mercoledì 29 aprile 2015

SUPERCAZZOLA O COMPLESSITÀ? 


Dopo che ebbi cominciato a muovere i primi passi nel mondo della scrittura, sentii dentro di me un vago senso di colpevolezza e inettitudine. Avendo una formazione rigidamente classica, spinto dall'entusiasmo  e dall'immaturità, ero persuaso che mescolare grecismi e latinismi nella scrittura fosse segno di nobiltà e qualità. Sulle prime, a dire il vero, ero orgoglioso di quei testi pomposi, anche se il numero dei lettori era variabile, oscillava da uno a tre: io, che dovevo correggere le bozze; il mio professore di filosofia teoretica; la mia fidanzatina, che si sacrificava per amore e finiva sempre col dirmi "Bello, amore mio! Bravo!". Tra le altre cose, tutte le volte in cui tentavo di estendere ad altri la lettura, mi esponevo ad una terribile sassaiola che i lettori impietosi non mi risparmiavano: "Devi essere chiaro!", "Devi farti capire!", "In questo modo, non comunichi", "La semplicità del messaggio è fondamentale" mi dicevano quasi tutti. E non avevano torto. Ma ero un po' duro di comprendonio. La spavalderia della giovane età aveva la meglio sul buon senso. E mi ci è voluto un po' di tempo per fare tesoro dei consigli e superare il timore di non riuscire a farcela. A distanza di parecchi anni, mi ritrovo a vivere un nuovo periodo di colpevolezza e inettitudine: questa volta, la causa non è la mia scrittura, ma quella dei professionisti del web, che, credetemi, mi sforzo di seguire semplicemente per imparare. Ma… Si fa presto a dire "semplicemente"!  

È così che m'imbatto in quei testi che disturbano il mio sonno e mi tolgono la serenità. Da un post di Fabio Piccigallo, un professionista che stimo molto e seguo attentamente perché scrive bene e mostra competenza, leggo che "Facebook inibirà la gestione dei Gruppi attraverso le sue APIpubbliche. L'effetto sarà valido per tutti i tool di terze parti che sfruttano questafunzionalità, compreso il nostro PostPickr.". Fino a Gruppi, reggo, ma, quando leggo che l'effetto sarà valido per tutti i tool di terze parti, crollo sullo scrittoio e comincio a chiedermi se sia un'altra delle profezie Maya da decodificare , una nuova normativa della comunità europea, l'ennesimo aumento della pressione fiscale oppure un messaggio in codice… 

Con un po' di timore, consulto sia Fabio Piccigallo sia Francesco Ambrosino, i quali mi istruiscono amabilmente. So che continueranno a farlo, almeno spero! Ma la mia giornata di lettura è da archiviare come la classica "giornata no". 

Mi provo ad immaginare cosa sarebbe successo, se fossi stato assieme a mia madre e la povera donna mi avesse chiesto:  - Che cosa stai leggendo? -. Io avrei potuto risponderle così: - Ho appena letto che Facebook inibirà la gestione dei Gruppi attraverso le sue API pubbliche. Purtroppo, l'effetto sarà valido per tutti i tool di terze parti. Te ne rendi conto, mamma? -. Non oso immaginare la reazione. Grazie a Dio, da parecchio tempo, non vivo assieme ai genitori. 

La grammatica di un discorso è una risorsa essenziale con la quale ci poniamo in relazione di scambio; la grammatica non è solo un insieme di virgole, puntini, soggetti, predicati e complementi; essa è anche e soprattutto la premessa della comunicazione e dei significati che ci accomunano

È vero che potrei consultare il web stesso per ampliare le mie conoscenze e fare la cosiddetta ricerca, ma è altrettanto vero che, se ciò che io scrivo può essere intuito nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori, allora un errore c'è. Se io scrivo l'icasticità ctonia del palinsesto vetorotestamentario, anziché scrivere il profondo valore simbolico della bibbia, non faccio altro che mettermi nei guai. In pratica, commetto un errore. 

Non me ne vogliano gli amici chiamati in causa, i quali peraltro mostrano ampia disponibilità d'interazione! Ma io, che sono un po' rincoglionito e devo pur trascorrere qualche ora a leggere in solitudine, ho bisogno di vederci chiaro. 

Questo processo di lettura mi porta a scoprire che la strategia SEO e, in generale, dell'ottimizzazione, risente ormai del cambiamento dell'algoritmo, tanto che gli spider di Google e il crawiling presto avranno un nuovo volto. Cioè? Vuol dire che l'uomo ragno sarà sostituito da qualcun altro e ci sarà una rivoluzione Marvel o è una vera e propria supercazzola? 

Se nell'articolo di Fabio, di là dalla facile ironia, riusciamo a restare all'interno di una traccia, in questo caso, invece, la grammatica dei significati è stata completamente snaturata, violentata. Non c'è giustificazione che regga! Si tratta di un testo smodato, eccessivo; è uno sproloquio da collocare nella dimensione dell'incomunicabilità. Fa bene Francesco Ambrosino, con umiltà e spirito di autocritica, a dichiarare: - Ci riempiamo la bocca di paroloni spesso senza senso! -. Eppure si tratta di un esperto del settore, laureatosi in Scienze della Comunicazione, molto attento a ciò che circola sul web e autore di contributi di pertinenza. 

Se un esperto del web scrive ed è capito solo da un altro esperto del web, si crea in breve un vero e proprio circolo vizioso, una specie di anticamera della comunicazione senza finestre né prese d'aria di alcun tipo. Dunque: anziché dire algoritmo, bisogna anche spiegare che cos'è un algoritmo; lo stesso dicasi per SEO, che, sì, è un acronimo, ma, se lasciato alla deriva, può sembrare il marchio di una setta, di cui fanno parte gli spider, coloro che praticano crawling, che non credo sia sessualità estrema. 

In questa trappola della grammaticalità perversa è caduto, a mio avviso, anche un maestoso narratore, James Joyce, il quale, nell'inviare il proprio romanzo, Ulisse, in lettura ad un amico, fu costretto a corredare il testo di uno schema necessario alla comprensione, lo schema Linati, così chiamato per il nome dell'amico torturato, Carlo Linati. Oggi, non a caso, nell'edizione Oscar Mondadori, l’Ulisse è venduto assieme ad un libretto complementare. Prendi due e paghi uno, è vero, ma uno dei due serve a capire quello che vorresti (?) o dovresti leggere subito. Io sono riuscito a leggerlo solo al terzo tentativo e ammetto di averlo fatto per dovere. Vi pare una cosa normale o l'espressione di un delirio?

sabato 25 aprile 2015

SE I GENITORI NON FANNO I COMPITI...


La gestione del tempo è ciò che ci permette di distinguerci gli uni dagli altri. Al secondo posto della classifica della distinzione, troviamo ciò che è o utile o inutile. Chi deve procurarsi ogni giorno il cosiddetto pezzo di pane non ha il tempo per valutare gli stati di cose. Tempo e utilità, dunque, determinano e governano la relazione tra ricchezza e povertà, forza e debolezza. Il ricco può vivere il presente come attesa, previsione o, addirittura, investimento, tanto da poter ponderare le scelte e gli stessi giudizi in funzione di ciò che accadrà domani. Il povero è incalzato dalla sopravvivenza, dalle scadenze; egli si può concedere, giocoforza, solo il godimento di ciò che gli è utile. Se, talora, un operaio decide di recarsi con la famiglia in pizzeria – e la pizza, tutto sommato, non è utile –, sa di dovere racchiudere l'esperienza in una sera. Il giorno successivo, dovrà pensare a come fare la spesa, pagare le utenze et cetera. All'operaio non è concesso tempo, laddove il tempo sarebbe necessario alla gestione e al soddisfacimento di tutti i bisogni. La sua vita è un continuo rinvio del desiderio, quindi anche un allontanamento dalla realtà, un equivoco socio-economico della speranza dentro cui è risucchiata ogni cosa. 

Eppure, senza tempo, non c’è sviluppo, non c’è scienza, non c’è produzione, non c’è economia. Non ci vuole un economista per confermarlo. Se la catena economica fosse limitata al soddisfacimento dei bisogni, il mercato crollerebbe di colpo. Dalla telefonia mobile al trading, dalle automobili alla moda, nulla resisterebbe. Che lo si voglia o no, i beni superflui hanno un elevato potere seduttivo e attrattivo e condizionano fortemente qualsiasi essere umano.

L'oggetto grammaticale di questo capitolo, l'errore che prendiamo in esame, ha un che di sociale, essendo collocato tra la corretta espressione di un desiderio e l'inesatta interpretazione di un tempo verbale. Mi sono chiesto, a tal proposito, senza farne tuttavia un approfondimento scientifico, se ci fosse una relazione tra l'errore e la nostra psicologia, quella della gente comune, condannata alla meravigliosa aggregazione e al tempo dell'utilità.

Molto spesso, quando andiamo a comprare la frutta, ci rivolgiamo al venditore con la seguente richiesta: - Volevo un chilo di mele…-. Un fruttivendolo arguto e smaliziato o che venisse da un altro pianeta potrebbe rispondere: - Le voleva? Adesso non le vuole più?-. Sappiamo che questo non accadrà mai, ma dovremmo anche sapere che questo imperfetto indicativo non è al posto giusto. Sarebbe opportuno, di fatto, sostituire l’imperfetto col presente: Voglio un chilo di mele. Se questo Voglio ci sembra inelegante e poco amabile, possiamo tranquillamente dire Desidero. Quando siamo davanti al fruttivendolo, cambiamo improvvisamente idea? Non solo davanti al fruttivendolo, a quanto pare! Capita anche al telefono: -Buongiorno, sono Francesco Mercadante, volevo parlare con Stefania…-. Anche in questo caso, qualcuno poterebbe risponderci per le rime, ma non succede. Ne usciremmo distrutti. Nel parlato, questo errore di sostituzione è comune, forse più presente di quanto lo siano gli acari della polvere in un materasso. In realtà, a poco a poco, i grammatici, a furia di sentirlo ripetere, gli hanno fatto un po' di spazio, tanto che Marcello Sensini, autore di una pregevole grammatica per la didattica dei licei, lo ha definito imperfetto desiderativo. Con ciò non s'intende dire che si può essere perdonati, ma si può chiudere un occhio in un contesto colloquiale. 

È difficile a dirsi in che misura la nostra lingua sia condizionata dalla psicologia sociale, ma, nel caso dell'errore suesposto, voglio scorgere qualcosa di romantico che mi fa sperare più nella matrice emotiva che in quella grammaticale.

Sul piano della bocciatura, invece, si deve porre un altro tipo di sostituzione. Non che il precedente fosse da lodare, ma, a leggere o sentire Potevi venire ieri alla mia festa!,  c'è da correre ai ripari perché il verbo corretto e insostituibile è il condizionale passato: Saresti potuto venire ieri alla mia festa! Si ha pure l’impressione che qui né emozioni né psicologia possano fare da sfondo all'errore perché, in materia di desideri, il condizionale passato non è messo affatto bene. Quando lo usiamo, per lo più, evidentemente qualcosa sarebbe dovuto andare diversamente o, forse, avremmo sperato che fosse andato diversamente.

In certi casi, il disastro è definitivo. Un genitore torna a casa, controlla i quaderni del figlio e scopre dei brutti voti, cosicché gli si rivolge con fare ammonitorio:  - Se facevi i compiti, non prendevi questi brutti voti! -. Il bambino, che purtroppo non è ancora in grado di rispondere adeguatamente, incassa il colpo. Tuttavia, forse, neppure il genitore, a tempo debito, faceva i compiti perché avrebbe dovuto dire Se avessi fatto i compiti, non avresti preso questi brutti voti, anziché contribuire alla crisi del congiuntivo e anche allo sviluppo dei disagi del figlio. L'imperfetto è talmente invasivo da prendere anche il posto del congiuntivo trapassato. 

Ben venga la semplificazione, ma sia respinta ogni forma di occultamento delle varianti linguistiche! Forse, il potere di infrangere continuamente le regole, con o senza consapevolezza, provoca ebbrezza ed eccitazione.


La segnalazione di oggi va a Ilaria Pasqua, una lettrice compulsiva, com'ella stessa si definisce, nonché autrice di alcune opere di narrativa. Ilaria mi ha colpito come lavoratrice instancabile del testo e per la solidità dei contenuti. La sua fecondità, che la porta ad essere presente su diversi siti, da "futuro quotidiano" a "nativi digitali", è direttamente proporzionale allo studio costante. Ne viene fuori una scrittura sempre intrigante. Da seguire. A mio avviso, se saprà mantenersi umile e costruire relazioni umane e intellettuali proficue, potrà imporsi all'attenzione dei lettori.

mercoledì 22 aprile 2015

PAROLACCE, SESSUALITÀ E GRAMMATICA


Ho la vescica piena. Devo svuotarla. Sulla pagina è impensabile. Né, tanto meno, posso abbandonarmi sullo scrittoio, davanti al pc. Il gesto non avrebbe alcunché di letterario. Vado a pisciare: è una sosta iniziale, ma fa riflettere. A quale formula di scrittura corrisponde? Mi serve un esempio dotto. Ci penso, mentre, già in bagno, mi libero del peso. Il voyeurismo specifico di Dante verso Beatrice nella Vita nuova. Sì, non guardate il testo come allocchi! Chiamiamo le cose col giusto nome! Dante era un voyeur? Come si può definire uno che dichiara di andare in chiesa a spiare la donna della quale è innamorato o che la segue lungo le normali passeggiate? D'altronde, c'è un che di fisiologico. Con un bel giro di parole potremmo cavarcela. No! Non va proprio. È tutto così spirituale! 

Citiamo un altro voyeur! Petrarca. Anche qui potremmo cavarcela. Appostarsi tra i cespugli e le fronde per sbirciare una donna che si fa il bagno è un chiaro segno. Ma non se ne parla proprio! Neanche in questo caso. Un mito è pur sempre un mito. Non va toccato. 

Allora, Boccaccio! Andreuccio da Perugia mi pare bell'e rincoglionito. E se gli accademici puntano il dito contro di me? Un po' di educazione culturale non fa mai male. Vediamo un po'. Tasso, Boiardo, Ariosto: tutti maledettamente rapiti dai sensi, ma insoddisfatti. Un Orlando che perde il senno per poi ricuperarlo sulla luna grazie ad Astolfo e ad un cavallo alato potrebbe anche costituire la manifestazione di un problema di ordine fisiologico nella scrittura. Sì, ma così s'indebolisce il processo di fascinazione. Lo stesso dicasi per il don Chisciotte! 

Nobiltà non rima con pisciare né con fisiologia. 

La scrittura è un atto creativo; non la si può mica insudiciare in maniera spicciativa! Figuriamoci la grammatica! Mi occorre un salto temporale. Non è escluso che la letteratura dell'ottocento e del novecento mi sia favorevole. Ho trovato! Kafka! Tutti hanno letto di Gregor Samsa e nessuno può negare che uno scarafaggio sia tanto immondo quanto una scrittura che manifesti una fisiologia impertinente e inopportuna. 

La pelle del mio pene s'impiglia nella chiusura lampo, proprio mentre sto per mettere a punto l'esempio dotto. Il dolore lancinante spazza via ottocento anni di letteratura. Il mio membro è arrossato. 

Godo della sensazione di scampato pericolo.

La buona grammatica, che precede la buona scrittura, non esclude l’uso della parolaccia, non è una prassi contemplativa, ascetica, asfittica, salottiera e per signorotti ammuffiti e inamidati. La grammatica è un modo per esprimere anche ciò che lo sguardo non trattiene. Eppure, tutte le volte in cui si sfiora la fisiologia umana, bella, naturale e coinvolgente, si teme di produrre spazzatura o di fare un torto ai nobili personaggi che ci hanno istruiti. 

Si dice fare l'amore o fare all'amore? Anzitutto, si può anche dire scopare, verbo che il magistrale dizionario della lingua italiana Devoto-Oli ammette, riferendo che significa "unirsi carnalmente". È triviale? No! È solo un'estensione pertinente dell'area semantica. 

Il Treccani, presente sul web con dovizia di contenuti, dedica all'eros, uno spazio esemplare, sottraendo a moralisti, proibizionisti, integralisti e puristi ogni opportunità di obiezione: in pratica, fa intervenire parecchi scrittori a sostegno della variegata naturalezza della cosiddetta parolaccia e dei termini che raccontano l'intreccio dei corpi. 

Tra le due espressioni, fare l'amore e fare all'amore, la più corretta è sicuramente la prima. Fare all’amore, che trova comunque riscontro sia nella letteratura sia nella cinematografia, è invece, sulla base di quanto ci dicono i linguisti, un regionalismo dell'appennino tosco-emiliano, ma che si riscontra già nel Lazio settentrionale. 

C'è una comune tendenza a purificarsi, a espiare le colpe originarie, anche attraverso la scrittura, ma bisogna ricordare che usare ampie perifrasi, eufemismi e figure sostitutive di vario genere costituisce un errore ridicolo, genera stupidità, piccineria intellettuale. Vincono il contesto e la funzione d'uso, non le buone maniere. Insomma, aggirare l’ostacolo è sbagliato. 

Perché Charles Bukowski, che di certo non è un genio della letteratura e non ha prodotto capolavori di narrativa, ha goduto d'immensa fortuna letteraria? È così difficile capire perché sulle scansie d'una libreria troviamo tante edizioni delle opere di Bukovswi e pochissime di quelle di Thomas Mann? Nello stesso tempo, invece, accade l’esatto contrario nei processi di scrittura comuni. Sublimazione e compensazione invadono la descrizione degli atti d'amore degli aspiranti scrittori. Accade, dunque, che angeli e arcangeli guidino l'estro degli autori verso forme mielose, estatiche, evanescenti, impeccabili, linde, come se la natura recitasse continuamente inni d'armonia solamente per loro. Tutto questo è patetico, allo stesso modo in cui è sbagliato. Rincorrere l'esaltazione e la deviazione aulica del verso fulminante è una forma di ineleganza, di sciatteria, una specie di smargiassata non dissimile da quella del tizio che, in sella alla propria moto, fa sentire il rombo del motore per attirare l’attenzione delle fanciulle. Io credo che queste scelte infelici siano da annoverare tra gli errori grammaticali.

Di là dalle provocazioni dell’incipit e dall'indiscutibile valore di Dante, Petrarca & Co., la cui letterarietà non si riduce all'ipotesi di voyeurismo, la pretta questione è la seguente: la scelta dei termini e, di conseguenza, dell'intero lessico d'un testo che ci accingiamo a scrivere, è spesso fuorviata dall'idea che scrivere cazzo non sia grammaticale. Non è così! Cazzo non è soltanto il sinonimo volgare di pene, ma è anche un'interiezione bell'e buona! Io non sono un cultore della letteratura dei de Sade, che anzi detesto e reputo insensata (…non sono mai riuscito ad andare oltre la terza pagina di una delle porcate scritte dal marchese!), ma sono fedele al realismo grammaticale, semantico e narrativo.
Come scrive Francesca Serafini su Treccani, il termine coito è algido!


Il senso della misura, la valutazione clinica del messaggio e la competenza precedono e istruiscono un buon messaggio. Siamo certi che la Müller, nel produrre lo spot Fate l'amore con il sapore, non abbia giocato col possibile scambio fonetico tra le consonanti r e n, così da provocare l'ascoltatore? 

sabato 18 aprile 2015

IL DISCORSO È ILLUSIONE, UNA FORMA VUOTA 


Salutare è atto di buona educazione, ricambiare è cortesia, sbagliare, nel mettere per iscritto il saluto, non è carino. Il nostro senso di civiltà e il nostro garbo di certo non si lasciano scalfire dalla grammatica, ma di premure e buone norme non si muore. La causa della fastidiosa faccenda è la punteggiatura, un elemento della nostra scrittura di cui ciascuno fa quel che più gli piace: talvolta, addirittura, non se ne fa alcunché; talaltra, se ne abusa smodatamente. Due esempi immediati possono essere utili. Nel primo caso, quello dell'assenza della punteggiatura, riscontriamo molto di frequente sul web l'espressione Ciao Marco... E tutti sono felici e contenti! Di che? Eh, sì, non c'è da esser felici e contenti perché la scrittura corretta è Ciao, Marco! Forse, è sensato ribadire con Ciao virgola Marco affinché s'imprima nella memoria. La tendenza a tradurre in scrittura il linguaggio orale e famigliare probabilmente si esplicita in una stringa di segni non coordinati. Nello scambio rapido tra due amici, le concessioni sono numerose ed è giusto che sia così. Quando, però, l'autore d'un'intervista, nel tentativo di essere social e cool, si rivolge all'intervistato con Ciao Marco, annullando la virgola, allora l'errore c’è e va corretto. Ciao è un'interiezione, oltre che un saluto, pertanto, secondo la tradizione latina, la persona salutata va al vocativo e separata per mezzo della virgola. Nel secondo caso, quello della sovrabbondanza di virgole, si dimentica la regola essenziale della distinzione tra asindeto e polisindeto, di cui s'è già parlato nei precedenti articoli. Qui, a beneficio del lettore, ricordiamo che Le banane, le mele, le arance, le fragole è una sequenza coordinata per asindeto, cosicché i sostantivi sono separati dalle virgole, mentre Né le mele né le banane né le arance è un polisindeto, che non deve essere interrotto da virgole. Né l'uno, né l'altro, come spesso si vede, è un errore senza giustificazione! 

Di fatto, il nostro discorso è illusorio, è quasi una forma vuota, una convenzione astratta. I significati che noi assegniamo alle cose tramite le parole o che reputiamo perfetti non corrispondono esattamente ad una rappresentazione mentale comune. Quando parliamo o scriviamo di un cane, ciascuno di noi ha una propria immagine del cane, chi ha l’immagine di un bassotto, chi di un labrador, chi ha un ricordo giocoso, chi quello di un morso. Eppure ci capiamo! 

C’è da aggiungere, tra le altre cose, che l’articolazione sonora che noi percepiamo come fatta di pause, durante l’esposizione, in realtà altro non è che un processo di emissione continua. Il cervello, in pratica, riceve i significati attraverso il meccanismo del parser, un analizzatore che decodifica il messaggio in schemi e strutture. D'altronde, se dovessimo incamerare tutto quello che ascoltiamo, senza un filtro, andremmo in tilt. Ne consegue che la punteggiatura  è quella tecnica che – più d’ogni altra – dà senso alla relazione tra i significati. 

A tal proposito, anziché offrire una morbosa rassegna di regole e suggerimenti sull'uso della virgola e dei punti, che si può trovare in qualsiasi grammatica,  voglio riproporre, com'è proprio della rubrica, solamente gli errori in cui spesso ci si imbatte, quelli che "brillano di luce propria" e fanno bella mostra di sé.

La nostra storiella ricomincia coi puntini di sospensione. È una storia breve: i puntini di sospensione sono tre, non quattro, cinque o mille. Non si capisce perché gli scriventi siano tanto generosi. Si capisce ancora meno perché i puntini di sospensione, talvolta, siano pure seguiti da punti interrogativi ed esclamativi in una sorta d'insalata grafico-semiotica. Nulla di più scorretto. Gli eccessi fanno male.

Un trattamento ambiguo, invece, è riservato alla congiunzione coordinante avversativa ma in relazione alla virgola. Di regola, in una frase corretta e in cui sono presenti due o più predicati, il monosillabo avversativo è preceduto da una virgola: Ho fame, ma aspetto il pranzo. L'assenza della virgola costituirebbe un errore insindacabile. Anche nel caso in cui i soggetti dell'una e dell'altra delle due frasi siano diversi, l'uso della virgola è obbligatoria: Paolo sta lavorando, ma Luca gli ha suggerito di riposarsi. Le eccezioni sono strettamente stilistiche e rare, come nei casi seguenti: Brutto ma d'aspetto gentile, Intelligente ma distratto et cetera, casi che tuttavia non soffrirebbero in presenza della virgola. Va ricordato che ma fa parte di un gruppo, non è una congiunzione isolata: perciò, pertanto, dunque et cetera sono i suoi compagni di ruolo. Perché s'è fatto riferimento ad una certa ambiguità d'uso? La risposta è semplice: la congiunzione in questione si trova ora assieme alla virgola ora senza virgola, secondo il caso.

Ciò che non è affatto caratterizzato da ambiguità è il punto e virgola; non è ambiguo perché sembra essere stato rimosso dalla scrittura ordinaria e dalle conversazioni che si svolgono sul web, allo stesso modo in cui l'uso dei due punti è ormai "tra coloro che son sospesi". Per scrittura ordinaria s'intende tutta quella quantità di articoli d'informazione che troviamo online, che, in parte, dovrebbero essere riscritti alla luce della punteggiatura, senza la quale ogni forma di discorso perde ritmo e senso.

Purtroppo, lo spazio di scrittura di un blog non accoglie tutti gli esempi necessari. Per una scorsa conclusiva potrebbe sembrare sufficiente dire che le subordinate temporali (Quando piove, preferisco...), le avversative (Ho dormito, laddove avrei dovuto...), le ipotetiche (Se fossi ricco, comprerei una casa) e così via devono essere separate dalla reggente tramite una virgola, ma le varianti sono troppo numerose perché se ne tragga un prontuario.


Un personaggio (Sì, personaggio!) che, invece, fa al caso nostro perché scrive secondo il buon ritmo della punteggiatura è Rita Fortunato, autrice e curatrice del blog Paroleombra. L'ho scoperta per caso, su G+, come lettrice di Errori & Parole. Rita si contraddistingue per impareggiabile umiltà, gentilezza d'animo e riservatezza: è l'esatto contrario di tutti coloro che si proclamano scrittori illuminati o ispirati da qualche divinità, tant'è che, sulle prime, non sapevo della sue dedizione alla scrittura. Eppure, vi assicuro che possiede i crediti intellettuali per diventare una scrittrice. Le sue trame creative provengono da una solida formazione, non dall'arbitrio o dall'orgoglio personale: una laurea in Lettere e una in Scienze del Testo fanno di lei una garanzia. 



mercoledì 15 aprile 2015

LE DISFUNZIONI



Un giorno, trovandomi presso una comunità d'accoglienza per schizofrenici in qualità di consulente, fui interpellato da uno dei pazienti, il quale, con fare solenne, mi disse: <<Io sono il Re David!>>. Risoluto, risposi: <<Piacere, io sono Cristo!>>. Il mio interlocutore ne fu sorpreso. Ebbe un istante di esitazione. Poi, mostrando un ampio sorriso, aggiunse: <<Tu mi prendi in giro…>>. La lucidità di colpo aveva avuto la meglio sulla patologia? In parte, fu così. Sono rari i casi in cui uno schizofrenico perde del tutto i confini del rapporto con l'altro. Per l'innanzi, tratteremo anche il linguaggio delle devianze. <<Mi è andata bene!>> dissi tra me, con orgoglio. Sicuramente, la mia scelta linguistica di non eludere il suo messaggio, rispettandone appieno l'eccentricità, aveva sortito l’effetto desiderato.  

Comunicare vuol dire anzitutto costruire legami di appartenenza e, soprattutto, capire cosa ci accade intorno per non correre il rischio di essere impertinenti. 

Non è un compito facile - specie se tentiamo di conciliare comunicazione e grammatica - perché la nostra lingua ha delle funzioni d'uso in virtù delle quali anche una frase piena di errori esprime significati validi. In pratica, farsi capire sembrerebbe naturale. Dall'aneddoto dello schizofrenico, impariamo anzitutto che è per lo meno ragionevole e consigliabile rispettare il contesto in cui le parole prendono forma e vita. Sappiamo per certo che una persona affetta da una psicopatologia grave spesso produce una propria semantica e, talora, anche un proprio ordine sintattico o una propria morfologia. Quando, tuttavia, il senso sintattico è alterato dai parlanti sani e il numero di coloro che, in un determinato tempo, compiono questo errore morfologico è piuttosto elevato, allora bisogna chiedersi che cosa stia alle origini dell'accordo tra chi parla o scrive e chi ascolta o legge. 

Molto di frequente, troviamo il sintagma A me affascina e lo troviamo in tutte le salse, come se questo costrutto corrispondesse a A me piace o A me interessa. Di fatto, non è così, non c'è alcuna corrispondenza. Affascinare, nell'accezione di sedurre o incantare qualcuno, è un verbo transitivo (...è intransitivo anche col significato di affastellare!), inviolabile, inalienabile e, come tale, può trasferirsi sull'oggetto o complemento diretto. In nessun caso è possibile trattarlo diversamente, trasformandolo in verbo intransitivo. Ciò che si verifica è un chiaro ma, nello stesso tempo, contorto processo di alterazione della morfologia della frase. 

A mio avviso, parlanti e scriventi sono indotti all'errore dalla posizione della particella pronominale nel sintagma Mi affascina, che è corretto perché questo Mi è il complemento oggetto del predicato affascina e non un complemento indiretto. Evidentemente, si tende ad esplicitare la particella pronominale in A me, commettendo un errore gravissimo e anche abbastanza ridicolo (…non solo col verbo affascinare. Accade pure, per esempio, con spaventare: a me spaventa...). Evidentemente, se l'oggetto si spostasse oltre il verbo, si capirebbe immediatamente la misura della gravità: penso che quasi nessuno direbbe Questa donna affascina a me. Almeno me lo auguro! Di conseguenza, è emersa una disfunzione morfologica, cioè un'esplicitazione indebita, ma comune e diffusa del pronome personale complemento: giornalisti, presunti scrittori, blogger e speaker adottano questa espressione disfunzionale, che non compromette il significato, ma resta inammissibile. L'unico problema irrisolvibile consisterebbe nella classificazione grammaticale della particella, che così sfugge a qualsiasi regola. 

Una preliminare e importante considerazione può essere la seguente: non sempre forma e significato sono speculari. 

Mutatis mutandis, qualcosa di simile accade in presenza dell'aggettivo possessivo suo, ormai snaturato e non più usato correttamente. L'errore cui mi riferisco e che mina talora anche il significato degli enunciati o delle nostre dichiarazioni è presto detto tramite un esempio nudo e crudo: Quell'uomo s'infilò nella sua macchina e partì sgommando. Quando colui che compie l'azione è anche il possessore dell'oggetto, l'aggettivo possessivo suo dovrebbe essere sostituito da proprio, anche se, in questo caso, la tolleranza è diventata quasi una nuova regola. Per correttezza, ne indichiamo la regolare redazione: Quell'uomo s'infilò nella propria macchina e partì sgommando. La frase appena letta, tutto sommato, non genera alcun problema di comprensione, ma non sempre il cammino della grammatica è lineare e privo di ostacoli. Infatti, se scriviamo o diciamo Paolo telefonò a Laura e le disse di avere ritardato perché aveva incontrato sua zia, finiamo col non sapere più se l'aggettivo possessivo si riferisca alla zia di Paolo o a quella di Laura; la qual cosa pone un autentico problema di comprensione. Se, invece, scriviamo Paolo telefonò a Laura e le disse di avere ritardato perché aveva incontrato la propria zia, è chiaro che ci stiamo riferendo alla zia di Paolo. Diversamente, in presenza di sua, si cambia rapporto di parentela. Un errore di sostituzione indebita può cambiare totalmente il senso della frase o determinare confusione. 

Talvolta, basterebbe volgere lo sguardo al contesto e interrogarsi sul rapporto tra le parole e le cose, un rapporto che esiste, anche se difficilmente lo si concepisce come esistente, perché le parole, una volta uscite dalla nostra bocca, non giacciono bocconi per poi morire invano: raccontano storie anche quando non ce ne accorgiamo.

Nel rispetto della nuova iniziativa di questa rubrica, avviata con l'articolo di sabato scorso, oggi ho il piacere di suggerire ai lettori la figura di Bruna, nota sul web come Bruna Athena, un'amante della filosofia la cui scrittura è armoniosa, invitante e, nonostante la giovane età dell'autrice, anche matura, sempre corretta ed elegante. Non voglio limitarmi, pertanto, a produrre i soliti complimenti, ma esorto il lettore a visitare il suo blog, Il mondo di Athena, dove si scoprono recensioni critiche ben fatte. Un solo appunto critico: mi piacerebbe trovare qualche classico in più...   

   

sabato 11 aprile 2015

HANNO UN GRAVE RITARDO MENTALE, MA SONO ABILI ORATORI


Probabilmente, pochi hanno sentito parlare della Sindrome diWilliams. I bambini che ne sono affetti sono bassi, ossuti, hanno il viso appiattito e che si completa in un mento a punta e in una fronte ampia, labbra gonfie e, talvolta, deformi e il naso piatto. Come ci fa notare Steven Pinker, lo studioso dal cui lavoro (1994) è tratto il nostro riferimento, molto spesso i bambini con la Sindrome di Williams, a causa delle proprie caratteristiche, sono chiamati elfi o folletti. Di fatto, essi sono impediti nello svolgimento della maggior parte delle azioni quotidiane: non sono in grado di allacciarsi le scarpe, fare un disegno semplice, attraversare la strada, distinguere la destra dalla sinistra et cetera. Però… Sì, c'è un "però" mastodontico: sono abili oratori, dotati d'un incredibile eloquio, un eloquio che, il più delle volte, è elegante e ricco di contenuti, oltre che chiara manifestazione di competenze grammaticali non comuni. Si tratta di un mistero linguistico-genetico legato al difetto di un gene sul cromosoma 11, per il quale possiamo dirci meravigliati, ma, a mio avviso, è anche un prezioso aneddoto morale, cui non vorrei aggiungere altro per decoro. 

Rientrando nella prassi della rubrica, è almeno lecito chiedersi perché, nell'introduzione, s'è parlato dei bambini affetti dalla Sindrome di Williams. Ci viene incontro, in tal senso, una questione importante e insidiosa, a tratti anche amletica e nociva per la "salute" di parlanti e scriventi: l'uso delle parole dotte. Come si è detto, gli sfortunati bambini sono capaci di eleganza oratoria fino all'uso di parole dotte, ma incapaci di svolgere compiti elementari. Sappiamo dunque che si tratta di una gravissima patologia. Quando, invece, alcuni discorsi della gente sana abbondano di parole dotte e si fanno notare per affettazione, le cause possono essere due: o l'autore, nella totale ignoranza, ritiene di essere elegante e convincente o egli non sa neppure lontanamente che comunicare vuol dire condividere

Mi pregio di prendere in prestito la brillante lezione di uno dei più bei libri di grammatica che siano mai stati scritti, Come parlare e scrivere meglio di Aldo Gabrielli, più volte citato in questi scritti. Gabrielli ci racconta il caso di uno speaker, il quale, dovendo descrivere l'atto di un ciclista che, durante una pausa, s'affrettava a finire di mangiare il proprio panino, disse: – Ecco, potete vedere Motta che conclude un panino! –. In verità, l'idea di un panino concluso sembra qualcosa di fantascientifico, non altrimenti che se si ascoltasse una voce metallica in filodiffusione: panino concluso, assumere liquidi, quindi fare doccia! Neanche Siri, la vocina femminile dell’iPhone, arriva a tanto. Tra le altre cose, il verbo finire è molto generoso, possedendo un'ampia area semantica: se ne può fare un uso transitivo e, insieme, intransitivo e un medio dizionario è già illuminante. 

Seguendo un TG notturno, invece, mi è capitato non solo di sentire l'avverbio segnatamente, ma anche di sentirlo collocare nel peggiore dei posti possibili: Le parti segnatamente avverse, si sono date battaglia. Segnatamente è un avverbio di registro letterario, del tutto inadatto al telegiornale. E inoltre, a voler tentare la traduzione, non si ottiene molto perché Le parti segnatamente avverse, si sono date battaglia, in italiano, significa che queste parti rivali con particolare attenzione si sono data battaglia. Dunque, le parti sono rivali con particolare attenzione. Può darsi che lo studio della rivalità sia costante in ambedue gli schieramenti, ma "suona" male, anzi malissimo! 

Aggiungo un piccola nota sulla concordanza del participio passato. Qualcuno ha notato sicuramente che io ho trasformato l’espressione si sono date battaglia in si sono data battaglia. In sostanza, non ho fatto altro che rispettare la concordanza latina, però voglio rassicurare tutti: nell'italiano avanzato, entrambe le forme sono accettate. Quella latina è indubbiamente la più corretta tra le due. Se io dico Ho usato la padella che mi hai regalato, non commetto un errore particolare secondo l'unità di misura della lingua italiana ammodernata. Se, tuttavia, voglio essere corretto in tutto, devo dire Ho usato la padella che mi hai regalata. E così pure: mi sono tagliati i capelli, mi sono lavate le mani, mi sono allacciate le scarpe. Nel dubbio, non usate padelle regalate, fatevi crescere i capelli, non lavatevi mai lei mani e camminate con le scarpe sciolte!

Se sentiamo l'anima vibrare, i fringuelli cantare solo per noi, se vediamo le onde del mare frangersi solo per noi, se ci lasciamo rapire spesso dall'estasi e dall'amore universale o dallo sciabordio di un ruscello, se accade tutto questo, allora non siamo artisti, ma abbiamo un disturbo di personalità e ci vuole lo psichiatra. La scrittura, narrativa o poetica, richiede sforzo e disciplina, fatiche e rinunce, oltre alla naturale sensibilità, che nessuno qui mette in discussione. Leopardi ha impiegato due anni per completare l'Infinito, cioè un componimento fatto di quindici versi. Goethe ne ha impiegati sessanta per scrivere il Faust. 

Consultare un dizionario o sfogliare una grammatica non sono atti vergognosi o mancanze, sono segni di umiltà, spirito critico e rispetto verso la natura umana, che non sempre è generosa.


Dato che temo d'essere noto per le mie "cattiverie" di critica, voglio inaugurare, all'interno di questa rubrica un nuovo spazio di scrittura: di volta in volta, mi permetterò di segnalare qualche figura positiva della letteratura del web (...nell'accezione ampia del termine letteratura!), non perché io sia saggio e illuminato o il giudice di turno, ma perché ho sempre pensato che la cultura fosse una sorta di simposio itinerante, alla maniera greco-platonica. Il tempo ha un po' logorato la mia idealità, ma resto fedele al desiderio di vedere costantemente riuniti attorno alla stessa tavola imbandita persone accomunate da studi, interessi e aspirazioni. Oggi, rivolgo la mia attenzione a Mauro Travasso, un giovane aspirante scrittore che menziono per l'umiltà che lo ha contraddistinto nelle nostre opportunità di scambio. A mio avviso, alcuni aspetti della sua scrittura sono ancora un po' forzati, ma i margini di miglioramento, considerate la qualità e la volontà, sono notevoli. Buon lavoro, Mauro!    




mercoledì 8 aprile 2015

TROPPI SCRITTORI SUL WEB, 
MA, A SENTIRE I POLITICI, VIENE L'OTITE


Alla ricerca di errori grammaticali, non si rischia mai la disoccupazione, sebbene l'occupazione che se ne ricava non sia per niente gratificata. Lo si fa per puro piacere. Un tempo, si sarebbe detto: per la gloria; ma, oggi, non c'è più spazio neppure per la gloria. Si vive di stenti e, forse, si muore pure di fame, tuttavia due sensazioni gonfiano il petto d'orgoglio: la memoria dell'epoca greco-latina, in cui si agiva al solo scopo di agire e in cui un capopopolo, un re o un eroe erano confermati nel proprio ruolo perché ogni giorno si consacravano alla guerra e alla conquista, e il beneficio della contemplazione, che s'impara attraverso lo studio dei documenti classici. Ardimento e codardia sono due estremi storici tra i quali è in gioco non solo la differenza fra ciò che è grammaticale e ciò che non lo è, ma anche e soprattutto la morale dell'intelletto umano. Ormai è una questione di dignità. In sintesi, un enunciato che rispetti dei parametri è detto grammaticale. Possiamo discutere a lungo dello stile, del cambiamento dei registri linguistici, dell'evoluzione della lingua e metterci d'accordo in fretta e senza polemiche. La tolleranza finisce al comparire di quei profili il cui proprietario dichiara di essere uno scrittore. E sono tanti, troppi, costituiscono un mondo parallelo. Potremmo trarne spunto per un approfondimento di semantica, ma non rispetteremmo la pertinenza alla traccia. In un'occasione, mi è capitato di leggere di una ragazza proclamatasi curatrice di una silloge, la quale scriveva: "Assieme al mio amico scrittore ho deciso di (…)". Vien fatto di chiederle: - Il tuo amico non ha un nome? - Se io organizzo un party assieme al mio amico ragioniere (...o postino o netturbino), non scrivo mica "Assieme al mio amico ragioniere (…o postino o netturbino et cetera) ho deciso di organizzare un party". Chi ha riconosciuto a questo "amico" il titolo di scrittore? E inoltre: se questo "amico" è da definirsi scrittore, allora Calvino, Vittorini, Dostoevskij, Mann, Eco et al., di là dai gusti personali, che cosa sono? Presentarsi come scrittore o netturbino o panettiere è pure scortese. Provatevi a immaginare un tizio che, venendoci incontro e tendendoci la mano, ci dica "Buon giorno! Piacere! Io sono uno scrittore."! Voglia il cielo che abbia letto almeno Guerra e pace, prima dell'autoproclamazione. Se poi esiste un albo degli scrittori, informatemi! Sia chiaro però che non intendo sborsare neppure un euro per aderirvi. O gratis oppure niente. Togliete il termine scrittore dai vostri profili! Fatelo per umiltà e dignità, tranne che siate scrivani o copisti, come opportunamente si legge nel vocabolario Treccani! E' vero che è scrittore colui che si dedica all'attività letteraria, ma l'uso improprio dell'estensione dei significati e delle metafore è anch'esso un grave errore grammaticale. O è millantato credito? O è vanagloria? Ci si accorge, a un certo punto, che questi resoconti amatoriali di scrittura profana, molle e mielosa sono accomunati da due errori marchiani: le subordinate introdotte dai verbi credere, pensare, supporre, ritenere et similia sono comicamente espresse con l’indicativo; alcune virgole sono collocate del tutto casualmente: addirittura dopo il soggetto e prima del predicato verbale, senza apposizioni o formule appositive e relative accessorie. Procediamo per gradi! Se nella reggente usiamo un verbo di opinione o di dubbio e il soggetto della subordinata è diverso da quello della reggente, il verbo della reggente va coniugato sempre e tassativamente al congiuntivo. Io credo che tu abbia studiato poco. Non c'è evoluzione della lingua che tenga! La mia perplessità è nata, come ho preannunciato, dopo che ho riscontrato lo stesso errore in almeno tre blog differenti; la qual cosa mi ha poi indotto alla denuncia. La correlazione tra i tempi verbali è un obbligo di "legge", anche se i primi ignoranti sono politici e giornalisti. Silvio Berlusconi, ai tempi della prima campagna elettorale, nel 1994, incentrò tutta la propria comunicazione su due elementi del discorso, il deittico Io, e la prima persona singolare dell'indicativo presente di credere, credo. Il malcapitato Achille Occhetto fu sbaragliato dallo slogan innovativo Io credo, ammettendo che avesse un po' di verve oratoria. Peccato che Io credo dal 1994 a ora sia stato solo impoverito e seguito sempre più dall'indicativo che dal congiuntivo. Una locuzione congiuntiva subordinante che pretende rigorosamente il congiuntivo è prima che. Devo concludere, prima che egli rientri a casa. Non ha niente da spartire coi nostri scrittori, ma è il caso di non lasciarsi scappare l'occasione. Altro uso indiscutibile del congiuntivo è quello che deve seguire come se. In questo caso, si ricorre principalmente al congiuntivo imperfetto, anche se ci sono delle eccezioni. Parliamo della lingua italiana, come se fosse estranea a tutti noi. Ancora una volta, se vogliamo trovare un colpevole, dobbiamo disseppellire le salme dei grammatici latini, i quali hanno messo a punto la consecutio temporum. Come si evince dai termini, si tratta di un equilibrio temporale, necessario e non facoltativo. In poche parole, per ricavare da tutto questo una regoletta di ampia fruizione, basta ricordare che il congiuntivo è sicuramente il verbo del dubbio, pertanto sarà presente in tutte le proposizioni subordinate rette da verbi di dubbio, timore, speranza, volontà, stati d’animo et similia. Al contrario, l'indicativo, sancisce una specie di certezza semantica. Tra i segmenti di sintassi che ricevono un trattamento inadeguato si scova l'unico/a che, espressione strettamente imparentata col congiuntivo, ma arbitrariamente e ingiustamente separata da esso. Questo è l’unico ch’io abbia trovato e non Questo è l’unico che io ho trovato. Passando da una frase all'altra, a poco a poco, notiamo che i casi in cui il congiuntivo è dimenticato sono numerosi. Se seguiamo deputati e senatori durante un’intervista qualsiasi, sentiamo spesso frasi come E' necessario che il governo interviene, E' l'emendamento più giusto che il partito può proporre, Ci rallegriamo che la disoccupazione è diminuita di due punti et cetera. In tutte e tre le frasi occorrerebbe sostituire l'indicativo col congiuntivo. A me viene già l'otite a sentire i politici, ma transeat! Sono politici. Dichiarare di essere scrittore sul proprio profilo e non saper mettere un congiuntivo al posto giusto equivale a uscire da casa con le orecchie da asino. 

sabato 4 aprile 2015

COLPI DI PISTOLA, CANTANTI E GRAMMATICHE LIQUIDE


<<Ne sono sicuro, l’ho letto nei fratelli Karamazov!>>. La consapevolezza è uno stato d'animo salutare perché, in genere, nasce dall'esperienza. Se essa è associata per giunta con la lettura d'un romanzo maestoso qual è quello di Dostoevskij, allora c'è ragione d'essere anche soddisfatti. Fino ad un certo punto. Non abbiamo salvato una vita umana, come potrebbe fare un bravo medico, non abbiamo sfamato un bambino povero, come potrebbe fare un uomo benestante, e non abbiamo dato alcun contributo alla causa della pace nel mondo, come potrebbe fare un buon politico. Noi che viviamo di alternative "troppo umane" e del bisogno di approvazione biologica, ci avviciniamo molto o al principe Myskin, L'idiota, o a Ismaele, il protagonista di Moby Dick, il quale dichiara che la caccia alle balene per lui equivale al surrogato di un colpo di pistola.  Nessun calo dell'umore in corso, sia chiaro! Non mi sparerei mai un colpo di pistola né assisterei passivamente al corso degli eventi, ma, nell'accingermi a preparare questo testo, ho letto sul mio profilo di Facebook il suggestivo commento alla grammatica fatto da un tizio senza volto. Ve lo riporto fedelmente: <<...Mi sto chiedendo da qualche giorno (pur non sperando in una logica risposta) cos'è mai questa terribile "GRAMMATICA" oggi così tanto deturpata... e perchè mai qualcuno debba vantare, pretendere ed avere un posto di primo piano in essa...! Arroganza? Autostima? Rivendicazione 'sindacale' contro i "non qualificati"? Narcisismo? Mah.. ! Forse potrei trovare qualche risposta leggendo il 'Link" (che non so cosa voglia dire... nè tradurlo in taliano...!), ma il mal costume di scrivere bianco su blu me lo impedisce, e quindi rinuncio...! Ai 'post' l'ardua sentenza...! Buona Pasqua a tutti...>>. Trascurando gli errori madornali, che falserebbero l'obiettivo di questa rubrica,  è il caso di tornare al tema d'esordio. Quella dei titoli delle opere, infatti, è una storia vecchia. Quando essi sono preceduti dagli articoli, i dubbi e i fastidi di linguaggio diventano incubi ad occhi aperti, soprattutto se a questi articoli è necessario anteporre una preposizione. Non se ne può fare di certo una caso allarmante e preoccupante, ma "anche lo stile vuole la propria parte". Ad onor del vero e del giusto, si deve dire e scrivere L'ho letto ne I fratelli Karamazov e non L'ho letto nei fratelli Karamazov, restituendo il posto all'argomento latino perché ad esso spetta di diritto; il che ci permette di rispettare integralmente narrativa e grammatica. La fusione tra preposizione e articolo, che, il più delle volte, è spiccia e scorrevole, configura un costrutto approssimativo, famigliare e popolare. Ciò è evidentemente più importante nella stesura di un testo che durante una chiacchierata. Se si vuole riferire il contenuto di un articolo letto sul quotidiano La Repubblica, allora è opportuno scrivere Ho letto su La Repubblica che (…), anziché Ho letto sulla Repubblica che (…). La separazione tra preposizione e articolo, spesso, è una questione più formale che grammaticale, tuttavia è l’unica soluzione idonea al riconoscimento di titoli e intestazioni. Scriveremo dunque che Abbiamo cenato presso il ristorante de La Rinascente, non già della Rinascente. Allo stesso modo, trattandosi di un film, si scriverà che il Benigni de La vita è bella è insuperabile, non che il Benigni della vita è bella è insuperabile. Di fatto, Benigni avrebbe dovuto continuare a fare il comico e l'attore e non mettersi a fare l'intellettuale, ma questa è un'altra storia. Veri e propri punti di raccolta dell'eterna lite tra pronomi, articoli e preposizioni sono i testi delle canzoni.  E' celeberrima la canzone intitolata Sabato pomeriggio, il cui protagonista è un disamorato – ma, a nostro avviso, furbo – passerotto. La fama che Claudio Baglioni s'è guadagnata, tuttavia, non cancella dalla nostra memoria il tempo che abbiamo trascorso con indosso un grembiulino blu, tra i banchi di scuola. La preposizione senza, nell'espressione senza te, se posta prima di un pronome personale, non può essere privata della preposizione di. Senza e di, assieme, formano una locuzione prepositiva. In certi casi, sono inseparabili, non possono essere oggetto dell'arbitrio e della discrezionalità dei cantautori. Con un po' di tolleranza, si dovrebbe giustificare l'errore spacciandolo per licenza artistica. Alcuni sedicenti autori rivendicano addirittura i diritti di metrica: questo è troppo, dato che è probabile che non sappiano neppure cosa sia la metrica. A distanza di parecchi anni, ne Sere nere, si ritrova la medesima ingiustizia: <<(…) Perché fa male da morire senza te (…)>>. Allora, si tratta di una vera e propria scuola di pensiero favorevole alla soppressione delle preposizioni. E' un'affermazione sacra e santa: fa male da morire, specie se si considera la portata diseducativa di tutta questa musica popolare che ha un enorme e, a tratti, insensato seguito. Prima che intervenga qualche tossico difensore degli amori pastosi delle canzoni, è bene sottolineare l'ultimo passaggio critico. Sappiamo bene che la soppressione della preposizione, in talune circostanze, permette al cantante di seguire una certa nota con agio. L'unico dilemma, ormai fattosi amletico, sta nell'ampiezza della divulgazione di quei testi che, nel tempo, diventano strutture profonde della lingua comune e delle quali ci si serve inconsapevolmente. Purtroppo, ormai ci si sente dire che le grammatiche classiche sono obsolete e che occorre volgere lo sguardo a una grammatica liquida.   

mercoledì 1 aprile 2015

ANCHE IMBECILLI, DEFICIENTI E STUPIDI 
HANNO UN POSTO NELLA GRAMMATICA



Se io faccio, allora disfaccio. Allo stesso modo, se io facevo, allora soddisfacevo. Piccole e anomale beghe, queste, ma che pervadono senza ostacoli i discorsi di chiunque. E così, al futuro: se io farò, io disfarò e soddisfarò, anche se si sono ormai imposte furtivamente le forme disferò e soddisferò, come al congiuntivo disfi e soddisfi vanno sostituendosi a disfaccia e soddisfaccia. C'è una subdola e diabolica tendenza a cambiare anche le regole semplici e limpide. Nessuno di noi direbbe – almeno me lo auguro! – che io fi al posto di che io faccia, volendo formulare il congiuntivo del verbo fare. Eppure accade esattamente questo: la comparsa di un prefisso stravolge lo stato d’animo dei parlanti, a tal punto che la fantasia linguistica si trasforma in grande confusione. Basterebbe riprodurre fedelmente la coniugazione del verbo fare, che grosso modo si conosce, per evitare di farsi prendere dall'agitazione. Per quanto la spiegazione del fenomeno sia racchiusa nella lingua latina, non è il caso di trarne un argomento filologico. E' opportuno tuttavia porre fine ad un assillo proveniente dai detrattori della "grammatica essenziale". Ogni sorta di opposizione è costruita sul concetto di evoluzione della lingua, sebbene si tratti, il più delle volte, di sterile abuso e sfruttamento inadeguato di teorie leggicchiate qua e là. Se sfogliamo il prezioso libro di Gian Luigi Beccaria, Tra le pieghe delle parole (2007), di pagina in pagina, possiamo capire che cos'è concretamente l'evoluzione della lingua. Oggi, se qualcuno ci dice imbecille o deficiente o stupido  – o, perché no, tutti e tre di seguito –, non poniamo alcun indugio nel sentirci insultati e offesi. In origine, però, questi termini indicavano tutt'altro significato. L'imbecille era solo un uomo debole. Nel tempo, la debolezza è stata estesa alla mente. Il deficiente era un uomo che mancava di forza, mentre lo stupido era un uomo insensibile. La lingua s'è evoluta, per l'appunto. E l'evoluzione si vede attraverso la storia e nei cambiamenti del significato. Tutti conosciamo la besciamella, ma quasi nessuno conosce Louis de Béchamel, il cuoco del XVII secolo da cui deriva il nome dell'ingrediente. E' buffa, invece, la storia del sandwich, che per noi è un semplice panino, ma che di fatto era un conte del XVIII secolo, talmente ossessionato dal gioco delle carte da non volersi mai staccare dal tavolo di gioco neppure per mangiare. Egli, infatti, si faceva servire un panino imbottito con carne da consumare rapidamente, un panino che presto divenne sandwich. I suddetti passaggi costituiscono fenomeni di evoluzione e adattamento della lingua. Gli errori sono errori. E non ci si riferisce solo al pronome personale complemento lui messo al posto di egli, pronome personale soggetto. E' difficile disobbligarsi nei confronti del Beccaria per la qualità degli studi che ci ha donati, pertanto, ringraziandolo, andiamo avanti con la nostra rubrica!  In nome della fantasmagoria della "neolingua" del web, dovremmo forse accettare che la prima persona plurale dell'indicativo presente di guadagnare sia scritta senza la -i-, come speso accade? Si scrive guadagniamo e non guadagnamo. La -i- fa parte della desinenza ed è ineliminabile. Lo stesso dicasi per insegniamo et cetera. L'eventuale soppressione della -i- nella seconda persona plurale dell'indicativo di agognare snaturerebbe addirittura il verbo: agogniate, non agognate, che invece rappresenta il participio passato, anche se, come suggerisce il prof. Barnabei, in questo caso, ci si può affidare al contesto agli effetti della distinzione d'uso. Ci sono poi i dittonghi mobili; ci sono, ma sono fuggiti a causa della pulizia etnica. Avevano un proprio spazio all'interno dei verbi, ma la discesa dei barbari ha ridisegnato la loro geopolitica. Il caso del dittongo uo e dei suoi ex proprietari, ormai derubati, muòvere e sonàre, è emblematico. Di regola, il dittongo, se accentato, resta inalterato; altrimenti, cioè qualora l'accento si sposti su altra sillaba, esso si riduce. Quindi: Io suòno, tu suòni, egli suòna, noi soniàmo, voi sonàte, essi suònano. Una certa composizione musicale, infatti, è una sonàta, non una suonàta. Non ci mettiamo in cerca del cosiddetto "pelo nell'uovo", tant'è che i confini grammaticali del nostro piccolo mondo italiano sono bell'e superati e non se ne fa questione, ma talvolta anche l'evidenza d'uso è contraria agli errori. Perché sonàta sì e soniàmo no? Mi sia concesso di precisare che ci sono autori illustri, autorevoli e illuminati, consacrati dal tempo e dalle accademie, a sostenere queste tesi! Francesco Mercadante conta poco in queste faccende perché si accontenta delle briciole che cadono dalla mensa dei grandi maestri. Marcello Sensini e Aldo Gabrielli sono solamente due esempi. Vale la pena di richiamare l'attenzione anche sulla figura letteraria del professore Amato Maria Bernabei per l'eleganza, la competenza e il senso della misura che lo contraddistinguono. Egli, per esempio, a proposito dell'arcinota disputa tra letterati e internauti, ha saputo conciliare la tradizione greco-latina e la cultura sociale, essendo presente sui social network con impareggiabile intelligenza e saggezza scientifica. In fatto di stile, si può discutere a lungo. Possiamo chiederci se sia preferibile dire e scrivere Tizio s'è pulite le scarpe oppure Tizio s'è pulito le scarpe. La più corretta tra le due forme è indubbiamente la prima perché l'accordo tra il participio passato e l'oggetto è necessario fin dai tempi dei grammatici latini, dai quali discendiamo, volenti o nolenti. Però, come s'è detto, è ormai una questione di stile. Non è una questione di stile invece la scelta dell'ausiliare che precede i verbi servili nei tempi composti. Avrei dovuto venire o Sarei dovuto venire? Questa volta, optiamo per la seconda, che è la forma corretta perché l'ausiliare da usare è sempre quello del verbo retto dal servile, ossia venire. Quando, a colpo d'occhio, scorgiamo pure Sarei dovuto essere qui al posto di Avrei dovuto essere qui, allora è il caso di sparare a vista.