sabato 28 marzo 2015

ORRORI E PERICOLI IN CHAT



Dire no, a quanto pare, è più facile che dire sì, altrimenti, ne Così parlò Zarathustra, il funambolico e dirompente Nietzsche non si sarebbe affannato a spronare in questo modo i propri lettori: <<Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire sì (…)>>. Il coraggio dell'affermazione, dunque, sarebbe la vera ragion d'essere della nostra esistenza; ogni sguardo, ogni incontro e ogni parola comportano un rischio; a noi tocca scegliere se superare o meno le paure convenzionali. Spesso e da anni ormai, questo tema è anche oggetto d'insegnamento nei corsi di comunicazione e marketing, per i quali un vero comunicatore o un vero venditore devono essere in grado di trasmettere sempre positività ed entusiasmo. Con fare proverbiale, possiamo dire che chi non risica non rosica. Nella memoria dei più, forse, dovrebbero trovare spazio anche le stramberie di quel camaleontico Jim Carrey del film Yes Man, un uomo che vince la depressione grazie a un corso sull'autostima che lo induce a consacrarsi al . Resta comunque che dire no è più facile che dire sì. Perché? Proviamoci a dare un'occhiata alle nostre chat e a tutte le nostre interazioni, da Whatsapp alle community! Nella maggior parte dei casi, non si scrive , ma si senza il pertinente accento. In pratica non si afferma alcunché; si priva l'avverbio della risposta affermativa di valore, sostituendolo con un si senza infamia e senza lode. Sì, è vero, scrivere senza regole di alcun tipo vuol dire scrivere rapidamente il messaggio, "tanto ci capiamo lo stesso" direbbe qualcuno. Quando due o più persone raggiungono l"intesa, nessuno osi alterarla! Ma qui, come si suol dire, abbiamo il dovere di "salvare il salvabile". Sta per nascere o forse è già nata una nuova lingua, che gli studiosi non esiterebbero a definire pidgin o creolo dei social network, cioè un codice agrammaticale di scambio rapido. Ci si ostina dappertutto a difenderlo col sangue. Siamo sicuri che tutto questo non porterà, prima o poi, alla riduzione della componente poetica, affettiva e narrativa del linguaggio? La stessa sorte s'è abbattuta sul troncamento di poco, noto attraverso la locuzione un po’, che dovrebbe essere scritto sempre con l'apostrofo e mai con l’accento. Invece, rivedendo le suddette interazioni, registriamo la caduta di un po’ a vantaggio di un pò, che è scorretto. Altra locuzione disgraziata è a posto, che una triste abitudine ha trasformato in apposto. In questo caso, di fatto, si adotta il participio passato del verbo apporre al posto di una locuzione, generando un'insensata mescolanza. Un errore che potrebbe anche guadagnarsi una certa simpatia sta nella redazione di aldilà in luogo di al di là. Insomma:  l'espressione si scrive tutta attaccata o no? Dipende da ciò che si vuole comunicare. E' molto frequente l'uso improprio perché la locuzione preposizionale al di là viene impunemente scalzata da aldilà, che, in quanto sostantivo, significa oltretomba. Nietzsche poteva anche avere ragione nel chiedere un sacro dire sì, ma avrebbe dovuto specificare con l’accento perché, a 130 anni dalla pubblicazione della sua opera, del non si vede più nemmeno l’ombra. Un tempo (…non per essere nostalgici, ma per dare a Cesare quel che è di Cesare e ai grammatici quel che è dei grammatici!), esisteva una netta distinzione tra i pronomi personali soggetto e i pronomi personali complemento. Infatti, il pronome personale soggetto di terza personale singolare era usato non solo nella litania io sono, tu sei, egli è (…), ma anche in frasi come Egli decise di dire sì, Egli intende mettere tutto a posto et cetera. Ella, invece, rappresentava elegantemente la donna. Al plurale tra essi e loro correva una bella differenza. Oggi, lui, lei e loro hanno violentato il soggetto. Può darsi che sia l'epoca dei complementi, della familiarità e della leggerezza. Almeno speriamo che la causa sia benefica. Questi ultimi casi sono evidentemente errori digeribili e che non compromettono la salute dei significati. Sul piano dell’ "illegalità" e della pericolosità sociale sono da collocare le seguenti brutture: dò, sò, fà et similia. Qui, lo scoramento mi assale e mi priva di forze perché, dopo averli digitati sul foglio di word, mi rendo conto che lo stesso correttore automatico inorridisce e sono convinto che, se potesse, mi sputerebbe. Ma… C’è anche un "ma"! Ho fatto l'esperimento anche con Whatsapp e mi sono accorto che, scrivendo Io sò, compare una linea rossa ad allarmarmi. Non contento e ancora insoddisfatto, mi sono rivolto a Facebook e ho scritto la stessa cosa: Io sò! Ebbene? Anche Facebook non sopporta l'obbrobrio e mi arrossa. Allora, per quale motivo questi orrori invadono il web? Qualcuno potrebbe sentirsi urtato da tanta violenza e potrebbe anche non credere alle mie affermazioni. Per un attimo, sono stato tentato dallo screenshot, ma m'è parso discriminatorio e ho desistito immediatamente.  

mercoledì 25 marzo 2015

PARLANTI FRETTOLOSI E AFFAMATI D'ARIA


C’è ragione di credere che talvolta i parlanti della nostra lingua siano affaticati e frettolosi, come se dovessero recitare tutto d'un fiato un monologo al termine d'una lunga ed estenuante corsa. La fame d'aria causata dall'affanno, infatti, li spinge a tagliare corto e, di conseguenza, a servirsi di un periodo da "rianimazione". E si sa… Quando si esce dalla "rianimazione", di certo, non si può gridare a squarciagola. Quindi, ci vuole un po' di cautela, prima di tutto, per l'attore e, poi, anche per le subordinate relative che gli tocca usare correttamente. Sì, l'oggetto del nostro interesse, questa volta, è proprio la subordinata relativa, che passa inosservata, silenziosa e pure un po' stravolta. Il più noto tra i pronomi con il quale essa è introdotta è sicuramente che, il quale è gravato da parecchia responsabilità e supplisce alle mancanze di tutti, tanto da diventare una sorta di jolly. Questo pronome merita tutta l’importanza che gli viene conferita, ma, a seconda della sua collocazione e dell'eventuale incontro con qualche virgola, la frase cambia in significato e struttura. Se scriviamo Questo libro, che ho appena iniziato a leggere, è bellissimo, costruiamo una subordinata relativa esplicita accessoria, cioè della quale si può fare a meno, senza alterare il significato essenziale della frase: questo libro è bellissimo.  Se, diversamente, scriviamo Questo è il libro che ho appena iniziato a leggere, si apprende facilmente che il che ha una funzione determinante, vale a dire limitativa. Ogni qual volta in cui si pensa che ogni cosa sia al posto giusto, cominciano i guai. La vita n'è una riprova. Infatti, il più diffuso tra gli errori, a tal punto da essere endemico, quello che subisce, in pratica, le patologie da "rianimazione", è lo scambio tra l'avverbio di luogo dappertutto e l'avverbio relativo dovunque. Si sente dire e si legge molto di frequente una frase come Ti seguirò dovunque. Per carità, nessuno intende mettere in dubbio la qualità dell'amore, ma non si può fare a meno di sottolineare di rosso quel dovunque. Dovunque, come s'è già detto, ha una funzione relativa, di collegamento e, come tale, introduce anch'esso una subordinata relativa. Pertanto, o diciamo Ti seguirò dappertutto oppure diciamo Ti seguirò dovunque tu voglia andare. S'è parlato finora di subordinata relativa esplicita, tuttavia non possiamo né vogliamo dimenticare quella implicita. Occorre precisare, innanzitutto, che una subordinata è detta implicita in presenza di modi impersonali del verbo, quali sono il gerundio, l’infinito e il participio. Per farne uso il soggetto della reggente deve coincidere con quello della subordinata (...ci sono delle eccezioni!). Ne sono esempi limpidi: Finalmente ho gli strumenti con cui lavorare oppure Ho molto lavoro da fare (…che deve essere fatto) e La nave, partita in ritardo, è giunta puntuale al porto (La nave, che è partita in ritardo, è giunta puntuale al porto). A tal proposito, si deve evitare rigorosamente di dire o scrivere La macchina da scrivere perché ciò equivarrebbe a dire o scrivere La macchina che deve essere scritta, esplicitando la subordinata. In modo corretto, scriveremo e diremo: La macchina per scrivere. Si vede spesso, invece, parecchia incertezza nella distinzione tra che e il quale o tra il cui preceduto da a e il cui solitario. In sostanza, che e il quale o la quale si possono avvicendare liberamente, anche se è evidente che in certi casi il quale e la quale determinano una specificazione valida e utile. Ho comprato le scarpe e le magliette, le quali… A che cosa ci riferiamo in questo caso? Necessariamente a entrambe? No! E' sufficiente riformulare nel modo seguente per liberarsi dai dubbi: Ho comprato le scarpe e le magliette, le quali scarpe mi saranno utili nella corsa. Le differenze d’uso del pronome cui sono davvero minime. Con o senza a, si fa valere ugualmente. Talora, riscontriamo anche una variante di stile tutta latina: il che, la qual cosa e – perché no? – del che, della qual cosa et cetera. Queste locuzioni a carattere pronominale fanno riferimento a un’intera frase: Ho lavorato molto bene; il che (o la qual cosa) ha portato dei frutti… In conclusione, bisogna ricordare che la subordinata relativa può anche essere definita aggettiva o appositiva e attributiva perché svolge la stessa funzione che svolgerebbero un aggettivo o un attributo o un’apposizione. Ho conosciuto un attore bravo, elegante, ma che mancava d’aria. Si noti la sequenza degli aggettivi bravo ed elegante, interrotta per simmetria dal ma seguito dal pronome che! Se sono così coordinate, vuol dire che appartengono alla stessa famiglia. Aggiungiamo anche una piccola sfumatura? L'attore ha mostrato una certa bravura, apprezzando la quale, non si può tuttavia dimenticarne la fame d'aria. Una subordinata temporale si articola, in questo caso, sulla locuzione pronominale relativa: scherzi dei grammatici della complessità.

sabato 21 marzo 2015

L'ITALIANO SCHIACCIATO DALL'INGLESE... E I MANAGER FIOCCANO


Gl'inglesi sono generosi o, forse, troppo furbi per essere considerati generosi; si sono lasciato rubare un bel po' di materiale linguistico, specie quello dell'informatica e della socializzazione che n'è venuta fuori. Gl'italiani, come spesso accade, stanno impalati a guardare: "se tutti rubano, rubiamo pure noi!" sembrerebbe essere la regola d’oro. Un tempo, eravamo costretti a subire la lingua altrui. Arabi, francesi, spagnoli e austriaci sono venuti a farci sgradita visita inaspettatamente. Adesso, invece, ancora insoddisfatti e non potendo più concedere un territorio, chiediamo indirettamente di essere dominati e lo facciamo con le parole, ormai disseminate come armi batteriologiche. I personaggi più in vista del mondo dell’informatica sociale sono blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, personal branding manager, copywriter, freelancer e Dio solo sa quanti ne ho dimenticati. Dove hanno studiato per essere content manager? Su quali testi per diventare blogger? Perché si definiscono manager? A voler essere pignoli, un content manager è uno che possiede certi contenuti. E ancora: manager di che? Il manager dovrebbe essere una specie di dirigente, uno che gestisce risorse umane e materiali, non un questuante che fa qualche esperienza di gruppo o si proclama capo carismatico e leader del non-so-che. Si scopre, tra le altre cose, che le loro pagine sono un eden del web, attraversate da colori riposanti e benefici, piene di inviti ad agire per il bene dell'economia personale, farcite di consigli tecnici. Oggi, intendiamoci, avere un blog e scrivere, pur non avendo letto interamente più di dieci libri nella propria vita, vuol dire essere uomini di successo. Apparentemente! Comecchessia, abbiamo già un dato allarmante: il linguaggio, tra parole e immagini, può modificare la realtà in modo determinante, soprattutto nella rete. Dunque: prudenza e parsimonia sarebbero gradite. Onestà e trasparenza sono virtù della fantasia non richieste ormai anche perché, come s’è visto, in inglese, è tutto fin troppo bello! Io, frattanto, mi sono divertito a fare la parte del cattivo delle fiabe o del vendicatore della lingua italiana e, come spesso mi capita, mi sono intrufolato tra le pagine di questi dispensatori anglofili di felicità. Ne sono uscito sconvolto, ma vi ho portato in dono tre periodi abbastanza "pericolosi". Si tratta della scrittura dei già noti blogger & Co. Facciamo l’analisi del primo periodo!

<<Fra una settimana esatta parte il "Social Media, SEO & Web Marketing Super Summit 2013": sarà un evento con 50 interviste/presentazioni (...)>>

Questo è sicuramente il meno preoccupante, pur recando in sé un'inesattezza piuttosto in voga. Fra una settimana parte (…). Volenti o nolenti, dobbiamo accettare che la determinazione di tempo Fra una settimana vuole, per lo più, il tempo futuro e non il presente. In alcuni brani, si ammettono le eccezioni dovute ai cosiddetti tempi narrativi, in virtù dei quali l'autore può decidere di impostare tutto il testo con il registro del presente. Ma non è questo il caso, dal momento che l'autore ha smentito sé stesso, poco dopo, con la terza persona singolare del futuro semplice del verbo essere: sarà un evento (…) E' evidente che questo errore è veniale e merita tutta la nostra tolleranza, sebbene ci permetta di correggere uno dei tanti e comuni errori. Lo stesso non può dirsi dell'errore successivo.

<<Il fatto che stai creando degli ottimi contenuti per il tuo blog o sito web ma non riesci ad ottenere il traffico, i commenti e le condivisioni che meriti..>>

Ci sarebbe da cospargersi il capo di cenere e strapparsi le vesti. Da dove cominciamo? Mio zio, che ha conseguito il diploma di scuola media inferiore serale e ha una lunga carriera da netturbino, riesce almeno a farsi capire perché, essendo un devoto uomo di chiesa, ha sempre letto con attenzione la bibbia. E ha imparato molto. Il fatto che (…), poi il nulla! L'autore avrebbe forse voluto costruire una dichiarativa? Una soggettiva? E' difficile parlare di veri e propri errori perché il testo non ha né capo né coda. Il testo non esiste, come non esiste la punteggiatura. Quei due puntini finali poi sono una delizia, anche se potrebbero essere frutto di una svista. Mio zio non s’è mai presentato come dirigente o scrittore dei netturbini. Eppure, sarebbe stato sufficiente rileggere il periodo per rendersi conto dell'ecatombe grammaticale. Il messaggio resta pure sospeso nel limbo: Il fatto che stai creando et cetera (…) cosa implica? Cosa significa questo fatto? Passiamo al terzo periodo, che riassume tutti i difetti psicoattitudinali di genere e specie perché chi ha scritto nel modo che segue si definisce writer, scrittore! Come al solito, basta dirlo in inglese per produrre titoli e allegria.

<<Facile e difficile allo stesso tempo, come quando devi completamente denudarti per confessare alla persona che senza mai stancarsi ti sta guardando dritto negli occhi che la ami e che lei è la scelta della tua vita. Ecco, allo stesso modo facile e difficile è per me spiegarti perché scrivo. Facile perché la scrittura semplicemente …>>

Su questo frammento si potrebbe scrivere un'intera grammatica. L'autore ci avverte che facile e difficile è spiegarti perché scrivo e noi ringraziamo, ma comprendiamo immediatamente la difficoltà paventata nella scrittura e non pretendiamo altre spiegazioni. Sembra di essere catapultati in un film di mafia con Al Pacino.


CAPO: <<Ehi, Frank, che fine ha fatto John?>>
SCAGNOZZO: <<Morto è, tranquillo!>>


Ne Il giorno della civetta Sciascia narra una scena simile. L'autista dell’autobus, interrogato per un omicidio avvenuto sul proprio mezzo, così risponde ai carabinieri: <<Io la strada guardo.>>. E se tutto questo è fatto a bella posta per regalarci una sinchisi o un'anastrofe, una qualsivoglia figura dell'ordine? Beh, filosofeggiando: il possibile non è mai in contraddizione con ciò che si può realizzare... Tuttavia, è in contraddizione con ciò che si dovrebbe capire. Andiamo avanti, anche se mi tocca fare uno schemino con carta e penna per analizzare il testo! Ci sono esattamente una subordinata di I grado, due subordinate di II grado e due subordinate di III grado e le une sono intrecciate con le altre con incidentali, senza punteggiatura e senza ordine semantico. Insomma, per confessare l’amore a qualcuno è proprio necessario fargli venire un colpo apoplettico o una crisi d'asma?



In conclusione, ho il dovere di addolcire un po’ la pillola. Non si faccia mai di tutta l’erba un fascio! L'ho già scritto e lo ripeto. I lavori di Riccardo Scandellari, Rudy Bandiera, Claudio Gagliardini et al., per esempio, sono belli, utili e scorrevoli. Riccardo Scandellari e gli altri summenzionati, infatti, sono dei professionisti autentici, come ce ne sono pochi: lo si apprende dalla compostezza della loro scrittura e dall'efficacia dei loro contenuti, tutti basati su ricerche scientifiche e trasparenza del linguaggio.

mercoledì 18 marzo 2015

DALLA LICENZA POETICA ALL'IGNORANZA IL PASSO E' BREVE


Ci sono pezzi del nostro discorso che somigliano ai coriandoli; li lanci due o tre volte per gioco e te li ritrovi dappertutto; tra i capelli (….non è il mio caso!), in tasca, dentro le scarpe, talvolta anche dentro le mutande. Non se ne conosce mai la causa, ma se ne può trarre una specie di postulato: ogni lancio genera uno sparpagliamento di coriandoli imprevedibile, incalcolabile e un riempimento dello spazio tendente all'infinito. Ciò che, sulle prime, è solo una metafora linguistica, a ben vedere, è molto di più; sembrerebbe la scelta di un vero e proprio calco: la particella ne non fa mai sentire la propria mancanza, si fa tanto ben volere che addirittura  molti eccedono in amore e premure e sbagliano in modo grossolano: di questo ne ho sentito parlare. Gli scritti  e i discorsi di tre quarti d’Italia riportano questo errore. Ormai, non ci si fa più caso e l'errore è diventato una regola. Essendo questa una grammatica di consultazione rapida, dobbiamo correre subito ai ripari. Nella frase di questo ne ho sentito parlare, si riscontra una ripetizione impropria, ciò che nel gergo tecnico prende il nome di pleonasmo. C’è da fare una considerazione specifica a tal proposito: siccome il pleonasmo è una figura retorica, qualcuno potrebbe cercare, in questo, sostegno e giustificazione, ma mi sia lecito invitare i lettori a non scambiare la licenza poetica con l’indisciplina di parlanti e scriventi! Dall'indisciplina all'ignoranza il passo è breve. Sicuramente è più grave non sapere coniugare un congiuntivo che sbagliare l'uso della particella ne! In un testo di grammatica di base si possono trovare le spiegazioni di questo nostro richiamo alla disciplina. Sia la preposizione di sia il ne, nel caso in questione, indicano il complemento di argomento (...non, come molti dicono, il complemento di specificazione!); la proposizione  lo introduce, mentre la particella rappresenta direttamente il pronome sostituendolo e prendendo il suo posto. Si capisce dunque che, se utilizziamo un elemento che ha un valore sostitutivo, non possiamo poi rimettere "con la forza" ciò che abbiamo appena tolto. Se scriviamo o diciamo di questo ne ho sentito parlare, non facciamo altro che scrivere o dire di questo di questo ho sentito parlare. Che ne dite? Pensate che si possa arrivare a tanto, pur senza appellarsi all'Accademia della Crusca? In apertura, però, s’è fatto ricorso ai coriandoli e, si sa, i coriandoli finiscono nei posti più impensati. In effetti, questa particella è onnipresente: può diventare complemento partitivo, complemento di specificazione, complemento di moto da luogo; può trovarsi in posizione enfatica, cioè all'inizio del discorso, oppure saldamente legata ad un finale di parola, così da chiamarsi enclitica; può essere un pronome, come s’è visto; può fungere da avverbio, può svolgere il ruolo di congiunzione coordinante negativa, assumendo l'accento acuto (). In tal senso, è quanto mai opportuna una leggera deviazione dal percorso originario per soffermarsi sulla punteggiatura che, di solito, accompagna la congiunzione coordinante negativa . Se, infatti, scriviamo né questo né quello rientrano tra i miei interessi, è obbligatorio non mettere la virgola tra le due congiunzioni perché si tratta di un polisindeto, cioè di una coordinazione per il tramite della congiunzione. Invece, in una elencazione priva di congiunzioni, cioè nell'asindeto, si ricorre alla virgola: Paola, Maria, Federico e gli altri compagni partirono per Roma. Solo l'ultimo elemento è preceduto dalla e, ma non dalla virgola. Entrambi gli errori documentati, ovverosia quello della ripetizione e quello della virgola tra due congiunzioni negative si trovano più di frequente di quanto si possa immaginare e sono spacciati come varianti stilistiche del linguaggio. Frugando tra le pieghe dei nostri discorsi, scorgiamo qua stanne fuori, là ce ne vogliono quattro, ancora altrove ne sono innamorato et cetera. Quanti ne e quanti usi! Stanne fuori contiene pure il raddoppiamento, anche se ciò che ci interessa è il moto da luogo espresso con la particella avverbiale. Con ce ne vogliono quattro si configura un bel complemento partitivo. Da ultimo, la particolarità del pronome personale espresso dal ne: ne sono innamorato; cioè sono innamorato di lei. Gli esempi sono pochi a fronte degli innumerevoli casi, ma bisogna farseli bastare, almeno in questa sede.  

sabato 14 marzo 2015

DIFENDIAMO LA SINTASSI DALLA CLASSE DEGLI ASINI!


La signorina Maccabei e l’alunno Massinelli, come spettri, si aggirano ancora tra di noi, ma non fanno paura, non hanno mai fatto paura, anzi sono serviti e riveriti per la loro saggezza. Alla rispettabile età di 67 anni, questi due vecchi compagni di scuola, battezzati per la prima volta dal cantante jazz Natalino Otto, sono gli inimitabili protagonisti de La classe degli asini. Personaggi reali o fantastici? La canzone è sicuramente tra quelle che non si dimenticano: in terza B sono tutti ripetenti e sono intenti a ripassare il sillabario, quando entra l’incravattato professore per interrogarli. Di qui, il finimondo: <<Signorina Maccabei, / venga fuori, dica lei: / dove sono i Pirenei? / Professore, io non lo so, lo dica lei! / E sentiamo Massinelli / dimmi, o re degli asinelli, / dove sono i Dardanelli? / Professore io non lo so lo dica lei!>>. Quelli erano altri tempi, vien fatto di pensare. Forse, lo erano perché non tutti potevano promuoversi come scrittori, blogger e poeti, non a tutti era concesso uno spazio di libera espressione, uno spazio in cui, tuttavia, continuano a non avere particolare importanza, a quanto pare, Pirenei e Dardanelli. Questa volta, con un po’ di swing nella testa, non sapendo se l’uovo sia nato prima della gallina o viceversa, ci intrufoliamo in un blog più o meno autorevole e ne preleviamo una frase nel tentativo di difendere la sintassi dal massacro cui è ormai sottoposta. Sul banco degli imputati mettiamo il seguente periodo: <<Ci vorrebbe un punto di domanda accanto al titolo di questo articolo, davvero, e non perchè qui puoi trovare le risposte, ma perchè spero che qualcuno possa darmele.>>. Si badi che qui non sono in discussione l’efficacia comunicativa e la qualità dei contenuti del blog! Gli errori grammaticali sono tanti e talmente gravi che non si sa neppure da dove cominciare. Come si suol dire, "questo sporco mestiere qualcuno deve pur farlo". In primo luogo, spero che qualcuno abbia notato l’accento grave ripetuto per due volte sulla "e" finale di perché. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: in questo, il correttore di word o di un qualsivoglia programma di scrittura ci aiuta provvedendo o a correggere immediatamente o a sottolineare di rosso la parola. Cosa ne consegue? E' stato corretto manualmente, ma con la forma sbagliata. Altro elemento di disturbo è dato dalla collocazione dell'avverbio davvero, che significa in verità,  sul serio et cetera, ma che è tristemente abbandonato in un luogo incidentale che non gli è proprio. La tragedia si consuma nello svolgimento della sintassi dell'intero periodo. Di fatto, molti non se n'accorgono, come, d'altronde, in una bella giornata di sole, andando a passeggiare in riva al mare, nessuno s'accorge dei Dardanelli. Eppure ci sono e da tempo! La disattenzione è eccessiva. A farne le spese è la subordinata causale, adottata qui nella propria duplice natura, quella fittizia e quella reale. Se, infatti, prendiamo in considerazione la seconda parte del discorso <<(…) non perchè qui puoi trovare le risposte, ma perchè spero che qualcuno possa darmele (…)>>, dovere morale e buon senso implicano che la subordinata causale preceduta da non, essendo una subordinata causale fittizia, sia espressa al congiuntivo. Dunque, correttamente: <<(…) non perché qui tu possa trovare le risposte, ma perché spero che qualcuno possa darmele (…)>>. Ciò è da considerarsi il giusto prezzo da pagare al congiuntivo, il modo verbale del dubbio e delle ipotesi. Al contrario, l’indicativo ci dà delle certezze di significato e d’azione, per così dire. Di conseguenza, noi studiamo la grammatica non perché sia semplice ornamento, ma perché i verbi hanno un significato preciso. Ecco il dovere morale cui s’è fatto riferimento! E' evidente che la subordinata causale si esprime anche attraverso altri costrutti ed altri modi verbali (per es., il gerundio, nella subordinata implicita), ma, in questo caso, la distinzione è necessaria a che le due forme del discorso acquisiscano un senso. Se noi affermiamo che una certa cosa accade a causa di una certa altra cosa e non per quello che s’immagina, il piano della comunicazione diretta è rappresentato dall'indicativo, mentre quello della comunicazione fittizia, indiretta, quello dell’immaginazione, è rappresentato dal congiuntivo. 

mercoledì 11 marzo 2015

LA CONGIURA CONTRO LE PARTICELLE E LE PREPOSIZIONI


Siamo nei guai fino al collo, per così dire! C'è di bisogno è una formula dialettale siciliana piuttosto in voga, forse troppo! Mi sia concesso l'abuso dei punti esclamativi! Di certo, non ho svolto una ricerca accurata in materia di dialettologia, ma, tentando di capire come questa preposizione (di) sia stata maldestramente trasferita nella parlata italiana, non ho trovato alcunché d'interessante. Gli stessi suggerimenti di Google non mi hanno dato conforto. Ho digitato più volte C'è di bisogno, ma il motore di ricerca mi ha sempre risposto con una lista di C'è bisogno e null'altro (ALLARMANTE!). E' una congiura, soprattutto se penso a tutte le volte in cui uomini affari, imprenditori e, più in generale, colletti bianchi d'ogni genere e specie mi hanno rifilato C'è di bisogno nel bel mezzo di una riunione di lavoro, tra economia, finanza e gestione d'impresa. Non si può dire. C'è poco da fare, benché s'intuisca il valore affettivo che emana dall'uso: è innocua, non ingombra, ci fa produrre un gradevole suono occlusivo alveolare; la preposizione di sembra non alterare gli equilibri della comunicazione. Purtroppo, se accettiamo di scivolare un po' nella retorica, il sembrare non è l'essere. A voler fare la cosa giusta, senza troppa fatica, è sufficiente privare lo stato di bisogno della proposizione per ristabilire l'ordine: C'è bisogno. Lo ha fatto pure Jovanotti; il che è alquanto preoccupante. Jovanotti si è espresso correttamente con la canzone C'è bisogno di te. Pertanto, non c'è via d'uscita: siamo spacciati! Mi dolgo di dovergli riconoscere questo "merito", ma gli è dovuto. D'altronde, se si volesse fare un'analisi della formula scorretta, quali significati ne ricaveremmo? Sappiamo che, ne C'è bisogno, il verbo essere, inteso nell'accezione di esistere, indica uno stato di privazione che il sostantivo bisogno, seguito dalla preposizione di (...e non preceduto), determina e specifica: esiste il bisogno di (...) Nel caso della formula scorretta, come si è detto, in che modo si trasformerebbe il significato? Esiste del bisogno? In effetti, si potrebbe pensare ad una particolare licenza poetica, tanto che il poeta-parlante intenderebbe dire Esiste del bisogno qualcosa (...) La formula diventerebbe allora una sorta di massima filosofica e non significherebbe più privazione o, in altre parole, uno stato di bisogno. Forse che si tratta di un'allegoria della lingua regionale? Oppure, la mia fantasia è unicamente figlia della scelleratezza linguistica? E' un fenomeno nazional-popolare, invece, quello di un altro jolly improprio della parlata domestica: il grafema ci ignominiosamente anteposto al verbo avere. Le espressioni, c'hai, c'ho, c'abbiamo e così via fanno ormai mucchio a sé. Quale ruolo avrebbe questa disgraziata particella ci? Quello avverbiale? Se così fosse, c'hai significherebbe hai qui. Pertanto, tutte le volte in cui Tizio dice a Caio Se c'hai la macchina, passa a prendermi!, è evidente che Tizio intende dire Se la tua macchina è in città, passa a prendermi!. E' vero: in effetti, io sono solito parcheggiare la mia autovettura in un'altra città. Oppure ci ha un ruolo pronominale? Può darsi che sia così. Se Tizio dice a Caio Se c'hai la macchina, passa a prendermi!, il significato è del tutto diverso. Ci indicherebbe il noi del discorso, ovverosia: Se hai la macchina per noi, passa a prendermi!. Perché non ci ho pensato prima? Chi di noi non ha una macchina per gli amici ed una per il disbrigo delle faccende quotidiane? La disgrazia che s'è abbattuta fatale sulle preposizioni e sulle particelle sembra la conseguenza di una congiura. Bisogna solo decidere se stare dalla parte dei congiurati o meno.  

sabato 7 marzo 2015

CHE TEMPO AVETE COSTI'?



Gli avverbi, specie quelli che caratterizzano le nostre azioni in un preciso luogo, passano spesso inosservati, come se il loro uso fosse sempre regolare. Eppure, il caso in questione è clamoroso. L’avverbio di luogo costì è sostituito, per lo più, da , cui ormai è stata assegnata la proprietà altrui. L'uso dell'avverbio dimostrativo di luogo dovrebbe essere sacro e inviolabile, laddove lo si scopre solitario e ignorato, tranne che in alcune regioni d'Italia i cui parlanti storica lo danno storicamente per scontato. A dire il vero, Che tempo avete costì? è l’unica forma corretta, nel caso in cui si voglia chiedere a qualcuno che è distante da noi quali sono le condizioni meteo. Una breve ed elementare descrizione può essere utile alla trasparenza: qui indica un luogo vicino a chi parla o scrive, designa un luogo lontano sia da chi parla o scrive sia da chi ascolta o legge, mentre il meno noto dei tre, costì, ne definisce uno vicino a chi ascolta o legge. Dimenticanza, trascuratezza e superficialità hanno prodotto una certa violenza nella nostra lingua. Lo scambio erroneo tra costì e , infatti, è una vera propria forma di devianza linguistica basata, verosimilmente, sia sull'incultura degli educatori scolastici sia sulla faciloneria e sull'arroganza dei parlanti, i quali cercano nella convezione e nei cambiamenti della lingua tutte le attenuanti possibili. Nostro malgrado, in questo caso, ogni alibi diventa aggravante perché la relazione che intercorre tra qui, costì e è la stessa che riscontriamo nel nesso semantico tra i dimostrativi questo, codesto e quello. Formulare un'esortazione come in Aspettami lì significa generare immediatamente almeno due o, addirittura, tre errori. Diremo, di conseguenza: Aspettami costì, secondo la buona tradizione fiorentina. Non è da escludere che le sviste "avverbiali" siano causate proprio dalla semplicità di questa parte del discorso, l’avverbio, che, essendo invariabile, non si coniuga né si declina. L’invariabilità ne ridurrebbe il valore, tanto da non suscitare preoccupazione d’uso? Di certo, costì non è l’unica vittima del razzismo ai danni degli avverbi. Dovunque è del tutto ghettizzato: lo si usa quasi esclusivamente col significato di dappertutto. Nella frase Ti seguirò dovunque c’è da lodare solo la bellezza del sentimento e della fiducia perché semantica e grammatica non ricevono pari attenzione. Dovunque ha valore di relazione-congiunzione, talché è corretto, se usato con maggiore affetto che in precedenza: Ti seguirò dovunque tu voglia andare, altrimenti è opportuno e decoroso ricorrere a dappertutto, che, al contrario, introduce un significato assoluto e irrelato. Bisogna rassegnarsi: talvolta, specie in amore, bisogna stare attenti a ciò che si dice o scrive.



mercoledì 4 marzo 2015

VIOLETTA: OVVERO COLEI CHE MUORE NONOSTANTE IL BELLO STILE


Correva l’anno 1853, quando, per la prima volta, sulla scena del teatro La Fenice di Venezia compariva Alfredo Germont ad incantare e sedurre Violetta Valéry: <<(...) Libiam ne' lieti calici / Che la bellezza infiora, / E la fuggevol ora / S'inebri a voluttà (...)>>. Trascorsi centosessantuno anni, è ben custodita nella nostra memoria, complice la divulgazione, la tragedia d’un amore impossibile, osteggiato per interessi economici e impedito dalla menzogna. Nello stesso tempo, esaminando il testo del libretto, che Francesco Maria Piave trasse da La signora delle camelie, pièce teatrale di Alexandre Dumas, riscontriamo raffinatezza stilistica e ricchezza di contenuti. Nel frammento citato, per esempio, troviamo due troncamenti, che, naturalmente, sono ormai caduti in disuso e non più contemplati dagli scrittori: Libiam e Ne’. Queste forme, pur se superate, costituiscono spunti utili a fugare il dubbio circa Fai la cosa giusta! Anzitutto, sgombriamo il campo da ogni equivoco: la forma corretta è Fa' la cosa giusta! Il modo del verbo fare, cui in questo caso si fa ricorso, è l’imperativo, non l’indicativo, come spesso si sente o si legge. E inoltre, fa' appartiene alla categoria degli imperativi tronchi:  Dic, Duc, Fac e Fer che significano, rispettivamente, Di', Conduci, Fa' e Porta. S’intuisce che il nostro interesse è centrato prettamente su Di' e Fa'. In genere, a scuola, ci insegnano che il troncamento non richiede l’apostrofo, laddove lo richiede l’elisione. Niente di giusto! In genere, si può procedere al troncamento, se una tra le consonanti l, m, n, r precede la vocale finale, che cade, ed è, a propria volta, preceduta da una vocale. Come s’è visto per Di' e Fa', non sempre si verificano queste condizioni. Il Ne' di ne' calici è un troncamento bell'e buono, quantunque anomalo. Lo stesso dicasi per po', che subisce una triste sorte ogni giorno ed in tutta l’Italia: si legge molto spesso un al posto di un po'. Non meno spiacevole è la ventura di qual è, che viene indisciplinatamente sostituito da qual'è. Diremmo dunque ad Alfredo, se solo ne avessimo facoltà: - Va' da tuo padre e fatti dir qual è la verità sull'amor che Violetta nutre, prima ch'altri possa ber ne' calici in tua vece! -. Violetta, ne La Traviata, non è morta di certo a causa di della confusione tra elisione e troncamento, ma l’empito romantico, la disciplina e l’eleganza del suo creatore siano per noi esempio di buone maniere linguistiche!