venerdì 3 novembre 2017

LA LINGUA DEL DEBITO


dal signoraggio all'economia reale

Il debito è quel che è: “filosofema” direbbero alcuni, “sciocchezza” potrebbero aggiungere altri. Eppure, oggi, il debito, per i paesi dell’eurozona è sostanza ed è indefinibile, inclassificabile e, per certi aspetti, inspiegabile. È vero, lo è diventato a causa d’un’incerta e fantasmagorica volontà confederale, tuttavia le cose stanno così, non altrimenti. Il debito è tutto. Ogni euro che portiamo in giro nelle nostre tasche è espressione di debito perché ha un costo per il paese a cui apparteniamo, è sottoposto a un tasso di interessi ed esiste come tale in funzione di un contributo annuo di circa un miliardo di euro che l’Italia paga alla BCE per la permanenza nel SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali). Bisogna mettere subito in chiaro un fenomeno finanziario decisivo: il reddito derivante dall’emissione di moneta, il cosiddetto reddito da signoraggio. Emettere moneta o concederne l’emissione vuol dire produrre profitti. 

A questo punto, noi vogliamo involgarire la questione e ipotizziamo che per avere la carta di dieci euro tra le mani dobbiamo pagare, per esempio, venti centesimi. Ne consegue che il valore nominale dei nostri dieci euro resta pari a dieci euro, mentre il valore reale equivale a nove euro e ottanta centesimi. L’esempio è grossolano; nessuno si accorge di questi scarti monetari; ma, come s’è già detto, le cose stanno così, non altrimenti. Dunque, la prima conclusione molto poco filosofica è la seguente: noi siamo perennemente in debito con lo Stato, che, a propria volta, è perennemente in debito con l’Europa. In che modo lo Stato tenta di colmare il proprio debito? In generale, ricorrendo a imposte e tasse. In che modo il cittadino tenta di colmare il proprio debito? In teoria, lavorando, anche se in questo “lavorando” potrebbero già insinuarsi le prime contraddizioni. Si potrebbe scegliere di non lavorare per non essere tassati e sperare d’essere assistiti. In effetti, si potrebbe, sì, ma… il costo della sopravvivenza è superiore al valore dell’assistenza. Anzi, siccome il costo della sopravvivenza spesso è pure superiore al valore del lavoro retribuito, in che modo il cittadino può far fronte alle spese della vita? È evidente che nessuno di noi può emettere obbligazioni, come, al contrario, può fare uno Stato. E inoltre le obbligazioni comporterebbero pure un ulteriore debito. Il più delle volte, noi ci rivolgiamo alle banche commerciali, le quali, dopo aver comprato il denaro dalle banche centrali, ce lo rivendono applicando uno spread e facendoci pagare un tasso d’interesse. 


La vicenda del debito, a questo punto, si complica e si aggrava. Qualche riga fa, abbiamo scoperto e accertato che i nostri dieci euro, in realtà, valgono nove euro e ottanta centesimi. Adesso scopriamo e accertiamo che per ottenere i famigerati dieci euro nominali in prestito dobbiamo pagarne circa undici reali, dato che un istituto di credito non accetterebbe riduzioni di sorta. In pratica, non ci vuole un economista per capire che la nostra genesi debitoria è irredimibile. Nell’esistenza media e grigia del cittadino ‘normale’, operaio o impiegato, l’unica soluzione contro il disagio economico potrebbe consistere nell’affidarsi alla fortuna: un “gratta e vinci” potrebbe fare al caso nostro, ma la percentuale di successo è talmente bassa che il metodo non può essere annoverato tra le ‘soluzioni’. Facendo due conti elementari, ogni cittadino comune si ritrova sempre un euro e quaranta centesimi in meno per ogni venti euro posseduti, considerando che la metà di questi venti euro corrisponde al suo stipendio, mentre la parte rimanente deve essere restituita a una banca… In pratica, fa parte delle sue ‘passività correnti’. E se cresce l’inflazione? Il cittadino debitore di undici euro, nonché possessore di nove euro e ottanta centesimi, potrebbe vedere il valore della propria moneta ridursi sempre più, essendo sempre costretto a mantenere lo stesso gravoso impegno col prestatore. 

Nel frattempo, si può anche inveire contro il governo di turno, tranne che si abbia un po’ di capacità di discernimento e di lucidità intellettuale per rendersi conto che, rebus sic stantibus, nessun governo sarà mai in grado di modificare la posizione dell’Italia nel mondo e migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Non c’è Quantitative Easing che tenga! Perché si sviluppi una politica economica ‘gratificante’ e ne vengano fuori leggi finanziarie adeguate è necessario che il debito sia razionalizzato come fattore esigibile a lunghissimo termine, l’euro dovrebbe essere svalutata e il sistema bancario dovrebbe essere riformato totalmente con introduzione di corridoi del credito obbligatori. Se la BCE introduce nuova moneta o interviene col QE, le banche devono essere obbligate all’apertura di credito a basso costo, non già nella forma subprime, bensì secondo un nuovo modello di garanzie e credit scoring

Tutte queste misure restano ammissibili in funzione del dogma europeo. Qualora si riuscisse a parlare nuovamente di riconquista delle autonomie nazionali in materia di politica monetaria, allora bisognerebbe rimettere ogni ipotesi in discussione. In conclusione, sappiamo bene che questo articoletto può essere giudicato banale ed elementare, ma nessuno, per contro, può obiettare sul continuum debitorio tra reddito da signoraggio ed economia reale.

lunedì 30 ottobre 2017

LE LACUNE DELLA SCUOLA INVESTIGATIVA ITALIANA

La scuola investigativa italiana è molto indietro in fatto d’indagine linguistica; anzi, si può ipotizzare che non sia in possesso di un metodo che permetta agl’inquirenti di esaminare correttamente le parole e loro combinazioni. I motivi di questa grave lacuna non sono immediatamente intuibili e costituiscono causa di grande perplessità, specie se, com’è giusto, volgiamo lo sguardo alla spinosa questione della presunzione d’innocenza, più volte violata o trattata con superficialità (H. J. Woodcock DOCET!). Non si tratta più di scegliere se dichiararsi garantisti o meno; diversamente, occorrerebbe per lo meno evitare i dogmi giudiziari e le ideazioni accusatorie. Dato che lingua e linguaggi, più spesso di quanto s’immagini, diventano un ‘elemento probatorio’ e talune specifiche affermazioni si trasformano in capi d’imputazione (…anche se, per correttezza, si dovrebbe trovare altro riscontro!), allora l’analisi pura dovrebbe sostenere ogni istruttoria: le frasi non dovrebbero mai essere separate dal contesto in cui si formano; bisognerebbe rintracciare le strutture profonde dell’intercettazione e non limitarsi alla catena-sequenza di significanti; sarebbe altrettanto doveroso verificare la frequenza di un’occorrenza, cioè il numero di volte e il modo in cui una parola o un costrutto sono presenti. Purtroppo, accade l’esatto contrario a detrimento del diritto alla difesa.

Facciamo in modo adesso che alla teoria segua la pratica e valutiamo degli esempi tratti da alcuni casi reali, quantunque opportunamente modificati e resi anonimi.

Nella nota che l’Ufficiale di P.G. redige per la Procura, leggiamo che Tizio sarebbe l’ideatore di un sodalizio criminoso per aver detto, durante una conversazione telefonica intercettata, “Infatti, aggiungerò un milione di euro perché ho già parlato con quel tipo”. L’affermazione, di fatto, sembra interessante e sospetta. Se la inseriamo in una nota introduttiva e, per di più, il Procuratore, anziché leggere il testo delle intercettazioni, si limita alla sola lettura della nota, allora è chiaro che all’autore spetta almeno la custodia cautelare preventiva. Tuttavia, se invece leggiamo interamente e con pazienza le migliaia di pagine delle intercettazioni, ci rendiamo conto che Tizio, nel dire “un milione di euro”, rispondeva a  Caio, il quale aveva detto “Io ho questo e faccio questo perché la differenza è questa”: sulle prime potremmo non accorgerci del valore delle parole di Caio, ma, dopo un’accurata analisi, saremmo costretti a documentare quanto segue: 1) il linguaggio di Caio è caratterizzato dall’imponente presenza di atti linguistici assertivi, mediante i quali un parlante enuncia fermamente le proprie conoscenze e le proprie credenze; 2) Caio sembra esprimere dunque non solo l’indubbio possesso di qualcosa, ma anche la capacità di stabilire delle condizioni; il che non è concesso a Tizio; 3) si rilevano tre segmenti semantici dominanti, “Io ho questo”, “Io faccio questo”, “Questa è la differenza”, grazie ai quali il parlante dichiara di ‘avere qualcosa’ e ‘fare qualcosa’ e, soprattutto, di conoscere la ‘differenza’, differenza che appartiene al nome del predicato. Ne consegue che il linguaggio è un vero e proprio sistema, da cui non possiamo prelevare ‘pezzi’ a nostro piacimento. Se riesaminiamo questo breve dialogo, infatti, comprendiamo che l’ideatore del sodalizio criminoso non è Tizio, ma… Caio. Il denaro, in pratica, ha accecato P.G. e Procura, fuorviandone il lavoro ermeneutico.


In un’altra parte delle intercettazioni, emerge la figura di Sempronio, il quale, con fare minatorio, autoritario e inelegante, oltre che con ostentazione d’impazienza e irritabilità, dice a Tizio: - Non m’interessa, entro domani devi portare i soldi in banca, altrimenti vado direttamente a casa sua”. In questo caso, potremmo giungere rapidamente alle conclusioni e accusare Sempronio di una serie di reati, ma metodo e cautela c’impongono di attendere la risultanza dell’analisi. Anzitutto, circoscriviamo il verbo ‘dovere’ perché ha sempre un certo peso all’interno dei dialoghi: chi lo usa nei confronti d’un qualsivoglia interlocutore mostra inevitabilmente forza e autorità. Una sola occorrenza tuttavia non basterebbe, cosicché andiamo alla ricerca di altri frammenti, se ce ne sono, in cui Sempronio ne fa uso. Ne troviamo immediatamente due con cui Sempronio, rivolgendosi sempre a Tizio, gl’impone decisioni e comportamenti. In secondo luogo, possiamo e dobbiamo andare alla ricerca di focus e topic della frase e non dobbiamo di certo trascurare le strutture profonde, che otteniamo mediante i diagrammi ad albero. 


Il diagramma ad albero è segnato da una modalità pro-drop della frase italiana, vale a dire da un soggetto sottinteso, che, tra le altre cose, si esplica nel pronome indefinito ‘qualcosa’, che costituisce il cosiddetto topic della frase, la parte già nota, per così dire. L’informazione nuova, ovverosia il focus, invece, è rappresentata dalla seconda parte della F, ‘interessare a me’, apparentemente sottocategorizzata, ma sostanzialmente decisiva ed espressa con la funzione emotiva del linguaggio (…il messaggio è incentrato sul mittente: ‘non interessa a me’). Di conseguenza, già col diagramma ad albero di un solo segmento della battuta di Sempronio, siamo in grado di riconoscerne la colpevolezza: reiterazione del servile ‘dovere’, emotività dominante e ruolo focale completano il quadro analitico. Tuttavia, tutte queste informazioni vengono sistematicamente ignorate da Polizia Giudiziaria e Procure. Non a caso, nonostante le minacce di Sempronio e l’assertività di Caio, purtroppo, Tizio viene considerato l’ideatore e il promotore di un’associazione per delinquere, laddove è evidente che subisce continuamente le scelte altrui.

martedì 17 ottobre 2017

IL MISTERO E LA MERAVIGLIA DELLA PAROLA

Gli scienziati, quelli veri e che si fanno ammirare per la devozione alla materia che studiano, il più delle volte, purtroppo, sono ossessionati dalle definizioni e dalle classificazioni, cosicché i loro manuali, quantunque edificanti e ricchi d’insegnamenti, riportano oltremisura tabelle, legende e codici. Un buon metodo, di fatto, non può esserne del tutto privo, tuttavia la bellezza della scoperta, a nostro avviso, sta più nell’armonia funzionale e nell’utilità del lavoro svolto che nella sua nomenclatura.

La domanda può essere immediatamente questa: che cos’è la parola? L’esempio che ci permette di entrare in materia, invece, è il seguente: si dice che la parola sia un’isola perché in essa “non si può inserire nulla né estrarre nulla” (Cfr. GRAFFI, G., SCALISE, S., 2002): libro non può diventare li-mano-bro, allo stesso modo in cui non può mutarsi in lbro. Come si suol dire, la definizione data non fa una piega; è perfetta ed esemplare. Ci tocca capire, a questo punto, quanto sia utile per noi e in armonia con l’uso del linguaggio. Dev’essere chiaro, fin da ora, che Giorgio Graffi e Sergio Scalise sono due inestimabili monumenti della linguistica italiana; qui non è affatto in discussione il loro valore, che non potremmo neppure permetterci di revocare in dubbio. Se la parola è l’elemento di una forma di comunicazione, allora perché sforzarsi di dire ciò che essa non è? In altri termini, ciò equivarrebbe a dire che tizio è biondo perché è impossibile che sia castano. Adesso, non ci metteremo a cercare altre definizioni. Citiamo, per converso e subito, un raffinato studioso italiano, un antropologo della mente, Alessandro Bertirotti, il quale, a proposito della parola, durante un’intervista (Gli scopi della vita: le parole fanno bene), afferma: – La parola è il luogo all’interno del quale la mente chiarisce all’altro il proprio mondo (...) La parola contiene il mondo di chi la esprime e serve a scoprire il mondo di chi ascolta (...) –.

I sostantivi che ora dominano la scrittura, cioè dopo che abbiamo letto Bertirotti, sono ‘chiarimento’, ‘scoperta’, ‘mondo’, pertanto per chiarire, scoprire ed essere nel mondo non ci si può limitare a un pilatesco e forzato negativismo. In fatto di parole, noi abbiamo un dovere, che non può certamente consistere nel passare in rassegna tutto ciò che De Saussure, Wittgenstein, Jakobson et alia hanno prodotto. Il dovere consiste anzitutto nel far vedere di cos’è fatta questa parola: è un compito di manovalanza, duro e faticoso, per certi aspetti, ma va fatto. Se, per esempio, prendiamo in esame il verbo ‘capire’, possiamo subito scomporlo in almeno quattro parti: radice, tema, vocale tematica e desinenza. Anche se, durante una conversazione al supermercato, nessuno se ne cura e nessuno ci pensa, facciamo ampio uso di tutto questo. In pratica, quando incontriamo un amico che non vediamo da tempo, non gli mostriamo la carta d’identità, ma non smarriamo mai i dati anagrafici per cui siamo riconoscibili. Dunque: CAP- è la radice del verbo, I- è la vocale tematica, -RE è la desinenza e CAPI (radice+vocale tematica)- è il tema. Qual è la scoperta, per dirla con l’antropologo della mente? La nostra innata e meravigliosa competenza, in virtù della quale da questa proprietà finita siamo in grado naturalmente di trarre un numero elevato di combinazioni (…tendente all’infinito)! Un bambino è perfettamente capace di dire ‘ho capito’, anche senza avere studiato a scuola la regola di formazione dei verbi composti e del participio passato. Eppure, si serve d’un meccanismo complesso: una radice incontra una vocale tematica, generando un tema, che, a propria volta, incontra una desinenza. A quanti bambini sentiamo dire ‘ho capato’? Pochi e sappiamo che, se lo fanno di frequente, verosimilmente mostrano un disturbo dell’area del linguaggio. Ecco l’armonia della mente umana in senso stretto!

Un discorso simile può essere fatto a proposito dei morfemi. Un morfema è un’unità minima di significato della lingua. La –I di CANI, oltre a essere una vocale debole, è un morfema perché determina il significato plurale del lemma CANE. Si tratta di un morfema grammaticale, laddove CAN- è un morfema lessicale, che noi usiamo incondizionatamente, anzi non esageriamo dicendo che possiamo usarlo per tutta la vita, senza mai conoscerne la definizione o senza ricordare ciò che ci viene insegnato durante gli anni dell’apprendimento scolastico.

Possiamo ipotizzare, a questo punto, che definizioni e classificazioni siano epifenomeni? Possiamo ipotizzarlo, eccome! Ma dobbiamo stare attenti a non complicare le cose: l’epifenomeno è un che di accessorio o secondario. Al contrario, la parola è un fenomeno, cioè una manifestazione dell’essere e che abbiamo acquisito come primato bioevolutivo e cognitivo con la lateralizzazione emisferica del cervello. La parola, cui noi universalmente ricorriamo, è sempre il risultato di un lavoro trasformazionale e combinatorio che svolgiamo, senza rendercene conto. La parola stessa è un processo. Quando adottiamo il verbo INGRANDIRE, sfruttiamo un meccanismo che i linguisti definiscono parasintesi, qualcosa di complesso e non alla portata di tutti, eppure lo facciamo con disinvoltura. INGRANDIRE consta di tre elementi di combinazione, IN-, GRAND-, -IRE, ma nessuno dei tre, se isolato dal composto, ha un significato valido. In che modo la mente ha sviluppato questa complessa capacità di combinazione? Sappiamo per certo che si tratta d’una sintesi paradossale (…da cui parasintesi). Una qualche giustificazione si può trovare nel caso della conversione, mediante cui passiamo, per esempio, da un verbo, fare o volere, alla sua sostantivazione, il fare o il volere (…vale lo stesso per gli aggettivi), giacché, in questo caso, pur se in parte, la conoscenza della grammatica può essere decisiva. Ma lo stesso non può applicarsi al suppletivismo, che rappresenta un forte legame semantico tra forme linguistiche le cui radici sono diverse e distanti l’una dall’altra: non è difficile sapere che l’aggettivo ‘suino’ è legato al sostantivo ‘maiale’, allo stesso modo in cui nessuno di noi direbbe VADIAMO al posto di ANDIAMO solo perché la prima persona singolare è espressa da IO VADO. La natura irregolare del verbo – chissà perché – per noi non costituisce un problema.

Procedendo lungo questo iter di approfondimento della parola, potremmo esplorare innumerevoli e incalcolabili modalità d’uso delle parole. Non a caso, in precedenza, abbiamo sostenuto che la nostra mente può trasformare una proprietà finita in un processo infinito. Un piccolo e modesto contributo, non può che contenere solamente delle suggestioni.

Il concetto di parola, in definitiva, sfugge a ogni tentativo di definizione perché la parola è un modo di esistere, un fenomeno e null’altro.

NOTA

Gli esempi del presente lavoro sono tratti, per lo più, da: GRAFFI, G., SCALISE, S., 2002, Le lingue e il linguaggio, il Mulino, Bologna 

  

venerdì 13 ottobre 2017

SE KATIA GHIRARDI È UN GENIO, 
EINSTEIN È UN DEFICIENTE

La saga è quella del rimescolamento continuo delle carte, ma le carte sono prive di numeri e figure. Ciò che conta è solo l’atto, senza soluzione di continuità. Solo l’atto? Sembra agghiacciante, ma è necessario affinché nessuno possa accorgersi dell’assenza di contenuto: basta muoversi e farlo in modo frenetico. Fermarsi a ragionare è troppo pericoloso. Pena ne sarebbe la vertigine dell’equivoco. E, come s’è detto fin dalla prima battuta, si tratta pure d’una saga, cioè d’una storia popolare di cui sicuramente non conosceremo mai l’autore. Il web funziona così e Katia Ghirardi, la direttrice della filiale Intesa Sanpaolo di Castiglione delle Stiviere, sarebbe un’eroina. La gogna, come si è soliti dire, è un eccesso; non c’è dubbio! Ma la beatificazione del personaggio e la difesa a oltranza del suo cosiddetto contest rappresentano dei deficit patologici del sistema nervoso.

La verità sta nei fatti: il popolo ha bisogno di una vittima o, meglio, di qualcuno da proteggere e salvare per soddisfare il proprio bisogno hollywoodiano di eroismo, risolvendo così, almeno in parte e temporaneamente, un certo conflitto. I potenti sì, quelli bisogna condannarli a priori perché sono inarrivabili. E ciò che non si può avere dev’essere squalificato. Qualcuno ha pure scritto che chi sfotte Katia Ghirardi è un cretino. E chi non la sfotte che cos’è? Nient’altro che un bacchettone con le gonadi imbalsamate. Per dirla col Joyce dell’Ulisse, “ineluttabile modalità del visibile: almeno questo, se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi (…) Limiti del diafano. Se puoi farci passare attraverso le cinque dita della mano, è un cancello, altrimenti è una porta (…)”. L’occhio non mente: Katia e i suoi colleghi sono ridicoli, patetici, rozzi, demenziali e imbarazzanti. Le cinque dita della mano non passano attraverso. È una porta ed è pure corazzata.

Essi hanno dalla propria parte, però, il virus della divulgazione, la pandemia della banalità, entro cui ogni spettatore puoi ritagliarsi un certo ruolo e, soprattutto, può confortarsi: “Se l’hanno fatto loro, posso farlo anch’io!”. Di conseguenza, molti se li caricano sulle spalle, come fossero le croci dell’inevitabile pellegrinaggio e, pur arrancando, puntano dritti al Golgota. Tutti fingono di non sapere, tuttavia, che lo stesso Cristo, tanto Osannato, è morto solo e tradito. Intendiamoci, Katia e colleghi non sono un problema in quanto tali; il problema è il sistema che li rende eroici. Il video sarebbe stato messo in rete, senza l’autorizzazione dei protagonisti, pertanto non sono deprecabili. Nessuno deve deprecarli, ma nessuno può impedirci di dare un giudizio o riderne. A Radio 24, Cruciani, parlando col compagno della direttrice, ha pure affermato che la signora è stata geniale. Perché? In che cosa lo è stata?




A questo punto, bisognerebbe fare un esperimento sociale. Filmiamo, senza filtri né abbellimenti, il lavoro di un muratore che dall’alba al tramonto si spacca la schiena per mantenere una famiglia monoreddito e proviamo a non giudicarlo geniale! Allo stesso modo, potremmo filmare le ore di lavoro di un ricercatore scientifico, che per una paga misera non fa altro che ‘studiare e studiare’, e provare, anche in questo caso, a non giudicarlo geniale. Quante visualizzazioni otterrebbero? Se il termine di paragone non regge, come qualcuno obietterà, allora il sistema è letteralmente imploso. Potremmo estendere queste considerazioni a tanti altri fenomeni, ma basta ricordare i Don Chisciotte veri, quelli che sanno scambiare una bacinella per l’elmo di Mambrino e, in ciò stesso, si espongono al rischio ultimo e fatale, sono pochi e, come scrive Goethe nel Faust, “quei pochi (…) finirono in croce o sopra un rogo”. Qui, diversamente, il rischio è quello di un disturbo postraumatico da stress, in cui il trauma è ignoto e invisibile, mentre lo stress è invasivo, inarrestabile e devastante.


Insomma, come possiamo spronare i nostri figli a studiare e guadagnare meriti intellettuali, se poi risulta vincente un ‘contest’ di questo tipo? Ci rendiamo conto di quanto è grave assegnare l’aggettivo “geniale” a Katia Ghirardi e colleghi? L’effetto psicologico si configura come autoannientamento. Tre milioni di visualizzazioni in un lasso di tempo ‘infinitesimale’. Bene! Nulla da eccepire, ma lo si accolga per ciò che è: un che di esilarante, divertente e, ‘ahinoi’, pagliaccesco, macchiettistico, goffo e, in parte, misero.  

domenica 24 settembre 2017

IL GUAIO DELLE INTERCETTAZIONI
(TELEFONICHE O AMBIENTALI, QUALI CHE SIANO)

Le intercettazioni, telefoniche o ambientali, sono di solito spacciate come prove schiaccianti e inconfutabili, tanto che i media ne fanno una propaganda spettacolare, il popolo ne subisce la scandalosa fascinazione e il processo abbandona presto le aule dei Tribunali per finire nelle mani dei rigattieri della notizia. In effetti, può sembrare strano e inaccettabile che alcune affermazioni ‘ascoltate’ dalla Polizia Giudiziaria durante un’indagine e, successivamente, ricostruite da un perito siano trascritte in modo scorretto o inadeguato, con serio pregiudizio della libertà di un uomo. Può sembrare strano e inaccettabile, ma la verità dei fatti, quella che appartiene alla scienza del linguaggio, c’impone di sconfessare quest’insana abitudine di consacrare l’audio come prova di colpevolezza. La nostra perplessità in merito ha una duplice natura e tenteremo fin da ora di supportarla e documentarla: in primo luogo, effettuare la trascrizione delle intercettazioni implica che il trascrittore abbia vere e proprie competenze scientifiche, padronanza del linguaggio e delle sue strutture profonde (…ne spiegheremo il motivo); il che, com’è noto, non si verifica quasi mai; in secondo luogo, siamo quasi del tutto persuasi che gl’inquirenti non leggano affatto il contenuto delle trascrizioni, limitandosi alla lettura delle note introduttive e delle chiose della P.G.. Così facendo, si rischia il giustizialismo becero: ci permettiamo di asserire, in questa fase preliminare, che, a tal proposito, la scuola italiana d’investigazione dovrebbe essere opportunamente riformata.


Un paio di esempi ci permetterà immediatamente di entrare nella materia viva del nostro argomento e dimostrare la tesi suesposta. Se l’ufficiale di P.G. addetto ad ascolto e trascrizione sente il suono “mà detto” e non è in grado di riportarlo per iscritto in “m’ha detto”, sulle prime si può anche pensare che il grave errore grammaticale sia irrilevante e ininfluente perché il significato della frase non ne risulterebbe alterato. Tuttavia, dobbiamo cominciare a considerare che queste lacune siano delle avvertenze bell’e buone sull’imminente catastrofe. Chi commette un errore del genere, infatti, non è affatto in grado di gestire le norme interpuntorie, vale a dire la punteggiatura, specie se essa dev’essere costruita ex nihilo e sulla base di una traccia audio. La punteggiatura comporta l’assegnazione di pause decisive agli effetti della designazione dei ruoli, non la si può trascurare o trattare con superficialità. Se ascoltiamo la sequenza di suoni “Domani vieni puntuale” e non distribuiamo correttamente virgole e punti, comportamento e intenzioni dell’autore della frase possono essere irrimediabilmente compromessi. Infatti, se noi trascriviamo “Domani, vieni! Puntuale!”, ci ritroviamo in presenza di due atti linguistici direttivi, cioè di due ordini impartiti dal parlante con fermezza, il quale, a questo punto, assume un ruolo dominante. Se, diversamente, non assegniamo i punti esclamativi, l’esortazione si fa moderata e la psicologia dei personaggi si modifica in modo significativo, cosicché il dialogo potrebbe svolgersi alla pari tra mittente e destinatario. Forzando un po’ la giurisprudenza e giocando con le iperboli, potremmo dire che si passerebbe dal reato di “associazione per delinquere” a quello di “concorso in associazione”: la differenza d’imputazione è impegnativa. Se, da ultimo, rileviamo un punto interrogativo, “Domani, vieni? Puntuale?”, possiamo addirittura riscontrare una marcatura di subalternità di colui che ha pronunciato la frase e l’accusa, come si suol dire, sarebbe ‘derubricata’. Alcuni potrebbero obiettare che tali valutazioni linguistiche e grammaticali siano capziose, ma chi scrive lo fa in funzione dell’esperienza di analista del linguaggio e CTP (Consulente Tecnico di Parte): dal 2005, anno della nostra prima esperienza, a oggi, in pratica, lacune e devianze riscontrate sono diventate talmente numerose che il dubbio di metodo si fatto mastodontico, specie se un soggetto intercettato viene privato della libertà per un determinato periodo di tempo a causa di una misura di sicurezza cautelare preventiva, per esempio. Dunque, tutti questi esempi appartengono alla realtà, non alla fantasia dello scrivente.

In un altro caso, la trascrizione era la seguente: <<Lui ha visto tutto però mi ha detto Tizio a che ora ci vediamo non è che dobbiamo rifare i documenti ma quali documenti (…)>>. Si può subito notare che restituire un senso compiuto al discorso non è un lavoro semplicissimo. Di primo acchito, rinunciando alla ricostruzione della struttura paratattica e della sua punteggiatura, sembra che Tizio sia nei guai perché non possiamo fare a meno di attribuirgli un bel po’ di sintagmi. Se invece facciamo la legittima fatica di ricomposizione, ci rendiamo conto che Tizio è quasi estraneo ai fatti: <<Lui ha visto tutto, però mi ha detto: - Tizio, a che ora ci vediamo? Non è che dobbiamo rifare i documenti? Ma quali documenti?>>. Di fatto, il protagonista del discorso, vero soggetto grammaticale e psicologico, è “Lui”, non “Tizio”, che rappresenta solo una persona alla quale “Lui” riferisce qualcosa, e possiamo darne prova, se e solo se mettiamo punti e virgole al posto giusto.


Per giungere alle conclusioni occorre, a questo punto, dare testimonianza di quanto ‘accade’ nelle strutture profonde del nostro linguaggio, che il più delle volte rivelano l’esatto contrario di ciò che noi percepiamo in superficie. La frase che prendiamo in esame è la seguente: “Sarei andato volentieri a vedere quel film”. Dall’approccio si ricava un certo interesse per il “film”, cosicché i giochi parrebbero fatti fin dall’inizio, tuttavia il diagramma ad albero che elaboriamo grazie ai preziosi e profetici contributi di Chomsky e della sua scuola ci consente di scoprire qualcos’altro. L’albero e le sue ramificazioni sono composti da sintagmi e livelli; ogni sintagma è organizzato attorno a una testa e ogni livello indica una o più sottocategorizzazioni e, di conseguenza, un allontanamento dell’enfasi e dei significati. Sulle prime, “vedere quel film” sembrava costituire il focus dell’intera frase, il movente o l’oggetto psicologico del parlante, ma non poniamo alcun indugio ad accertare che “quel film” si trova confinato nel quinto e ultimo livello della F, guadagnando una marcatura di totale subalternità. A questa prima e decisiva specificazione dobbiamo associare la valenza pro-drop della frase, ovverosia l’importanza di un soggetto sottinteso mediante soppressione del pronome personale soggetto “io”. Altra considerazione da fare è legata al modo e al tempo utilizzati: un condizionale passato, che avrebbe potuto essere giustificato in presenza dell’intera struttura ipotetica (protasi e apodosi), struttura ipotetica che invece qui è incompleta. Infine: perché ricorrere a un aggettivo dimostrativo, “quel”, lontano da chi parla e ascolta, dal momento che, in questo caso, l’interlocutore non ci ha fornito alcuna indicazione rispetto al proprio interesse? Morale della favola? L’autore della frase non ha in mente alcun film e la frase perde efficacia e identità semantica.


Ecco, dunque, le vere conclusioni! Chi non possiede certe specifiche competenze non può occuparsi materialmente delle trascrizioni delle intercettazioni ambientali o telefoniche. Non abbiamo la pretesa di sperare che questo nostro contributo serva a sollecitare qualche riflessione, ma bisognerebbe essere molto scrupolosi nel gestire la libertà d’un uomo. Se la magistratura inquirente leggesse davvero da cima a fondo i testi delle intercettazioni, molto probabilmente qualche dubbio in più sorgerebbe.  

martedì 5 settembre 2017

ABBECEDARIO di COMUNICAZIONE 
per necessità e devianze social

PER ASPIRANTI O SEDICENTI COMUNICATORI

(Il post è lungo e inadeguato al web: mi tocca confessarlo fin da ora per evitare d'imbattermi nell'ira della 'comunità civile'. Mi conforta tuttavia il presupposto scientifico con cui esso è stato concepito. Offrire al lettore un contributo obiettivo ha comportato questo prezzo e ora mi espone al rischio del rigetto. Posso solo assicurare di aver tentato la via della completezza; di qui il termine 'abbecedario', che costituisce un invito autentico per tutti coloro che vogliano rivedere l'ampiezza e la complessità del fenomeno 'comunicazione'. Confido adesso nella tolleranza e nella pazienza di chi vorrà superare le prime righe.) 

Questo capitolo è dedicato, in particolare, ai comunicatori e agli aspiranti comunicatori, giacché ce ne sono troppi e sono anche pretenziosi. La comunicazione e la pragmatica che la riguarda, la sostiene e la anima sono guai, come ce ne sono pochi, costituiscono un sistema complesso e composito, che spesso, purtroppo, viene liquidato sul web con suggerimenti circa l’importanza della coerenza, del programma editoriale e tante altre ‘tossine’ sulla felicità emotiva. Grammatica e pragmatica della comunicazione sono imparentate, c’è poco da dire, ma non si lasciano inscatolare facilmente. Lo scopriremo presto.


Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un’area d’incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della psiche si manifesta nel linguaggio e, in particolare, in quello di relazione, dato che noi esistiamo unicamente nella relazione. La moglie chiede al marito: <<Ti è piaciuta la frittata?>>. Il marito risponde: <<Sì, amore mio. Buonissima!>>. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com’è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma,[1] termine con cui Watzlawick et al., indicano il deterioramento della comunicazione all’interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all’altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l’altro verso l’alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno descritto da Watzalawick et al.! La coppia si trova dal terapeuta. Lei: <<Io grido perché lui mi offende.>>. Lui: <<Io la offendo perché lei grida.>>.[2] Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l’appunto, il terapeuta portando l’interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana:

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.[3]
Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e – per fare delle deduzioni – ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell’interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: <<Andiamo in piscina?>>. Lucia risponde: <<Ho mal di testa.>>. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe “No” e non “Ho mal di testa”. Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che “Renzo è aitante, ma brutto”, chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l’essere aitante e l’essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un’implicatura convezionale, il ‘ma’, che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell’umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. Nel prezioso volumetto di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un’esemplare e ‘clinica’[4] rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell’intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: <<Come stai?>>. Lucia prontamente risponde: <<Bene!>>. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l’avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. Molti dei nostri discorsi s’impongono come spazi vuoti della comunicazione e, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a proprio piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione. In quello che è il più noto dei testi sulla comunicazione, ma che purtroppo viene affrontato con troppa superficialità, tanto che se ne riportano due o tre elementi di massima (“non si può non comunicare” su tutti!), Watzlawick et al. dichiarano quanto segue:

Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione. [5]
La plurinominata e polivalente rivoluzione del web 2.0 (ormai obsoleta sotto il profilo alfanumerico), pur essendo un primato della comunicazione e del marketing, in qualche modo, ancora tutto da scoprire, ha causato un vero e proprio processo di regressione psicolinguistica, un’accelerazione di ritorno al pensiero primitivo, in cui il meccanismo di compensazione s’è sovrapposto all’ingegno. S’è creata una area di rifugio in cui libertà, intelligenza e professionalità sono sinonimi di blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, personal branding manager, copywriter, freelancer, digital life coach et similia. In precedenza, il fenomeno è stato trattato sotto il profilo grammaticale; adesso è il caso di farsi qualche domanda di altro genere. Perché è sufficiente lasciare scorrere la pagina dei propri contatti di Twitter (following e follower, senza discriminazione), dove i profili sono subito evidenti, per accertare che circa l’80% di questi è rappresentato da soggetti con le caratteristiche suesposte? C’è qualcosa che non va, per dirla in modo volgare, c’è una disfunzione linguistica e comportamentale. Nessuno fa più il fabbro? Nessuno fa il fruttivendolo? Chi accredita queste figure? Una stima statistica elementare sarebbe già sufficiente a far scattare l’allarme.

Questo sforzo psichico compensatorio si svolge spesso per potere superare le situazioni difficili della vita su nuove vie, ed appare abbastanza esperto per adempiere in modo meraviglioso allo scopo di mascherare anche un deficit di cui si ha la sensazione. Il modo più diffuso con cui si tenta di nascondere un senso di inferiorità nato nella prima infanzia consiste nella costruzione di una sovrastruttura psichica compensatoria, che tenta, nel modus vivendi nervoso, di riacquistare nella vita la superiorità e un punto d’appoggio con disposizioni e sicurezze bell’e pronte e in pieno esercizio. [6]
Watzalawick, per esempio e molto probabilmente, è uno degli autori più amati da queste personalità controverse, ma evidentemente non si rendono conto che Watzlawick è proprio colui che più di ogni altro si ritorce contro chi non lo studia attentamente.  Watzalwick, infatti, sostiene che noi siamo parte di circuiti di retroazione negativa, sistemi sociali in cui il comportamento dell’uno influenza quello dell’altro fino a generare un equilibrio. L’equilibrio, di fatto, non proviene dalle svolte positive, come in genere si pensa, bensì da quelle negative perché quelle negative contrastano il cambiamento all’interno del sistema, che teme l’alterazione della propria natura e, in ciò stesso, si consolida. I sistemi, in quanto capaci di sfruttare gli adattamenti precedenti per mantenere l’equilibrio futuro, operano secondo moduli di ripetitività, configurando catene e sequenze, tanto da caratterizzarsi per la ridondanza. Da ultimo, questo stato di cose – aggiunge Watzalawick – determina la limitazione del sistema stesso: ogni interazione diventa una restrizione delle possibilità degli scambi futuri.[7] In sostanza: il linguaggio che i soggetti psicodigital usano crea attorno a loro delle condizioni di accesso alla dimensione della fuga compensatoria e l’atto di partecipazione imitativo-ripetitiva configura immediatamente le sequenze negative, restringendo il campo delle alternative. Reinterpretando il fenomeno, secondo presupposti di pragmatica del linguaggio, si può affermare che la quantità di inglesismi utilizzati è da considerare come l’acquisizione di un’abilità combinatoria, per così dire; per la qual cosa, un digital media strategist può anche essere un digital life coach, senza differenze specialistiche: le aree semantiche di entrambe le espressioni sono simili e vaghe, quasi del tutto astratte perché non indicano competenze, come se ci si persuadesse che un prestito da un lingua straniera fosse sufficiente a qualificare la persona.

Si tratta della metafora di una possibile derealizzazione, della modesta, ma incipiente, alterazione dell’esame di realtà. In materia di realtà alterata, basta accostare i sintagmi adottati per descrive le astratte competenze alle immagini dei profili, dove saggezza, beatitudine e felicità sembrano essere le uniche condizioni d’un’esistenza sempre gravida di belle sensazioni… Il mondo reale non è fatto solo di colori riposanti!


Un tempo, sulle emittenti televisive provinciali, comparivano sedicenti maghi che si dichiaravano capaci di fornire al malcapitato di turno i numeri vincenti per la successiva estrazione della lotteria nazionale. Chi possedeva un briciolo d’intelligenza non esitava a chiedersi: - Se è in grado di prevedere quali numeri saranno estratti, per quale motivo non li usa per sé, anziché fornirli ad altri? Guadagnerebbe di più… -. Lo stesso scetticismo di metodo si potrebbe applicare a quanti tra strategist e manager del web si propongono alacremente di dare consigli agli altri e finiscono col farlo in modo ossessivo.

Di regola, non se ne deve trarre una condanna per la categoria; per contro, si deve altresì tenere in seria considerazione la nascita e l’esplosione di un fenomeno deviante, una specie di pandemia senza precedenti. Abbiamo tutti bisogno di un po’ di favole e di un po’ di miti, quasi fossero luoghi dell’eterna e confortante infanzia; in ogni favola e in ogni mito non facciamo altro che raccontare a noi stessi un nuovo possibile epilogo, in cui abbiamo conquistato la principessa e sconfitto il male; il che ci fa vivere della speranza di alternative benefiche, non è principio di degenerazione; non lo è nella misura cui non si finisca col raccontarlo pure agli altri, oltre che a noi stessi. 

Purtroppo, non è finita qui!

Ogni tentativo di comunicare qualcosa a qualcuno è un’opera di cui, forse, si conosce l’inizio, ma di cui raramente s’intravede la fine: ambiguità, cortesia, presupposizione, massime della cooperazione, funzioni del linguaggio, natura degli atti linguistici et cetera sono solamente alcune delle beghe che ci tocca affrontare, quando siamo pronti ad ammettere che un enunciato non è fatto solo di soggetti, predicati e complementi.

Negli spot pubblicitari, per esempio, si fa parecchio ricorso alla presupposizione, mediante la quale il comunicatore sceglie di dare per scontata la relazione tra il messaggio e la sua condizione di verità: “Muscoli scolpiti in dodici settimane” si legge e ‘si deve essere certi’ che, acquistando un determinato prodotto o scaricando una determinata app, si raggiungerà l’obiettivo. La relazione tra segni e parlanti è lanciata in video in modo acritico e – diciamolo pure! – non senza superbia, tuttavia siamo talmente abituati da lasciarci catturare.

Tra i fenomeni occulti o occultati o dimenticati del linguaggio della comunicazione, troviamo le massime della cooperazione, che entrano di forza nella summenzionata relazione tra segni linguistici e parlanti e si suddividono in quattro aree: quantità, qualità, relazione e modo. Agli effetti della comprensione, ogni nostro discorso deve contenere un certo numero d’informazioni, il rispetto dei fatti e la pertinenza al tema e la necessaria chiarezza d’esposizione. Bene! Molti potrebbero essere indotti a pensare che queste descrizioni siano noiose e poco utili. D’altronde, sembra che alla base dello scambio tra parlanti e scriventi stiano dei veri e propri automatismi, delle competenze innate. Può darsi che sia così, ma, provandoci a valutare la seguente frase, non è escluso che qualcuno cambi idea: Antonio e Luisa si sposano. Tra di loro? Ne siamo certi? Antonio e Luisa potrebbero sposarsi lo stesso giorno, ma… coi rispettivi partner.

Di qui, giungiamo a un’altra improrogabile distinzione, quella tra tema (o topic o argomento) e rema (o focus). Il tema di una frase è semplicemente ciò di cui si parla, mentre il rema è ciò che si dice sul tema, la cosiddetta informazione nuova. Anche in questo caso, ci appelliamo all’umiltà dei lettori-comunicatori: non si trattino questi elementi del linguaggio con leggerezza! Avendone padronanza, infatti, è possibile modificare il messaggio in vista degli effetti che vogliamo produrre, generando veri e propri meccanismi di messa in rilievo. Nella frase La tua macchina deve essere fatta riparare, la tua macchina costituisce il tema, deve essere fatta riparare il rema. Con un gioco di dislocazione e sostituzione, siamo in grado di dare più o meno risalto al costrutto: La tua macchina, ti dico che devi farla riparare.  Abbiamo costruito una dislocazione a sinistra con ripresa mediante il clitico –lo; dalla qual cosa consegue una topicalizzazione, vale a dire una messa in evidenza del tema.


A questo punto, ci tocca incomodare alcune illustri personalità del settore, confidando che siano benevole nei nostri confronti, giacché non si può pretendere di ‘fare comunicazione’, senza leggere Roman Jakobson, John Austin, John Searle, Paul Grice & Co. Credetemi, adesso, evitare di fare accademia è davvero difficile, soprattutto se non vogliamo privare gli autori della loro legittima paternità! Mi sforzerò di mantenere la retta via della semplicità e comincio col sostenere, grazie ad Austin, che già dire qualcosa significa produrre un atto locutorio. Aggiungo subito che ogni atto locutorio, in un qualsivoglia contesto, si qualifica come una sorta d’azione che lega inevitabilmente mittente e destinatario: promettere, ordinare, minacciare et similia ne sono degli esempi. Sotto questo punto di vista, l’atto linguistico diventa illocutorio. Da ultimo, sulla base degli effetti che il nostro atto illocutorio produce sull’interlocutore, diciamo che esso è perlocutorio. È evidente che, per Austin, parlare vuol dire agire. Un’altra classificazione cui bisogna prestare molta attenzione è quella fatta da Searle ne Speech Acts (1969). Egli fa notare che ogni illocuzione può essere definita in cinque diversi modi, a seconda della natura dell’atto linguistico. Un atto linguistico può essere: rappresentativo (affermare, annunciare: il parlante manifesta la propria competenza sul mondo descrivendolo), dichiarativo (nominare, sentenziare: il parlante interpreta il proprio ruolo nel mondo), direttivo (ordinare, pregare: il parlante invita qualcuno a fare qualcosa), commissivo (promettere, prenotare: il parlante stabilisce relazioni tra sé e il tempo a venire), espressivo (insultare, ringraziare: il parlante manifesta il proprio stato d’animo). A tal proposito, va documentata una curiosità: la conoscenza della natura degli atti linguistici, talora, può rivelarci ciò che il parante non vuol far trasparire. 

È arrivato il momento della conclusione delle conclusioni e non si può non fare spazio e Jakobson e alle sue funzioni del linguaggio almeno per non venire meno ai doveri della corretta informazione. Anche in questo caso, una buona analisi può mutarsi in rivelazione. Quando frasi o, più in generale, interi testi scritti sono centrati sul ruolo del mittente, attraverso pronomi personali, aggettivi possessivi et cetera, allora siamo in presenza della funzione emotiva: Io sono Antonio, mi occupo di (…), la mia vita è (…). Se invece si verificano le circostanze opposte e l’enunciato o gli enunciati puntano al destinatario, la funzione diventa conativa: Tu devi studiare; Vieni qui e non fiatare! Quale che sia il focus del discorso, il canale della comunicazione è sempre prezioso, cosicché, se il parlante lo tiene sotto controllo, matura la funzione fatica: Ci sei? Mi stai ascoltando? Allo stesso modo, è molto importante il contesto entro il quale si svolge l’azione. A tutelarne l’effettività s’interviene coi deittici, che ‘indicano’ spazio e tempo della realizzazione: Da domani, io vorrei lavorare con te oppure Qui, fa freddo. La funzione assegnata al caso appena descritto è quella referenziale. Le ultime due funzioni sono quella poetica e quella metalinguistica: la prima è reperibile sia in una bella dichiarazione d’amore sia in uno spot pubblicitario (Fate l’amore con il sapore!) e si avvale delle figure retoriche nel proprio sviluppo semantico; la seconda è più interessante di quanto si possa immaginare perché è spesso oggetto di fraintendimento. Si legge spesso che la funzione metalinguistica consisterebbe nell’applicazione di un codice, ma si tratta di un gravissimo errore. La funzionalità metalinguistica del discorso emerge tutte le volte in cui interrompiamo il flusso della comunicazione per verificare se il codice sia chiaro: è chiaro ciò che ti ho detto?

Al fine della chiarezza, quella autentica, non dovrei fermarmi qui; dovrei, diversamente, parlare di entrate lessicali, denotazione e connotazione, strutture profonde e strutture superficiali del linguaggio, ma rischierei di mettere a dura prova la pazienza del lettore. Voglio solo augurarmi che almeno un aspirante comunicatore, prima di aprire una pagina Facebook e dichiararsi digital media strategist, si ricordi di fare le letture necessarie. Non me ne vogliate, non ho la cosiddetta puzzetta sotto il naso e non mi candido ad alcun ruolo morale, ma non possiamo lamentarci della mancanza di lavoro, se trattiamo quel poco che c’è con tanta sufficienza.



[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, p. 76.
[2] Ibid., p. 49.
[3] Ibid., p. 51.
[4] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.
[5] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op.cit., p. 57.
[6] ADLER, A., 1920, Praxis und Theorie der Individual Psychologie, trad. it. di V. Ascari, 1949, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, p. 37. 
[7] Cfr. WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

AUSTIN, L. J., 1962, How do Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova

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BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

CADORNA, G. R., 1985, I sei lati del mondo Linguaggio ed esperienza, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

CANNICI, F., LA ROSA, M., 1994, Strumenti teorici e operativi per l’analisi dei testi poetici e narrativi, Fratelli Conte editori, Napoli

CHIERCHIA, G., 1997, Semantica, Società Editrice il Mulino, Bologna

CHOMSKY, N., 1988, Language and Problems of Knwoledge. The Managua Lectures, trad. it. di. A. Moro, Linguaggio e problemi della conoscenza, 1991, Società editrice il Mulino, Bologna

DE SAUSSURE, F., 1922, Cours de linguistique générale, trad. it. di T. De Mauro, 1962, Corso di linguistica generale, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

DE MAURO, T., 1994, Capire le parole, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

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JAKOBSON, R., 1963, Essais de linguistiche generale, trad. it. di. L. Heilmann e L. Grassi, 1966, Saggi di linguistica generale, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano

PINKER, S., 1994, The Language Istinct, trad. it. di G. Origgi, 1997, L’istinto del linguaggio, Arnoldo Mondadori editore, Milano.

SEARLE, J. R., 1969, Speech Acts: An Essay in the Philosophy of language, trad. it. di G. R. Cardona, 1976, Atti linguistici Saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino

WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., DON D. JACKSON, 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

venerdì 11 agosto 2017

ERRORI E MODE DELLA LINGUA ITALIANA

LA DERIVA

“A me non convince”: quante volte abbiamo sentito ripetere questo costrutto improprio e scorretto, in cui un verbo transitivo è brutalmente trasformato in un verbo intransitivo?

Congiuntivi dimenticati, prestiti generosi, sintassi ‘allegra’, lessico gergale, frasi scisse, dislocazioni et cetera: si tratta di alcuni degli elementi di deriva della lingua italiana, la quale, nell’ultimo decennio, s’è fatta sempre più passiva, anomala e aspra, a causa del dominio dei social network, sostituitisi addirittura alla scuola in funzione di apprendimento paradossale. Qualcuno contesterebbe con veemenza questa tesi della deriva, sostenendo che ogni lingua è sottoposta a metamorfosi storico-sociali, pertanto le sue forme, quand’anche appaiano improprie, acquisiscono credito e dignità grazie all’uso costante che se ne fa. Per carità, storia ed evoluzione sono innegabili, tuttavia ci chiediamo per quale motivo sia sempre necessario indulgere a tutti i tentativi di alterazione del nostro sistema di linguaggio. Siamo davvero costretti ad accettare che l’indicativo prenda il posto del congiuntivo in dipendenza dai verba putandi, il condizionale scompaia, la paratassi (‘periodo semplice’) prevalga sull’ipotassi (‘periodo complesso’) e così via? Molti linguisti dicono di sì, ma, a nostro avviso, è difficile essere d’accordo appieno. Se, per esempio, la legge stabilisce che rubare è reato, è impensabile che il legislatore faccia delle concessioni per il semplice fatto che, un bel giorno, un numero molto alto di cittadini decida di cominciare a rubare e, per giunta, di farlo in massa.

La verità che c’interessa è una verità di fatto: l’italiano è una lingua della concessione, della sudditanza e del conguaglio.

Di certo, l’articolo di un blog non è sufficiente a far luce sull’intera vicenda, ma nessuno c’impedisce di dare qualche spunto. Da parecchio tempo ormai, dopo la reggente “Io credo”, si dimentica di utilizzare il congiuntivo e si opta per l’indicativo, la cui coniugazione sembra sicuramente più semplice. Dunque: “Io credo che egli sia cattivo” diventa “Io credo che egli è cattivo”. Qui, non si vuole richiamare alla memoria la scelta elitaria d’un Pietro Bembo o degli umanisti, che rifiutavano gli alleggerimenti della lingua, a tal punto da mettere in discussione pure Dante, che, nella Commedia, non faceva a meno di parole ‘basse’ come puttana e merda, ma non si può neppure ammettere impunemente uno snaturamento della lingua italiana, la quale, presto, finirà in pasto alle community. Sia chiaro: non ci vergogniamo affatto delle community in quanto espressione d’una nuova realtà linguistica, ne temiamo tuttavia il potere attrattivo-tutoriale nei confronti di chi non conosce ancora una grammatica basilare. Gli anglofoni non fanno differenza tra “Io credo che sia (…)” e “Io credo che è (…)” perché, in entrambi i casi, ricorrono alla seguente morfosintassi: “I think he is (…)”. Noi ci stiamo per caso adattando?

Ormai, nessuno dubita più di poter dire “più estremo”, ma ciò non implica che sia corretto: “estremo” è un superlativo assoluto d’origine prettamente latina e in italiano si rende, nei tre gradi, con “esterno, esteriore estremo” (“extra, exterior, extremus”). Pertanto, “più estremo” equivale a “più bellissimo. Lo stesso dicasi per “più intimo”: dai tre gradi “interno, interiore, intimo” (“intra, interior, intimus”) rileviamo il superlativo assoluto e notiamo l’errore. È evidente che in alcuni casi la tolleranza è obbligatoria e indiscutibile, ma la frase “Se tu venivi prima, ti aiutavo” è totalmente sbagliata e deve essere sostituita con “Se tu fossi venuto prima, ti avrei aiutato”. Sul piano della pragmatica del linguaggio, si sono ormai consolidate le cosiddette dislocazioni, cioè degli spostamenti degli elementi del discorso che forzano un po’ la naturale sequenza morfosintattica: si tende a dire “Questo lavoro devi farlo tu”, anziché “Tu devi fare questo lavoro”, producendo una dislocazione a sinistra, per la quale si mette in evidenza il tema della frase, si anticipa l’oggetto e lo si riprende con un clitico atono (“lo”), alterando la naturale sequenza SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto). Allo stesso modo, è molto in uso la dislocazione a destra: “Lo vuoi un bacio?”. In questo caso, si notano facilmente l’anticipazione del pronome clitico e un processo di focalizzazione, ovverosia una messa in evidenza del focus. Alla base di questi processi si rintracciano anche esigenze emotive, poiché i parlanti tentano spesso di dare enfasi a ciò che dicono, tuttavia è molto probabile che s’insinui l’errore. Altra forzatura è quella del c’è presentativo, struttura mediante la quale si raddoppia il contenuto dell’informazione: in genere, la frase “Paolo deve parlare con te” viene ampliata con “C’è Paolo che deve parlare con te”, in cui il raddoppiamento è evidente e, per certi aspetti, pure poco utile. I fenomeni di corruzione della lingua sono troppo numerosi perché se ne possa offrire un elenco esauriente tramite una cartellina di word. Basta considerare che siamo in presenza di una sorta di lingua parallela. Un esempio simbolico può esserci di grande aiuto: il significato del termine “suggestione”, come ci indica il vocabolario Treccani, è “fenomeno della coscienza indotto da altri”, laddove, oggi, va diffondendosi il significato di “suggerimento”, che ha una netta matrice inglese (“To suggest: suggerire”). Di conseguenza, questo lavoretto è da considerarsi come un insieme di 'autentiche suggestioni' e null’altro, data la mole…

I linguisti hanno il compito di descrivere la lingua, rispettandone derive e storpiature. Essi non devono suggerire la forma corretta, come, al contrario, fanno i grammatici. Chi scrive non si candida ad alcun ruolo, fuorché a quello dell’osservatore dispiaciuto che, comunque, si occupa di linguaggio da più di vent’anni. Andare dal fruttivendolo e dire “Volevo un chilo di mele”, anziché “Vorrei un chilo di mele”, tutto sommato, è qualcosa di accettabile, se si considera l’adozione del cosiddetto imperfetto desiderativo, ma perché non vogliamo abituarci a dire “Verrò domani alle 14:00” al posto di “Vengo domani alle 14:00”? Perché non ci rendiamo conto che abbiamo una lingua unitaria nazionale da un secolo scarso e, ciò nonostante, siamo già pronti a farne a meno? Insomma, nell’usare il monosillabo affermativo, mettiamo l’accento sulla “i”: non è così faticoso neppure dagli smartphone, che forniscono pure le soluzioni corrette a chi digita: “sì”!