venerdì 11 agosto 2017

ERRORI E MODE DELLA LINGUA ITALIANA

LA DERIVA

“A me non convince”: quante volte abbiamo sentito ripetere questo costrutto improprio e scorretto, in cui un verbo transitivo è brutalmente trasformato in un verbo intransitivo?

Congiuntivi dimenticati, prestiti generosi, sintassi ‘allegra’, lessico gergale, frasi scisse, dislocazioni et cetera: si tratta di alcuni degli elementi di deriva della lingua italiana, la quale, nell’ultimo decennio, s’è fatta sempre più passiva, anomala e aspra, a causa del dominio dei social network, sostituitisi addirittura alla scuola in funzione di apprendimento paradossale. Qualcuno contesterebbe con veemenza questa tesi della deriva, sostenendo che ogni lingua è sottoposta a metamorfosi storico-sociali, pertanto le sue forme, quand’anche appaiano improprie, acquisiscono credito e dignità grazie all’uso costante che se ne fa. Per carità, storia ed evoluzione sono innegabili, tuttavia ci chiediamo per quale motivo sia sempre necessario indulgere a tutti i tentativi di alterazione del nostro sistema di linguaggio. Siamo davvero costretti ad accettare che l’indicativo prenda il posto del congiuntivo in dipendenza dai verba putandi, il condizionale scompaia, la paratassi (‘periodo semplice’) prevalga sull’ipotassi (‘periodo complesso’) e così via? Molti linguisti dicono di sì, ma, a nostro avviso, è difficile essere d’accordo appieno. Se, per esempio, la legge stabilisce che rubare è reato, è impensabile che il legislatore faccia delle concessioni per il semplice fatto che, un bel giorno, un numero molto alto di cittadini decida di cominciare a rubare e, per giunta, di farlo in massa.

La verità che c’interessa è una verità di fatto: l’italiano è una lingua della concessione, della sudditanza e del conguaglio.

Di certo, l’articolo di un blog non è sufficiente a far luce sull’intera vicenda, ma nessuno c’impedisce di dare qualche spunto. Da parecchio tempo ormai, dopo la reggente “Io credo”, si dimentica di utilizzare il congiuntivo e si opta per l’indicativo, la cui coniugazione sembra sicuramente più semplice. Dunque: “Io credo che egli sia cattivo” diventa “Io credo che egli è cattivo”. Qui, non si vuole richiamare alla memoria la scelta elitaria d’un Pietro Bembo o degli umanisti, che rifiutavano gli alleggerimenti della lingua, a tal punto da mettere in discussione pure Dante, che, nella Commedia, non faceva a meno di parole ‘basse’ come puttana e merda, ma non si può neppure ammettere impunemente uno snaturamento della lingua italiana, la quale, presto, finirà in pasto alle community. Sia chiaro: non ci vergogniamo affatto delle community in quanto espressione d’una nuova realtà linguistica, ne temiamo tuttavia il potere attrattivo-tutoriale nei confronti di chi non conosce ancora una grammatica basilare. Gli anglofoni non fanno differenza tra “Io credo che sia (…)” e “Io credo che è (…)” perché, in entrambi i casi, ricorrono alla seguente morfosintassi: “I think he is (…)”. Noi ci stiamo per caso adattando?

Ormai, nessuno dubita più di poter dire “più estremo”, ma ciò non implica che sia corretto: “estremo” è un superlativo assoluto d’origine prettamente latina e in italiano si rende, nei tre gradi, con “esterno, esteriore estremo” (“extra, exterior, extremus”). Pertanto, “più estremo” equivale a “più bellissimo. Lo stesso dicasi per “più intimo”: dai tre gradi “interno, interiore, intimo” (“intra, interior, intimus”) rileviamo il superlativo assoluto e notiamo l’errore. È evidente che in alcuni casi la tolleranza è obbligatoria e indiscutibile, ma la frase “Se tu venivi prima, ti aiutavo” è totalmente sbagliata e deve essere sostituita con “Se tu fossi venuto prima, ti avrei aiutato”. Sul piano della pragmatica del linguaggio, si sono ormai consolidate le cosiddette dislocazioni, cioè degli spostamenti degli elementi del discorso che forzano un po’ la naturale sequenza morfosintattica: si tende a dire “Questo lavoro devi farlo tu”, anziché “Tu devi fare questo lavoro”, producendo una dislocazione a sinistra, per la quale si mette in evidenza il tema della frase, si anticipa l’oggetto e lo si riprende con un clitico atono (“lo”), alterando la naturale sequenza SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto). Allo stesso modo, è molto in uso la dislocazione a destra: “Lo vuoi un bacio?”. In questo caso, si notano facilmente l’anticipazione del pronome clitico e un processo di focalizzazione, ovverosia una messa in evidenza del focus. Alla base di questi processi si rintracciano anche esigenze emotive, poiché i parlanti tentano spesso di dare enfasi a ciò che dicono, tuttavia è molto probabile che s’insinui l’errore. Altra forzatura è quella del c’è presentativo, struttura mediante la quale si raddoppia il contenuto dell’informazione: in genere, la frase “Paolo deve parlare con te” viene ampliata con “C’è Paolo che deve parlare con te”, in cui il raddoppiamento è evidente e, per certi aspetti, pure poco utile. I fenomeni di corruzione della lingua sono troppo numerosi perché se ne possa offrire un elenco esauriente tramite una cartellina di word. Basta considerare che siamo in presenza di una sorta di lingua parallela. Un esempio simbolico può esserci di grande aiuto: il significato del termine “suggestione”, come ci indica il vocabolario Treccani, è “fenomeno della coscienza indotto da altri”, laddove, oggi, va diffondendosi il significato di “suggerimento”, che ha una netta matrice inglese (“To suggest: suggerire”). Di conseguenza, questo lavoretto è da considerarsi come un insieme di 'autentiche suggestioni' e null’altro, data la mole…

I linguisti hanno il compito di descrivere la lingua, rispettandone derive e storpiature. Essi non devono suggerire la forma corretta, come, al contrario, fanno i grammatici. Chi scrive non si candida ad alcun ruolo, fuorché a quello dell’osservatore dispiaciuto che, comunque, si occupa di linguaggio da più di vent’anni. Andare dal fruttivendolo e dire “Volevo un chilo di mele”, anziché “Vorrei un chilo di mele”, tutto sommato, è qualcosa di accettabile, se si considera l’adozione del cosiddetto imperfetto desiderativo, ma perché non vogliamo abituarci a dire “Verrò domani alle 14:00” al posto di “Vengo domani alle 14:00”? Perché non ci rendiamo conto che abbiamo una lingua unitaria nazionale da un secolo scarso e, ciò nonostante, siamo già pronti a farne a meno? Insomma, nell’usare il monosillabo affermativo, mettiamo l’accento sulla “i”: non è così faticoso neppure dagli smartphone, che forniscono pure le soluzioni corrette a chi digita: “sì”!

  

venerdì 28 luglio 2017

WEB MARKETING, LAVORO, DISOCCUPAZIONE
UN SUICIDIO ECONOMICO COLLETTIVO

L’utopia del protagonismo digitale, della presenza ubiquitaria e della comunicazione integrale ha smaterializzato i ruoli economici o, per lo meno, ne ha distrutto molti, illudendo parecchi giovani disoccupati e inadeguatamente qualificati che la speranza dell’esserci e del fare fosse già sufficiente ad assicurare un progetto di vita. Di conseguenza, sapere usare uno smartphone e un pc agganciati continuamente alla rete è parso ai più una competenza curriculare incontestabile e vincente. Il web marketing, tuttavia, è come un serial killer che sa confondersi molto bene tra la gente, conosce le buone maniere, è affabile, gioviale e lascia intendere che a tutti è concessa una possibilità, sebbene nessuno sembri volersi rendere conto che ciò che è possibile non sempre è reale. È così che quest’oscuro e sconosciuto personaggio miete vittime: regala la caramellina per farsi seguire e, a un certo punto, sequestra le proprie vittime e le tormenta fino alla morte. Il nostro presente storico è caratterizzato da una costante crescita della produzione, in specie nel settore del progresso tecnologico; i consumi, di fatto, non mancano, cosicché ci si aspetterebbe un equilibrato incremento dell’occupazione, una riduzione del costo del lavoro e un proporzionale miglioramento del sistema previdenziale. Al contrario, sappiamo bene che occupazione e previdenza, oggi, non migliorano affatto.

Nel secondo dopoguerra, com’è noto, in quasi tutto il pianeta, l’economia reale, ancora sostenuta dall’industria militare, progredì verso venticinque anni di espansione e miracoli imprenditoriali, ma in quel tempo i lavoratori avevano degli ‘oggetti’ tra le mani, si riconoscevano anche e soprattutto nei risultati dell’applicazione di una certa tecnica, per quanto questa talora potesse diventare ripetitiva e alienante.  Figli del fordismo e del taylorismo, lottavano per dei diritti, tra cui l’adeguamento dei salari e la riduzione dell’orario di lavoro, appartenevano a dei gruppi sociali, si formavano in politica, che costituiva un bisogno, e per l’esercizio della propria arte. Oggetto, arte, tecnica, produzione e appartenenza ai gruppi sociali furono dunque le forme di un ‘noi lavorativo’ visibile e tangibile. La prima vera crisi dopo la Grande Depressione, cioè quella petrolifera dei primi anni Settanta, non a caso, non li ha privati d’identità ed entusiasmo, non ha impedito loro di portare a compimento il progetto comune: avere una famiglia, possedere una casa e un’automobile. È chiaro che, in questo caso, i soggetti in questione sono gli operai e gl’impiegati della classe medio-bassa, ovverosia una classe su cui s’è fondato lo sviluppo del nostro paese; non facciamo riferimento ai capitalisti e ai grandi operatori economici perché per loro la storia dell’economia e del lavoro si svolge in modo diverso e parallelo.

Oggi, il giovane disoccupato s’inganna per sottrarsi alla mortificazione della propria inadempienza e finisce col proclamarsi manager di qualcosa ed esperto di marketing: vive coi genitori, non paga le bollette e non fa la spesa perché non può permetterselo, si acccultura su wikipedia, deculturandosi irreversibilmente, comincia a dare consigli ad altri su come posizionarsi sui motori di ricerca, apre pagine e siti sul web e, soprattutto, spende quel po’ di denaro che possiede per apparire in prima fila; in poche parole, resta un disoccupato,  pur non essendo riconosciuto come tale, mettendo in scena tragicomicamente una sorta di mito della roba. Sforzandosi d’essere consigliere e consulente d’un certo ‘altro’, dimentica di promuovere e consigliare sé stesso o, forse, non ha più il tempo per farlo. Un fenomeno che passa quasi inosservato, in questa ‘sporca faccenda’, è il paradosso inimmaginabile generato dall’economia digitale: il PIL, molto probabilmente, cresce e così pure i consumi, soprattutto nell’area di pertinenza, ma, come s’è preannunciato, le condizioni di vita restano misere; si crea una specie di povertà indiretta, quasi mai dichiarata o denunciata per vergogna e fondata sulla speranza d’esserci. Mentre, un tempo, la categoria dei lavoratori era quella del ‘noi’, adesso ‘l’altro’ è l’unica categoria ammissibile, anche se questo altro non contiene alcunché di ontologico o teosofico, essendo solo una proiezione onirica: il committente che non c’è è altro, com’è altro un mondo professionale altrettanto inesistente. È chiaro altresì che queste riflessioni non sono un attacco a quei professionisti che interpretano in modo magistrale il proprio ruolo e sono scientificamente riconosciuti né costituiscono discredito per coloro che aspirano a qualificarsi correttamente in fatto di web marketing; qui, diversamente, si denuncia il rischio di un suicidio economico collettivo.

È allarmante, quantunque puntuale, il titolo di un paragrafo del dodicesimo volume della raccolta ‘Le sfide dell’economia’: DISTRUZIONE DELL’OCCUPAZIONE E FINE DELLA COESIONE SOCIALE, in cui si fa riferimento alla sproporzione tra produzione e servizi. L’area costituita dai servizi, in pratica, è molto più estesa di quella della produzione, così da generare disparità e deindustrializzazione. A beneficio del lettore, citiamo un frammento assai significativo del brano di riferimento: <<I nuovi modelli non solo hanno minato la partecipazione e la coesione sul posto di lavoro, ma anche la partecipazione alla società stessa. I nuovi luoghi di lavoro, molti dei quali virtuali, non hanno spazio per concetti come cultura del lavoro, solidarietà e responsabilità sociale (…)>>.    
   
Tra le altre cose, se la produzione e i consumi di settore si mantengono su buoni livelli, nonostante la disoccupazione, vuol dire che, in questo modo, non si fa altro che stare al gioco delle multinazionali. Il gioco mefistofelico è semplice: attraverso il ‘finto oggetto’ – dev’essere chiaro che smartphone e pc sono finti oggetti – il possessore si persuade di poter partecipare a un ‘noi’, che ora non è più reale, ma solo possibile, e, soprattutto, di potere avere un ruolo attivo e importante nell’esercizio d’un’arte e nell’applicazione d’una tecnica, cosicché s’origina una coazione a ripetere quale tentativo di realizzazione e materializzazione della speranza e il meccanismo non avrà mai fine perché verrà sapientemente e opportunamente aggiornato in una sorta di rimando ciclico all’opera o al raggiungimento di qualcosa di fisico.


L’oggetto ha la meglio sul possessore; l’altro annulla l’io e il noi.

venerdì 7 luglio 2017

LINGUAGGI, PRESTITI, FALLIMENTI

I sintomi e la fase decisiva della malattia

Ogni crisi economica sembra sempre peggiore di quelle che l’hanno preceduta, tanto che, dappertutto, gli avventurieri dell’informazione si sforzano d’inventare un nuovo sistema di linguaggio che possa descriverla in modo efficace e, soprattutto, spettacolare. Il 2008 ha fatto scuola, per così dire, contenendo in sé sia la parodia linguistica sia la catastrofe morale e filosofica. In quell’anno, si consumò quella che è passata alla storia come crisi dei subprime, essendo questi, almeno in apparenza e impropriamente, i prodotti finanziari che causarono il crollo. Quando l’oggetto del nostro interesse è il denaro, il più delle volte, non si presta attenzione a ciò che le parole rappresentano e rivelano. Tradurre suprime con ‘sotto il primo’, come qualcuno ha fatto, è ridicolo soprattutto perché, di fatto, una traduzione vera e propria di subprime non esiste.  Si trattò di prestiti concessi a persone che non avevano i requisiti per richiederli: alcuni di loro avevano subito pure pignoramenti e fallimenti. Vien fatto di chiedersi allora per quale motivo o sulla base di quali elementi furono concessi certi prestiti? Cominciamo col dire che il peggiore dei problemi consiste nel dover riconoscere un’invenzione forzosa, subprime, e nell’associarla col sostantivo crisi. Se, infatti, come abbiamo già visto i subprime costituiscono un prodotto che ‘sta al di sotto dei requisiti di accesso al credito’, non possiamo fare a meno di ammettere di essere nei guai fin dall’inizio: quasi come vestirsi a lutto per la celebrazione di un battesimo. La sorpresa spunta col termine crisi perché, di per sé, non indicherebbe affatto una brutta cosa; il vocabolario Treccani scrive ‘santamente’: scelta, decisione oppure fase decisiva di una malattia. Crisi deriva dal greco krìno, distinguere, giudicare. Dunque, correttamente o ingenuamente: la scelta di un prodotto senza garanzie. Non vogliamo giocare a fare l’etimologia da banco, per carità! Ma i fatti denunciano cattive intenzioni. Ogni crisi è una scelta; è voluta, concepita ad arte e nessuno potrà mai convincerci della casualità dell’evento inaspettato.


Nella maggior parte dei casi, i primi sintomi, quelli che conducono alla fase decisiva della malattia, sono i seguenti: elevata quantità di denaro in circolazione, introdotto non a caso dalle banche centrali, credito accessibile, ma spread esoso, notevole presenza di attivi illiquidi tra le PMI, buoni rendimenti del mercato immobiliare e, soprattutto, performance brillanti di alcuni titoli, che, facendosi notare per impennate pazzesche, finiscono con l’attirare su di sé una quantità incalcolabile d’investimenti. È evidente che si potrebbe continuare a fare l’elencazione dei sintomi, ma questo primo quadro può bastare per le nostre esigenze. Quella che abbiamo appena descritto non è altro che la fase di uno schema ciclico che si può prevedere adottando scrupolosamente il metodo dell’analisi fondamentale. Pertanto, la domanda sconcertante è questa: se pure noi, che non abbiamo di certo ricevuto il Nobel per l’Economia e non rappresentiamo una voce autorevole, siamo in grado di darne notizia, perché nessun istituto internazionale di garanzia tra quelli sorti a Bretton Woods si preoccupa mai di anticipare o contenere la rovina? La risposta è altrettanto sconcertante quanto la domanda: il debito, oltre a essere un importante strumento di lavoro per l’economia reale, è diventato – lo è già da tempo – un vero e proprio prodotto finanziario: è scambiato, quotato, venduto e rivenduto ed è, molto più spesso di quanto si immagini, il fine stesso dell’attività finanziaria. Oggi, dobbiamo parlare unicamente in termini di ‘iperconnessione del mercato dei debiti’.

Non si può più pensare che Tizio abbia un debito nei confronti di Caio perché Caio, sicuramente, suddivide il proprio credito in diverse parti e lo vende a Sempronio, il quale probabilmente fa la stessa cosa, mentre Caio scommette contro la capacità di Tizio di pagare; il che è paradossale, se si considera che gli ha concesso il prestito. Questo processo è da considerarsi inarrestabile, tranne che si punti a un azzeramento… Lasciamo la frase incompiuta per rispetto nei confronti del lettore. 

      
Si può quindi pensare che per il piccolo investitore i mercati finanziari funzionino molto bene, a patto che egli non decida di trarne profitto.
   
A questo punto, è doveroso ricordare che il nostro tempo non è affatto più malato di quelli passati, come spesso si vuol far credere per acchiappare consensi elettorali. La storia dei crack finanziari si svolge imperturbabile da circa 600 anni, talora generata da bolle speculative, talaltra provocata da autentiche frodi, ma la sostanza non cambia. Tutti sappiamo del recente fallimento della Grecia, che nel 2012 non fu più in grado di pagare un terzo dei 350 miliardi di euro del proprio debito, ma nessuno menziona la vicenda delle pluridecorate Finlandia, Svezia e Norvegia, che negli anni Novanta se la videro brutta, o, sempre nello stesso periodo il terribile fallimento di numerose banche nipponiche. Tra il 1970 e il 1980, invece, toccò a Messico, Brasile e Argentina, che avevano contratto debiti per più di 300 miliardi di dollari con banche statunitensi ed europee per avviarsi a un processo di industrializzazione. Quando queste alzarono i tassi, modificando gl’impegni macroeconomici, il debito lievitò paurosamente mettendo in ginocchio i paesi debitori. La Spagna, d’altro canto, è rinomata per quantità di fallimenti: più di dieci dal 1500 al 1939. Nel 1998, fu la volta della Russia, che non poté pagare più della metà del proprio debito e la cui moneta, il rublo, perdette due terzi del proprio valore a causa della crisi asiatica e della svalutazione del baht thailandese. Insomma, tanto più indaghiamo quanto più troviamo conferme della tesi secondo cui il crollo fa parte del ciclo economico ed è una scelta, non già la deriva di un certo sistema.



Non si dimentichi che John Law viene fatto studiare sui banchi di scuola come autore d’una teoria economica, laddove fu soprattutto autore d’una frode colossale che condusse alla bancarotta sia la Compagnia del Mississippi sia la corona francese! Nel 1717, fece finanziare la compagnia con titoli di stato, promettendo il reperimento di grandi quantità di oro in Louisiana. Si scatenò subito una corsa all’acquisto delle azioni, ma si scoperse presto che la finanza di Law era più alchemica che reale e il tracollo fu inevitabile.

venerdì 30 giugno 2017

ITALIA COSTRETTA 
A SPERIMENTARE LA VACCINAZIONE COATTA?


Nel paese delle contraddizioni giuridiche, economiche e sociali, una contraddizione – una delle tante – non dovrebbe provocare il panico tra i cittadini, che, naturalmente, dovrebbero essere ormai abituati alle anomalie e alle incertezze. Eppure questo è lo stato dell’arte! Da una parte, molti genitori, incalzati dalle mode salutiste, preoccupati dai complotti e impauriti dalle profezie di sventura fanno le barricate contro il Legislatore, che pretende di privarli della libertà di coscienza e di cura; dall’altra, il governo, per il tramite della Ministra Lorenzin e del suo staff, interviene con un Decreto Legge a regolamentare la vexata quaestio dei vaccini: i bambini da 0 a 6 anni non vaccinati non avranno accesso ai nidi e alle scuole materne, mentre quelli delle scuole dell’obbligo potranno frequentare liberamente perché ai loro genitori inadempienti sarà comminata una multa da € 250,00 a € 7.500,00. Se ne sta discutendo. Perché ricorrere a un DL, impedendo la legittima discussione politica?


Anzitutto, precisiamo che il Decreto Legge è un atto normativo mediante il quale il governo - per far fronte alle emergenze (?) – produce una legge, la quale entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta. È bene ricordare, comunque, che le Camere hanno 60 giorni di tempo per approvarlo e convertirlo definitivamente, cosicché la sua efficacia è transitoria. In altri termini, una forzatura c’è, almeno nel caso in specie, dal momento che non mi sembra di aver notato gli elementi dell’urgenza, quali potrebbero essere un’epidemia in corso o, per esempio e in diverse circostanze, una calamità naturale. E inoltre ci chiediamo, con umiltà e grande disponibilità intellettuale: se il governo è intervenuto per evitare un’epidemia e tutelare la popolazione, per quale motivo non ha esteso l’obbligo del vaccino anche ai bambini e ai ragazzi della scuola dell’obbligo, anziché multarne i genitori? Un’epidemia non conosce limiti d’età. Vale la pena di ricordare che la legge, fino al clamoroso cambiamento di cui ci stiamo occupando, non prevedeva particolari sanzioni per i genitori che sceglievano di non vaccinare i bambini: erano previsti il ‘dissenso informato’ e un colloquio col giudice tutelare, che in genere si risolveva a favore dei genitori.

Nell’accingermi a procedere oltre, ho il dovere di fissare fin da ora il mio ruolo: non sono medico né chimico di laboratorio; sono solo una persona che si dedica con passione allo studio e all’analisi delle fonti d’informazione e ritengo di avere il diritto d’esprimere un’opinione concreta. The last but not the least: sono padre.


Dunque, attenendoci allo svolgimento della traccia, dobbiamo, prima d’ogni altra considerazione, documentare il contenuto del Piano Nazionale di Prevenzione affinché almeno l’informazione sia sana e limpida. Come da DL 07giugno 2017 n° 73, le vaccinazioni obbligatorie sono le seguenti: anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatitica B, anti-pertossica, anti-haemophilus influenzae tipo B, anti-meningoccociga B, anti-meningoccocica C, anti-morbillosa, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

Quando la salute è al centro degli interessi generali, bisognerebbe far parlare la scienza, non l’affetto o l’istinto dei genitori, per quanto quest’ultimo sia genetico e inattaccabile. Riscoprirsi ricercatori di wikilandia e inventare probabili nessi tra una vaccinazione e una patologia, così da marcare un vaccino come patogeno, sono atti esecrandi e pericolosi. Tra le altre cose, secondo una recente pubblicazione della nota rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, uno studio effettuato su <<96.000 bambini non ha trovato alcuna correlazione tra la vaccinazione contro il morbillo, la parotite e rosolia e l’insorgenza di autismo nei bambini vaccinati, neppure nei soggetti più a rischio, cioè con un fratello già colpito dal disturbo.>>. Il dato empirico è inconfutabile. Per contro, non si può passare sotto silenzio ciò che brillantemente ha fatto notare il dott. Stefano Montanari, titolare di un rinomato laboratorio di ricerca, il quale, dopo avere analizzato la struttura e la composizione dei vaccini, ha comunicato che contengono micro e nanoparticelle di piombo, tungsteno, titanio acciaio et similia. Stiamo parlando di elementi cancerogeni, naturalmente.

Nello stesso tempo, non si è fatta adeguata informazione circa il ruolo che è stato assegnato all’Italia al summit di Washington del 19 maggio scorso, durante il quale il nostro paese è stato scelto da 40 paesi come capofila della strategia mondiale di vaccinazione, nell’ambito della Global Health Security Agenda. Pertanto, o il complotto è talmente esteso da coinvolgere l’intero pianeta oppure possiamo stare tranquilli per i nostri figli. Una sola cosa è certa: se c’era qualcosa che il governo poteva fare per non generare caos, di certo non l’ha fatta. Al contrario, ha scelto la più sospetta delle vie e ha giocato sporco, come si suol dire. Perché? Il dubbio è legittimo, l’insinuazione no.  



Noi abbiamo pure l’impressione che tutto questo, dallo sciacallaggio di alcun medici avventurieri al delirio di alcuni genitori modaioli, nasca da una debolezza politica internazionale del governo Gentiloni, che, naturalmente, non ha potuto e, forse, non ha voluto comunicare i dettagli dell’ingrato obbligo cui è stato sottoposto: mettere alla prova il sistema della vaccinazione coatta. Non pensiamo neppure che Lorenzin & Co. siano stati animati da malafede e ribadiamo che il loro unico problema possa essere la lacuna in termini di peso decisionale. A quel summit hanno preso parte, come si è detto, 40 paesi, ma non è passata inosservata la presenza di Barack Obama, il cui ruolo e la cui forza in sanità costituiscono una prova d’indubbio valore circa gli obiettivi della conferenza. Non a caso, i principali mass-media non hanno fatto altro che dare titoli imbarazzanti e poco significativi alla cronaca di pertinenza, non altrimenti che se fossero alla ricerca del colpaccio per dimostrare qualcosa d’indimostrabile. Basta dare un’occhiata a tutti i tentativi di collegamento tra il malessere dei bambini e i vaccini per rendersene conto. Si vuole fare opposizione con la solita solfa delle lobby? Certo, ci sono e resterebbero in ogni caso. Questa volta, tuttavia, non abbiamo proprio le risorse umane per far chiarezza sulla vicenda. Attendiamo nuovi governi.

sabato 10 giugno 2017

Perché Fazio è un candidato buono e giusto

Non è l’uso della ragione ma l’osservanza di certi divieti che dette agli uomini il sentimento di non essere animali [1]

(ph. Mediaset)

Molto probabilmente, tentare di abbattere un gigante o di distruggere un mito è un comune e atavico sogno di gloria, un bisogno di riscatto che, spesso, trasforma tante personcine ombrose e inconcludenti in pellegrini ben vestiti e capaci di far bella mostra di sé, ma assetati di sangue e pronti ad avventarsi addosso alla possibile vittima. La letteratura del vecchio testamento ce ne dà conferma attraverso la vicenda in cui Davide si oppone a Golia e lo sconfigge con l’aiuto divino. Freud, invece, ne Totem e tabù, spiega questo fenomeno descrivendolo come naturale e, per certi aspetti, inevitabile: i figli, presto o tardi, uccideranno il padre.  Se, poi, volgiamo lo sguardo alle trame hollywoodiane, troviamo quasi sempre un eroe che, sprezzante del dolore e del pericolo, attacca il potere e trionfa su di esso. Per immedesimazione, il popolo vive nella speranza di queste forme di protagonismo. Le consultazioni elettorali dei piccoli comuni sembrano costituire un’opportunità preziosa e irrinunciabile per quanti, frustrati e insoddisfatti a causa di un’esistenza plumbea, a un certo punto, si convincono – chissà perché – di poter essere i campioni del rinnovamento, della libertà e della legalità. Della rivoluzione francese hanno scarsa memoria scolastica e, se chiedi loro il nome di almeno due illuministi o quale ne sia stato il vero movente, rischiano la crisi respiratoria… per non parlare del significato di ‘assemblea costituente’. In effetti, cominciamo a pretendere troppo. Insomma, è vero che, se non sussistono cause di ineleggibilità e incandidabilità, a nessuno si può negare questa esperienza, ma altrettanto vero, a nostro avviso, che il presunto aspirante al ruolo di consigliere comunale dovrebbe conoscere almeno i rudimenti dell’economia, del diritto pubblico, del diritto amministrativo e – perché no? – la struttura di una delibera di giunta. Invece no! I candidati vivono di ideali, sono puri, sanno mostrare sdegno.

A Trapani, le cose sono andate male, bisogna ammetterlo. I maggiori tra i candidati a sindaco, Antonio D’Alì e Girolamo Fazio, hanno subito due provvedimenti giudiziari importanti: soggiorno obbligato per il primo e arresti domiciliari per il secondo. In particolare, per Fazio, accusato di corruzione, si è scatenata una specie di gara allo sdegno. I forcaioli mascherati hanno alzato la testa, confidando di eliminare il totem per prendere il suo posto. Scompare così il concetto di ‘presunzione d’innocenza’, che dovrebbe far parte del nostro diritto penale. Non entro nel merito delle vere e proprie accuse perché s’è detto di tutto e di più: io non sono una firma autorevole, pertanto non è proprio il caso di aggiungere altro, tuttavia riesce davvero difficile credere che Girolamo Fazio, già sindaco di Trapani per due volte, e, di conseguenza, amministratore di parecchio denaro, si sia lasciato corrompere in cambio dei biglietti gratis dei mezzi della Liberty Lines o dello stadio e d’una Mercedes in prestito. Fazio ha un caratteraccio, forse non eccelle per empatia, verosimilmente non sa gestire le interviste e manda a quel paese i giornalisti, ma considerarlo corrotto e ineleggibile in virtù di questa inaccettabile tesi della Procura di Palermo significa far prevalere la frustrazione sull’intelligenza. Sono certo che Girolamo Fazio guadagni molto di più di mille euro al mese, pertanto credo che possa permettersi di pagare un biglietto per la tratta Trapani-Favignana. Neppure io, che campo coi soldi che Fazio usa per la colazione, mi sarei lasciato corrompere per così poco. A ogni modo, dato che Fazio e Morace sono amici da più di vent’anni, non è innaturale che l’uno non faccia pagare un servizio all’altro. Tutto questo è ridicolo. Voglio precisare che io non ho mai stretto la mano a Fazio e non so neppure se leggerà mai queste mie righe, pertanto non sono condizionato da interessi personali.

(ph. Wikipedia)

Qual è il vero problema in tutta questa storia? Alcuni uomini hanno potere e altri no? Questo ci spaventa? Si pensa davvero che si possa fare della buona politica, senza possedere il cosiddetto potere? L’economia di un comune – ancor più di quella di una nazione – è basata essenzialmente sulla forza contrattuale dei suoi amministratori. Con gli ideali di purezza non si riempie la pancia. E se dobbiamo dire le cose come stanno… è preferibile che certi posti di comando siano occupati da persone alle quali non giri la testa al passaggio di denaro in quanto già soddisfatte. Far parte di una comunità vuol dire rinunciare alla libertà incondizionata del tempo e dell’azione, ma ciò risulta accettabile in presenza di forme di agio e benessere, di cui non tutti dispongono. Diversamente, s’inveisce per compensazione e per ignoranza di mezzi e fini. Un cittadino normale è distante dall’autorità costituita, ma la distanza è ciò per cui egli riconosce l’autorità, la rispetta, ne teme l’intervento e, nello stesso tempo, nutre un’invidia latente e pronta ad esplodere. È così che ai margini di questa società qualcuno vede sempre complotti, qualcun altro sempre i misteri e tutti sono affamati di scandali e condanne, come se la condanna ponesse fine alle ingiustizie.    

La percezione di essere socialmente riconosciuti è costitutiva del nostro autoriconoscimento, della nostra autostima. Nella misura in cui il riconoscimento da parte di autorità è decisivo per il sentirsi socialmente riconosciuti da questo riconoscimento “autorevole” dipende anche il nostro autoriconoscimento. L’aspirazione al riconoscimento da parte delle autorità è quindi anche un’aspirazione al riconoscimento di noi stessi. [2]







[1] BATAILLE, G., 1976, La Souveraineté, trad. it. di L. Gabellone, 2009, La sovranità, SE, Milano, p. 132.
[2] POPITZ, H., 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 77., p. 27.

domenica 21 maggio 2017

RITARDI DI PAGAMENTO E SOLUZIONI CONCRETE

Diamoci subito un taglio! Il ritardo nel pagamento di una rata d’un qualsivoglia prestito è un’inadempienza vera e propria e preclude, in genere, l’accesso al credito. Il sistema creditizio italiano non perdona e non ammette distrazioni o cali di tensione. Il debitore, in pratica, è costantemente sotto tiro; basta un errore perché egli sia colpito dai cecchini della CRIF, la Centrale di Rischio Finanziario, nient’altro che una società privata nata alla fine degli anni ottanta dall’iniziativa di diverse banche e gruppi bancari. La segnalazione di un ritardo viene rimossa dopo un anno dalla regolarizzazione, mentre per due o più ritardi occorrono due anni. È inutile che si cerchino prestigiatori e mestieranti sulla piazza perché non esistono accomodamenti; gl’istituti di credito e le finanziarie non danno soldi a chi è marchiato, specie se la somma richiesta è importante. Com’è naturale, non si può fare di tutta l’erba un fascio; ci sono casi in cui i rapporti fiduciari, i patrimoni e l’intervento dei garanti diventano elementi di riesame delle pratiche e possibile riammissione.


Un esempio piuttosto interessante è quello di un libero professionista con un reddito annuo superiore a € 35.000,00, sostenuto da un garante con una busta paga da lavoro dipendente a tempo indeterminato di € 3.500,00 e la cui richiesta di liquidità corrispondeva a € 30.000,00. Il credito gli è stato negato a causa di parecchi ritardi di pagamento delle rate di un precedente prestito personale. È chiaro che, in questo caso, potremmo contestare molte cose all’intero sistema, tuttavia la contestazione non è sufficiente a restituire la speranza a chi almeno di essa avrebbe bisogno. Uno dei compiti delle banche dovrebbe consistere nell’agevolare famiglie e imprese, immettendo denaro nel circuito dell’economia reale. Questo compito, da quasi un decennio, non è più assolto e nessuno se ne cura. Se è vero, infatti, che l’esempio americano dell’epoca dei mutui subprime costituisce ormai una lezione di vita per le banche, in considerazione del fatto che, poco prima del disastro (2008), veniva concesso denaro in prestito a chi aveva basso reddito e mediocri possibilità di risarcimento, e se è pur vero che i parametri di Basilea si sono fatti sempre più stringenti, è altrettanto vero e, a ogni modo, inconfutabile che il Quantitative Easing e le varie forme con cui la BCE ha introdotto liquidità nel mercato bancario si sono rivelati fallimentari, almeno sotto il profilo dell’economia reale. Il prestito dovrebbe essere il fulcro dei mercati; di conseguenza le banche non funzionano più perché non si avvalgono di analisti, esseri umani dotati di capacità critiche, ma di punteggi.


A questo punto, bisogna rimboccarsi le maniche e sforzarsi di comprendere alcune regole fondamentali. Le alternative possono essere create, ma ciò non avviene con uno schiocco delle dita. Prima regola: rivolgendosi a un consulente del credito, non si può avere fretta; non si può pretendere che ci faccia ottenere denaro rapidamente, come se dovesse tirarlo fuori da un cilindro. È evidente che chi tenta di ottenere un prestito lo fa per un bisogno reale, ma questo non cambia le cose. Ogni posizione va analizzata e studiata con attenzione affinché possa essere ricostruita e ripresentata. Seconda regola: quando andiamo dal fruttivendolo per comprare le mele o le banane, sappiamo di dover pagare e di non potergli dire “pago dopo averle mangiate”; allo stesso modo, non si può pretendere che il consulente lavori gratis o che attenda la riscossione per andare a fare la spesa. La percentuale di mediazione è un’altra questione; qui, si sta parlando della perizia e della progettazione necessarie a che si generi un profilo idoneo all’accesso ad altre forme di credito. Esistono nel mondo diversi finanziatori privati, veri e propri investitori che intendono diversificare la sorte dei propri guadagni. Un buon consulente che abbia fatto un po’ d’esperienza in giro per il mondo potrebbe anche avere qualche contatto di questo tipo. Però, sia chiaro che si tratta di una disciplina regolare e, di conseguenza, soggetta a leggi internazionali canoniche: dall’atto notarile alla relativa apostille, dalle tasse di concessione alle spese varie, i costi sono innegabili e nessun notaio accetterà mai d’essere pagato dopo l’erogazione della somma. Insomma, non bisogna fare richieste inconcepibili, inaudite e demenziali. Qualcuno potrà obiettare che si tratta del cane che si morde la coda, ma non c’è alternativa, anzi tutti questi passaggi determinano delle garanzie di trasparenza e legalità per il richiedente. Terza e ultima regola: diffidate nettamente di quei presunti prestatori che si presentano sul web, offrendo condizioni vantaggiose e rapidità d’erogazione! Nella maggior parte dei casi, chiedono soldi sulla base del nulla e vi rifilano una potente fregatura.


In conclusione, è opportuno aggiungere che certi canali alternativi non sono inesauribili e non si possono ingolfare, per così dire. Quindi, è corretto dire che ci vuole anche un po’ di fortuna nel fare la richiesta al momento giusto.

dr. Francesco Mercadante
AnalistaFinancial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n.M54

PRESTITI PERSONALI -  CESSIONI DEL QUINTO - FINANZIAMENTI ALLE IMPRESE / START UP - MUTUI - CONSOLIDAMENTO DEL DEBITO - LEASING - FACTORING - INTERNAZIONALIZZAZIONE - CONSULENZA FINANZIARIA - GESTIONE PATRIMONIALE

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giovedì 11 maggio 2017

€ 240.000,00 A FONDO PERDUTO (totalmente) 
ALLE START-UP (in Romania)

La prima volta in cui lo raccontai a un imprenditore italiano, negli occhi del mio interlocutore vidi diffidenza, scetticismo, incredulità e tutto ciò che potesse mantenere una certa distanza tra la mia proposta e la sua adesione. Insomma, diciamolo pure, si trattò d’una specie di psicodramma perché chi stava seduto di fronte a me, in un pomeriggio qualunque, presso il tavolino di un noto bar di Trapani, temeva che io volessi fregarlo. Non me lo disse con chiarezza, ma le sue mezze frasi e i suoi espedienti linguistici me ne davano prova.


La piccola e media impresa italiana vive in una dimensione kafkiana, noi tutti – italiani – siamo un popolo kafkiano. L’aggettivo ad alcuni potrebbe sembrare improprio e forzato, ma vi assicuro che è quanto mai pertinente. Ne ‘Il castello’, Kafka narra di un agrimensore assunto dai signori di un castello, tuttavia K., questa la lettera con cui è identificato il protagonista, non svolge mai lavori di agrimensura, anzi in un’occasione si ritrova a fare il bidello, non riceve mai alcun compenso e tenta di raggiungere ossessivamente i funzionari locali, i quali sono quasi sempre irraggiungibili. A questo punto, penso che non si faccia fatica a ridefinire kfkiano, per esempio, il credito all’impresa, com’è kfkiana la speranza di raggiungere certi obiettivi.

Schiacciati da questo aggettivo, quel pomeriggio, io e quell’imprenditore non concludemmo alcunché. Eppure gli dissi con estrema limpidezza: - Fatti preparare un contratto dal tuo legale e aggiungi tutte le clausole di risarcimento che desideri! Io lo firmerò a tutela dei tuoi interessi. –. Non ci fu garanzia sufficiente a rassicurarlo. Ora… A pensarci bene, come dargli torto? Un imprenditore italiano, abituato a sentire la distanza da tutto sulla propria pelle e, soprattutto, abituato a vedersi negare il credito anche per tre giorni di ritardo in un pagamento, come può credere che, in Romania, il governo finanzi l’iniziativa imprenditoriale senza pretendere alcunché in cambio, tranne che il progetto finanziato  resti attivo e conforme al business plan per cinque anni?


In sostanza, il governo della Romania eroga il cento per cento a fondo perduto. Sì, è il caso di ripeterlo, considerati i precedenti: una start-up può accedere a un finanziamento a fondo perduto da un minimo di € 240.000,00 fino a una somma che dipende dal valore della proposta presentata. E non deve restituire neanche un euro. Gli step da seguire, tra le altre cose, sono semplici e non implicano che il protagonista debba traghettare le acque infernali dell’Acheronte, come, nostro malgrado, accade in Italia. Il primo passo consiste nell’apertura di una posizione societaria e di un profilo bancario. Successivamente, si preparano il progetto e il business plan di pertinenza e, da ultimo, si presenta la domanda. Le spese, come si può immaginare, non sono affatto paragonabili a quelle italiane: con € 7/8.000,00, in pratica, si acquisisce l’intero pacchetto senza spese aggiuntive né sorprese. In quanto al resto, i dubbi possono essere fugati facilmente perché, in questo articolo, si fa riferimento alle misure progettuali dei fondi europei per la Romania, pertanto ogni essere umano dotato di capacità di discernimento può accertarsene.

Cos’altro aggiungere, se non che le imposte sul reddito ‘commerciale’ sono altrettanto confortanti? Il 3% fino a € 100.000,00 di fatturato.


A voi la scelta! Vi aspetto

dr. Francesco Mercadante
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