sabato 12 maggio 2018


GLIELO È PIU’ CORRETTO DI GLIE LO

Altri sostiene che gli altri abbiano mentito. Ammettiamolo: a leggerlo così, a bruciapelo e senza avvertenze, qualcuno rischia il colpo apoplettico! Chi mai coniugherebbe alla terza persona singolare un verbo retto da un soggetto visibilmente ‘plurale’? Eppure, ad altri spetta di diritto la terza persona singolare del verbo perché è un pronome singolare, quantunque ormai abbandonato o relegato ai margini della lingua. Non mettiamo in dubbio che possa trarre in inganno a causa della presenza d'un 'altro' indefinito, altro, ora aggettivo ora pronome, il quale, al plurale, indica più persone o più cose, ma non se ne può dimenticare l’esistenza. Dunque, nella frase d’apertura, altri è qualcuno ignoto e che ha sostenuto qualcosa.

I nostri pronomi sono stati ammucchiati in un vecchio sgabuzzino dove regna il disordine: la porta è sempre spalancata e ciascuno, noncurante della polvere e del subbuglio, prende alla svelta ciò che gli è utile e, soprattutto, a portata di mano. Molte cose, purtroppo, si trovano in fondo allo stanzino sepolte da troppa roba perché qualcuno se ne possa accorgere. In questo modo, nessuno si affanna più a usare codesto nella lingua parlata, come nessuno riconosce più i pronomi interrogativi o il ne d’argomento. 

Troppo spesso, sia nella lingua parlata sia in quella scritta, ricorre l’inaccettabile e pleonastico modulo frasale di questo ne abbiamo già parlato: ne, nel caso in specie, significa di ciò; di conseguenza scrivere o dire di questo ne abbiamo già parlato vuol dire scrivere o dire di questo di ciò abbiamo già parlato. Altrettanto di frequente si rilevano forme infelici in cui il pronome chi, un indefinito misto, è seguito da una punteggiatura ovina: chi studia la grammatica, sa che questa virgola è sbagliata; chi si esplicita in colui che, pertanto la frase diventa colui che studia la grammatica sa che questa virgola è sbagliata perché il verbo sapere è il predicato verbale del soggetto espresso da colui che e non siamo in presenza di una relativa accessoria. Il discorso cambia, se usiamo l’imperfetto congiuntivo in una frase ipotetica: chi dovesse completare il compito entro un’ora, potrebbe consegnarlo a me, ovvero se qualcuno dovesse completare il compito entro un’ora, potrebbe consegnarlo a me. 


Preghiamo il lettore di credere che, in genere, non si ha l’idea di quanti siano numerosi gli errori che riguardano i pronomi. Si sente dire con disinvoltura che bello, che bravo il mio  bambino et cetera, anche se si trascura totalmente che questo aggettivo esclamativo potrebbe reggere solo un sostantivo, non un aggettivo. Per carità, ripetiamoci la solita solfa della lingua colloquiale, cosicché siamo tutti contenti, ma le cose non cambiano! Che bambino bravo oppure Quant’è bravo il mio bambino sono le forme corrette.

A proposito di negligenza e trascuratezza, che dire dell’uso del pronome complemento al posto del pronome soggetto? Quante volte abbiamo sentito dire Io e te dobbiamo parlare, laddove si dovrebbe dire io e tu dobbiamo parlare? Sono entrambi soggetti, c’è poco da fare. Al contrario, nelle formule ablativali latine, in presenza del participio passato, si commette l’errore opposto, cioè si usa il pronome personale soggetto in luogo del pronome personale complemento: tu compreso, mentre è corretto te compreso. Non provoca più alcuno scandalo ormai un’altra sostituzione simile: lui, lei, loro al posto di egli, ella ed essi, pronomi personali soggetto che avrebbero abdicato al proprio ruolo in favore dei pronomi personali complemento. 

Nell’epoca della tolleranza linguistica, molte storture diventano buone maniere, ma non si può di certo pensare di usare il lui per un cane, sebbene il fenomeno si stia diffondendo parecchio, specie sul web. Suggeriamo di ricorrere a esso, ma non avanziamo alcuna pretesa. Taciamo di checché, chicchessia, veruno et similia perché non vogliamo essere accusati di pedanteria, ma non intendiamo passare per codardi e non bastonare coloro che usano una specie di gli polivalente. La macchina va male, devo fargli fare la messa a punto: non ci sono dubbi, le forme pronominali oblique delle persone non possono essere estese alle cose. C’erano Luca e Laura, gli ho detto di aspettarti: gli è singolare, mai plurale. Se invece ci fosse stata solo Laura, non avremmo potuto usare ugualmente gli, che è maschile. Abbiamo appena richiamato alla memoria tre errori semplici, ma sappiamo bene che invadono prepotentemente la nostra lingua.

Chissà per quale motivo, alcuni vanno in giro dicendo che le forme stasera, stamattina et similia sono scorrette. Evidentemente non sanno che esistono i costrutti aferetici. L’aferesi è un ‘procedimento’ sano, nobile e mediante cui la vocale o la sillaba iniziale sono soppresse. Quindi, si mettano l’anima in pace! Sullo stesso piano sono da collocare coloro che pensano d’essere eleganti e raffinati solo perché sostituiscono ci con vi: vi sono spunti interessanti anziché ci sono spunti interessanti. Si tratta di particelle pronominali usate con modalità avverbiale, possiedono la stessa forza semantica e la stessa valenza grammaticale; è inutile affannarsi.

Giunti alla parte conclusiva del capitoletto, non possiamo fare a meno di recitare una preghiera per il bene di un altro pronome indefinito cui spesso si affibbia un’errata identità di genere: nonostante la famigerata linea morbida dei grammatici contemporanei, è meglio dire e scrivere qualcosa è accaduto, al maschile, che qualcosa è accaduta, se, di tanto in tanto, si vuole rispettare l’identità latina. A pensarci bene, prima di andare oltre, un’altra preghierina va detta: la frase ho fatto il mio dovere, per cui posso riposarmi dovrebbe essere corretta con ho fatto il mio dovere; per la qual cosa posso riposarmi. Cui infatti non ha un valore neutro, cioè quel valore che servirebbe a reggere l’intera frase che lo precede.

Domanda caustica: che fine ha fatto alquanto? È un pronome indefinito e, come tale, meriterebbe un po’ d’attenzione. Purtroppo, i parlanti lo hanno ostracizzato. Per finire… il più gettonato tra i pronomi è indubbiamente il che, ma siamo convinti di doverne rinviare la trattazione al momento in cui parleremo della sintassi complessa, entro la quale funge da congiunzione subordinante o complementatore.

sabato 5 maggio 2018


SONO LE DIECI E MEZZA O LE DIECI E MEZZO? DI CERTO, X° E VENTITRE SONO SBAGLIATI

Coi numerali fanno tutti la voce grossa, ma finiscono coll’usarli a sproposito e – tanto per restare in tema – ne viene fuori ‘un quarantotto’. Un quarantotto: aggettivo numerale sostantivato all’interno di un’espressione idiomatica, come ce ne sono tante. Per esempio, farsi in quattro per (…), adesso gliene dico quattro, a due passi; quest’ultimo nasce aggettivo e resta aggettivo, e così via. Le peggiori sgrammaticature si riscontrano in due casi: coi composti del numero tre (ventitré, trentatré etc.) e col ricorso ai numeri romani (XII, IX etc.). Nel primo caso, a partire da ventitré, non si sa se usare o meno l’accento e, in caso di scelta dell’accento, non ci si decide facilmente tra acuto e grave. Per farla breve, l’accento è obbligatorio e deve essere acuto: su tutti i composti del tre; a nulla vale la logica secondo cui, dato che tre non è accentato, allora non lo sono neppure i suoi composti. Il secondo caso riguarda una pacchianeria bell’e buona: troppo spesso, si vede apporre la letterina in apice al numero romano, in questo modo: X°. Non si fa, è un errore grave perché il numero romano X significa già decimo. In presenza del numerale cardinale arabo, invece, è legittimo ricorrere all’esponente: 4° ginnasio, 2° memorial etc. La tragicommedia si consuma quando questo strafalcione si vede su manifesti e cartelloni di alcune scuole, che non citiamo per evitare incidenti diplomatici. Insomma, si tratta di errori che l’occhio comune per lo più non rileva, ma ciò non significa che siano irrilevanti, anzi… 

Dando per scontata la differenza tra cardinali (due, sette, undici…) e ordinali (primo, quarto, nono…), ci proponiamo, come al solito, d’indagare sugli errori più comuni a parlanti e scriventi. Quando si fa riferimento a un secolo, è buona norma usare la lettera iniziale maiuscola: il Novecento, il Seicento et alia. Lo stesso ragionamento va fatto per gli anni Ottanta, Novanta e così via, a meno di voler utilizzare il numerale ordinale preceduto dall’apostrofo: ’80, ’90. Il cardinale cento, molto di frequente, causa perplessità e cadute di stile, in particolare se incontra otto. Si scrive centootto o centotto, centouno o centuno? Ad alcuni può apparire strano che lo segnaliamo. In effetti, la risposta è semplice; optiamo per centootto, adottando la forma senza elisione, ma non sono pochi i casi in cui si trova la scelta opposta, forse seguendo la logica dell’elisione di ventotto e ventuno. Va ricordato, anche per inciso, che milione e miliardo non sono da considerarsi veri e propri numerali, ma rientrano nella semplice categoria dei sostantivi. La loro identità semantica, infatti, è delineata da altri numerali: tre milioni di euro.


Quando si deve riportare il giorno del mese, è più corretto dire il primo di maggio del 2018 che l’uno di maggio del 2018, mentre per tutti gli altri giorni si può mantenere regolarmente il cardinale. Ebbene? Il caso appena descritto è oggetto di una incalcolabile quantità di errori. Un litigio nascosto è quello tra mille e mila. Pochi sanno, infatti, che mila, traendo origine dal latino milia, non è altro che il plurale di mille. La differenza sta nel fatto che, mentre mille può stare da solo, mila deve sempre essere accompagnato: settemila, mille uomini. Giunti fin qui, ci pare utile riportare alcuni quiz preparati alla bisogna dal monumentale Aldo Gabrielli (1974), il quale aggiunge: - (…) alcuni (numeri) dovrebbero essere scritti in cifre. Quali? -.

1 - Gli occhiali caddero: delle 2 lenti 1 sola si ruppe

2 - Con questa carretta a 4 ruote, impropriamente definita automobile, non posso fare più di 50 chilometri l’ora

3 - A pagina 28 della rivista troverai segnata, con il numero 4, la soluzione del quiz

4 - Prenditi una bella vacanza: approfitta che il dodici giugno è domenica e parti sabato 11, così potrai restare in campagna sin dopo il 29 giugno, festa di San Pietro

Nella frase 1, entrambi i numerali sono da correggere e sostituire: delle due lenti una sola si ruppe. Nella frase 2, 50 chilometri l’ora può restare, ma 4 deve diventare quattro. Il 28 e il 4 della frase tre sono entrambi corretti e così pure l’11 e il 29 della frase 4.

Tra i numerali più trascurati, ce n'è sicuramente uno, un frazionario, che non riceve la giusta attenzione e, di conseguenza, genera confusione: stiamo parlando del numerale frazionario mezzo. Se è vero che è un aggettivo e, come tale, si accorda col termine cui si lega, è altrettanto vero che può fungere da avverbio e da sostantivo. Questa sua multiforme natura, il più delle volte, viene male interpretata, cosicché parlanti e scriventi estendono un genere a tutti gli usi, finendo col far diventare maschile il femminile e viceversa.

Il corpo del reato è sotto il nostro sguardo. Infatti, quando si sente chiedere l'ora e si può rispondere con cifra tonda perché sono le 10:30, si sente dire che sono le dieci e mezza. Di certo, ci si può trarre d'impaccio con dieci e venticinque; una bugia di cinque minuti, d'altronde, non è grave, ma il dubbio resta. Basti sapere, anzitutto, che è più corretto dire dieci e mezzo, al maschile! Di fatto, il motivo grammaticale, per così dire, è semplice, accessibile: si tratta di un mezzo dell'ora. E, fino a prova contraria, un mezzo è maschile.

Se invece abbiamo bevuto molto, pur essendo frastornati, possiamo dire di esserci scolate tre bottiglie e mezza scotch; possiamo dirlo con tranquillità perché bottiglia è femminile, anche se è bene sapere che è corretto pure tre bottiglie e mezzo ed è possibile che, dopo la seconda bottiglia di scotch, ci si ritrovi in ospedale. Talora, non abbiamo a che fare né con l’ora né l'alcool, ma dobbiamo indicare il peso di un ippopotamo perché siamo andati allo zoo e siamo stati coinvolti in una discussione specifica. L'animale pesa duemila e cinquecento chili. Che genere adottiamo per trasformare i cinquecento chili? Ancora una volta, torna il maschile perché siamo in presenza di un elemento frazionario, come nel caso suesposto. L'ippopotamo pesa, dunque, due tonnellate e mezzo e non due tonnellate e mezza. È pur vero che non accade tutti i giorni di andare allo zoo a vedere un ippopotamo, ma è bene farsene un'idea. 

Quando arriva l'avverbio della famiglia mezzo, invece, le cose si semplificano, sebbene questa semplificazione si esprima al maschile: Quell'uomo era mezzo vestito, quelle montagne sono mezzo innevate, la brace è mezzo spenta


sabato 28 aprile 2018


AGGETTIVI E SUPERLATIVI PER NON COMMETTERE ERRORI

Sottomettersi incondizionatamente a qualcuno è sicuramente spiacevole e sconveniente. Molto probabilmente, su questo siamo tutti d’accordo. Se per di più la sottomissione causa pure uno snaturamento della nostra identità di genere, allora le cose si mettono davvero male. Insomma, essere succubi piega già la nostra volontà e la riduce ai minimi termini; non sarebbe il caso che il succubo o la succuba diventassero succube. Qualcuno, a questo punto, ha già storto il naso e ha spalancato gli occhi in segno di scandalo. Non si dice succube? Di fatto, è concesso perché ci siamo fatta prestare dai francesi una specie di ‘aggiustamento’ della desinenza, ma, a voler essere rispettosi della tradizione latina, si dovrebbe dire e scrivere succubo o succuba. Qualcosa di simile accade con un altro ‘latino’, irruente, sebbene si verifichi per motivi diversi. Quando si descrive l’irruenza di una persona con l’aggettivo di pertinenza, si sente dire, nel caso d’un uomo, irruento. In realtà, è sbagliato declinare al maschile questo aggettivo. Si dovrebbe scrivere e dire irruente, come si dovrebbe dire e scrivere sonnolente e non sonnolento. L’uscita di questi aggettivi è strettamente legata ad una specifica classe di aggettivi latini, cui questi appartengono. Le violazioni sono solamente il frutto di un adeguamento ‘forzoso’ alle uscite in –o degli aggettivi della lingua italiana.  Purtroppo, è pur vero che, snaturando, s’impara.

A dire il vero, il dilemma che riguarda l’uso degli aggettivi, dal nostro punto di vista, è un altro e non sta affatto nella scelta della desinenza corretta, che, prima o poi, s’impara: si tende a ignorare che l’aggettivo ha un ruolo decisivo all’interno del discorso, al quale dovrebbe conferire ritmo e ‘distintività’, e lo si impiega con tale superficialità da smarrirne la specialistica funzione connotativa. Con qualche esempio tutto sarà più chiaro. A chiede a B: - Ti è piaciuto il mio articolo? -; B risponde: - Bello! -. Il ‘grazie’ di A, a questo punto, è un po’ frustrante, diventa una formula di cortesia tappabuchi. Bello è un aggettivo qualificativo generico, come potrebbe esserlo interessante, ma non rivela alcunché sui meriti dell’autore. Eppure, questo approccio viene ampiamente e quasi ossessivamente adoperato. Ancora: Laura è una bella persona. Che cosa apprendiamo sulle qualità di Laura? Niente. Bisognerebbe ricordare sempre che l’aggettivo serve a creare delle immagini di legame tra chi lo usa e chi ascolta o legge. Nell’incipit del coro dell’atto quarto dell’Adelchi, Manzoni ci dà una lezione impareggiabile: <<Sparsa le trecce morbide / sull’affannoso petto / lenta le palme, e rorida / di morte il bianco aspetto / giace la pia, col tremolo / sguardo cercando il ciel (…)>>. Ogni aggettivo, morbide, affannoso, rorida et cetera, ci rende partecipi dell’agonia di Ermengarda. 


Si sente dire molto poco, invece, sul posto da riservare all’aggettivo; la qual cosa non ci fa ben sperare. Occorre metterlo prima del sostantivo o dopo? Non si può certo pensare che sia una differenza da poco. Il significato cambia notevolmente a seconda della collocazione. La giovane amica di Laura non equivale a L’amica giovane di Laura, sebbene si possa pensare il contrario. Nel primo caso, si fa riferimento alle caratteristiche proprie della persona indicata; nel secondo caso, invece, si stabilisce che, tra le amiche di Laura, stiamo rivolgendo l’attenzione a quella giovane o a una delle più giovani. Non è dunque solo una questione di stile. 

Una argomento che spesso si rivela abbastanza spigoloso è quello dei comparativi e dei superlativi. Premettendo che non forniremo la tipica griglia dei manuali di grammatica, in cui si elencano forme regolari e forme irregolari, precisiamo subito che, in teoria, più intimo, più estremo, primissimo e ultimissimo, quantunque ricorrenti, sono degli errori bell’e buoni. Intimo, estremo, primo e ultimo, infatti, sono già dei superlativi latini. Ci limitiamo a scrivere “in teoria” perché, com’è ormai noto, molti grammatici lasciano che l’uso prevalga su tutto il resto e riclassificano le categorie della lingua italiana. Nel tentativo di dare enfasi al discorso, spesso eccediamo, cosicché, pensando di costruire dei comparativi corretti, tiriamo fuori dei sintagmi impropri: più solare sembra somigliare a più bello, ma non è così; è sbagliato. Qualcosa o qualcuno non possono essere più solari di ciò che già è solare. Lo stesso vale per bianco, nero, italiano et similia. In che modo un uomo può essere più italiano di un altro o addirittura italianissimo? Esistono delle licenze sociali, delle autoconcessioni che i parlanti elaborano nel tempo; per la qual cosa vale la pena di essere tolleranti, anche se tolleranza non implica dimenticanza.
Molto superiore si può dire? Sì, è correttissimo, ma non si tratta d’una modificazione del grado dell’aggettivo, che, comunque, in questo caso, è già un comparativo. Il suo significato va inteso in questo senso: superiore di molto. I superlativi temuti, del resto, sono altri: beneficentissimo, munificentissimo, malevolentissimo, saluberrimo, asperrimo e così via. Non se ne fa uso sia perché hanno un’origine complessa sia perché è difficile ‘declinarli’ correttamente. Di conseguenza, sono lasciati ad ammuffire nei libri di grammatica, reietti e ostracizzati. 

È evidente che esistono parecchi modi per formare un superlativo e qui non possiamo indicarli tutti: se, per esempio, premettiamo un avverbio come molto, assai, particolarmente et similia, il grado dell’aggettivo ne risulta intensificato. Un risultato simile si ottiene con davvero: davvero bella. Se dico a qualcuno sei tutto sporco, in pratica, gli ho detto sei sporchissimo.

Un’ultima considerazione, sperando che non diventi mai ultimissima: quando, il paragone è fatto tra due verbi, tra due avverbi o tra due aggettivi o tra due complementi, il secondo termine di paragone è introdotto dalla congiunzione che e non dalla preposizione di, come accade per i nomi. È meglio lavorare e guadagnare poco che stare a contemplare il mondo; quel giocatore è più rapido che bravo; ha lavorato più con eleganza (elegantemente) che con attenzione (attentamente). Nei processi di scrittura media, molto di rado si intravvedono queste forme, che - si badi! - non sono arcaiche.

sabato 21 aprile 2018


PNEUMATICI, ZAINI, PERSONE: QUALI ARTICOLI USIAMO?

Si potrebbe subito obiettare che un capitolo sull’articolo è poco utile. Se lo si usa con disinvoltura, allora a cosa serve un contributo di approfondimento? I guai arrivano proprio quando si è troppo convinti di essere nel giusto. In latino, l’articolo mancava del tutto; era sufficiente declinare in modo corretto un sostantivo perché se ne comprendesse il senso, cioè il suo significato all’interno della frase (…a proposito della differenza tra senso e significato, si dovrebbe scrivere un diverso capitoletto). I Greci, invece, linguisti raffinati e sofisticati per antonomasia, ne facevano ampio uso. Noi abbiamo ereditato e trasformato dei dimostrativi e dei numerali latini facendoli diventare articoli. Aggiungiamo dunque una nota di memento per coloro che restano devoti alla storia della lingua: l’articolo determinativo è figlio del dimostrativo ille, illa, illud, mentre l’indeterminativo è stato generato dal numerale unus, una, unum.

Qui finiscono le nozioncine e cominciano i dubbi: il pneumatico o lo pneumatico? Al lettore parrà strano, ma la questione che abbiamo appena introdotta è controversa. I grammatici, a dispetto dell’ovvietà della risposta, non sono tutti concordi. Noi preferiamo tagliare corto, senza entrare nel merito della querelle: come abbiamo già scritto in un altro capitolo, davanti a s+consonante, ps, pn, gn, z, x, y e ai suoni e wuà, il diventa lo e i diventa gli. Allo stesso modo, un diventa uno. Se non è possibile dire il o un zaino, il o un gnomo e così via, non si capisce per quale motivo dovrebbe essere possibile dire il o un pneumatico.  È vero che ogni lingua si evolve e cambia in funzione dell’uso, cosicché un errore, nel tempo, può accreditarsi come nuova forma, ma le forzature e le trovate incongrue restano insane. Un caso che genera una babele di tentativi e l’inevitabile bailamme è quello della h, la quale, pur non essendo lettera iniziale propria della nostra lingua, s’impone alla nostra attenzione attraverso prestiti e forestierismi. In pratica, l’articolo da adottare cambia a seconda che essa sia muta o aspirata. Come scrive il monumentale Serianni, <<Sarebbe opportuno usare l’ e un nel primo caso (come si fa per le parole italiane con iniziale vocalica) e lo e uno, per analogia con quel che avviene davanti a gruppi consonantici esotici>>.

Di fatto, qual è il significato dell’articolo e perché lo usiamo con tale scioltezza e noncuranza da non rendercene conto? Gli articoli sono dei determinanti, vale a dire dei morfemi distintivo-identificativi: nessuno fa fatica a capire che il sintagma “una casa” indica una delle tante case possibili, laddove il sintagma “la casa” indica una casa specifica e che, in qualche modo, è nota ai parlanti. In altri termini e con un po’ di elasticità mentale, possiamo definirli dei segnaposto, etichette semantiche senza le quali soggetto e complemento non avrebbero più un’identità.


Un’abitudine tutta settentrionale è quella che vede l’articolo precedere i nomi propri: il Paolo, la Maria et cetera. Si tratta di forme piuttosto diffuse, ma ciò non implica che siano corrette. Il nome proprio si fa accompagnare dall’articolo determinativo solamente in tre casi: 1) quando esso è seguito da una specificazione attributivo-appositiva, come per esempio “il Paolo dei tempi migliori”; 2) quando entra a far parte di una figura retorica, la metonimia, come “il Devoto-Oli”, dove Devoto-Oli sta per le ‘il vocabolario’; 3) quando si introduce una figura illustre, come “il Foscolo”.

Una bella particolarità va assegnata all’articolo indeterminativo perché spesso subisce eleganti trasformazioni assumendo ora valore correlativo ora valore pronominale. Nella frase “Abbiamo parlato con professori e alunni: gli uni erano disponibili, gli altri un po’ meno”, l’articolo indeterminativo diventa pronome correlativo, mentre, nella frase “Mi piace la BMW, vorrei comprarne una”, la sua funzione è marcatamente pronominale. Non si pensi che al collega di categoria, l’articolo determinativo, manchino le particolarità! Se per esempio lo mettiamo davanti a un verbo, quest’ultimo ne viene sostantivato. In filosofia, questa tecnica linguistica è invalsa: “L’essere può dirsi in molti modi” leggiamo nel quarto libro della metafisica di Aristotele, dopo averlo tradotto dal greco; tuttavia nessuno ci vieta di dire “il mangiare” o “il bere”, che, così, designano l’atto del mangiare e quello del bere.

L’ultima parte di questo argomento spetta ai titoli delle opere, già trattati, ma meritevoli di chiarimento. “L’ho letto sulla Repubblica” o “L’ho letto su La Repubblica”? Di norma, quando il titolo – in questo caso, nome d’una testata giornalistica – comincia con un articolo determinativo, è preferibile non formare la preposizione articolata e rispettare il nome proprio. Dunque: “L’ho letto su La Repubblica”. Di conseguenza, nel rispetto della tradizione e per eleganza, sarebbe opportuno dire e scrivere “Il capolavoro de I Fratelli Karamazov” o “Ne I Fratelli Karamazov leggiamo (…)”, usando il complemento d’argomento latino, ma ci preme avvertire il lettore che, ormai, questa nostra proposta è da considerarsi più formale che grammaticale.   

sabato 14 aprile 2018


ARCHITETTA, CHIRURGA, MAGISTRATA? DITI? 
SONO CORRETTI

Misoginia linguistica e plurali sorprendenti

Se ci capitasse di dire o scrivere articolessa, cioè articolo al femminile, oppure discorsessa, femminile di discorso, non commetteremmo affatto un errore, anzi opteremmo per delle varianti di genere piuttosto ricercate. A poco servono le strampalate sottolineature del word, che ci mettono in guardia da presunti svarioni grammaticali: discorsessa è corretto, come lo è articolessa. Sul Devoto-Oli, a proposito di articolessa, leggiamo <<Articolo di giornale prolisso e noioso (…)>>, mentre, in merito a discorsessa (o discorsa): <<Discorso prolisso e inconcludente.>>. Chi l’avrebbe mai detto? La nostra lingua è complessa e sorprendente, cosicché occorrerebbe mettere da parte misoginia linguistica e tare intellettuali per disporsi all’accoglienza di soldata, ministra, assessora, avvocata, architetta, sindaca, chirurga, magistrata e così via, come apprendiamo da un comunicato stampa pubblicato nel 2013 dall’ex presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio (http://www.accademiadellacrusca.it/it/comunicato-stampa/crusca-risponde-ministro-ministra). In quanto alla disputa tra avvocata e avvocatessa, noi preferiamo rispettare il participio latino advocatus, che implica un accordo di genere al femminile. Dunque: avvocata, sebbene avvocatessa sia correttissimo. Coloro che non hanno fatto pace con l’evoluzione della lingua e dei ruoli sono i cantanti lirici. Riferendoci ad Anna Netrebko o a Rajna Kabaivanska, diremo il soprano Anna Netrebko o il soprano Rajna Kabaivanska, non la soprano, come spesso si sente.

In un articolo di un paio di anni fa, trattammo la stessa questione, seppure da angolature diverse: http://errorieparole.blogspot.it/2015/02/donna-soldato-si-puo-dire-se.html.

Le donne sono importanti, per carità, ma non sono tutto, specie in grammatica, entro la cui dimensione il ‘nome’ non si identifica esclusivamente col genere, ma richiede anche un numero. Singolare e plurale, in genere, costituiscono conoscenze che si danno per scontate. In parte, è giusto. Solo in parte... perché le regole e le oscillazioni sono tante! Ci occuperemo, quindi, solo delle forme problematiche e sulle quali alcuni parlanti mostrano costantemente incertezza, senza produrre elencazioni, che lasciamo ai manuali. Ribadiamo, infatti, che, se è vero che siamo nell’epoca delle smart linguistic performance, è altrettanto vero che nessun correttore verrà mai in nostro soccorso durante un discorso pubblico.


Ciliegie o ciliege? Camicie o camìce? Per rispondere alla domanda ci avvaliamo di uno schema usato dal Sensini (1997) circa le parole terminanti coi gruppi –cia e –gia. Quando la i di questi gruppi è tonica (-cìa, -gìà), il problema non si pone: il plurale è sempre in –cie e –gie (farmacie, bugie). Quando, al contrario, la i non è accentata, allora bisogna fare una distinzione: se i gruppi –cia e –gia sono preceduti da una vocale, il plurale si forma sempre con –cie e –cie (ciliegie, valigie); se –cia e –gia sono preceduti da una consonante, il plurale si forma in –ce e –ce (province, frange).

Da Luca Serianni (1989) prendiamo un altro interessantissimo metodo, quello di cui abbiamo bisogno per cavarci d’impaccio con i nomi che terminano in –ologo e –ofago. Sulle prime, non ci si pensa molto, ma di fatto, quando si ha bisogno di usare il plurale, ci si imbatte in attimi di difficoltà: << (…) presentano l’uscita in –ghi quelli che significano cose: sarcofaghi, dialoghi, monologhi (…), mentre i nomi di persona (…) escono in –gi: psicologi, antropofagi et cetera (…)>>.

Una piccola ma fondamentale nota va dedicata ai nomi stranieri, nota da estendere sia a quelli che fanno ormai parte del nostro lessico quotidiano sia a quelli desueti. Sappiamo bene che la maggior parte di essi è anglosassone; di conseguenza, alcuni sono indotti ad aggiungere la –s al plurale. Non si fa. È sbagliato. Il manager non diventa managers in presenza di un collega, allo stesso modo in cui non siamo soliti guardare dei films.

Ciò che ci giunge sicuramente come impensato e straordinario è rappresentato dai diti perché abbiamo imparato sui banchi di scuola a dire dita. Il plurale di dito, invece, è sia diti sia dita: le dita è la forma corretta per dare un’indicazione generica di questa parte della mano, laddove diti riguarda un riferimento specifico, qual è, per esempio, “i diti indici”. Grosso modo, per le parti del corpo di cui rileviamo un plurale in –a, si può applicare la stessa regola. La loro area semantica cambierà sfumatura a seconda del modo in cui formiamo il plurale: le ginocchia o le orecchie sono degli esempi concreti; ginocchi indica la specifica funzione, ginocchia indica l’insieme. In alcuni casi che riguardano gli arti, si ha un significato del tutto diverso: se diciamo braccia, sappiamo che stiamo parlando o delle nostre o di quelle di un altro essere umano; se, invece, diciamo bracci, ci riferiamo inequivocabilmente alla parte di un oggetto, come una bilancia o una croce. Quando è in discussione il plurale di osso, si viene spesso sopraffatti da un luogo comune secondo cui gli ossi apparterrebbero agli animali, mentre le ossa agli esseri umani. In minima parte, è vero, ma, così posta, la teoria diventa fuorviante. A tal proposito, leggiamo ancora una volta Luca Serianni: <<Il maschile ossi designa gli ‘ossi considerati separatamente’. Il femminile ossa si usa per l’insieme dell’ossatura umana (…)>>. In pratica, tutti questi nomi possiedono un doppio plurale e bisogna stare molto attenti a scegliere l’una o l’altra delle due forme perché si rischia di scambiare lucciole per lanterne.

L’ultimo spazio di questo capitoletto è da riservare al plurale dei nomi composti. Farne una lista completa è impossibile, oltre che inadeguato al nostro scopo ‘editoriale’. Consigliamo dunque l’approfondimento sul già citato volume di Grammatica italiana di Luca Serianni, da cui traiamo molti spunti e che presenta ricchezza di contenuti. Nel caso di nomi composti la cui prima parte è capo-, lo stesso Serianni ci informa che, se il soggetto è a capo di qualcosa, la variazione morfologica si applica al sostantivo capo: i capistazione, i capibanda et cetera, cioè coloro che stanno a capo della stazione o della banda (…capi di qualcosa). Se il plurale concerne coloro che stanno a capo di qualcuno, la variazione morfologica si applica al secondo termine del composto: i capocuochi, i caporedattori et cetera. Come ho anticipato, la lista del plurale dei nomi composti è lunga: nome + nome, ma con distinzioni doverose, nome + aggettivo, aggettivo + nome e così via. In conclusione, qual è il plurale di cassaforte, chiaroscuro, contrordine? Casseforti, chiaroscuri, contrordini. Ma roccaforte, al plurale, diventa sia roccheforti sia roccaforti.

domenica 8 aprile 2018

SI DICE EDÌLE, NON ÈDILE

Come sempre, anche nel caso che riguarda l’accento, ci proponiamo di produrre qualcosa di utile, senza addentrarci in questioni didattiche o accademiche. Ciascuno di noi, infatti, nel corso della propria esperienza culturale, si chiede se si debba dire zàffiro o zaffìro, perché ventitré sia scritto con un accento che va verso destra, anziché con uno che, come tutti gli altri accenti, va verso sinistra oppure, ancora, perché si senta dire spesso èdema, laddove la forma corretta è edèma et cetera. In un altro capitoletto della presente rubrica, abbiamo già affrontato questo tema; adesso, in considerazione della quantità di dubbi e di errori di cui abbiamo contezza, ci misuriamo con un approfondimento.

Di fatto, oggi, potremmo sentirci dire che il problema è obsoleto, dato che la maggior parte dei programmi di scrittura colma le nostre lacune correggendo gli errori e sostituendo automaticamente la parola sbagliata. Agl’indifferenti tuttavia si oppongono curiosi e coscienziosi: appropriandoci delle parole del Dio di Mosè e dell’Antico Testamento… se ci fosse solo un curioso o un coscienzioso, per riguardo a quell’uno scriveremmo lo stesso.

Cominciamo col dire che il nostro discorso è fatto non solo di segni o grafemi, bensì anche e soprattutto di ritmo, durata e intonazione, elementi, questi, che appartengono alla prosodia, una sorta di scienza del suono che abbiamo ereditata dai Greci, ma che i Latini di certo non hanno sottovalutata. Senza di essi, non potremmo più seguire un telegiornale, ascoltare una canzone né, tanto meno, saremmo più in grado di comprendere chi ci sta intorno. O meglio: forse, intuiremmo qualcosa tra le parole di chi ci sta intorno, ma penseremmo che il nostro interlocutore fosse affetto da un serio deficit neurologico. Fatto questo breve e doveroso inciso, passiamo oltre!


L’accento che spesso ci mette in difficoltà prende il nome di accento grafico. Si tratta di un accento che siamo obbligati a segnare sulla vocale giusta: lo si fa, in genere, per abitudine, ma saperne qualcosa non fa male. Nel rispetto del principio di utilità, diciamo subito che l’accento che va verso destra è acuto, mentre quello che va verso sinistra, il più diffuso, è grave. Perché siamo costretti a segnarlo? Sia per delle norme convenzionali sia perché la nostra lingua resta sempre in debito con quella latina e con quella greca. L’accento acuto si usa con le vocali chiuse, mentre quello grave con le vocali aperte. Le vocali – si badi bene! – non sono cinque, come c’insegnano erroneamente in molte scuole, ma sette: à, ì, ù, è, é, ò, ó. Di conseguenza, abbiamo una e aperta e una chiusa, una o aperta e una chiusa e ora sappiamo pure perché il numerale ventitré va scritto così e non altrimenti. Ne sono consapevoli gli attori, i quali devono sottoporsi a parecchie fatiche per imparare a pronunciare distintamente e correttamente ‘chiuse’ e ‘aperte’. Oltre alle parole ossitone, che hanno cioè accento sull’ultima, esistono tuttavia anche parole con accento sulla penultima (parossitone), sulla terzultima (proparossitone), sulla quartultima (bisdrucciole), sulla quintultima (trisdrucciole) e, addirittura, sulla sestultima (quadrisdrucciole). In pratica, a seconda del numero delle sillabe e della sillaba su cui cade l’accento, la parola prende un nome diverso. Per esempio: co-mù-ni-ca-me-lo.  

Se per tutti noi, in genere, dire siamo in rete è un compito facile e per il quale non ci preoccupiamo affatto, per un attore, al contrario e come si accennava, è impegnativo perché réte, per esempio, è un bisillabo parossitono con vocale tonica chiusa e che, di conseguenza, deve essere pronunciata in un modo che non può corrispondere a quello della pronuncia della e di un altro bisillabo parossitono con vocale tonica come bène.

L’accento, comunque, non è solo grafico e obbligatorio; nella maggior parte dei casi, esso è dinamico e nessuno c’impone di segnarlo, tranne che sia strettamente necessario per distinguere una parola da un’altra. Àncora è sicuramente diversa da ancóra e ci sembra il caso di far notare la differenza, sebbene spesso il contesto ci sia di grande aiuto e ci faccia evitare la fatica. Basta sapere che, per lo più, l’accento interno (…una semplificazione), per così dire, è un accento dinamico.

Non abbiamo dimenticato gl'interrogativi iniziali. Si dice zàffiro o zaffìro? La forma più diffusa e ormai accreditata è quella latina, zaffìro, sebbene quella greca non sia affatto sbagliata. Senza alternative, invece, edìle, che purtroppo viene storpiato molto spesso nell'inesistente èdile. Si dovrebbe dire edèma, non èdema, scleròsi, non sclèrosi et cetera, ma spesso le cattive abitudini hanno la maglio sulle buone maniere. Per qualche altra chicca sugli accenti da usare consigliamo di cliccare sul seguente link:


Ah, dimenticavo! Si dice utensìle, nel rispetto della forma latina, non utènsile.

sabato 31 marzo 2018


LO ZUCCHERO TROPPO DOLCE, LO ZIO TROPPO DEBOLE



Anche la Z merita rispetto

Rivolgendosi al fratello di mamma o di papà, si dovrebbe dire tsio, non dzio. La Z di zio, infatti, è sorda, sebbene si sia consolidata l’abitudine fonetica opposta. La stessa cosa accade con lo tsucchero, che è diventato dzucchero: in pratica, lo zucchero s’è addolcito oltremodo e lo zio s’è indebolito alquanto. La Z può essere riprodotta e articolata in due differenti fonemi: /ts/ (affricata alveolare sorda) e /dz/ (affricata alveolare sonora); di conseguenza, la pronuncia può essere sorda o aspra e sonora o dolce. Il compito che ci proponiamo di svolgere è abbastanza rognoso; non si pensi di poterlo liquidare in quattro e quattr’otto! Avere una lettera e due fonemi che da essa dipendono, infatti, fa nascere molto spesso dei dubbi e, altrettanto spesso, genera errori da matita blu. Quale delle due forme scegliamo? In molte circostanze, troviamo conforto nell’uso comune, ma non di rado anche la parlata della comunità cui apparteniamo è ambigua e amletica: ne abbiamo già avuto prova in apertura di questo scritto con zio e zucchero. In questi casi, in genere, ci si appella al web, ma (sì, un altro ‘ma’) non sempre il web è generoso e attento come appare.

Sul dizionario de La Repubblica, leggiamo che <<la Z può essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare>> e, poche righe dopo, <<in posizione intervocalica o tra una vocale e una consonante ha sempre grado rafforzato>>. Ci affrettiamo a giudicare come imprecise e fuorvianti queste affermazioni, suggerendo al lettore la consultazione del sontuoso e magistrale capolavoro di Luca Serianni, Grammatica Italiana Italiano comune e lingua letteraria, pubblicato dall’UTET. Come vedremo e dimostreremo, infatti, la Z non può essere pronunciata sorda o sonora, in qualunque posizione essa si venga a trovare. Allo stesso modo, per parole come azoto e Donizetti, che, essendo un cognome, di certo non è un forestierismo, si deve adottare la pronuncia dolce o sonora. Bisogna sempre stare attenti al modo in cui si scrivono le cose, specie all’interno di una ‘guida’: l’eccesso di generosità può condurre a gravi strafalcioni.

Tentiamo, con molta umiltà e facendo sempre riferimento alle sacre ‘fonti’, di mettere un po’ d’ordine! Alcuni dicono caldzino (sonora), altri dicono caltsino (sorda), ma la pronuncia corretta è caltsino perché quest’ultimo deriva dal latino tardo calcjam e il fonema /ts/ costituisce l’evoluzione del fonema -cj-. Allo stesso modo, si dovrebbe dire tsanna, non dzanna, tsucchero, come abbiamo già scritto, non dzucchero e, sorprendentemente, tsolfo, non dzolfo, come comunemente si sente dire. In pratica, i gruppi TJ e CJ si sono trasformati in ts. Sulla base dello stesso criterio di derivazione latina, noi diciamo prandzo, che si origina da prandium, e non prantso: il fonema d’origine è DJ.

In genere, dopo la ‘elle’, la pronuncia è sempre sorda: alziamoci, scalzo et similia. Il gruppo LZ, purtroppo, è molto vessato, se ne fa scempio, cosicché esso assume pronuncia sorda o sonora a seconda della provenienza geografica dei parlanti e la lingua italiana finisce con l’essere una specie di omogeneizzato. Per carità, ci tocca mettere in chiaro una questione: se diciamo caldza al posto di caltsa, il nostro interlocutore ci capisce benissimo e sa che ci riferiamo a quell’indumento dentro il quale insacchiamo il piede, tuttavia, se durante un intervento pubblico diciamo nadzismo in luogo del corretto natsismo, allora i più raffinati tra gli uditori potrebbero storcere il naso.  

Il merito della presenza della Z nel nostro alfabeto spetta indirettamente ai Greci perché i Latini, di fatto, la reintrodussero nel proprio alfabeto solo nel I secolo a. C. al fine di riprodurre correttamente fonologia e grafematica greche.

A questo punto, possiamo dire di aver già dimostrato perché la Z non deve essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare: aggiungiamo qui, quale esempio ulteriore, che la Z iniziale seguita da i + vocale è indubbiamente sorda, mentre la Z intervocalica è sonora. È essenziale comprendere che questo articoletto non può saturare la ricchezza documentale dei casi e delle occorrenze perché l’obiettivo della rubrica è quello di far percepire al lettore l’importanza e la complessità della lingua, invitandolo all’approfondimento. Nel trattare un tema, ne prendiamo in esame sempre le forme più ‘problematiche e ostiche’, tralasciando quelle ovvie e risapute.

Andando in giro per il web, ci si rende conto che pochi si assumono la responsabilità di offrire al lettore definizioni e indicazioni precise circa la pronuncia; il che è preoccupante, se si considera che la lettera in questione possiede un’identità netta e nitida. Ipotizziamo che la confusione sia causata dalla sua pretta appartenenza alla ‘lingua greco-latina’, per così dire.