sabato 21 aprile 2018


PNEUMATICI, ZAINI, PERSONE: QUALI ARTICOLI USIAMO?

Si potrebbe subito obiettare che un capitolo sull’articolo è poco utile. Se lo si usa con disinvoltura, allora a cosa serve un contributo di approfondimento? I guai arrivano proprio quando si è troppo convinti di essere nel giusto. In latino, l’articolo mancava del tutto; era sufficiente declinare in modo corretto un sostantivo perché se ne comprendesse il senso, cioè il suo significato all’interno della frase (…a proposito della differenza tra senso e significato, si dovrebbe scrivere un diverso capitoletto). I Greci, invece, linguisti raffinati e sofisticati per antonomasia, ne facevano ampio uso. Noi abbiamo ereditato e trasformato dei dimostrativi e dei numerali latini facendoli diventare articoli. Aggiungiamo dunque una nota di memento per coloro che restano devoti alla storia della lingua: l’articolo determinativo è figlio del dimostrativo ille, illa, illud, mentre l’indeterminativo è stato generato dal numerale unus, una, unum.

Qui finiscono le nozioncine e cominciano i dubbi: il pneumatico o lo pneumatico? Al lettore parrà strano, ma la questione che abbiamo appena introdotta è controversa. I grammatici, a dispetto dell’ovvietà della risposta, non sono tutti concordi. Noi preferiamo tagliare corto, senza entrare nel merito della querelle: come abbiamo già scritto in un altro capitolo, davanti a s+consonante, ps, pn, gn, z, x, y e ai suoni e wuà, il diventa lo e i diventa gli. Allo stesso modo, un diventa uno. Se non è possibile dire il o un zaino, il o un gnomo e così via, non si capisce per quale motivo dovrebbe essere possibile dire il o un pneumatico.  È vero che ogni lingua si evolve e cambia in funzione dell’uso, cosicché un errore, nel tempo, può accreditarsi come nuova forma, ma le forzature e le trovate incongrue restano insane. Un caso che genera una babele di tentativi e l’inevitabile bailamme è quello della h, la quale, pur non essendo lettera iniziale propria della nostra lingua, s’impone alla nostra attenzione attraverso prestiti e forestierismi. In pratica, l’articolo da adottare cambia a seconda che essa sia muta o aspirata. Come scrive il monumentale Serianni, <<Sarebbe opportuno usare l’ e un nel primo caso (come si fa per le parole italiane con iniziale vocalica) e lo e uno, per analogia con quel che avviene davanti a gruppi consonantici esotici>>.

Di fatto, qual è il significato dell’articolo e perché lo usiamo con tale scioltezza e noncuranza da non rendercene conto? Gli articoli sono dei determinanti, vale a dire dei morfemi distintivo-identificativi: nessuno fa fatica a capire che il sintagma “una casa” indica una delle tante case possibili, laddove il sintagma “la casa” indica una casa specifica e che, in qualche modo, è nota ai parlanti. In altri termini e con un po’ di elasticità mentale, possiamo definirli dei segnaposto, etichette semantiche senza le quali soggetto e complemento non avrebbero più un’identità.


Un’abitudine tutta settentrionale è quella che vede l’articolo precedere i nomi propri: il Paolo, la Maria et cetera. Si tratta di forme piuttosto diffuse, ma ciò non implica che siano corrette. Il nome proprio si fa accompagnare dall’articolo determinativo solamente in tre casi: 1) quando esso è seguito da una specificazione attributivo-appositiva, come per esempio “il Paolo dei tempi migliori”; 2) quando entra a far parte di una figura retorica, la metonimia, come “il Devoto-Oli”, dove Devoto-Oli sta per le ‘il vocabolario’; 3) quando si introduce una figura illustre, come “il Foscolo”.

Una bella particolarità va assegnata all’articolo indeterminativo perché spesso subisce eleganti trasformazioni assumendo ora valore correlativo ora valore pronominale. Nella frase “Abbiamo parlato con professori e alunni: gli uni erano disponibili, gli altri un po’ meno”, l’articolo indeterminativo diventa pronome correlativo, mentre, nella frase “Mi piace la BMW, vorrei comprarne una”, la sua funzione è marcatamente pronominale. Non si pensi che al collega di categoria, l’articolo determinativo, manchino le particolarità! Se per esempio lo mettiamo davanti a un verbo, quest’ultimo ne viene sostantivato. In filosofia, questa tecnica linguistica è invalsa: “L’essere può dirsi in molti modi” leggiamo nel quarto libro della metafisica di Aristotele, dopo averlo tradotto dal greco; tuttavia nessuno ci vieta di dire “il mangiare” o “il bere”, che, così, designano l’atto del mangiare e quello del bere.

L’ultima parte di questo argomento spetta ai titoli delle opere, già trattati, ma meritevoli di chiarimento. “L’ho letto sulla Repubblica” o “L’ho letto su La Repubblica”? Di norma, quando il titolo – in questo caso, nome d’una testata giornalistica – comincia con un articolo determinativo, è preferibile non formare la preposizione articolata e rispettare il nome proprio. Dunque: “L’ho letto su La Repubblica”. Di conseguenza, nel rispetto della tradizione e per eleganza, sarebbe opportuno dire e scrivere “Il capolavoro de I Fratelli Karamazov” o “Ne I Fratelli Karamazov leggiamo (…)”, usando il complemento d’argomento latino, ma ci preme avvertire il lettore che, ormai, questa nostra proposta è da considerarsi più formale che grammaticale.   

sabato 14 aprile 2018


ARCHITETTA, CHIRURGA, MAGISTRATA? DITI? 
SONO CORRETTI

Misoginia linguistica e plurali sorprendenti

Se ci capitasse di dire o scrivere articolessa, cioè articolo al femminile, oppure discorsessa, femminile di discorso, non commetteremmo affatto un errore, anzi opteremmo per delle varianti di genere piuttosto ricercate. A poco servono le strampalate sottolineature del word, che ci mettono in guardia da presunti svarioni grammaticali: discorsessa è corretto, come lo è articolessa. Sul Devoto-Oli, a proposito di articolessa, leggiamo <<Articolo di giornale prolisso e noioso (…)>>, mentre, in merito a discorsessa (o discorsa): <<Discorso prolisso e inconcludente.>>. Chi l’avrebbe mai detto? La nostra lingua è complessa e sorprendente, cosicché occorrerebbe mettere da parte misoginia linguistica e tare intellettuali per disporsi all’accoglienza di soldata, ministra, assessora, avvocata, architetta, sindaca, chirurga, magistrata e così via, come apprendiamo da un comunicato stampa pubblicato nel 2013 dall’ex presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio (http://www.accademiadellacrusca.it/it/comunicato-stampa/crusca-risponde-ministro-ministra). In quanto alla disputa tra avvocata e avvocatessa, noi preferiamo rispettare il participio latino advocatus, che implica un accordo di genere al femminile. Dunque: avvocata, sebbene avvocatessa sia correttissimo. Coloro che non hanno fatto pace con l’evoluzione della lingua e dei ruoli sono i cantanti lirici. Riferendoci ad Anna Netrebko o a Rajna Kabaivanska, diremo il soprano Anna Netrebko o il soprano Rajna Kabaivanska, non la soprano, come spesso si sente.

In un articolo di un paio di anni fa, trattammo la stessa questione, seppure da angolature diverse: http://errorieparole.blogspot.it/2015/02/donna-soldato-si-puo-dire-se.html.

Le donne sono importanti, per carità, ma non sono tutto, specie in grammatica, entro la cui dimensione il ‘nome’ non si identifica esclusivamente col genere, ma richiede anche un numero. Singolare e plurale, in genere, costituiscono conoscenze che si danno per scontate. In parte, è giusto. Solo in parte... perché le regole e le oscillazioni sono tante! Ci occuperemo, quindi, solo delle forme problematiche e sulle quali alcuni parlanti mostrano costantemente incertezza, senza produrre elencazioni, che lasciamo ai manuali. Ribadiamo, infatti, che, se è vero che siamo nell’epoca delle smart linguistic performance, è altrettanto vero che nessun correttore verrà mai in nostro soccorso durante un discorso pubblico.


Ciliegie o ciliege? Camicie o camìce? Per rispondere alla domanda ci avvaliamo di uno schema usato dal Sensini (1997) circa le parole terminanti coi gruppi –cia e –gia. Quando la i di questi gruppi è tonica (-cìa, -gìà), il problema non si pone: il plurale è sempre in –cie e –gie (farmacie, bugie). Quando, al contrario, la i non è accentata, allora bisogna fare una distinzione: se i gruppi –cia e –gia sono preceduti da una vocale, il plurale si forma sempre con –cie e –cie (ciliegie, valigie); se –cia e –gia sono preceduti da una consonante, il plurale si forma in –ce e –ce (province, frange).

Da Luca Serianni (1989) prendiamo un altro interessantissimo metodo, quello di cui abbiamo bisogno per cavarci d’impaccio con i nomi che terminano in –ologo e –ofago. Sulle prime, non ci si pensa molto, ma di fatto, quando si ha bisogno di usare il plurale, ci si imbatte in attimi di difficoltà: << (…) presentano l’uscita in –ghi quelli che significano cose: sarcofaghi, dialoghi, monologhi (…), mentre i nomi di persona (…) escono in –gi: psicologi, antropofagi et cetera (…)>>.

Una piccola ma fondamentale nota va dedicata ai nomi stranieri, nota da estendere sia a quelli che fanno ormai parte del nostro lessico quotidiano sia a quelli desueti. Sappiamo bene che la maggior parte di essi è anglosassone; di conseguenza, alcuni sono indotti ad aggiungere la –s al plurale. Non si fa. È sbagliato. Il manager non diventa managers in presenza di un collega, allo stesso modo in cui non siamo soliti guardare dei films.

Ciò che ci giunge sicuramente come impensato e straordinario è rappresentato dai diti perché abbiamo imparato sui banchi di scuola a dire dita. Il plurale di dito, invece, è sia diti sia dita: le dita è la forma corretta per dare un’indicazione generica di questa parte della mano, laddove diti riguarda un riferimento specifico, qual è, per esempio, “i diti indici”. Grosso modo, per le parti del corpo di cui rileviamo un plurale in –a, si può applicare la stessa regola. La loro area semantica cambierà sfumatura a seconda del modo in cui formiamo il plurale: le ginocchia o le orecchie sono degli esempi concreti; ginocchi indica la specifica funzione, ginocchia indica l’insieme. In alcuni casi che riguardano gli arti, si ha un significato del tutto diverso: se diciamo braccia, sappiamo che stiamo parlando o delle nostre o di quelle di un altro essere umano; se, invece, diciamo bracci, ci riferiamo inequivocabilmente alla parte di un oggetto, come una bilancia o una croce. Quando è in discussione il plurale di osso, si viene spesso sopraffatti da un luogo comune secondo cui gli ossi apparterrebbero agli animali, mentre le ossa agli esseri umani. In minima parte, è vero, ma, così posta, la teoria diventa fuorviante. A tal proposito, leggiamo ancora una volta Luca Serianni: <<Il maschile ossi designa gli ‘ossi considerati separatamente’. Il femminile ossa si usa per l’insieme dell’ossatura umana (…)>>. In pratica, tutti questi nomi possiedono un doppio plurale e bisogna stare molto attenti a scegliere l’una o l’altra delle due forme perché si rischia di scambiare lucciole per lanterne.

L’ultimo spazio di questo capitoletto è da riservare al plurale dei nomi composti. Farne una lista completa è impossibile, oltre che inadeguato al nostro scopo ‘editoriale’. Consigliamo dunque l’approfondimento sul già citato volume di Grammatica italiana di Luca Serianni, da cui traiamo molti spunti e che presenta ricchezza di contenuti. Nel caso di nomi composti la cui prima parte è capo-, lo stesso Serianni ci informa che, se il soggetto è a capo di qualcosa, la variazione morfologica si applica al sostantivo capo: i capistazione, i capibanda et cetera, cioè coloro che stanno a capo della stazione o della banda (…capi di qualcosa). Se il plurale concerne coloro che stanno a capo di qualcuno, la variazione morfologica si applica al secondo termine del composto: i capocuochi, i caporedattori et cetera. Come ho anticipato, la lista del plurale dei nomi composti è lunga: nome + nome, ma con distinzioni doverose, nome + aggettivo, aggettivo + nome e così via. In conclusione, qual è il plurale di cassaforte, chiaroscuro, contrordine? Casseforti, chiaroscuri, contrordini. Ma roccaforte, al plurale, diventa sia roccheforti sia roccaforti.

domenica 8 aprile 2018

SI DICE EDÌLE, NON ÈDILE

Come sempre, anche nel caso che riguarda l’accento, ci proponiamo di produrre qualcosa di utile, senza addentrarci in questioni didattiche o accademiche. Ciascuno di noi, infatti, nel corso della propria esperienza culturale, si chiede se si debba dire zàffiro o zaffìro, perché ventitré sia scritto con un accento che va verso destra, anziché con uno che, come tutti gli altri accenti, va verso sinistra oppure, ancora, perché si senta dire spesso èdema, laddove la forma corretta è edèma et cetera. In un altro capitoletto della presente rubrica, abbiamo già affrontato questo tema; adesso, in considerazione della quantità di dubbi e di errori di cui abbiamo contezza, ci misuriamo con un approfondimento.

Di fatto, oggi, potremmo sentirci dire che il problema è obsoleto, dato che la maggior parte dei programmi di scrittura colma le nostre lacune correggendo gli errori e sostituendo automaticamente la parola sbagliata. Agl’indifferenti tuttavia si oppongono curiosi e coscienziosi: appropriandoci delle parole del Dio di Mosè e dell’Antico Testamento… se ci fosse solo un curioso o un coscienzioso, per riguardo a quell’uno scriveremmo lo stesso.

Cominciamo col dire che il nostro discorso è fatto non solo di segni o grafemi, bensì anche e soprattutto di ritmo, durata e intonazione, elementi, questi, che appartengono alla prosodia, una sorta di scienza del suono che abbiamo ereditata dai Greci, ma che i Latini di certo non hanno sottovalutata. Senza di essi, non potremmo più seguire un telegiornale, ascoltare una canzone né, tanto meno, saremmo più in grado di comprendere chi ci sta intorno. O meglio: forse, intuiremmo qualcosa tra le parole di chi ci sta intorno, ma penseremmo che il nostro interlocutore fosse affetto da un serio deficit neurologico. Fatto questo breve e doveroso inciso, passiamo oltre!


L’accento che spesso ci mette in difficoltà prende il nome di accento grafico. Si tratta di un accento che siamo obbligati a segnare sulla vocale giusta: lo si fa, in genere, per abitudine, ma saperne qualcosa non fa male. Nel rispetto del principio di utilità, diciamo subito che l’accento che va verso destra è acuto, mentre quello che va verso sinistra, il più diffuso, è grave. Perché siamo costretti a segnarlo? Sia per delle norme convenzionali sia perché la nostra lingua resta sempre in debito con quella latina e con quella greca. L’accento acuto si usa con le vocali chiuse, mentre quello grave con le vocali aperte. Le vocali – si badi bene! – non sono cinque, come c’insegnano erroneamente in molte scuole, ma sette: à, ì, ù, è, é, ò, ó. Di conseguenza, abbiamo una e aperta e una chiusa, una o aperta e una chiusa e ora sappiamo pure perché il numerale ventitré va scritto così e non altrimenti. Ne sono consapevoli gli attori, i quali devono sottoporsi a parecchie fatiche per imparare a pronunciare distintamente e correttamente ‘chiuse’ e ‘aperte’. Oltre alle parole ossitone, che hanno cioè accento sull’ultima, esistono tuttavia anche parole con accento sulla penultima (parossitone), sulla terzultima (proparossitone), sulla quartultima (bisdrucciole), sulla quintultima (trisdrucciole) e, addirittura, sulla sestultima (quadrisdrucciole). In pratica, a seconda del numero delle sillabe e della sillaba su cui cade l’accento, la parola prende un nome diverso. Per esempio: co-mù-ni-ca-me-lo.  

Se per tutti noi, in genere, dire siamo in rete è un compito facile e per il quale non ci preoccupiamo affatto, per un attore, al contrario e come si accennava, è impegnativo perché réte, per esempio, è un bisillabo parossitono con vocale tonica chiusa e che, di conseguenza, deve essere pronunciata in un modo che non può corrispondere a quello della pronuncia della e di un altro bisillabo parossitono con vocale tonica come bène.

L’accento, comunque, non è solo grafico e obbligatorio; nella maggior parte dei casi, esso è dinamico e nessuno c’impone di segnarlo, tranne che sia strettamente necessario per distinguere una parola da un’altra. Àncora è sicuramente diversa da ancóra e ci sembra il caso di far notare la differenza, sebbene spesso il contesto ci sia di grande aiuto e ci faccia evitare la fatica. Basta sapere che, per lo più, l’accento interno (…una semplificazione), per così dire, è un accento dinamico.

Non abbiamo dimenticato gl'interrogativi iniziali. Si dice zàffiro o zaffìro? La forma più diffusa e ormai accreditata è quella latina, zaffìro, sebbene quella greca non sia affatto sbagliata. Senza alternative, invece, edìle, che purtroppo viene storpiato molto spesso nell'inesistente èdile. Si dovrebbe dire edèma, non èdema, scleròsi, non sclèrosi et cetera, ma spesso le cattive abitudini hanno la maglio sulle buone maniere. Per qualche altra chicca sugli accenti da usare consigliamo di cliccare sul seguente link:


Ah, dimenticavo! Si dice utensìle, nel rispetto della forma latina, non utènsile.

sabato 31 marzo 2018


LO ZUCCHERO TROPPO DOLCE, LO ZIO TROPPO DEBOLE



Anche la Z merita rispetto

Rivolgendosi al fratello di mamma o di papà, si dovrebbe dire tsio, non dzio. La Z di zio, infatti, è sorda, sebbene si sia consolidata l’abitudine fonetica opposta. La stessa cosa accade con lo tsucchero, che è diventato dzucchero: in pratica, lo zucchero s’è addolcito oltremodo e lo zio s’è indebolito alquanto. La Z può essere riprodotta e articolata in due differenti fonemi: /ts/ (affricata alveolare sorda) e /dz/ (affricata alveolare sonora); di conseguenza, la pronuncia può essere sorda o aspra e sonora o dolce. Il compito che ci proponiamo di svolgere è abbastanza rognoso; non si pensi di poterlo liquidare in quattro e quattr’otto! Avere una lettera e due fonemi che da essa dipendono, infatti, fa nascere molto spesso dei dubbi e, altrettanto spesso, genera errori da matita blu. Quale delle due forme scegliamo? In molte circostanze, troviamo conforto nell’uso comune, ma non di rado anche la parlata della comunità cui apparteniamo è ambigua e amletica: ne abbiamo già avuto prova in apertura di questo scritto con zio e zucchero. In questi casi, in genere, ci si appella al web, ma (sì, un altro ‘ma’) non sempre il web è generoso e attento come appare.

Sul dizionario de La Repubblica, leggiamo che <<la Z può essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare>> e, poche righe dopo, <<in posizione intervocalica o tra una vocale e una consonante ha sempre grado rafforzato>>. Ci affrettiamo a giudicare come imprecise e fuorvianti queste affermazioni, suggerendo al lettore la consultazione del sontuoso e magistrale capolavoro di Luca Serianni, Grammatica Italiana Italiano comune e lingua letteraria, pubblicato dall’UTET. Come vedremo e dimostreremo, infatti, la Z non può essere pronunciata sorda o sonora, in qualunque posizione essa si venga a trovare. Allo stesso modo, per parole come azoto e Donizetti, che, essendo un cognome, di certo non è un forestierismo, si deve adottare la pronuncia dolce o sonora. Bisogna sempre stare attenti al modo in cui si scrivono le cose, specie all’interno di una ‘guida’: l’eccesso di generosità può condurre a gravi strafalcioni.

Tentiamo, con molta umiltà e facendo sempre riferimento alle sacre ‘fonti’, di mettere un po’ d’ordine! Alcuni dicono caldzino (sonora), altri dicono caltsino (sorda), ma la pronuncia corretta è caltsino perché quest’ultimo deriva dal latino tardo calcjam e il fonema /ts/ costituisce l’evoluzione del fonema -cj-. Allo stesso modo, si dovrebbe dire tsanna, non dzanna, tsucchero, come abbiamo già scritto, non dzucchero e, sorprendentemente, tsolfo, non dzolfo, come comunemente si sente dire. In pratica, i gruppi TJ e CJ si sono trasformati in ts. Sulla base dello stesso criterio di derivazione latina, noi diciamo prandzo, che si origina da prandium, e non prantso: il fonema d’origine è DJ.

In genere, dopo la ‘elle’, la pronuncia è sempre sorda: alziamoci, scalzo et similia. Il gruppo LZ, purtroppo, è molto vessato, se ne fa scempio, cosicché esso assume pronuncia sorda o sonora a seconda della provenienza geografica dei parlanti e la lingua italiana finisce con l’essere una specie di omogeneizzato. Per carità, ci tocca mettere in chiaro una questione: se diciamo caldza al posto di caltsa, il nostro interlocutore ci capisce benissimo e sa che ci riferiamo a quell’indumento dentro il quale insacchiamo il piede, tuttavia, se durante un intervento pubblico diciamo nadzismo in luogo del corretto natsismo, allora i più raffinati tra gli uditori potrebbero storcere il naso.  

Il merito della presenza della Z nel nostro alfabeto spetta indirettamente ai Greci perché i Latini, di fatto, la reintrodussero nel proprio alfabeto solo nel I secolo a. C. al fine di riprodurre correttamente fonologia e grafematica greche.

A questo punto, possiamo dire di aver già dimostrato perché la Z non deve essere pronunciata sorda o sonora in qualunque posizione essa si venga a trovare: aggiungiamo qui, quale esempio ulteriore, che la Z iniziale seguita da i + vocale è indubbiamente sorda, mentre la Z intervocalica è sonora. È essenziale comprendere che questo articoletto non può saturare la ricchezza documentale dei casi e delle occorrenze perché l’obiettivo della rubrica è quello di far percepire al lettore l’importanza e la complessità della lingua, invitandolo all’approfondimento. Nel trattare un tema, ne prendiamo in esame sempre le forme più ‘problematiche e ostiche’, tralasciando quelle ovvie e risapute.

Andando in giro per il web, ci si rende conto che pochi si assumono la responsabilità di offrire al lettore definizioni e indicazioni precise circa la pronuncia; il che è preoccupante, se si considera che la lettera in questione possiede un’identità netta e nitida. Ipotizziamo che la confusione sia causata dalla sua pretta appartenenza alla ‘lingua greco-latina’, per così dire.



venerdì 23 marzo 2018


SPIE, TITOLONI ED EFFETTI LINGUISTICI SECONDARI

Processi sbrigativi e propaganda di scuola

Martedì, 13 marzo 2018. Il Post pubblica un articolo dal titolo “Tutto sul caso della spia russa avvelenata” e, nel sottotitolo scrive: <<Chi è Sergei Skripal, come e perché è stato avvelenato e cosa farà ora il Regno Unitocontro la Russia, spiegato bene>>. La notizia, come tutto ciò che riguarda misteri e servizi segreti, desta immediatamente interesse in un’ampia categoria di lettori, i quali, tuttavia, sono messi, fin dall’inizio, davanti al fatto compiuto. Analizzando anche in modo superficiale la tecnica di composizione linguistica dell’articolo, non si fa alcuna fatica a dimostrare che i media hanno svolto sbrigativamente il proprio processo, condannando la Russia irreversibilmente e senza concedere facoltà di difesa. Per carità, molti elementi ci inducono a pensare che i russi ne sappiano qualcosa: Skripal è un ex agente del GRU (Servizi Segreti militari russi) inviato in Spagna all’inizio degli anni Novanta, ma divenuto presto collaboratore dell’MI6; incarcerato la prima volta per alto tradimento, viene rilasciato grazie a uno scambio di ‘prigionieri illustri e utili’ tra USA e Russia, nel 2010. E inoltre, l’agente nervino utilizzato è pretta produzione chimica russa. Chi non penserebbe a ‘Putin’ quale mandante? Il film è già bell’e fatto.

Possiamo dirci convinti tuttavia che la trama sia quella appena intravista o può darsi che si tratti d’un trailer elaborato ad arte? Se vogliamo distinguerci per zelo analitico e imparzialità, dobbiamo guardare molto oltre. Rileggiamo il sottotitolo: <<Chi è Sergei Skripal, come e perché è stato avvelenato e cosa farà ora il Regno Unito contro la Russia, spiegato bene>>. In pratica, il discorso è costituito da quattro segmenti semantici; non ha, in altri termini, una sola unità di significato, come potrebbe sembrare di primo acchito: 1) chi è Skripal; 2) come è stato avvelenato; 3) perché è stato avvelenato; 4) e cosa farà ora il Regno unito contro la Russia; 5) spiegato bene. “Chi”, “come” e “perché” sono coordinati per asindeto, cioè mediante la virgola o assenza di congiunzione, mentre il quarto segmento, a scopo di messa in risalto, viene collocato alla fine della coordinazione ed è introdotto dalla congiunzione “e”. Tra le altre cose, esso si sviluppa in una struttura più complessa delle precedenti e designa l’unico vero e proprio focus dell’intero sottotitolo: cosa farà il Regno Unito contro la Russia, giacché è ormai evidente e inequivocabile che Skripal è stato ucciso dai russi.

Dov’è l’evidenza?  

Lo stesso autore, a metà dell’articolo, in piena contraddizione con quanto sostiene in precedenza, scrive:

<<Non è ancora chiaro come Skripal e sua figlia sono stati avvelenati e l’indagine su quello che è successo – guidata dall’unità antiterrorismo della polizia britannica – sta coinvolgendo centinaia di agenti. Sono state raccolte decine di testimonianze e video di telecamere a circuito chiuso, ma se ci sono stati sviluppi concreti la polizia non li ha ancora comunicati al pubblico.>>

Dunque: manca chiarezza sul metodo, la polizia non ha ancora comunicato dati concreti sul caso, ammettendo che ce ne siano, eppure il redattore de Il Post, in linea con l’informazione dominante, assume una posizione di colpevolista nei confronti della Russia. Sia chiaro: avremmo potuto scegliere qualsiasi altro articolo sull’argomento, dal momento che i media sono accomunati da un certo stile propagandistico, aprioristico e molto poco analitico, per così dire! Il Post ha avuto il vantaggio dell’indicizzazione e null’altro: premiato da Google e messo al primo posto, lo abbiamo scelto.


I meccanismi che stanno alla base di queste formule perlocutorie, formule linguistiche atte a generare un certo effetto nel lettore-fruitore, sono due, sebbene a esse si faccia ricorso talora anche inconsapevolmente: l’implicatura conversazionale e la presupposizione. Ne abbiamo parlato a lungo in alcune pubblicazioni precedenti, pertanto qui ci limitiamo a dire che si tratta di fenomeni mediante i quali lo scrivente o assume un antefatto come vero e indiscutibile (presupposizione), costruendo su di esso il discorso, o lascia che il lettore faccia delle deduzioni di verità (implicatura).

E cosa farà ora il Regno Unito contro la Russia

Si presuppone inequivocabilmente che La Russia abbia già fatto qualcosa contro il Regno Unito, che, a propria volta, è costretto a vendicarsi.

Prendiamo ora in esame un’altra frase in cui l’autore s’imbatte in una forzatura linguistico-strumentale:

Sono state raccolte decine di testimonianze e video di telecamere a circuito chiuso, ma se ci sono stati sviluppi concreti la polizia non li ha ancora comunicati al pubblico

In questo caso, il corpo del reato è rappresentato dalla congiunzione coordinante avversativa “ma”, che funge da attivatore dell’implicatura. Il collegamento tra la raccolta delle testimonianze e le comunicazioni della polizia non è immediato né logico o naturale, ma viene costruito, ossia ‘implicato’ dall’autore, il quale offre al lettore il piano della deduzione. Per quanto ciascuno di noi possa essere temprato e ‘addestrato’ all’ermeneutica, accade facilmente di lasciarsi catturare da certe ‘suggestioni’.

Nessun progetto d’analisi può essere pensato in assenza dei riferimenti di sistema cui esso appartiene; di conseguenza, pur non volendo fare i complottisti, non possiamo fare a meno di ricordare che questo articolo, come tanti altri, viene pubblicato a poco meno di una settimana dalle elezioni politiche russe, di cui adesso conosciamo l’esito. Allo stesso modo, non si può passare sotto silenzio che la Russia, da qualche mese, ha consolidato la propria posizione nel Medio Oriente siglando un accordo con l’Egitto in virtù del quale i due paesi per cinque anni rinnovabili possono utilizzare l’uno le basi aeree dell’altro. E nessuno può far finta di non sapere cosa è accaduto in Inghilterra a causa di Cambridge Analytica. Insomma, se solo dessimo una rapida occhiata ai dati finanziari in corrispondenza della reazione della May, dati che, per esempio, indicano un’impennatadella sterlina, dovremmo per lo meno ‘fermarci a dubitare’.

Noi non siamo affatto in grado di puntare il dito contro qualcuno, ma di certo non rinunciamo all’analisi.  

  

sabato 3 marzo 2018

STUPRI ELETTORALI

La metafora di Macerata

In un documento della BBC, leggiamo, non senza stupore e disgusto, che molte donne siriane sono state costrette a ‘dare’ il proprio corpo in cambio di aiuti umanitari. Gli sfruttatori sarebbero degli esponenti di alcune ONG e, addirittura, delle Nazioni Unite.


Nel corso della lettura del testo summenzionato e di cui abbiamo correttamente riportato il link (…è sufficiente cliccare sul testo inglese), si apprende che già da parecchi anni si vociferava di simili abusi, senza che tuttavia se ne prendesse atto e si provvedesse a punire i colpevoli e porre fine al martirio (…non sapremmo in quale altro modo definirlo!). Poco importa che adesso l’Agenzia delle UN dica “tolleranza zero”.

Il fenomeno in questione non è solo l’espressione della violenza con cui il più forte approfitta sistematicamente del più debole; non è un caso, come ce ne sono tanti, di prevaricazione né si tratta esclusivamente della già nota arroganza dell’uomo occidentale che si proclama portatore di valori; è, invece, anzitutto e per lo più, un principio d’irreversibile contraddizione psicoantropologica, una forma di compensazione patologica che induce l’individuo vivente a ricollocare sé stesso all’interno di pericolose categorie socio-politiche interamente fondate sulla tragicomica inosservanza della cultura, del sacrificio e delle competenze: ciò che non si può ottenere sulla base delle proprie capacità si ‘punta’ con l’aggressione, la quale, a propria volta, è legittimata, purtroppo, dall’appartenenza a taluni specifici gruppi.


Nel nostro paese, questa controversa e inquietante commedia dell’arte è stata interpretata dal maleficio populistico che ha cancellato definitivamente le già deboli tracce di meritocrazia esistenti. Qui, s’insinuano prepotentemente la contraddizione psicoantropologica e la compensazione patologica… Un presunto leader isola una categoria, quale potrebbe essere quella degli immigrati, designandola come patogena e problematica; i suoi seguaci, di conseguenza, in essa vedono il male e la attaccano senza tregua né distinzioni di merito. Un altro presunto leader riceve l’illuminazione lungo la via elettorale e proclama la lotta alla casta; i suoi seguaci, approfittando dell’apparente libertà concessa dai social network, fanno la gara degli insulti e si specializzano sempre più. D’altronde, ci chiediamo: chi tra questi leader ha mai letto un classico o, per lo meno, chi ne dà prova, mostrando garbo, senso della misura, gentilezza e consapevolezza dei contenuti? Bisogna demolire l’altro, l’avversario. Allora, se ci si prova a dire che un certo candidato non è intellettualmente idoneo a ricoprire il ruolo per cui è candidato, le obiezioni più comuni sono le seguenti: “Ma la Ministra X allora…”, “E il Ministro Y…”. In altri termini, se si tocca il fondo a causa di uno o più errori, siamo giustificati ad andare oltre il fondo, cominciando a scavare. Ne sa qualcosa Laura Boldrini, Presidente della Camera, il cui curriculum è eccellente, amplissimo, ricco di esperienze umane e intellettuali: non viene più giudicata per l’opera politico-amministrativa, ma viene aggredita e insultata costantemente. Ed è chiaro che si tratta solo di un esempio.

Non ci si è resi conto che inaugurare l’epoca del “vaffanculo” ha significato un inqualificabile imbarbarimento della compartecipazione psicosociale. A nessuno importa. Qual è la differenza tra ciò che è accaduto in Siria e continua ad accadere in tutti i teatri di guerra e ciò che sarebbero pronti a fare molti militanti del populismo nostrano? Coloro che hanno istigato i cittadini all’odio non sono forse responsabili d’un disastro politico e comunicativo?

Il curriculum, però, non serve più. D’altronde, se si istituzionalizza un precedente così illustre, se un candidato alla Presidenza del Consiglio può sbagliare i congiuntivi e dire che la Russia si affaccia sul Mediterraneo, allora in che modo convinceremo domani i nostri figli che studiare è l’atto più importante della crescita di ciascuno di noi? Basta aggredire qualcuno, insultarlo, stuprarlo per vincere: la metafora è indubbiamente forte, quasi stridente o iperbolica, ma i lettori sapranno sicuramente intuirne l’essenza.  


Siamo pienamente sprofondati nella ‘metafora di Macerata’. Non c’è bisogno di spiegare qual è la differenza tra pressione fiscale e gettito fiscale, nessuno dice che cos’è il rischio di liquidità per le banche, non si parla della volatilità o dei timori sulla stabilità degli asset italiani et cetera. Non lo si fa, molto probabilmente, perché molti non ne sanno un’acca. Per esempio: l’Italia esercita una pressione fiscale del 41%, cioè superiore pure a quella della Germania, 35%, la quale ha evidenti vantaggi in termini di occupazione e reddito pro capite, ma occorre tenere conto che la media dei paesi UE corrisponde al 38% e, nostro malgrado, certi equilibri, se si vuole mantenere un minimo di competitività, sono necessari. In teoria, in un’economia virtuosa, la riduzione delle tasse dovrebbe far crescere e – non diminuire – il gettito fiscale, dato che, secondo la curva di Laffer, l’aumento delle attività produttive e del numero dei lavoratori dovrebbero tradursi immediatamente in un incremento della base imponibile. Tuttavia, la teoria non sempre può corrispondere alla pratica. Nessun paese al mondo, oggi, può decidere il da farsi in modo del tutto indipendente. Neppure gli USA, che fanno bella mostra di potenza libera e arbitraria, se lo possono permettere, visto che Cina e Giappone possiedono la maggior parte del debito pubblico statunitense.

Insomma, non si vuole di certo divagare, per carità: alcuni elementi esemplificativi costituiscono un contributo di chiarezza e, nello stesso tempo, si dovrebbe avere il buon senso di riportare il dibattito sull'economia, la viabilità, la sanità et similia, allontanandolo dai personalismi e dalla parola.

giovedì 18 gennaio 2018

MUSCOLI SCOLPITI E PROMESSE ELETTORALI


Linguaggio e (In-)comprensione

Quando parliamo, non ci capiamo del tutto, anzi, non ci capiamo affatto. L’idea secondo cui il nostro discorso è compreso adeguatamente da chi ci ascolta è piuttosto bislacca e, forse, anche illusoria; proviene, molto probabilmente, dalla storica presunzione del primato ‘scientifico’ della specie. Possedere tale primato neurobiologico tuttavia, cioè saper usare la parola, non significa comprenderne tutte le combinazioni, specie quando siamo destinatari di un messaggio. 

Ipotizziamo, allora, fin dalle prime battute, che il fenomeno della presunta comprensione non sia altro che una sorta di adesione o partecipazione a una funzione biologica collettiva, cosicché il sistema della lingua si configurerebbe come la risposta dell’aggregazione antropologica alle esigenze della specie. 

“Prova il nostro metodo per scolpire i tuoi muscoli in dodici settimane”: tutti noi abbiamo visto scorrere parecchie volte sulla nostra timeline uno slogan di questo tipo associato con le foto di un tizio che, tre mesi prima, era ossuto e aveva un addome cascante, e tre mesi dopo, per l’appunto, è diventato, ai nostri occhi, un Bronzo di Riace. Se queste forme di propaganda hanno successo – e purtroppo ne hanno! –, allora è evidente che il meccanismo di comprensione dei significati tra di noi è disfunzionale, fuorché vogliamo credere alla cicogna che porta i bambini o… agli anabolizzanti, che comunque non ci condurrebbero a certi risultati in così poco tempo. 


Proviamo ad analizzare il contenuto dello spot per scoprire com’è fatto e perché riesce a far breccia nella nostra percezione. Anzitutto, in posizione enfatica, si rileva un atto linguistico direttivo (‘call to action’ nel gergo del web marketing), cioè una formula con cui l’autore vuole che il destinatario compia una certa azione. Non a caso, il verbo è imperativo-esortativo. In secondo luogo, quest’azione è interamente finalizzata al raggiungimento del messaggio della subordinata. L’azione richiesta, da sé, non produrrebbe alcuna curiosità. Il costrutto, dunque, è ipotattico, anche se si articola in un solo livello. In genere, in pubblicità non è comune né efficace ricorrere alla sintassi complessa, ma, in questo caso, la scelta è giustificata dal rafforzamento che ne deriva. La “prova” che il fruitore deve fare è necessaria allo scopo: ‘chi non risica non rosica’ potrebbe essere la morale. A questo punto, intervengono principalmente due specifiche funzioni del linguaggio: la funzione conativa, che è contenuta nella frase “Prova il nostro metodo”, e la funzione poetica, che invece è veicolata dall’intero discorso. Con la prima, l’attenzione è rivolta al destinatario perché si tenta di persuaderlo ad agire; mediante la seconda, si punta all’effetto retorico ed estetico-esornativo del costrutto. Quest’ultima è l’autentica premessa all’inganno permanente, giacché le emozioni suscitate nel fruitore sono prive di un vero e proprio contesto, non hanno referenza, ma possono solo essere rinviate a un futuro d’immaginazione e intangibilità. 

Qual è la precondizione che ci permette di utilizzare l’immaginazione e l’intangibilità, a dispetto dell’apparente inconsistenza semantica? Le presupposizioni e le implicature, termini adottati dai linguisti per descrivere questi meccanismi, costituiscono la base su cui si poggia buona parte della comunicazione, in specie quella persuasivo-propagandistica. La presupposizione è qualcosa che, pur non essendo dichiarato apertamente nel discorso, è dato per scontato, una verità assunta a priori. Nelle circostanze che riguardano lo spot, l’enunciato da assumere come vero è: ‘esiste un metodo’; la qual cosa, se negata, annullerebbe l’effetto del messaggio. Quando il politico dice “aboliremo 400 leggi inutili”, la presupposizione che istruisce il discorso è “esistono 400 leggi inutili”. Nessun elettore sa se queste leggi siano davvero inutili né un programma elettorale può contenere per esteso 400 leggi apparentemente inutili, tuttavia il messaggio guadagna credito in quanto fondato sulla forza illusoria di ciò che non è dimostrabile ed è privo di contesto. 


Si badi che la quasi totalità delle nostre conversazioni si articolano grazie ai legami di assenza, che noi sosteniamo con le presupposizioni e le implicature. Quest’ultime, diversamente, sono delle vere e proprie deduzioni tacite e che noi ci consentiamo ‘indirettamente e inconsapevolmente’ per far parte del gruppo sociale in modo intimo e gratificante. Se mi lascio incantare da “Prova il nostro metodo per scolpire i tuoi muscoli in 12 settimane”, una delle implicature conversazionale può essere la seguente: ci si aspetta che per raggiungere la forma fisica ci voglia più tempo, ma… Se vogliamo rivedere la situazione del politico con riferimento alle implicature, l’implicatura è “400 leggi sono troppe”. 

Il linguaggio è una preziosa opportunità di adesione, ma bisogna stare molto attenti a ciò che si è convinti di aver capito. Se qualcuno ci dice “Il tuo naso è rosso”, il rossore del naso può significare tante cose, dall’ironia di chi parla al timore di una malattia, senza che si trascuri la bugia indefinita e senza preciso scopo. Se sentiamo dire “Antonio e Luisa si sono sposati”, ciò non significa che si sono sposati l’uno con l’altra. Può darsi che ognuno abbia un proprio partner e le coppie siano due. Bisogna sempre verificare il rapporto col mondo, in assenza del quale deve prevalere il dubbio scettico su tutto. Il motivo per cui le fake news diventano subito popolari e virali è tutto racchiuso nell’uso criminale di alcuni artifici del linguaggio, che ormai sono abbastanza naturali nelle trame dell’inganno. Quando i populisti dichiarano, a furor di popolo, di voler uscire dall’euro, a meno di doversi grottescamente ricredere poco dopo, non fanno alcun riferimento al contesto: cambio valutario, bilancia dei pagamenti, rischio di svalutazione della nuova moneta, perdita di competitività et similia. Sia chiaro: questa non è una presa di posizione politica a favore dell’euro, su cui, tra le altre cose, i dubbi sono legittimi! L’uscita dall’euro, nostro malgrado, ha lo stesso aspetto dei ‘muscoli scolpiti’ e fa leva sulle stesse precondizioni semantiche. 

Tutti noi abbiamo bisogno di partecipare al dialogo della comunità e lo facciamo non tenendo conto dei rischi, esponendoci alla tirannia del linguaggio e sancendo la nostra subalternità psicologica.