domenica 24 settembre 2017

IL GUAIO DELLE INTERCETTAZIONI
(TELEFONICHE O AMBIENTALI, QUALI CHE SIANO)

Le intercettazioni, telefoniche o ambientali, sono di solito spacciate come prove schiaccianti e inconfutabili, tanto che i media ne fanno una propaganda spettacolare, il popolo ne subisce la scandalosa fascinazione e il processo abbandona presto le aule dei Tribunali per finire nelle mani dei rigattieri della notizia. In effetti, può sembrare strano e inaccettabile che alcune affermazioni ‘ascoltate’ dalla Polizia Giudiziaria durante un’indagine e, successivamente, ricostruite da un perito siano trascritte in modo scorretto o inadeguato, con serio pregiudizio della libertà di un uomo. Può sembrare strano e inaccettabile, ma la verità dei fatti, quella che appartiene alla scienza del linguaggio, c’impone di sconfessare quest’insana abitudine di consacrare l’audio come prova di colpevolezza. La nostra perplessità in merito ha una duplice natura e tenteremo fin da ora di supportarla e documentarla: in primo luogo, effettuare la trascrizione delle intercettazioni implica che il trascrittore abbia vere e proprie competenze scientifiche, padronanza del linguaggio e delle sue strutture profonde (…ne spiegheremo il motivo); il che, com’è noto, non si verifica quasi mai; in secondo luogo, siamo quasi del tutto persuasi che gl’inquirenti non leggano affatto il contenuto delle trascrizioni, limitandosi alla lettura delle note introduttive e delle chiose della P.G.. Così facendo, si rischia il giustizialismo becero: ci permettiamo di asserire, in questa fase preliminare, che, a tal proposito, la scuola italiana d’investigazione dovrebbe essere opportunamente riformata.


Un paio di esempi ci permetterà immediatamente di entrare nella materia viva del nostro argomento e dimostrare la tesi suesposta. Se l’ufficiale di P.G. addetto ad ascolto e trascrizione sente il suono “mà detto” e non è in grado di riportarlo per iscritto in “m’ha detto”, sulle prime si può anche pensare che il grave errore grammaticale sia irrilevante e ininfluente perché il significato della frase non ne risulterebbe alterato. Tuttavia, dobbiamo cominciare a considerare che queste lacune siano delle avvertenze bell’e buone sull’imminente catastrofe. Chi commette un errore del genere, infatti, non è affatto in grado di gestire le norme interpuntorie, vale a dire la punteggiatura, specie se essa dev’essere costruita ex nihilo e sulla base di una traccia audio. La punteggiatura comporta l’assegnazione di pause decisive agli effetti della designazione dei ruoli, non la si può trascurare o trattare con superficialità. Se ascoltiamo la sequenza di suoni “Domani vieni puntuale” e non distribuiamo correttamente virgole e punti, comportamento e intenzioni dell’autore della frase possono essere irrimediabilmente compromessi. Infatti, se noi trascriviamo “Domani, vieni! Puntuale!”, ci ritroviamo in presenza di due atti linguistici direttivi, cioè di due ordini impartiti dal parlante con fermezza, il quale, a questo punto, assume un ruolo dominante. Se, diversamente, non assegniamo i punti esclamativi, l’esortazione si fa moderata e la psicologia dei personaggi si modifica in modo significativo, cosicché il dialogo potrebbe svolgersi alla pari tra mittente e destinatario. Forzando un po’ la giurisprudenza e giocando con le iperboli, potremmo dire che si passerebbe dal reato di “associazione per delinquere” a quello di “concorso in associazione”: la differenza d’imputazione è impegnativa. Se, da ultimo, rileviamo un punto interrogativo, “Domani, vieni? Puntuale?”, possiamo addirittura riscontrare una marcatura di subalternità di colui che ha pronunciato la frase e l’accusa, come si suol dire, sarebbe ‘derubricata’. Alcuni potrebbero obiettare che tali valutazioni linguistiche e grammaticali siano capziose, ma chi scrive lo fa in funzione dell’esperienza di analista del linguaggio e CTP (Consulente Tecnico di Parte): dal 2005, anno della nostra prima esperienza, a oggi, in pratica, lacune e devianze riscontrate sono diventate talmente numerose che il dubbio di metodo si fatto mastodontico, specie se un soggetto intercettato viene privato della libertà per un determinato periodo di tempo a causa di una misura di sicurezza cautelare preventiva, per esempio. Dunque, tutti questi esempi appartengono alla realtà, non alla fantasia dello scrivente.

In un altro caso, la trascrizione era la seguente: <<Lui ha visto tutto però mi ha detto Tizio a che ora ci vediamo non è che dobbiamo rifare i documenti ma quali documenti (…)>>. Si può subito notare che restituire un senso compiuto al discorso non è un lavoro semplicissimo. Di primo acchito, rinunciando alla ricostruzione della struttura paratattica e della sua punteggiatura, sembra che Tizio sia nei guai perché non possiamo fare a meno di attribuirgli un bel po’ di sintagmi. Se invece facciamo la legittima fatica di ricomposizione, ci rendiamo conto che Tizio è quasi estraneo ai fatti: <<Lui ha visto tutto, però mi ha detto: - Tizio, a che ora ci vediamo? Non è che dobbiamo rifare i documenti? Ma quali documenti?>>. Di fatto, il protagonista del discorso, vero soggetto grammaticale e psicologico, è “Lui”, non “Tizio”, che rappresenta solo una persona alla quale “Lui” riferisce qualcosa, e possiamo darne prova, se e solo se mettiamo punti e virgole al posto giusto.


Per giungere alle conclusioni occorre, a questo punto, dare testimonianza di quanto ‘accade’ nelle strutture profonde del nostro linguaggio, che il più delle volte rivelano l’esatto contrario di ciò che noi percepiamo in superficie. La frase che prendiamo in esame è la seguente: “Sarei andato volentieri a vedere quel film”. Dall’approccio si ricava un certo interesse per il “film”, cosicché i giochi parrebbero fatti fin dall’inizio, tuttavia il diagramma ad albero che elaboriamo grazie ai preziosi e profetici contributi di Chomsky e della sua scuola ci consente di scoprire qualcos’altro. L’albero e le sue ramificazioni sono composti da sintagmi e livelli; ogni sintagma è organizzato attorno a una testa e ogni livello indica una o più sottocategorizzazioni e, di conseguenza, un allontanamento dell’enfasi e dei significati. Sulle prime, “vedere quel film” sembrava costituire il focus dell’intera frase, il movente o l’oggetto psicologico del parlante, ma non poniamo alcun indugio ad accertare che “quel film” si trova confinato nel quinto e ultimo livello della F, guadagnando una marcatura di totale subalternità. A questa prima e decisiva specificazione dobbiamo associare la valenza pro-drop della frase, ovverosia l’importanza di un soggetto sottinteso mediante soppressione del pronome personale soggetto “io”. Altra considerazione da fare è legata al modo e al tempo utilizzati: un condizionale passato, che avrebbe potuto essere giustificato in presenza dell’intera struttura ipotetica (protasi e apodosi), struttura ipotetica che invece qui è incompleta. Infine: perché ricorrere a un aggettivo dimostrativo, “quel”, lontano da chi parla e ascolta, dal momento che, in questo caso, l’interlocutore non ci ha fornito alcuna indicazione rispetto al proprio interesse? Morale della favola? L’autore della frase non ha in mente alcun film e la frase perde efficacia e identità semantica.


Ecco, dunque, le vere conclusioni! Chi non possiede certe specifiche competenze non può occuparsi materialmente delle trascrizioni delle intercettazioni ambientali o telefoniche. Non abbiamo la pretesa di sperare che questo nostro contributo serva a sollecitare qualche riflessione, ma bisognerebbe essere molto scrupolosi nel gestire la libertà d’un uomo. Se la magistratura inquirente leggesse davvero da cima a fondo i testi delle intercettazioni, molto probabilmente qualche dubbio in più sorgerebbe.  

martedì 5 settembre 2017

ABBECEDARIO di COMUNICAZIONE 
per necessità e devianze social

PER ASPIRANTI O SEDICENTI COMUNICATORI

(Il post è lungo e inadeguato al web: mi tocca confessarlo fin da ora per evitare d'imbattermi nell'ira della 'comunità civile'. Mi conforta tuttavia il presupposto scientifico con cui esso è stato concepito. Offrire al lettore un contributo obiettivo ha comportato questo prezzo e ora mi espone al rischio del rigetto. Posso solo assicurare di aver tentato la via della completezza; di qui il termine 'abbecedario', che costituisce un invito autentico per tutti coloro che vogliano rivedere l'ampiezza e la complessità del fenomeno 'comunicazione'. Confido adesso nella tolleranza e nella pazienza di chi vorrà superare le prime righe.) 

Questo capitolo è dedicato, in particolare, ai comunicatori e agli aspiranti comunicatori, giacché ce ne sono troppi e sono anche pretenziosi. La comunicazione e la pragmatica che la riguarda, la sostiene e la anima sono guai, come ce ne sono pochi, costituiscono un sistema complesso e composito, che spesso, purtroppo, viene liquidato sul web con suggerimenti circa l’importanza della coerenza, del programma editoriale e tante altre ‘tossine’ sulla felicità emotiva. Grammatica e pragmatica della comunicazione sono imparentate, c’è poco da dire, ma non si lasciano inscatolare facilmente. Lo scopriremo presto.


Molto di frequente, ci affanniamo a nascondere nel linguaggio la maggior parte dei nostri impulsi e dei nostri desideri, così da generare un’area d’incomprensione e ambiguità tra chi ci sta attorno e noi stessi. Ne consegue, anzitutto, che il primo disagio della psiche si manifesta nel linguaggio e, in particolare, in quello di relazione, dato che noi esistiamo unicamente nella relazione. La moglie chiede al marito: <<Ti è piaciuta la frittata?>>. Il marito risponde: <<Sì, amore mio. Buonissima!>>. E lei, ormai su tutte le furie oppure profondamente delusa: <<Com’è possibile? Era bruciata e secca. Tu dici sempre che tutto è buono!>>. Lo scambio che abbiamo appena letto prende il nome di disconferma,[1] termine con cui Watzlawick et al., indicano il deterioramento della comunicazione all’interno di una relazione complementare, in cui uno dei due partner, in posizione di superiorità, mostra all’altro una certa indifferenza, spingendo sempre più l’altro verso l’alienazione.  Adesso, prestiamo attenzione ad un altro fenomeno descritto da Watzalawick et al.! La coppia si trova dal terapeuta. Lei: <<Io grido perché lui mi offende.>>. Lui: <<Io la offendo perché lei grida.>>.[2] Il circolo vizioso può continuare senza tregua e, soprattutto, senza soluzione, fuorché intervenga, per l’appunto, il terapeuta portando l’interazione sul piano della metacomunicazione, ovverosia su quello della semantica della relazione; il che, oltre a rappresentare un caso piuttosto diffuso, è descritto con chiarezza nel terzo assioma della comunicazione formulato dagli autori della Pragmatica della comunicazione umana:

La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.[3]
Per comunicare in modo efficace, tutti noi siamo costretti a fare continuamente delle deduzioni e – per fare delle deduzioni – ci serviamo consapevolmente o inconsapevolmente di una logica implicita, di alcuni capisaldi dell’interpretazione sociolinguistica e pragmatica noti come implicature. Renzo dice a Lucia: <<Andiamo in piscina?>>. Lucia risponde: <<Ho mal di testa.>>. Nessuno fa fatica ad associare la risposta di Lucia alla domanda di Renzo, anche se, di fatto, la risposta corretta sarebbe “No” e non “Ho mal di testa”. Ciò accade perché, intuitivamente, deduciamo i passaggi semantici, pur in assenza dei segni linguistici necessari. Diversamente: se dico che “Renzo è aitante, ma brutto”, chi mi ascolta opera con il medesimo meccanismo di deduzione, sebbene non esista una correlazione adeguata tra l’essere aitante e l’essere brutto. In sostanza, abbiamo adottato un’implicatura convezionale, il ‘ma’, che entra a far parte della relazione linguistica in modo indiretto, pur non impedendoci di intuire le intenzioni del parlante. Le implicature convenzionali e quelle conversazionali, veri e propri legami di assenza del discorso che, il più delle volte, stanno anche alla base dell’umorismo o del linguaggio pubblicitario, sono ciò su cui è costruito il nostro intero sistema di comunicazione. Nel prezioso volumetto di Claudia Bianchi, docente di Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si trova un’esemplare e ‘clinica’[4] rassegna di tutti i casi in cui questi legami di assenza presiedono alla strutturazione dei significati e dell’intesa tra i parlanti. Ancora Renzo, il quale chiede a Lucia: <<Come stai?>>. Lucia prontamente risponde: <<Bene!>>. Possiamo immaginare la condizione di Lucia in modo assai impreciso e piuttosto aleatorio. Non conoscendo il contesto, infatti, non sappiamo se l’avverbio usato da Lucia sia espressione di ironia o sarcasmo o di chissà quale intenzione. Molti dei nostri discorsi s’impongono come spazi vuoti della comunicazione e, paradossalmente, acquisiscono forza proprio perché non possiedono alcun significato specifico; si possono riempire a proprio piacimento, saturare, ma non troppo, perché fungono da ammortizzatori linguistici, luoghi entro i quali tutti possono dire un po’ di tutto, garanzie di compartecipazione. In quello che è il più noto dei testi sulla comunicazione, ma che purtroppo viene affrontato con troppa superficialità, tanto che se ne riportano due o tre elementi di massima (“non si può non comunicare” su tutti!), Watzlawick et al. dichiarano quanto segue:

Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione. [5]
La plurinominata e polivalente rivoluzione del web 2.0 (ormai obsoleta sotto il profilo alfanumerico), pur essendo un primato della comunicazione e del marketing, in qualche modo, ancora tutto da scoprire, ha causato un vero e proprio processo di regressione psicolinguistica, un’accelerazione di ritorno al pensiero primitivo, in cui il meccanismo di compensazione s’è sovrapposto all’ingegno. S’è creata una area di rifugio in cui libertà, intelligenza e professionalità sono sinonimi di blogger, content manager, digital media strategist, web writer, web marketing manager, personal branding manager, copywriter, freelancer, digital life coach et similia. In precedenza, il fenomeno è stato trattato sotto il profilo grammaticale; adesso è il caso di farsi qualche domanda di altro genere. Perché è sufficiente lasciare scorrere la pagina dei propri contatti di Twitter (following e follower, senza discriminazione), dove i profili sono subito evidenti, per accertare che circa l’80% di questi è rappresentato da soggetti con le caratteristiche suesposte? C’è qualcosa che non va, per dirla in modo volgare, c’è una disfunzione linguistica e comportamentale. Nessuno fa più il fabbro? Nessuno fa il fruttivendolo? Chi accredita queste figure? Una stima statistica elementare sarebbe già sufficiente a far scattare l’allarme.

Questo sforzo psichico compensatorio si svolge spesso per potere superare le situazioni difficili della vita su nuove vie, ed appare abbastanza esperto per adempiere in modo meraviglioso allo scopo di mascherare anche un deficit di cui si ha la sensazione. Il modo più diffuso con cui si tenta di nascondere un senso di inferiorità nato nella prima infanzia consiste nella costruzione di una sovrastruttura psichica compensatoria, che tenta, nel modus vivendi nervoso, di riacquistare nella vita la superiorità e un punto d’appoggio con disposizioni e sicurezze bell’e pronte e in pieno esercizio. [6]
Watzalawick, per esempio e molto probabilmente, è uno degli autori più amati da queste personalità controverse, ma evidentemente non si rendono conto che Watzlawick è proprio colui che più di ogni altro si ritorce contro chi non lo studia attentamente.  Watzalwick, infatti, sostiene che noi siamo parte di circuiti di retroazione negativa, sistemi sociali in cui il comportamento dell’uno influenza quello dell’altro fino a generare un equilibrio. L’equilibrio, di fatto, non proviene dalle svolte positive, come in genere si pensa, bensì da quelle negative perché quelle negative contrastano il cambiamento all’interno del sistema, che teme l’alterazione della propria natura e, in ciò stesso, si consolida. I sistemi, in quanto capaci di sfruttare gli adattamenti precedenti per mantenere l’equilibrio futuro, operano secondo moduli di ripetitività, configurando catene e sequenze, tanto da caratterizzarsi per la ridondanza. Da ultimo, questo stato di cose – aggiunge Watzalawick – determina la limitazione del sistema stesso: ogni interazione diventa una restrizione delle possibilità degli scambi futuri.[7] In sostanza: il linguaggio che i soggetti psicodigital usano crea attorno a loro delle condizioni di accesso alla dimensione della fuga compensatoria e l’atto di partecipazione imitativo-ripetitiva configura immediatamente le sequenze negative, restringendo il campo delle alternative. Reinterpretando il fenomeno, secondo presupposti di pragmatica del linguaggio, si può affermare che la quantità di inglesismi utilizzati è da considerare come l’acquisizione di un’abilità combinatoria, per così dire; per la qual cosa, un digital media strategist può anche essere un digital life coach, senza differenze specialistiche: le aree semantiche di entrambe le espressioni sono simili e vaghe, quasi del tutto astratte perché non indicano competenze, come se ci si persuadesse che un prestito da un lingua straniera fosse sufficiente a qualificare la persona.

Si tratta della metafora di una possibile derealizzazione, della modesta, ma incipiente, alterazione dell’esame di realtà. In materia di realtà alterata, basta accostare i sintagmi adottati per descrive le astratte competenze alle immagini dei profili, dove saggezza, beatitudine e felicità sembrano essere le uniche condizioni d’un’esistenza sempre gravida di belle sensazioni… Il mondo reale non è fatto solo di colori riposanti!


Un tempo, sulle emittenti televisive provinciali, comparivano sedicenti maghi che si dichiaravano capaci di fornire al malcapitato di turno i numeri vincenti per la successiva estrazione della lotteria nazionale. Chi possedeva un briciolo d’intelligenza non esitava a chiedersi: - Se è in grado di prevedere quali numeri saranno estratti, per quale motivo non li usa per sé, anziché fornirli ad altri? Guadagnerebbe di più… -. Lo stesso scetticismo di metodo si potrebbe applicare a quanti tra strategist e manager del web si propongono alacremente di dare consigli agli altri e finiscono col farlo in modo ossessivo.

Di regola, non se ne deve trarre una condanna per la categoria; per contro, si deve altresì tenere in seria considerazione la nascita e l’esplosione di un fenomeno deviante, una specie di pandemia senza precedenti. Abbiamo tutti bisogno di un po’ di favole e di un po’ di miti, quasi fossero luoghi dell’eterna e confortante infanzia; in ogni favola e in ogni mito non facciamo altro che raccontare a noi stessi un nuovo possibile epilogo, in cui abbiamo conquistato la principessa e sconfitto il male; il che ci fa vivere della speranza di alternative benefiche, non è principio di degenerazione; non lo è nella misura cui non si finisca col raccontarlo pure agli altri, oltre che a noi stessi. 

Purtroppo, non è finita qui!

Ogni tentativo di comunicare qualcosa a qualcuno è un’opera di cui, forse, si conosce l’inizio, ma di cui raramente s’intravede la fine: ambiguità, cortesia, presupposizione, massime della cooperazione, funzioni del linguaggio, natura degli atti linguistici et cetera sono solamente alcune delle beghe che ci tocca affrontare, quando siamo pronti ad ammettere che un enunciato non è fatto solo di soggetti, predicati e complementi.

Negli spot pubblicitari, per esempio, si fa parecchio ricorso alla presupposizione, mediante la quale il comunicatore sceglie di dare per scontata la relazione tra il messaggio e la sua condizione di verità: “Muscoli scolpiti in dodici settimane” si legge e ‘si deve essere certi’ che, acquistando un determinato prodotto o scaricando una determinata app, si raggiungerà l’obiettivo. La relazione tra segni e parlanti è lanciata in video in modo acritico e – diciamolo pure! – non senza superbia, tuttavia siamo talmente abituati da lasciarci catturare.

Tra i fenomeni occulti o occultati o dimenticati del linguaggio della comunicazione, troviamo le massime della cooperazione, che entrano di forza nella summenzionata relazione tra segni linguistici e parlanti e si suddividono in quattro aree: quantità, qualità, relazione e modo. Agli effetti della comprensione, ogni nostro discorso deve contenere un certo numero d’informazioni, il rispetto dei fatti e la pertinenza al tema e la necessaria chiarezza d’esposizione. Bene! Molti potrebbero essere indotti a pensare che queste descrizioni siano noiose e poco utili. D’altronde, sembra che alla base dello scambio tra parlanti e scriventi stiano dei veri e propri automatismi, delle competenze innate. Può darsi che sia così, ma, provandoci a valutare la seguente frase, non è escluso che qualcuno cambi idea: Antonio e Luisa si sposano. Tra di loro? Ne siamo certi? Antonio e Luisa potrebbero sposarsi lo stesso giorno, ma… coi rispettivi partner.

Di qui, giungiamo a un’altra improrogabile distinzione, quella tra tema (o topic o argomento) e rema (o focus). Il tema di una frase è semplicemente ciò di cui si parla, mentre il rema è ciò che si dice sul tema, la cosiddetta informazione nuova. Anche in questo caso, ci appelliamo all’umiltà dei lettori-comunicatori: non si trattino questi elementi del linguaggio con leggerezza! Avendone padronanza, infatti, è possibile modificare il messaggio in vista degli effetti che vogliamo produrre, generando veri e propri meccanismi di messa in rilievo. Nella frase La tua macchina deve essere fatta riparare, la tua macchina costituisce il tema, deve essere fatta riparare il rema. Con un gioco di dislocazione e sostituzione, siamo in grado di dare più o meno risalto al costrutto: La tua macchina, ti dico che devi farla riparare.  Abbiamo costruito una dislocazione a sinistra con ripresa mediante il clitico –lo; dalla qual cosa consegue una topicalizzazione, vale a dire una messa in evidenza del tema.


A questo punto, ci tocca incomodare alcune illustri personalità del settore, confidando che siano benevole nei nostri confronti, giacché non si può pretendere di ‘fare comunicazione’, senza leggere Roman Jakobson, John Austin, John Searle, Paul Grice & Co. Credetemi, adesso, evitare di fare accademia è davvero difficile, soprattutto se non vogliamo privare gli autori della loro legittima paternità! Mi sforzerò di mantenere la retta via della semplicità e comincio col sostenere, grazie ad Austin, che già dire qualcosa significa produrre un atto locutorio. Aggiungo subito che ogni atto locutorio, in un qualsivoglia contesto, si qualifica come una sorta d’azione che lega inevitabilmente mittente e destinatario: promettere, ordinare, minacciare et similia ne sono degli esempi. Sotto questo punto di vista, l’atto linguistico diventa illocutorio. Da ultimo, sulla base degli effetti che il nostro atto illocutorio produce sull’interlocutore, diciamo che esso è perlocutorio. È evidente che, per Austin, parlare vuol dire agire. Un’altra classificazione cui bisogna prestare molta attenzione è quella fatta da Searle ne Speech Acts (1969). Egli fa notare che ogni illocuzione può essere definita in cinque diversi modi, a seconda della natura dell’atto linguistico. Un atto linguistico può essere: rappresentativo (affermare, annunciare: il parlante manifesta la propria competenza sul mondo descrivendolo), dichiarativo (nominare, sentenziare: il parlante interpreta il proprio ruolo nel mondo), direttivo (ordinare, pregare: il parlante invita qualcuno a fare qualcosa), commissivo (promettere, prenotare: il parlante stabilisce relazioni tra sé e il tempo a venire), espressivo (insultare, ringraziare: il parlante manifesta il proprio stato d’animo). A tal proposito, va documentata una curiosità: la conoscenza della natura degli atti linguistici, talora, può rivelarci ciò che il parante non vuol far trasparire. 

È arrivato il momento della conclusione delle conclusioni e non si può non fare spazio e Jakobson e alle sue funzioni del linguaggio almeno per non venire meno ai doveri della corretta informazione. Anche in questo caso, una buona analisi può mutarsi in rivelazione. Quando frasi o, più in generale, interi testi scritti sono centrati sul ruolo del mittente, attraverso pronomi personali, aggettivi possessivi et cetera, allora siamo in presenza della funzione emotiva: Io sono Antonio, mi occupo di (…), la mia vita è (…). Se invece si verificano le circostanze opposte e l’enunciato o gli enunciati puntano al destinatario, la funzione diventa conativa: Tu devi studiare; Vieni qui e non fiatare! Quale che sia il focus del discorso, il canale della comunicazione è sempre prezioso, cosicché, se il parlante lo tiene sotto controllo, matura la funzione fatica: Ci sei? Mi stai ascoltando? Allo stesso modo, è molto importante il contesto entro il quale si svolge l’azione. A tutelarne l’effettività s’interviene coi deittici, che ‘indicano’ spazio e tempo della realizzazione: Da domani, io vorrei lavorare con te oppure Qui, fa freddo. La funzione assegnata al caso appena descritto è quella referenziale. Le ultime due funzioni sono quella poetica e quella metalinguistica: la prima è reperibile sia in una bella dichiarazione d’amore sia in uno spot pubblicitario (Fate l’amore con il sapore!) e si avvale delle figure retoriche nel proprio sviluppo semantico; la seconda è più interessante di quanto si possa immaginare perché è spesso oggetto di fraintendimento. Si legge spesso che la funzione metalinguistica consisterebbe nell’applicazione di un codice, ma si tratta di un gravissimo errore. La funzionalità metalinguistica del discorso emerge tutte le volte in cui interrompiamo il flusso della comunicazione per verificare se il codice sia chiaro: è chiaro ciò che ti ho detto?

Al fine della chiarezza, quella autentica, non dovrei fermarmi qui; dovrei, diversamente, parlare di entrate lessicali, denotazione e connotazione, strutture profonde e strutture superficiali del linguaggio, ma rischierei di mettere a dura prova la pazienza del lettore. Voglio solo augurarmi che almeno un aspirante comunicatore, prima di aprire una pagina Facebook e dichiararsi digital media strategist, si ricordi di fare le letture necessarie. Non me ne vogliate, non ho la cosiddetta puzzetta sotto il naso e non mi candido ad alcun ruolo morale, ma non possiamo lamentarci della mancanza di lavoro, se trattiamo quel poco che c’è con tanta sufficienza.



[1] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, p. 76.
[2] Ibid., p. 49.
[3] Ibid., p. 51.
[4] BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari.
[5] WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op.cit., p. 57.
[6] ADLER, A., 1920, Praxis und Theorie der Individual Psychologie, trad. it. di V. Ascari, 1949, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma, p. 37. 
[7] Cfr. WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., JACKSON, DON D., 1967, op. cit.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

AUSTIN, L. J., 1962, How do Do Things with Words, trad. it. di C. Villata, 1987, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova

BECCARIA, G. L., 2007, Tra le pieghe delle parole Lingua storia cultura, Giulio Einaudi Editore, Torino

BIANCHI, C., 2003, Pragmatica del linguaggio, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

CADORNA, G. R., 1985, I sei lati del mondo Linguaggio ed esperienza, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

CANNICI, F., LA ROSA, M., 1994, Strumenti teorici e operativi per l’analisi dei testi poetici e narrativi, Fratelli Conte editori, Napoli

CHIERCHIA, G., 1997, Semantica, Società Editrice il Mulino, Bologna

CHOMSKY, N., 1988, Language and Problems of Knwoledge. The Managua Lectures, trad. it. di. A. Moro, Linguaggio e problemi della conoscenza, 1991, Società editrice il Mulino, Bologna

DE SAUSSURE, F., 1922, Cours de linguistique générale, trad. it. di T. De Mauro, 1962, Corso di linguistica generale, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

DE MAURO, T., 1994, Capire le parole, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari

FREGE, G., 1891, Funktion und Begriff, trad. it. di E. Picardi, Funzione e concetto, in Senso, funzione e concetto Scritti filosofici a cura di C. Penco e E. Picardi, 2001, Editori Laterza, Roma-Bari

JAKOBSON, R., 1963, Essais de linguistiche generale, trad. it. di. L. Heilmann e L. Grassi, 1966, Saggi di linguistica generale, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano

PINKER, S., 1994, The Language Istinct, trad. it. di G. Origgi, 1997, L’istinto del linguaggio, Arnoldo Mondadori editore, Milano.

SEARLE, J. R., 1969, Speech Acts: An Essay in the Philosophy of language, trad. it. di G. R. Cardona, 1976, Atti linguistici Saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino

WATZLAWICK, P., HELMICK BEAVIN, J., DON D. JACKSON, 1967, Pragmatics of human communication A study of interactional patterns, pathologies and paradoxes, trad. it. di M. Ferretti. 1971, Pragmatica della comunicazione umana Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

venerdì 11 agosto 2017

ERRORI E MODE DELLA LINGUA ITALIANA

LA DERIVA

“A me non convince”: quante volte abbiamo sentito ripetere questo costrutto improprio e scorretto, in cui un verbo transitivo è brutalmente trasformato in un verbo intransitivo?

Congiuntivi dimenticati, prestiti generosi, sintassi ‘allegra’, lessico gergale, frasi scisse, dislocazioni et cetera: si tratta di alcuni degli elementi di deriva della lingua italiana, la quale, nell’ultimo decennio, s’è fatta sempre più passiva, anomala e aspra, a causa del dominio dei social network, sostituitisi addirittura alla scuola in funzione di apprendimento paradossale. Qualcuno contesterebbe con veemenza questa tesi della deriva, sostenendo che ogni lingua è sottoposta a metamorfosi storico-sociali, pertanto le sue forme, quand’anche appaiano improprie, acquisiscono credito e dignità grazie all’uso costante che se ne fa. Per carità, storia ed evoluzione sono innegabili, tuttavia ci chiediamo per quale motivo sia sempre necessario indulgere a tutti i tentativi di alterazione del nostro sistema di linguaggio. Siamo davvero costretti ad accettare che l’indicativo prenda il posto del congiuntivo in dipendenza dai verba putandi, il condizionale scompaia, la paratassi (‘periodo semplice’) prevalga sull’ipotassi (‘periodo complesso’) e così via? Molti linguisti dicono di sì, ma, a nostro avviso, è difficile essere d’accordo appieno. Se, per esempio, la legge stabilisce che rubare è reato, è impensabile che il legislatore faccia delle concessioni per il semplice fatto che, un bel giorno, un numero molto alto di cittadini decida di cominciare a rubare e, per giunta, di farlo in massa.

La verità che c’interessa è una verità di fatto: l’italiano è una lingua della concessione, della sudditanza e del conguaglio.

Di certo, l’articolo di un blog non è sufficiente a far luce sull’intera vicenda, ma nessuno c’impedisce di dare qualche spunto. Da parecchio tempo ormai, dopo la reggente “Io credo”, si dimentica di utilizzare il congiuntivo e si opta per l’indicativo, la cui coniugazione sembra sicuramente più semplice. Dunque: “Io credo che egli sia cattivo” diventa “Io credo che egli è cattivo”. Qui, non si vuole richiamare alla memoria la scelta elitaria d’un Pietro Bembo o degli umanisti, che rifiutavano gli alleggerimenti della lingua, a tal punto da mettere in discussione pure Dante, che, nella Commedia, non faceva a meno di parole ‘basse’ come puttana e merda, ma non si può neppure ammettere impunemente uno snaturamento della lingua italiana, la quale, presto, finirà in pasto alle community. Sia chiaro: non ci vergogniamo affatto delle community in quanto espressione d’una nuova realtà linguistica, ne temiamo tuttavia il potere attrattivo-tutoriale nei confronti di chi non conosce ancora una grammatica basilare. Gli anglofoni non fanno differenza tra “Io credo che sia (…)” e “Io credo che è (…)” perché, in entrambi i casi, ricorrono alla seguente morfosintassi: “I think he is (…)”. Noi ci stiamo per caso adattando?

Ormai, nessuno dubita più di poter dire “più estremo”, ma ciò non implica che sia corretto: “estremo” è un superlativo assoluto d’origine prettamente latina e in italiano si rende, nei tre gradi, con “esterno, esteriore estremo” (“extra, exterior, extremus”). Pertanto, “più estremo” equivale a “più bellissimo. Lo stesso dicasi per “più intimo”: dai tre gradi “interno, interiore, intimo” (“intra, interior, intimus”) rileviamo il superlativo assoluto e notiamo l’errore. È evidente che in alcuni casi la tolleranza è obbligatoria e indiscutibile, ma la frase “Se tu venivi prima, ti aiutavo” è totalmente sbagliata e deve essere sostituita con “Se tu fossi venuto prima, ti avrei aiutato”. Sul piano della pragmatica del linguaggio, si sono ormai consolidate le cosiddette dislocazioni, cioè degli spostamenti degli elementi del discorso che forzano un po’ la naturale sequenza morfosintattica: si tende a dire “Questo lavoro devi farlo tu”, anziché “Tu devi fare questo lavoro”, producendo una dislocazione a sinistra, per la quale si mette in evidenza il tema della frase, si anticipa l’oggetto e lo si riprende con un clitico atono (“lo”), alterando la naturale sequenza SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto). Allo stesso modo, è molto in uso la dislocazione a destra: “Lo vuoi un bacio?”. In questo caso, si notano facilmente l’anticipazione del pronome clitico e un processo di focalizzazione, ovverosia una messa in evidenza del focus. Alla base di questi processi si rintracciano anche esigenze emotive, poiché i parlanti tentano spesso di dare enfasi a ciò che dicono, tuttavia è molto probabile che s’insinui l’errore. Altra forzatura è quella del c’è presentativo, struttura mediante la quale si raddoppia il contenuto dell’informazione: in genere, la frase “Paolo deve parlare con te” viene ampliata con “C’è Paolo che deve parlare con te”, in cui il raddoppiamento è evidente e, per certi aspetti, pure poco utile. I fenomeni di corruzione della lingua sono troppo numerosi perché se ne possa offrire un elenco esauriente tramite una cartellina di word. Basta considerare che siamo in presenza di una sorta di lingua parallela. Un esempio simbolico può esserci di grande aiuto: il significato del termine “suggestione”, come ci indica il vocabolario Treccani, è “fenomeno della coscienza indotto da altri”, laddove, oggi, va diffondendosi il significato di “suggerimento”, che ha una netta matrice inglese (“To suggest: suggerire”). Di conseguenza, questo lavoretto è da considerarsi come un insieme di 'autentiche suggestioni' e null’altro, data la mole…

I linguisti hanno il compito di descrivere la lingua, rispettandone derive e storpiature. Essi non devono suggerire la forma corretta, come, al contrario, fanno i grammatici. Chi scrive non si candida ad alcun ruolo, fuorché a quello dell’osservatore dispiaciuto che, comunque, si occupa di linguaggio da più di vent’anni. Andare dal fruttivendolo e dire “Volevo un chilo di mele”, anziché “Vorrei un chilo di mele”, tutto sommato, è qualcosa di accettabile, se si considera l’adozione del cosiddetto imperfetto desiderativo, ma perché non vogliamo abituarci a dire “Verrò domani alle 14:00” al posto di “Vengo domani alle 14:00”? Perché non ci rendiamo conto che abbiamo una lingua unitaria nazionale da un secolo scarso e, ciò nonostante, siamo già pronti a farne a meno? Insomma, nell’usare il monosillabo affermativo, mettiamo l’accento sulla “i”: non è così faticoso neppure dagli smartphone, che forniscono pure le soluzioni corrette a chi digita: “sì”!

  

venerdì 28 luglio 2017

WEB MARKETING, LAVORO, DISOCCUPAZIONE
UN SUICIDIO ECONOMICO COLLETTIVO

L’utopia del protagonismo digitale, della presenza ubiquitaria e della comunicazione integrale ha smaterializzato i ruoli economici o, per lo meno, ne ha distrutto molti, illudendo parecchi giovani disoccupati e inadeguatamente qualificati che la speranza dell’esserci e del fare fosse già sufficiente ad assicurare un progetto di vita. Di conseguenza, sapere usare uno smartphone e un pc agganciati continuamente alla rete è parso ai più una competenza curriculare incontestabile e vincente. Il web marketing, tuttavia, è come un serial killer che sa confondersi molto bene tra la gente, conosce le buone maniere, è affabile, gioviale e lascia intendere che a tutti è concessa una possibilità, sebbene nessuno sembri volersi rendere conto che ciò che è possibile non sempre è reale. È così che quest’oscuro e sconosciuto personaggio miete vittime: regala la caramellina per farsi seguire e, a un certo punto, sequestra le proprie vittime e le tormenta fino alla morte. Il nostro presente storico è caratterizzato da una costante crescita della produzione, in specie nel settore del progresso tecnologico; i consumi, di fatto, non mancano, cosicché ci si aspetterebbe un equilibrato incremento dell’occupazione, una riduzione del costo del lavoro e un proporzionale miglioramento del sistema previdenziale. Al contrario, sappiamo bene che occupazione e previdenza, oggi, non migliorano affatto.

Nel secondo dopoguerra, com’è noto, in quasi tutto il pianeta, l’economia reale, ancora sostenuta dall’industria militare, progredì verso venticinque anni di espansione e miracoli imprenditoriali, ma in quel tempo i lavoratori avevano degli ‘oggetti’ tra le mani, si riconoscevano anche e soprattutto nei risultati dell’applicazione di una certa tecnica, per quanto questa talora potesse diventare ripetitiva e alienante.  Figli del fordismo e del taylorismo, lottavano per dei diritti, tra cui l’adeguamento dei salari e la riduzione dell’orario di lavoro, appartenevano a dei gruppi sociali, si formavano in politica, che costituiva un bisogno, e per l’esercizio della propria arte. Oggetto, arte, tecnica, produzione e appartenenza ai gruppi sociali furono dunque le forme di un ‘noi lavorativo’ visibile e tangibile. La prima vera crisi dopo la Grande Depressione, cioè quella petrolifera dei primi anni Settanta, non a caso, non li ha privati d’identità ed entusiasmo, non ha impedito loro di portare a compimento il progetto comune: avere una famiglia, possedere una casa e un’automobile. È chiaro che, in questo caso, i soggetti in questione sono gli operai e gl’impiegati della classe medio-bassa, ovverosia una classe su cui s’è fondato lo sviluppo del nostro paese; non facciamo riferimento ai capitalisti e ai grandi operatori economici perché per loro la storia dell’economia e del lavoro si svolge in modo diverso e parallelo.

Oggi, il giovane disoccupato s’inganna per sottrarsi alla mortificazione della propria inadempienza e finisce col proclamarsi manager di qualcosa ed esperto di marketing: vive coi genitori, non paga le bollette e non fa la spesa perché non può permetterselo, si acccultura su wikipedia, deculturandosi irreversibilmente, comincia a dare consigli ad altri su come posizionarsi sui motori di ricerca, apre pagine e siti sul web e, soprattutto, spende quel po’ di denaro che possiede per apparire in prima fila; in poche parole, resta un disoccupato,  pur non essendo riconosciuto come tale, mettendo in scena tragicomicamente una sorta di mito della roba. Sforzandosi d’essere consigliere e consulente d’un certo ‘altro’, dimentica di promuovere e consigliare sé stesso o, forse, non ha più il tempo per farlo. Un fenomeno che passa quasi inosservato, in questa ‘sporca faccenda’, è il paradosso inimmaginabile generato dall’economia digitale: il PIL, molto probabilmente, cresce e così pure i consumi, soprattutto nell’area di pertinenza, ma, come s’è preannunciato, le condizioni di vita restano misere; si crea una specie di povertà indiretta, quasi mai dichiarata o denunciata per vergogna e fondata sulla speranza d’esserci. Mentre, un tempo, la categoria dei lavoratori era quella del ‘noi’, adesso ‘l’altro’ è l’unica categoria ammissibile, anche se questo altro non contiene alcunché di ontologico o teosofico, essendo solo una proiezione onirica: il committente che non c’è è altro, com’è altro un mondo professionale altrettanto inesistente. È chiaro altresì che queste riflessioni non sono un attacco a quei professionisti che interpretano in modo magistrale il proprio ruolo e sono scientificamente riconosciuti né costituiscono discredito per coloro che aspirano a qualificarsi correttamente in fatto di web marketing; qui, diversamente, si denuncia il rischio di un suicidio economico collettivo.

È allarmante, quantunque puntuale, il titolo di un paragrafo del dodicesimo volume della raccolta ‘Le sfide dell’economia’: DISTRUZIONE DELL’OCCUPAZIONE E FINE DELLA COESIONE SOCIALE, in cui si fa riferimento alla sproporzione tra produzione e servizi. L’area costituita dai servizi, in pratica, è molto più estesa di quella della produzione, così da generare disparità e deindustrializzazione. A beneficio del lettore, citiamo un frammento assai significativo del brano di riferimento: <<I nuovi modelli non solo hanno minato la partecipazione e la coesione sul posto di lavoro, ma anche la partecipazione alla società stessa. I nuovi luoghi di lavoro, molti dei quali virtuali, non hanno spazio per concetti come cultura del lavoro, solidarietà e responsabilità sociale (…)>>.    
   
Tra le altre cose, se la produzione e i consumi di settore si mantengono su buoni livelli, nonostante la disoccupazione, vuol dire che, in questo modo, non si fa altro che stare al gioco delle multinazionali. Il gioco mefistofelico è semplice: attraverso il ‘finto oggetto’ – dev’essere chiaro che smartphone e pc sono finti oggetti – il possessore si persuade di poter partecipare a un ‘noi’, che ora non è più reale, ma solo possibile, e, soprattutto, di potere avere un ruolo attivo e importante nell’esercizio d’un’arte e nell’applicazione d’una tecnica, cosicché s’origina una coazione a ripetere quale tentativo di realizzazione e materializzazione della speranza e il meccanismo non avrà mai fine perché verrà sapientemente e opportunamente aggiornato in una sorta di rimando ciclico all’opera o al raggiungimento di qualcosa di fisico.


L’oggetto ha la meglio sul possessore; l’altro annulla l’io e il noi.

venerdì 7 luglio 2017

LINGUAGGI, PRESTITI, FALLIMENTI

I sintomi e la fase decisiva della malattia

Ogni crisi economica sembra sempre peggiore di quelle che l’hanno preceduta, tanto che, dappertutto, gli avventurieri dell’informazione si sforzano d’inventare un nuovo sistema di linguaggio che possa descriverla in modo efficace e, soprattutto, spettacolare. Il 2008 ha fatto scuola, per così dire, contenendo in sé sia la parodia linguistica sia la catastrofe morale e filosofica. In quell’anno, si consumò quella che è passata alla storia come crisi dei subprime, essendo questi, almeno in apparenza e impropriamente, i prodotti finanziari che causarono il crollo. Quando l’oggetto del nostro interesse è il denaro, il più delle volte, non si presta attenzione a ciò che le parole rappresentano e rivelano. Tradurre suprime con ‘sotto il primo’, come qualcuno ha fatto, è ridicolo soprattutto perché, di fatto, una traduzione vera e propria di subprime non esiste.  Si trattò di prestiti concessi a persone che non avevano i requisiti per richiederli: alcuni di loro avevano subito pure pignoramenti e fallimenti. Vien fatto di chiedersi allora per quale motivo o sulla base di quali elementi furono concessi certi prestiti? Cominciamo col dire che il peggiore dei problemi consiste nel dover riconoscere un’invenzione forzosa, subprime, e nell’associarla col sostantivo crisi. Se, infatti, come abbiamo già visto i subprime costituiscono un prodotto che ‘sta al di sotto dei requisiti di accesso al credito’, non possiamo fare a meno di ammettere di essere nei guai fin dall’inizio: quasi come vestirsi a lutto per la celebrazione di un battesimo. La sorpresa spunta col termine crisi perché, di per sé, non indicherebbe affatto una brutta cosa; il vocabolario Treccani scrive ‘santamente’: scelta, decisione oppure fase decisiva di una malattia. Crisi deriva dal greco krìno, distinguere, giudicare. Dunque, correttamente o ingenuamente: la scelta di un prodotto senza garanzie. Non vogliamo giocare a fare l’etimologia da banco, per carità! Ma i fatti denunciano cattive intenzioni. Ogni crisi è una scelta; è voluta, concepita ad arte e nessuno potrà mai convincerci della casualità dell’evento inaspettato.


Nella maggior parte dei casi, i primi sintomi, quelli che conducono alla fase decisiva della malattia, sono i seguenti: elevata quantità di denaro in circolazione, introdotto non a caso dalle banche centrali, credito accessibile, ma spread esoso, notevole presenza di attivi illiquidi tra le PMI, buoni rendimenti del mercato immobiliare e, soprattutto, performance brillanti di alcuni titoli, che, facendosi notare per impennate pazzesche, finiscono con l’attirare su di sé una quantità incalcolabile d’investimenti. È evidente che si potrebbe continuare a fare l’elencazione dei sintomi, ma questo primo quadro può bastare per le nostre esigenze. Quella che abbiamo appena descritto non è altro che la fase di uno schema ciclico che si può prevedere adottando scrupolosamente il metodo dell’analisi fondamentale. Pertanto, la domanda sconcertante è questa: se pure noi, che non abbiamo di certo ricevuto il Nobel per l’Economia e non rappresentiamo una voce autorevole, siamo in grado di darne notizia, perché nessun istituto internazionale di garanzia tra quelli sorti a Bretton Woods si preoccupa mai di anticipare o contenere la rovina? La risposta è altrettanto sconcertante quanto la domanda: il debito, oltre a essere un importante strumento di lavoro per l’economia reale, è diventato – lo è già da tempo – un vero e proprio prodotto finanziario: è scambiato, quotato, venduto e rivenduto ed è, molto più spesso di quanto si immagini, il fine stesso dell’attività finanziaria. Oggi, dobbiamo parlare unicamente in termini di ‘iperconnessione del mercato dei debiti’.

Non si può più pensare che Tizio abbia un debito nei confronti di Caio perché Caio, sicuramente, suddivide il proprio credito in diverse parti e lo vende a Sempronio, il quale probabilmente fa la stessa cosa, mentre Caio scommette contro la capacità di Tizio di pagare; il che è paradossale, se si considera che gli ha concesso il prestito. Questo processo è da considerarsi inarrestabile, tranne che si punti a un azzeramento… Lasciamo la frase incompiuta per rispetto nei confronti del lettore. 

      
Si può quindi pensare che per il piccolo investitore i mercati finanziari funzionino molto bene, a patto che egli non decida di trarne profitto.
   
A questo punto, è doveroso ricordare che il nostro tempo non è affatto più malato di quelli passati, come spesso si vuol far credere per acchiappare consensi elettorali. La storia dei crack finanziari si svolge imperturbabile da circa 600 anni, talora generata da bolle speculative, talaltra provocata da autentiche frodi, ma la sostanza non cambia. Tutti sappiamo del recente fallimento della Grecia, che nel 2012 non fu più in grado di pagare un terzo dei 350 miliardi di euro del proprio debito, ma nessuno menziona la vicenda delle pluridecorate Finlandia, Svezia e Norvegia, che negli anni Novanta se la videro brutta, o, sempre nello stesso periodo il terribile fallimento di numerose banche nipponiche. Tra il 1970 e il 1980, invece, toccò a Messico, Brasile e Argentina, che avevano contratto debiti per più di 300 miliardi di dollari con banche statunitensi ed europee per avviarsi a un processo di industrializzazione. Quando queste alzarono i tassi, modificando gl’impegni macroeconomici, il debito lievitò paurosamente mettendo in ginocchio i paesi debitori. La Spagna, d’altro canto, è rinomata per quantità di fallimenti: più di dieci dal 1500 al 1939. Nel 1998, fu la volta della Russia, che non poté pagare più della metà del proprio debito e la cui moneta, il rublo, perdette due terzi del proprio valore a causa della crisi asiatica e della svalutazione del baht thailandese. Insomma, tanto più indaghiamo quanto più troviamo conferme della tesi secondo cui il crollo fa parte del ciclo economico ed è una scelta, non già la deriva di un certo sistema.



Non si dimentichi che John Law viene fatto studiare sui banchi di scuola come autore d’una teoria economica, laddove fu soprattutto autore d’una frode colossale che condusse alla bancarotta sia la Compagnia del Mississippi sia la corona francese! Nel 1717, fece finanziare la compagnia con titoli di stato, promettendo il reperimento di grandi quantità di oro in Louisiana. Si scatenò subito una corsa all’acquisto delle azioni, ma si scoperse presto che la finanza di Law era più alchemica che reale e il tracollo fu inevitabile.

venerdì 30 giugno 2017

ITALIA COSTRETTA 
A SPERIMENTARE LA VACCINAZIONE COATTA?


Nel paese delle contraddizioni giuridiche, economiche e sociali, una contraddizione – una delle tante – non dovrebbe provocare il panico tra i cittadini, che, naturalmente, dovrebbero essere ormai abituati alle anomalie e alle incertezze. Eppure questo è lo stato dell’arte! Da una parte, molti genitori, incalzati dalle mode salutiste, preoccupati dai complotti e impauriti dalle profezie di sventura fanno le barricate contro il Legislatore, che pretende di privarli della libertà di coscienza e di cura; dall’altra, il governo, per il tramite della Ministra Lorenzin e del suo staff, interviene con un Decreto Legge a regolamentare la vexata quaestio dei vaccini: i bambini da 0 a 6 anni non vaccinati non avranno accesso ai nidi e alle scuole materne, mentre quelli delle scuole dell’obbligo potranno frequentare liberamente perché ai loro genitori inadempienti sarà comminata una multa da € 250,00 a € 7.500,00. Se ne sta discutendo. Perché ricorrere a un DL, impedendo la legittima discussione politica?


Anzitutto, precisiamo che il Decreto Legge è un atto normativo mediante il quale il governo - per far fronte alle emergenze (?) – produce una legge, la quale entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta. È bene ricordare, comunque, che le Camere hanno 60 giorni di tempo per approvarlo e convertirlo definitivamente, cosicché la sua efficacia è transitoria. In altri termini, una forzatura c’è, almeno nel caso in specie, dal momento che non mi sembra di aver notato gli elementi dell’urgenza, quali potrebbero essere un’epidemia in corso o, per esempio e in diverse circostanze, una calamità naturale. E inoltre ci chiediamo, con umiltà e grande disponibilità intellettuale: se il governo è intervenuto per evitare un’epidemia e tutelare la popolazione, per quale motivo non ha esteso l’obbligo del vaccino anche ai bambini e ai ragazzi della scuola dell’obbligo, anziché multarne i genitori? Un’epidemia non conosce limiti d’età. Vale la pena di ricordare che la legge, fino al clamoroso cambiamento di cui ci stiamo occupando, non prevedeva particolari sanzioni per i genitori che sceglievano di non vaccinare i bambini: erano previsti il ‘dissenso informato’ e un colloquio col giudice tutelare, che in genere si risolveva a favore dei genitori.

Nell’accingermi a procedere oltre, ho il dovere di fissare fin da ora il mio ruolo: non sono medico né chimico di laboratorio; sono solo una persona che si dedica con passione allo studio e all’analisi delle fonti d’informazione e ritengo di avere il diritto d’esprimere un’opinione concreta. The last but not the least: sono padre.


Dunque, attenendoci allo svolgimento della traccia, dobbiamo, prima d’ogni altra considerazione, documentare il contenuto del Piano Nazionale di Prevenzione affinché almeno l’informazione sia sana e limpida. Come da DL 07giugno 2017 n° 73, le vaccinazioni obbligatorie sono le seguenti: anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatitica B, anti-pertossica, anti-haemophilus influenzae tipo B, anti-meningoccociga B, anti-meningoccocica C, anti-morbillosa, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

Quando la salute è al centro degli interessi generali, bisognerebbe far parlare la scienza, non l’affetto o l’istinto dei genitori, per quanto quest’ultimo sia genetico e inattaccabile. Riscoprirsi ricercatori di wikilandia e inventare probabili nessi tra una vaccinazione e una patologia, così da marcare un vaccino come patogeno, sono atti esecrandi e pericolosi. Tra le altre cose, secondo una recente pubblicazione della nota rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, uno studio effettuato su <<96.000 bambini non ha trovato alcuna correlazione tra la vaccinazione contro il morbillo, la parotite e rosolia e l’insorgenza di autismo nei bambini vaccinati, neppure nei soggetti più a rischio, cioè con un fratello già colpito dal disturbo.>>. Il dato empirico è inconfutabile. Per contro, non si può passare sotto silenzio ciò che brillantemente ha fatto notare il dott. Stefano Montanari, titolare di un rinomato laboratorio di ricerca, il quale, dopo avere analizzato la struttura e la composizione dei vaccini, ha comunicato che contengono micro e nanoparticelle di piombo, tungsteno, titanio acciaio et similia. Stiamo parlando di elementi cancerogeni, naturalmente.

Nello stesso tempo, non si è fatta adeguata informazione circa il ruolo che è stato assegnato all’Italia al summit di Washington del 19 maggio scorso, durante il quale il nostro paese è stato scelto da 40 paesi come capofila della strategia mondiale di vaccinazione, nell’ambito della Global Health Security Agenda. Pertanto, o il complotto è talmente esteso da coinvolgere l’intero pianeta oppure possiamo stare tranquilli per i nostri figli. Una sola cosa è certa: se c’era qualcosa che il governo poteva fare per non generare caos, di certo non l’ha fatta. Al contrario, ha scelto la più sospetta delle vie e ha giocato sporco, come si suol dire. Perché? Il dubbio è legittimo, l’insinuazione no.  



Noi abbiamo pure l’impressione che tutto questo, dallo sciacallaggio di alcun medici avventurieri al delirio di alcuni genitori modaioli, nasca da una debolezza politica internazionale del governo Gentiloni, che, naturalmente, non ha potuto e, forse, non ha voluto comunicare i dettagli dell’ingrato obbligo cui è stato sottoposto: mettere alla prova il sistema della vaccinazione coatta. Non pensiamo neppure che Lorenzin & Co. siano stati animati da malafede e ribadiamo che il loro unico problema possa essere la lacuna in termini di peso decisionale. A quel summit hanno preso parte, come si è detto, 40 paesi, ma non è passata inosservata la presenza di Barack Obama, il cui ruolo e la cui forza in sanità costituiscono una prova d’indubbio valore circa gli obiettivi della conferenza. Non a caso, i principali mass-media non hanno fatto altro che dare titoli imbarazzanti e poco significativi alla cronaca di pertinenza, non altrimenti che se fossero alla ricerca del colpaccio per dimostrare qualcosa d’indimostrabile. Basta dare un’occhiata a tutti i tentativi di collegamento tra il malessere dei bambini e i vaccini per rendersene conto. Si vuole fare opposizione con la solita solfa delle lobby? Certo, ci sono e resterebbero in ogni caso. Questa volta, tuttavia, non abbiamo proprio le risorse umane per far chiarezza sulla vicenda. Attendiamo nuovi governi.

sabato 10 giugno 2017

Perché Fazio è un candidato buono e giusto

Non è l’uso della ragione ma l’osservanza di certi divieti che dette agli uomini il sentimento di non essere animali [1]

(ph. Mediaset)

Molto probabilmente, tentare di abbattere un gigante o di distruggere un mito è un comune e atavico sogno di gloria, un bisogno di riscatto che, spesso, trasforma tante personcine ombrose e inconcludenti in pellegrini ben vestiti e capaci di far bella mostra di sé, ma assetati di sangue e pronti ad avventarsi addosso alla possibile vittima. La letteratura del vecchio testamento ce ne dà conferma attraverso la vicenda in cui Davide si oppone a Golia e lo sconfigge con l’aiuto divino. Freud, invece, ne Totem e tabù, spiega questo fenomeno descrivendolo come naturale e, per certi aspetti, inevitabile: i figli, presto o tardi, uccideranno il padre.  Se, poi, volgiamo lo sguardo alle trame hollywoodiane, troviamo quasi sempre un eroe che, sprezzante del dolore e del pericolo, attacca il potere e trionfa su di esso. Per immedesimazione, il popolo vive nella speranza di queste forme di protagonismo. Le consultazioni elettorali dei piccoli comuni sembrano costituire un’opportunità preziosa e irrinunciabile per quanti, frustrati e insoddisfatti a causa di un’esistenza plumbea, a un certo punto, si convincono – chissà perché – di poter essere i campioni del rinnovamento, della libertà e della legalità. Della rivoluzione francese hanno scarsa memoria scolastica e, se chiedi loro il nome di almeno due illuministi o quale ne sia stato il vero movente, rischiano la crisi respiratoria… per non parlare del significato di ‘assemblea costituente’. In effetti, cominciamo a pretendere troppo. Insomma, è vero che, se non sussistono cause di ineleggibilità e incandidabilità, a nessuno si può negare questa esperienza, ma altrettanto vero, a nostro avviso, che il presunto aspirante al ruolo di consigliere comunale dovrebbe conoscere almeno i rudimenti dell’economia, del diritto pubblico, del diritto amministrativo e – perché no? – la struttura di una delibera di giunta. Invece no! I candidati vivono di ideali, sono puri, sanno mostrare sdegno.

A Trapani, le cose sono andate male, bisogna ammetterlo. I maggiori tra i candidati a sindaco, Antonio D’Alì e Girolamo Fazio, hanno subito due provvedimenti giudiziari importanti: soggiorno obbligato per il primo e arresti domiciliari per il secondo. In particolare, per Fazio, accusato di corruzione, si è scatenata una specie di gara allo sdegno. I forcaioli mascherati hanno alzato la testa, confidando di eliminare il totem per prendere il suo posto. Scompare così il concetto di ‘presunzione d’innocenza’, che dovrebbe far parte del nostro diritto penale. Non entro nel merito delle vere e proprie accuse perché s’è detto di tutto e di più: io non sono una firma autorevole, pertanto non è proprio il caso di aggiungere altro, tuttavia riesce davvero difficile credere che Girolamo Fazio, già sindaco di Trapani per due volte, e, di conseguenza, amministratore di parecchio denaro, si sia lasciato corrompere in cambio dei biglietti gratis dei mezzi della Liberty Lines o dello stadio e d’una Mercedes in prestito. Fazio ha un caratteraccio, forse non eccelle per empatia, verosimilmente non sa gestire le interviste e manda a quel paese i giornalisti, ma considerarlo corrotto e ineleggibile in virtù di questa inaccettabile tesi della Procura di Palermo significa far prevalere la frustrazione sull’intelligenza. Sono certo che Girolamo Fazio guadagni molto di più di mille euro al mese, pertanto credo che possa permettersi di pagare un biglietto per la tratta Trapani-Favignana. Neppure io, che campo coi soldi che Fazio usa per la colazione, mi sarei lasciato corrompere per così poco. A ogni modo, dato che Fazio e Morace sono amici da più di vent’anni, non è innaturale che l’uno non faccia pagare un servizio all’altro. Tutto questo è ridicolo. Voglio precisare che io non ho mai stretto la mano a Fazio e non so neppure se leggerà mai queste mie righe, pertanto non sono condizionato da interessi personali.

(ph. Wikipedia)

Qual è il vero problema in tutta questa storia? Alcuni uomini hanno potere e altri no? Questo ci spaventa? Si pensa davvero che si possa fare della buona politica, senza possedere il cosiddetto potere? L’economia di un comune – ancor più di quella di una nazione – è basata essenzialmente sulla forza contrattuale dei suoi amministratori. Con gli ideali di purezza non si riempie la pancia. E se dobbiamo dire le cose come stanno… è preferibile che certi posti di comando siano occupati da persone alle quali non giri la testa al passaggio di denaro in quanto già soddisfatte. Far parte di una comunità vuol dire rinunciare alla libertà incondizionata del tempo e dell’azione, ma ciò risulta accettabile in presenza di forme di agio e benessere, di cui non tutti dispongono. Diversamente, s’inveisce per compensazione e per ignoranza di mezzi e fini. Un cittadino normale è distante dall’autorità costituita, ma la distanza è ciò per cui egli riconosce l’autorità, la rispetta, ne teme l’intervento e, nello stesso tempo, nutre un’invidia latente e pronta ad esplodere. È così che ai margini di questa società qualcuno vede sempre complotti, qualcun altro sempre i misteri e tutti sono affamati di scandali e condanne, come se la condanna ponesse fine alle ingiustizie.    

La percezione di essere socialmente riconosciuti è costitutiva del nostro autoriconoscimento, della nostra autostima. Nella misura in cui il riconoscimento da parte di autorità è decisivo per il sentirsi socialmente riconosciuti da questo riconoscimento “autorevole” dipende anche il nostro autoriconoscimento. L’aspirazione al riconoscimento da parte delle autorità è quindi anche un’aspirazione al riconoscimento di noi stessi. [2]







[1] BATAILLE, G., 1976, La Souveraineté, trad. it. di L. Gabellone, 2009, La sovranità, SE, Milano, p. 132.
[2] POPITZ, H., 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 77., p. 27.