, parametri e proprietà ricorsivi, cioè che si ripetono più volte, senza che il parlante se ne renda conto. La lingua italiana, alla quale ci limitiamo in questa occasione, è basata, per esempio, sullo schema SVO, soggetto, verbo e oggetto. Tutti i costrutti deriverebbero da questo modello secondo un processo combinatorio e trasformazionale. 

L'uomo sarebbe in grado di produrre un'infinita quantità di combinazioni servendosi di un set finito di elementi. Si badi che si fa riferimento non solo a coloro che hanno studiato tanto da poter padroneggiare il lessico a proprio piacimento, ma anche a chi non ha studiato affatto! Perché un bambino, quali che siano i suoi educatori, non dirà mai "acqua di pieno" al posto di "pieno d’acqua"?  In pratica, il bambino non ignora i legami essenziali della lingua. Pieno d'acqua è un sintagma aggettivale (SA), la cui testa, ciò che dà significato all'intero sintagma è, per l'appunto, l'aggettivo pieno. A tal proposito, Pinker ci presenta gli esperimenti effettuati dagli psicolinguisti Stephen Crain e Mineharu Nakayama su bambini di tre, quattro e cinque anni. Posti a confronto con la frase Ask Jabba if it is raining in this picture, che contiene un dummy subject, cioè un soggetto fittizio difficile ad interpretarsi, i bambini dimostrano di non ignorare l’it necessario a reggere la forma progressiva is raining

Osservando dall'esterno il fenomeno della Grammatica Generativa Trasformazionale - così è definita la teoria in questione -, possiamo immediatamente estrapolarne una funzione strumentale. In altre parole, nell'epoca del blogging, che costituisce ormai un vero e proprio modello di scrittura, sintagmi, schemi e parametri ricorsivi possono diventare più utili di quanto si pensi di primo acchito. 

Checché se ne dica, un blogger di buon livello dovrebbe attenersi, nella redazione dei propri testi, a delle regole di trasparenza e semplicità. Sulla base del suddetto schema SVO, il periodare lungo, ricco di intrecci sintattici e sovrapposizioni verbali è da evitare. Innanzitutto, la scelta ideale dovrebbe esplicarsi nel seguente schema: soggetto, predicato, complemento, subordinata di primo grado, cioè dipendente dalla reggente, e, al più, una subordinata di secondo grado, dipendente dalla subordinata di primo grado. Le frasi coordinate, se non superano la lunghezza dello schema SVO, non alterano l'armonia del discorso. È opportuno ricorrere agli esempi per evitare i dubbi legati alla terminologia. [Io (S) voglio scrivere (V) un buon testo (O)] (REGG) perché mi piace (SUB I grado) che i lettori siano soddisfatti (SUB II grado), ma ho molti dubbi (COORD alla reggente). La coordinazione è data dall'uso della congiunzione coordinante ma, che mantiene la simmetria verbale tra i due segmenti della frase. Questa struttura potrebbe evitare la maggior parte dei danni grammaticali e sintattico-semantici che si riscontrano dei blog. 

È evidente altresì che ci stiamo rivolgendo principalmente ai blogger che hanno finalità descrittive, saggistiche, per così dire. Ce ne sono tanti, forse troppi, per esempio, che spiegano che cos'è il web, come usarlo per trarne vantaggi tecnico-professionali. È quanto mai necessario che la loro sintassi resti vicina ai modelli di base, che generano nel lettore maggiore voglia d'interpretazione che nel caso di un periodare oscuro. Se, infatti, com'è stato detto,  siamo tutti accomunati da una competenza innata ed esercitata in schemi e parametri ricorsivi, allora è molto più facile per noi completare la lettura di un testo riconoscibile che andare alla ricerca di un nuovo codice di riconoscimento. Non c'è da stupirsi, d'altronde, che esista una sorta di fisiologia della conoscenza nell'ambito del processo di comprensione del linguaggio. È accertato, tra le altre cose, che la nostra memoria non è affatto in grado di registrare notevoli quantità di informazioni appartenenti ad una lunga sequenza di parole. L'uso improprio di un verbo o di un sintagma in luogo di un altro allontana il lettore suggerendo ambiguità piuttosto che chiarezza. Il più delle volte, noi utilizziamo delle espressioni del cui significato non ci rendiamo conto:

  • L’allievo che interrogò il professore si mostrò poco preparato

Chi fu interrogato? 

La frase, che è una rielaborazione d'un esempio fatto da Steven Pinker, ne L'istinto del Linguaggio, è un documento di "chiara ambiguità". Anche se non se ne ha la consapevolezza, il numero delle frasi ambigue è superiore a qualsiasi prodotto dell'immaginazione soprattutto perché subentra un altro fattore deviante, lo scambio tra verbi transitivi e verbi intransitivi. Disambiguare le frasi è un dovere di scrittura. Spesso, l'argomento diventa oggetto di tensione e polemica tra "opinionisti" ed esperti perché alcuni ritengono che i tecnicismi siano necessari, altri, invece, sposano la causa della trasparenza tout court. Se si fa blogging con la pretesa di dare suggerimenti e spunti, la trasparenza deve essere un imperativo categorico, non una scelta. Se è vero, come hanno scritto Watzalawick et al., che non si può non comunicare, è altrettanto vero che comunicare vuol dire stabilire delle relazioni di senso e significato. 

L'uso di un linguaggio corretto, elegante e misurato, mai sconsiderato, impertinente o pedante, ingentilisce l’anima. Le parole si propagano da noi a Dio, sono effetti della nostra voglia di esserci e partecipare. Suoni e segni sono l’espressione dello spirito umano primordiale e, nello stesso tempo, rinnovano la visione della realtà, generano alleanze virtuose, condivisione e conoscenza.


sabato 16 maggio 2015

IL CASO BATTIATO
PERCHÉ I GESUITI EUCLIDEI VANNO DAI MING?




Bere un bicchiere o una bottiglia, leggere Pirandello, combattere come leoni, vivere la vita et cetera: parliamo e scriviamo in questo modo. In che modo? Sineddoche, metonimia, metafora, similitudine, allegoria e almeno un'altra ventina di figure retoriche soffiano sulle nostre scritture e sui nostri dialoghi come un tiepido vento primaverile. Anche l'espressione "soffiano come un tiepido vento primaverile" è già un atto d'accusa. Non se ne può fare a meno, fuorché si voglia impoverire ogni lingua del mondo o candidarsi al ruolo di automi. Quindi, in che modo parliamo e scriviamo? 

Ciascuno di noi parla e scrive per immagini, ricorrendo inconsapevolmente a delle rappresentazioni mentali, le quali, a propria volta, non sono altro che la proiezione di solide esperienze. Il neuroscienziato Donald Hebb afferma che "neuroni che si attivano per la prima volta insieme tenderanno ad attivarsi insieme anche in seguito". In pratica, quell'impulso elettrico che si origina nel nostro cervello, principalmente nell'area di Broca e in quella di Wernicke, e si trasforma presto in parola non è accidentale, ma è un processo che giunge a maturazione in parecchi anni. 

Ogni atto linguistico è una sorta di olio su tela, un quadro a tutti gli effetti: parlanti e scriventi sono dei pittori surrealisti che non sanno di essere pittori. Oltre a bere, leggere, combattere e vivere, pertanto sosteniamo, indirettamente e con l'inconscio, ciò che beviamo e leggiamo, il modo in cui combattiamo e quello in cui viviamo. 

Se, nello stesso tempo, prendiamo in considerazione i processi di scrittura creativa, allora scopriamo che i componimenti possono denunciare sicuramente degli stati d'animo e rivelare degli aneddoti intriganti. L'Io di colui che compone si frammenta all'interno dell’opera, assume i volti dei propri personaggi e si ricompone solo alla fine, nella materia del climax. Le figure retoriche sono la forma di questa scomposizione: velano e rivelano qualcosa. Talvolta, esse sono talmente luculliane, rimarchevoli e sfarzose da disperdere persino il significato delle cose. 

A questo punto, so di essere in procinto di tirarmi addosso l'odio di molti lettori, ma, se è vero che ambasciator non porta pene, io, in qualità di ambasciatore di un fenomeno linguistico, non dovrei essere messo alla gogna. 

Negli anni, dalla mia adolescenza fino ad oggi, mi sono sempre trascinato un fardello, quello del caso Battiato. Ne sono stato e ne sono un ascoltatore. Ma non posso confessare di esserne un autentico estimatore. Il suo manifesto, cioè la canzone che più di ogni altra è stata glorificata da almeno due generazioni, è Centro di gravità permanente. Franco Battiato è noto per il suo arzigogolare e per le sue cervellotiche creazioni, anche se, a mio avviso, in realtà, un cantautore dovrebbe essere più noto per i significati che per i sofismi. Il maestro non si tocca! Per l’amor del cielo! La sua appartenenza alla scuola mistico-filosofica della quarta via dell'armeno Georges Gurdjieff permea i testi e nessuno può mettere in dubbio il valore dell'ispirazione. L'interpretazione del testo stesso e i messaggi però sono tutt'altra cosa: la complessità non implica l'astruseria. Una vecchia bretone / con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù. / Capitani coraggiosi / furbi contrabbandieri macedoni. / Gesuiti euclidei / vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori / della dinastia dei Ming (…) Da vecchia bretone a contrabbandieri macedoni, il discorso potrebbe ancora salvarsi; potrebbe trattarsi dell'indicazione polimorfa della natura umana per la quale l'autore è alla ricerca del centro di gravità permanente. Da gesuiti euclidei a dinastia dei Ming, invece, la forzatura si fa iperbolica, patologica e insensata, è pesante, ingombrante. La Compagnia di Gesù, che rappresenta l'istituto di diritto pontificio dei gesuiti, è conosciuta nella storia, recente e non, per il rigore con cui affronta gli studi religiosi e la severa disciplina, voluta fin dall'inizio dal fondatore, Ignazio di Loyola. L'aggettivo euclidei si può associare al sostantivo gesuiti, se e solo se s'intuisce l'importanza dottrinale de Elementi, opera del matematico Euclide fondata integralmente sui postulati, cioè su proposizioni che devono essere accettate come valide in assenza di dimostrazione. In effetti, la regola gesuitica, per così dire, è l'espressione di un postulato, ma è appena il caso di notare che, nello spazio-tempo di due termini, la lettura è diventata discepolato. Come se non bastasse, i gesuiti sono vestiti come dei bonzi, sostanzialmente dei monaci buddisti o maestri della legge, come dice Treccani: o accettiamo la ridondanza e indossiamo l'abito talare o, senza perderci d'animo, giudichiamo ampolloso e spropositato l'artificio letterario di Battiato. Il travestimento di questi personaggi, da consegnare agli psicoanalisti, è utile, a quanto pare, a varcare la soglia della corte della dinastia dei Ming. Che cosa andrebbero a fare questi monaci greco-arcaici e, per giunta, buddisti a casa dei Ming? 

O Maestro Battiato, perché tutto questo? Mi sembra ostentazione nevrotica e maniacale di cultura, d'una cultura che, di fatto, potrebbe anche rivelarsi insussistente. Altro è mettere in fila delle citazioni o degli slanci di cultura pomposa, altro è saperne tanto da poterne discutere riccamente. Esorto il lettore ad ascoltare e leggere, a scopo di paragone, l'incipit de Il suonatore Jones di Fabrizio De Andrè: In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità / a me ricordava la gonna di Jenny / in un ballo di tanti anni fa. Semplicità ed eleganza si mutano, per l'ascoltatore, nella magia d'un ritmo incantevole che si comprende pur nella complessità letteraria. 

Sarebbe lecito chiedersi perché il Battiato di Centro di gravità permanente, dopo avere propinato figure retoriche a gogò e gonfiato il brano di teorie ermetiche, si ritrovi a cantare una certa schifezza in inglese, il cui testo è simile a "the pen is on the table": over and over again / you are a woman in love baby come into my life / baby i need your love / i want your love / over and over again


Quando nel tegame del cascame culturale aggiungiamo pure un cinghiale bianco, qualche derviscio che balla sulle spine dorsali, un paio di cavigliere del kathakali, almeno una balinese in un giorno di festa e gustiamo la brodaglia sulla prospettiva Nevskij, allora sì… Possiamo cantare anche noi Cuccurucucu perché il mondo è grigio e blu e i desideri non invecchiano quasi mai con l'età. Infatti, io, nonostante l'accozzaglia, continuo ad ascoltarlo e… Mi piace! 

mercoledì 13 maggio 2015

ACCADEMICI, PUNKABBESTIA O GIOCATORI DI CALCIO DI SERIE C?


Trillo di whatsapp. È suono familiare, ma che reca in sé qualcosa di curioso. Chi sarà mai? La speranza è un filo rosso che avvolge la vita di ciascuno di noi. Talora, poche parole possono anche svelare una grande passione o un amore sperato, talché quei secondi che scorrono tra la propagazione dell'onda sonora e l'azione del pollice sul display dello smartphone sono molto fecondi. 

Un tempo, ci giungevano lettere d'amore e telefonate, che, forse, erano più affascinanti d'una conversazione in chat, ma – bisogna ammetterlo – non si potevano nascondere in una tasca in caso di relazioni amorose illecite e corteggiamenti clandestini. Una percentuale di rischio c'è in qualunque circostanza, intendiamoci! Sappiamo tutti, però, che la tecnologia accresce il mistero. 

Ridurre la messaggistica delle chat alla sola tresca è ingeneroso verso coloro che le hanno progettate e realizzate, tuttavia credo che nessuno di noi possa negarne la funzione "erotica". Poi, c'è anche l'utilità professionale, che fa il pari con la rapidità. Nulla da eccepire! 

In questo quadro di emozioni, un giorno, afferrai il mio telefonino per controllare una notifica. Tutto mi sarei aspettato da quell'icona verde, fuorché il messaggio di una mia carissima e stimata amica, docente di lettere, che mi ammoniva a causa di un errore grammaticale. 

Leggendo un mio romanzo, #SonoDiventatoMiaMoglie, aveva notato ciò che aveva bollato come strafalcione. Mi affrettai a leggerlo per intero. Ecco le sue parole: <<A pag 47 c'è un piccolo errore. "Se stesso" non si accenta mai.>>. La tentazione di reagire con ferocia fu forte, lo confesso. La presunzione è disdicevole. 

Ciò che mi parve indecoroso, marchiano , mediocre, borioso e impertinente fu la spartana perentorietà della categorica negazione "non si accenta mai". 

Cominciamo col dire che la regola della mia amica è un falso grammaticale, un'invenzione che penso abbia tirata fuori dal frullatore durante la preparazione di un frappè, perché sono ammesse entrambe le forme. A scopo di chiarimento aggiungiamo subito che la versione originaria del pronome riflessivo è definita tonica proprio perché riporta un accento acuto che la distingue dalla congiunzione se. L'aggettivo stesso è adottato agli effetti del rafforzamento. Se vogliamo seguire una logica elementare, perché l’incontro tra un pronome tonico e il suo rafforzativo dovrebbe far cadere l'accento? Non c'è alcuna spiegazione valida, tant'è che gli studiosi si dividono, ma non si fanno la guerra sul tema. 

Se consultate la voce de Treccanionline, vi rendete conto che esempi e fraseologia sono formulati sempre col sé stesso e non col se stesso. Ora, io non so che tipo di credito la mia amica riconosca agli autori del Treccani online, ma a me sembra che non siano dei Punkabbestia travestiti da intellettuali. La mia amica, però, sostiene che non si deve mai accentare il pronome riflessivo in presenza del rafforzativo. Attenzione: mai! È così che mi rivolgo agli Accademici della Crusca, i quali si mostrano molto generosi e, oltre a fornirci un bel po' di esempi, ci indicano sia i linguisti a favore dell'accento sia quelli contrari. Scopro che Luca Serianni, autore de Grammatica italiana Italiano comune e lingua letteraria dell'UTET, pretende unicamente il a discapito del se. Tra i membri del circolo dei tonici troviamo anche Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli, che, avendo scritto un Dizionario di Ortografia e di pronunzia per ERI, dichiarano: <<Frequenti ma non giustificate le varianti grafiche se stesso, se medesimo, invece di sé stesso, sé medesimo.>>. 

Serianni, Migliorini, Tagliavini, Fiorelli? Chi sono costoro? I giocatori di una squadra di calcio si serie C o i vincitori di uno dei tanti reality? Ebbene? Questi signori sono stati citati come fonti autorevoli da Manuela Cainelli, consulente di linguistica dell’Accademia della Crusca e autrice dell’articolo summenzionato. Ma la mia amica sostiene che se stesso non deve mai essere accentato. Ed è un'insegnante di lettere. Rarissimamente mi capita di vedere qualcuno inventarsi delle regole e lottare per affermarne la correttezza. Tra le altre cose, con un minimo di approfondimento, si intravvede che se stesso, al plurale, sé stessi, può costituire la protasi di un periodo ipotetico con congiuntivo imperfetto. Se stessi qui (…), potrei aiutarti. È evidente che il rischio di confusione è solo teorico. Il periodo completo ha una tale struttura verbale che neanche uno straniero che ha appena imparato l'italiano commetterebbe questo errore. Ed è impensabile che un parlante estrapoli l'espressione dalla frase. Questa sottolineatura ha solo un valore strumentale. 

La conversazione su whatsapp non si concluse in una battuta. Io le risposi dicendo: <<Io spero che tu stia scherzando, altrimenti mostreresti presunzione e poca competenza.>>. Ella non reagì affatto con umiltà, anzi rincarò la dose: <<Anche tu scherzi o dimentichi che sono prof di lettere. A meno che questo sia un uso moderno della lingua contro regole che io non conosco. Non ho sbagliato. È un pleonasmo.>>. A beneficio dei lettori e – perché no? – della mia amica, che spero se ne faccia una ragione: 1) Non è sufficiente essere docenti di lettere per avere consapevolezza della lingua; 2) se proprio dobbiamo distinguere l'uso moderno della lingua da quello originario, allora il è pretta espressione delle origini, laddove se potrebbe essere la variante moderna; 3) in qualità di docente di lettere, se dichiari di non conoscere delle regole, ti dai la zappa sui piedi; 4) non è un pleonasmo; dire che è un pleonasmo è un'altra invenzione catastrofica. 

È opportuno fare delle precisazioni: essere preparati e colti non significa avere competenze scientifiche. Chi si laurea in lettere o filosofia non è letterato o filosofo. La conoscenza scientifica implica che l'esistenza sia interamente trasformata in una sorta di laboratorio. Si può avere un bello stile ed esibire una prosa seducente, ma la coscienza dei fenomeni della lingua italiana passa attraverso il latino e il greco. Il completamento cui si giunge per mezzo della linguistica implicherebbe pure lo studio delle lingue straniere, ma… Ci stiamo allontanando un po' dal tema. 

sabato 9 maggio 2015

GRAMMATICA NON VUOL DIRE DIGNITÀ, 
MA POSSIBILITÀ E APPARTENENZA


All'epoca dei grandi e rinomati filosofi greci, Socrate, Platone, Aristotele et alii, un ragazzo, al compimento del diciottesimo anno d'età, per conseguire il titolo di cittadino ateniese, doveva sostenere l'esame della docimasìa, così da poter dimostrare di conoscere l'ordinamento della città. Dunque, solamente uomini coscienziosi, onesti e liberi, di giudizio obiettivo e rigida condotta erano ammessi al pieno godimento dei diritti.

Anche se si è soliti esaltare i tempi passati e di cui neppure la nostra memoria serba traccia, bisogna ammettere che l'idea di un esame di civiltà è un impegno bell'e intrigante, allo stesso modo in cui è inimmaginabile.

Se si è disposti a lavorare un po' di fantasia e si pensa che oggi dovrebbe svolgersi presso le nostre pubbliche amministrazioni, allora l'ipotesi suscita per lo meno un po' d'ilarità. Provatevi ad immaginare il turbinio delle raccomandazioni e dei tentativi di accreditare Tizio o Caio, considerando che, senza il titolo di cittadino, non si potrebbe accedere ad alcun tipo di servizio o incarico! Io non oso pensare che Atene fosse fatata e incorrotta, a dispetto dei modelli mitici e letterari che ce la presentano come un icona sacra e inviolabile della democrazia. Di certo, gli ateniesi possedevano un modello linguistico inattaccabile, forte e che ha costituito la base di una lingua giunta fino a noi.

Forse, non è sufficiente essere educati, fin dai primi anni di vita, ad una grammatica così imponente per guadagnarsi un posto d'onore tra i cittadini rispettabili, ma ciò è già un elemento d'inestimabile valore. 

Grammatica non vuol dire dignità. Grammatica vuol dire solamente possibilità e appartenenza.

Una grande e distintiva caratteristica di quelle che ormai sono definite erroneamente lingue morte era la presenza della cosiddetta flessione. In pratica, la morfologia della parola era fatta in modo tale che, a seconda del modo in cui un sostantivo veniva declinato, il suo significato variava. Oggi, si sa, il termine piazza è invariabile, fuorché al plurale,  piazze, mentre, un tempo, al contrario, i greci lo rendevano con quindici casi (Nominativo sing agorà, Genitivo sing agoràs, Dativo sing agorà, Accusativo sing agoràn, Vocativo sing agorà, NOM ACC VOC duale agorà, GEN e DAT duale agoràin, Nominativo plu agorài, Genitivo sing agoròn, Dativo sing agoràis, Accusativo sing agoràs, Vocativo sing agorài). I latini non avevano il duale e facevano largo uso dell’ablativo. Come si può notare, ciò che cambia è la parte finale della parola, cioè la desinenza. 

Questo contributo non è un omaggio ai professori in pensione o agli offesi delle riforme scolastiche o, ancora, agl'intellettuali nostalgici, ma il senso di un passaggio fondamentale del nostro modo di scrivere e parlare. Infatti, tutti noi - anche chi non ha dimestichezza con le grammatiche - sappiamo dell'esistenza dei complementi, parti del discorso che hanno fatto la propria comparsa nella lingua in seguito alla caduta delle desinenze. La parola, per così dire, non è più stata soggetta a flessione, ma è stata introdotta e guidata dalle preposizioni, semplici e articolate, e riconosciuta attraverso i complementi. Anche in greco, a dire il vero, si ricorreva a forme preposizionali, ma il loro valore per lo più era quello di preverbio, tant'è che spesso si fondevano col verbo stesso.

In sintesi, preposizioni e complementi sono il segno della modernità della lingua.

Quando si parla di complementi, tuttavia, è triste rilevare che ce ne sono alcuni piuttosto maltrattati e altri addirittura ignorati.

Il complemento di materia, che troviamo nel sintagma La statua di marmo, è semplice ed è retto dalla preposizione semplice di, ma troppo spesso lo vediamo introdotto dalla preposizione in; il che, pur non facendo perdere dignità ai parlanti, ci riporta ad un lessico popolare e inelegante: L'orologio in oro? Meglio d'oro. Se stiamo attenti alla fraseologia, ce ne rendiamo conto subito. In senso figurato, diciamo È un uomo d'oro; non si sente dire quasi mai È un uomo in oro. Questa volta, il linguaggio comune e i grammatici stanno dalla stessa parte.

Il complemento di specificazione, che tutti giudicano come il più facile a capirsi, nasconde invece alcune insidie. Può avere un valore oggettivo e uno soggettivo. Nel sintagma L'amore dei genitori, a quale amore ci riferiamo? È quello dei genitori verso i figli o viceversa? Entrambe le interpretazioni sono corrette, in assenza di altri elementi. La specificazione classica, naturalmente, è quella del possesso. È appena il caso di ricordare che esiste una specificazione qualificativa: L'albero di limoni.

È interessante far notare che molte delle espressioni costantemente in uso, come Camera da letto, Occhiali da sole, Tenuta da gara et cetera, contengono un complemento di fine.

Uno dei complementi che, in questa sede, richiedono un approfondimento  è il complemento di paragone. In apparenza, tutti i complementi sono fenomeni elementari della lingua, ma, di fatto, alcuni vengono del tutto riformulati. Francesco è più basso di Antonio è una frase che presenta un normale complemento di paragone introdotto dalla preposizione di. Se ne può trarre subito la regola secondo cui la preposizione di introduce il secondo termine di paragone. Quando però il paragone è fatto tra due verbi, tra due avverbi o tra due aggettivi o tra due complementi, il secondo termine di paragone è introdotto dalla congiunzione che. È meglio lavorare e guadagnare poco che stare a contemplare il mondo; Quel giocatore è più rapido che bravo; Ha lavorato più con eleganza (elegantemente) che con attenzione (attentamente). Nei processi di scrittura media, molto di rado si intravvedono queste forme, che – si badi! – non sono arcaiche.


In questa frammentaria raccolta di complementi e preposizioni, testimonianze, come s'è già detto, delle moderne grammatiche, rientrano quei casi isolati, fraintesi o taciuti per paura dell'errore. Di conseguenza, l'ultimo pensiero va al complemento di esclusione, non tanto per la sua struttura, quanto per le preposizioni che servono a che esso sia adeguatamente strutturato: fuorché, tranne ed eccetto sembrano cadere sempre di più in disgrazia, epurate dai testi e perfino dalle scuole. Resistono ancora meno, salvo, ad eccezione di, a parte et cetera.  Devi estirpare tutto, tranne l'erbetta lungo il perimetro del giardino; In questi giorni, hai pensato a tutto, fuorché a me

Se grammatica non vuol dire dignità, ma vuol dire possibilità e appartenenza, conoscenza vuol dire interpretazione sana e obiettiva della realtà.

mercoledì 6 maggio 2015

COME TI BUTTA? CI STO DENTRO!


Quand'ero ragazzino, con la complicità e la clemenza del meteo siciliano, mi ritrovavo spesso a scorrazzare (…non già scorazzare, come spesso si legge!) per le strade. Non perdevo occasione per tirare qualche calcio a un pallone. Assieme a due o tre compagnetti di superbo vagabondaggio, sistemavo qualche pietra sull'asfalto e iniziavo la guerriglia urbana. Sgambetti e spintoni erano una regola supplementare. In alternativa, esistevano il tiro con l'arco, il lancio delle pietre qualche altra diavoleria. Per fare un arco era sufficiente trovare un ombrello rotto; per il lancio delle pietre era necessaria la conoscenza del territorio. In entrambi i casi la strategia era fondamentale; quando pietre o frecce arrivavano sulla testa, facevano male.

Era il nostro il nostro linguaggio, un codice comune ed esplicito, mai oscuro.

A pensarci bene ad una trentina d'anni di distanza, io e i miei amici non avevamo un vero e proprio gergo, uno slang, fatta eccezione per il dialetto locale. La nostra lingua era accessibile a chiunque volesse unirsi a noi nel rischiare la pelle divertendosi. Se trent'anni fa mi fossi rivolto ai miei amici di ventura con Ci stai dentro o Come ti butta?, molto probabilmente mi avrebbero picchiato. Non che la nostra grammatica fosse superiore a quella degli altri o di qualche altra epoca, ma era viva, pratica, rumorosa.

I cambiamenti epocali non devono essere condannati o esaltati; non avrebbe senso. Ciò che più conta è farne un'analisi obiettiva e sana.

Emma Frignani, un'intellettuale attenta ai fenomeni linguistici per mestiere e formazione, ci suggerisce uno sguardo al panorama di questo cambiamento, sul cui sfondo compare un gergo agrammaticale, sintetico e fumettistico. La maggiore tra le fonti è l'adolescenza, entro la quale ha rapidamente preso vita una sorta di macchia linguistica. Essa, sulle prime, ha raggiunto le forme della sostituzione e della riduzione, configurandosi nella messaggistica: k al posto di ch, nn in luogo di non et cetera. Per certi aspetti, il battesimo non è stato una catastrofe, anzi è stato espressione di una vera e propria scelta di mediazione fatta dai parlanti. Successivamente, invece, l'estensione di alcuni di questi costrutti alla lingua scritta delle chat e dei post e alla parlata ha finito col costituire un'alterazione bell'e buona. Da ultimo, dell’alterazione è rimasta una debole traccia, cui s’è sovrapposto qualcos'altro.

Ci stai dentro, Come ti butta?, già citate, stanno in compagnia di alcuni abusi quali sono Nel senso che e Cioè, mescolandosi in una lingua limbica, senza dialetto e, a tratti, irriverente.

Cioè, pur nascendo come avverbio, è una semplice e innocua congiunzione coordinante esplicativa e che, in genere, segue una bella virgola e introduce una spiegazione di quanto è detto in precedenza. Il professore, quel giorno, spiegò le congiunzioni, cioè quelle parti del discorso che… Al suo posto, avremmo potuto utilizzare anche ossia, ovverosia, vale a dire, che hanno leggere sfumature di diverso significato, ma che sono pari per valore semantico. Premettendo che tutte le ripetizioni sono poco digeribili, quando un adolescente dei giorni nostri esordisce con Cioè, il livello di tensione sale. Cioè non può e non deve essere messo in posizione enfatica, ossia all'inizio del discorso. Questa congiunzione ci giunge in dono direttamente dai latini e la sua struttura, in origine, era costituita dal dimostrativo Ciò e dalla copula è. È difficile che ci sia qualcosa da esplicitare all’inizio del discorso.

L’espressione Nel senso che sta per diventare una specie di condimento pronto, come se recasse la scritta "Da consumarsi preferibilmente entro la fine del discorso". Nel senso che, sempre più di frequente, viene utilizzata come una locuzione congiuntiva subordinante universale, ma non lo è, non ha alcunché di universale. Sulla base di questa universalità apparente e ombrosa, i parlanti ne fanno un uso simile a quello che si farebbe di una locuzione congiuntiva subordinante jolly. Tuttavia, è bene dire che l’uso corretto si riscontra solo in casi rari della subordinazione. Ho affrontato la questione, nel senso che ho detto a tutti la verità: in questo caso si verifica una coincidenza di fattori molto importante. La preposizione articolata nel funge da legamento tra il sostantivo femminile questione e la subordinata, mentre il sostantivo maschile senso, unito al relativo che esplica una funzione dichiarativo-esplicativa. Nostro malgrado, la si trova anche  in sostituzione di perché, anche se, laddove e così via: In questi giorni ho studiato poco, nel senso che (anche se) avrei dovuto studiare di più; ho pranzato molto presto, nel senso che (perché) avevo fame;  ho comprato la grammatica sbagliata, nel senso che (laddove)  avrei dovuto comprare quella italiana.

Mi dolgo di dover riferire che le altre espressioni, purtroppo, non rientrano nel nostro studio perché non si possono neppure classificare come errori grammaticali. Come ti butta e Ci stai dentro vanno molto oltre l'errore, sono forme di alienazione linguistica, per spiegare le quali chiederei l’intervento di un’equipe scientifica composta da un sociolinguista, un antropologo e almeno uno psicologo.

Non voglio che la retorica di costume e la facile morale mi contaminino, ma mi tocca ammettere che i tempi del "buon selvaggio" sono finiti. Noi, da piccoli, battendo vicoletti e stradine, sentieri di campagna e spiaggette assolate, urlavamo tutto il giorno, e, pur se indisciplinati e poco dediti alle grammatiche, eravamo costretti a non ridurre le parti del discorso. Al contrario, tanto più colorita era la nostra lingua quanto più energici ed efficaci erano i nostri insulti e le nostre invettive. Io sono un sostenitore di tutte le nuove forme di comunicazione, mi dichiaro pertanto favorevole all'avvento della tecnologia e giudico male, per lo più, coloro che la snobbano pretendendo di essere depositari di un sapere avulso dal cambiamento, tuttavia c'è da notare che molti adolescenti di oggi sono ormai ingobbiti sui dispositivi elettronici e, molto dirado, sui libri.


sabato 2 maggio 2015

TRE BOTTIGLIE E MEZZA DI SCOTCH: ADDIO, GRAMMATICA!


Quando una donna è incinta e il suo addome è piuttosto sporgente, uno dei passatempi preferiti delle signore d'un tempo consiste nel formulare teorie circa il sesso del nascituro. Talvolta, riunite attorno alla giovane donna, due o tre profetesse, sono pure in grado di tenere vere e proprie dissertazioni: alcune traggono spunto dalla geometria della pancia, altre dalla luna, altre ancora dal cambiamento del viso della gestante e così via. In questo modo, da questi raduni pseudoscientifici della tradizione popolare emergono nuove scuole di pensiero e nuove teorie: "siccome la pancia è bassa, allora…", "s'è allargata ai fianchi, quindi…" et cetera

Quali che siano le opinioni comuni e fermo restando il rispetto per la ginecologia, questi discorsi hanno, a mio avviso, un che di poetico perché ci rinviano ad una specie di tempo magico, un tempo della sospensione, in cui le vecchie madri esercitano il proprio ruolo anche interpretando a proprio modo gli eventi. C'è una forza quasi divina che le tiene unite tutte insieme e le protegge dalla contaminazione da parte di agenti esterni. 

Possiamo solamente osservarle e bearcene. Sappiamo, tra le altre cose, che il cinquanta per cento di loro ha sempre ragione; il che ne preserva la specie in eterno. 

L'individuazione del sesso resta comunque un fondamentale processo scientifico, da non sottovalutare, soprattutto perché le indagini ecografiche e morfologiche costituiscono un’importante fase della prevenzione neonatale. Non mi spingo oltre perché sono un profano e non sono un’antica mamma. 

Posso dire, per converso, che la designazione del sesso in grammatica non può regolarsi secondo la speranza di un buon cinquanta per cento, nonostante che qualcuno tenti costantemente di proporre regole e grammatiche alternative. 

Non ho mai chiesto a mia madre cosa pensasse del sesso del termine mezzo perché, se è vero che è un aggettivo e, come tale, si accorda col termine cui si lega, è altrettanto vero che può fungere da avverbio e da sostantivo. Questa sua multiforme natura, il più delle volte, viene male interpretata, cosicché parlanti e scriventi estendono un genere a tutti gli usi, finendo col far diventare maschile il femminile e viceversa. 

Il corpo del reato è sotto il nostro sguardo. Infatti, quando si sente chiedere l'ora e non si può rispondere con cifra tonda perché sono le 10:30, si sente parimenti dire che sono le dieci e mezza. Di certo, ci si può trarre d'impiccio con dieci e venticinque; una bugia di cinque minuti, d'altronde, non è grave, ma il dubbio resta. Basti sapere, innanzitutto, che è corretto dire dieci e mezzo, al maschile! Di fatto, il motivo grammaticale, per così dire, è semplice, accessibile: si tratta di un mezzo dell'ora, di una metà. E, fino a prova contraria, un mezzo è maschile. C'è poco da fare! 

Se invece abbiamo bevuto molto, pur essendo frastornati, possiamo dire di esserci scolate tre bottiglie e mezza scotch; possiamo dirlo con tranquillità perché bottiglia è femminile, anche se è bene sapere che è corretto pure tre bottiglie e mezzo  ed è possibile che, dopo la seconda bottiglia di scotch, ci si ritrovi in ospedale. Talora, non abbiamo a che fare né con l’ora né l'alcool, ma dobbiamo indicare il peso di un ippopotamo perché siamo andati allo zoo e siamo stati coinvolti in una discussione specifica. L'animale pesa duemila e cinquecento chili. Che genere adottiamo per trasformare i cinquecento chili? Ancora una volta, torna il maschile perché siamo in presenza di un elemento frazionario, come nel caso suesposto. L'ippopotamo pesa, dunque, due tonnellate e mezzo e non due tonnellate e mezza. È pur vero che non accade tutti i giorni di andare allo zoo a vedere un ippopotamo, ma è bene farsene un'idea. 

Quando arriva l'avverbio della famiglia mezzo, invece, le cose si semplificano, sebbene questa semplificazione si esprima al maschile: Quell'uomo era mezzo vestito, quelle montagne sono mezzo innevate, la brace è mezzo spenta

A questo punto, è quanto mai opportuno fare in modo che i palati fini non si scottino. In parole povere: tutte le volte in cui esce un capitoletto della rubrica Errori & Parole, alcuni "chiarissimi" depositari della nostra lingua mi fanno notare che ora Leopardi ora Manzoni ora Ariosto riportano un preciso esempio di licenza letteraria da cui i miei contributi sarebbero messi in dubbio. Premettendo che esistono delle fonti autorevoli, che consulto alacremente e umilmente, nonostante quel minimo di consapevolezza acquisita in tanti anni di studio, mi sia lecito ribattere che anch'io ho letto Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Manzoni, Pirandello, Calvino e potrei divertirmi anch'io a fare lo spocchioso a lode del mio curriculum scientifico! 

Questa rubrica è nata come grammatica di consultazione rapida, è sempre stata basata sulla speranza di generare interesse attorno alla lingua e ai linguaggi attraverso principi di relazione e non di esclusione. Se Manzoni scriveva Montagne mezze velate e non mezzo velate, ciò non implica che la regola sia sbagliata, ma unicamente che stile e letterarietà costituiscono una diversa questione. 

Ricordo ancora con sdegno un particolare episodio della mia professione di docente universitario. Ero un membro di commissione per gli esami di laurea. Seguivo due o tre miei tesisti ed ero correlatore in un paio di casi. Nel bel mezzo di una discussione, durante la quale una studentessa, a dire il vero, stentava un po' a esporre il proprio lavoro, una sapiente collega fece un intervento talmente pedante e capzioso da farmi venire un acuto dolore epigastrico: ero conscio di non poterla picchiare. Così si rivolse alla disgraziata candidata: - Forse, lei ha dimenticato di leggere un originale articolo del 1974, in cui l'autore propone una rilettura del Critone alla luce del neoplatonismo della scuola di Cambridge. -. "Che cosa avrebbe dimenticato di leggere?" mi chiesi? È possibile che una donna di mezza età e che si pensa abbia una media intelligenza relazionale rimproveri una ragazza di ventiquattro anni perché non ha letto un articolo del 1974 in cui l'autore propone una rilettura del Critone alla luce del neoplatonismo della scuola di Cambridge? Sotto il profilo umano, è impossibile, secondo me. Grazie a Dio, per il nostro benessere, possiamo fare a meno del neoplatonismo di Cambridge e - perché no? - spesso anche della grammatica, specie se questa è l'espressione morbosa di un culto settario.