venerdì 7 luglio 2017

LINGUAGGI, PRESTITI, FALLIMENTI

I sintomi e la fase decisiva della malattia

Ogni crisi economica sembra sempre peggiore di quelle che l’hanno preceduta, tanto che, dappertutto, gli avventurieri dell’informazione si sforzano d’inventare un nuovo sistema di linguaggio che possa descriverla in modo efficace e, soprattutto, spettacolare. Il 2008 ha fatto scuola, per così dire, contenendo in sé sia la parodia linguistica sia la catastrofe morale e filosofica. In quell’anno, si consumò quella che è passata alla storia come crisi dei subprime, essendo questi, almeno in apparenza e impropriamente, i prodotti finanziari che causarono il crollo. Quando l’oggetto del nostro interesse è il denaro, il più delle volte, non si presta attenzione a ciò che le parole rappresentano e rivelano. Tradurre suprime con ‘sotto il primo’, come qualcuno ha fatto, è ridicolo soprattutto perché, di fatto, una traduzione vera e propria di subprime non esiste.  Si trattò di prestiti concessi a persone che non avevano i requisiti per richiederli: alcuni di loro avevano subito pure pignoramenti e fallimenti. Vien fatto di chiedersi allora per quale motivo o sulla base di quali elementi furono concessi certi prestiti? Cominciamo col dire che il peggiore dei problemi consiste nel dover riconoscere un’invenzione forzosa, subprime, e nell’associarla col sostantivo crisi. Se, infatti, come abbiamo già visto i subprime costituiscono un prodotto che ‘sta al di sotto dei requisiti di accesso al credito’, non possiamo fare a meno di ammettere di essere nei guai fin dall’inizio: quasi come vestirsi a lutto per la celebrazione di un battesimo. La sorpresa spunta col termine crisi perché, di per sé, non indicherebbe affatto una brutta cosa; il vocabolario Treccani scrive ‘santamente’: scelta, decisione oppure fase decisiva di una malattia. Crisi deriva dal greco krìno, distinguere, giudicare. Dunque, correttamente o ingenuamente: la scelta di un prodotto senza garanzie. Non vogliamo giocare a fare l’etimologia da banco, per carità! Ma i fatti denunciano cattive intenzioni. Ogni crisi è una scelta; è voluta, concepita ad arte e nessuno potrà mai convincerci della casualità dell’evento inaspettato.


Nella maggior parte dei casi, i primi sintomi, quelli che conducono alla fase decisiva della malattia, sono i seguenti: elevata quantità di denaro in circolazione, introdotto non a caso dalle banche centrali, credito accessibile, ma spread esoso, notevole presenza di attivi illiquidi tra le PMI, buoni rendimenti del mercato immobiliare e, soprattutto, performance brillanti di alcuni titoli, che, facendosi notare per impennate pazzesche, finiscono con l’attirare su di sé una quantità incalcolabile d’investimenti. È evidente che si potrebbe continuare a fare l’elencazione dei sintomi, ma questo primo quadro può bastare per le nostre esigenze. Quella che abbiamo appena descritto non è altro che la fase di uno schema ciclico che si può prevedere adottando scrupolosamente il metodo dell’analisi fondamentale. Pertanto, la domanda sconcertante è questa: se pure noi, che non abbiamo di certo ricevuto il Nobel per l’Economia e non rappresentiamo una voce autorevole, siamo in grado di darne notizia, perché nessun istituto internazionale di garanzia tra quelli sorti a Bretton Woods si preoccupa mai di anticipare o contenere la rovina? La risposta è altrettanto sconcertante quanto la domanda: il debito, oltre a essere un importante strumento di lavoro per l’economia reale, è diventato – lo è già da tempo – un vero e proprio prodotto finanziario: è scambiato, quotato, venduto e rivenduto ed è, molto più spesso di quanto si immagini, il fine stesso dell’attività finanziaria. Oggi, dobbiamo parlare unicamente in termini di ‘iperconnessione del mercato dei debiti’.

Non si può più pensare che Tizio abbia un debito nei confronti di Caio perché Caio, sicuramente, suddivide il proprio credito in diverse parti e lo vende a Sempronio, il quale probabilmente fa la stessa cosa, mentre Caio scommette contro la capacità di Tizio di pagare; il che è paradossale, se si considera che gli ha concesso il prestito. Questo processo è da considerarsi inarrestabile, tranne che si punti a un azzeramento… Lasciamo la frase incompiuta per rispetto nei confronti del lettore. 

      
Si può quindi pensare che per il piccolo investitore i mercati finanziari funzionino molto bene, a patto che egli non decida di trarne profitto.
   
A questo punto, è doveroso ricordare che il nostro tempo non è affatto più malato di quelli passati, come spesso si vuol far credere per acchiappare consensi elettorali. La storia dei crack finanziari si svolge imperturbabile da circa 600 anni, talora generata da bolle speculative, talaltra provocata da autentiche frodi, ma la sostanza non cambia. Tutti sappiamo del recente fallimento della Grecia, che nel 2012 non fu più in grado di pagare un terzo dei 350 miliardi di euro del proprio debito, ma nessuno menziona la vicenda delle pluridecorate Finlandia, Svezia e Norvegia, che negli anni Novanta se la videro brutta, o, sempre nello stesso periodo il terribile fallimento di numerose banche nipponiche. Tra il 1970 e il 1980, invece, toccò a Messico, Brasile e Argentina, che avevano contratto debiti per più di 300 miliardi di dollari con banche statunitensi ed europee per avviarsi a un processo di industrializzazione. Quando queste alzarono i tassi, modificando gl’impegni macroeconomici, il debito lievitò paurosamente mettendo in ginocchio i paesi debitori. La Spagna, d’altro canto, è rinomata per quantità di fallimenti: più di dieci dal 1500 al 1939. Nel 1998, fu la volta della Russia, che non poté pagare più della metà del proprio debito e la cui moneta, il rublo, perdette due terzi del proprio valore a causa della crisi asiatica e della svalutazione del baht thailandese. Insomma, tanto più indaghiamo quanto più troviamo conferme della tesi secondo cui il crollo fa parte del ciclo economico ed è una scelta, non già la deriva di un certo sistema.



Non si dimentichi che John Law viene fatto studiare sui banchi di scuola come autore d’una teoria economica, laddove fu soprattutto autore d’una frode colossale che condusse alla bancarotta sia la Compagnia del Mississippi sia la corona francese! Nel 1717, fece finanziare la compagnia con titoli di stato, promettendo il reperimento di grandi quantità di oro in Louisiana. Si scatenò subito una corsa all’acquisto delle azioni, ma si scoperse presto che la finanza di Law era più alchemica che reale e il tracollo fu inevitabile.

venerdì 30 giugno 2017

ITALIA COSTRETTA 
A SPERIMENTARE LA VACCINAZIONE COATTA?


Nel paese delle contraddizioni giuridiche, economiche e sociali, una contraddizione – una delle tante – non dovrebbe provocare il panico tra i cittadini, che, naturalmente, dovrebbero essere ormai abituati alle anomalie e alle incertezze. Eppure questo è lo stato dell’arte! Da una parte, molti genitori, incalzati dalle mode salutiste, preoccupati dai complotti e impauriti dalle profezie di sventura fanno le barricate contro il Legislatore, che pretende di privarli della libertà di coscienza e di cura; dall’altra, il governo, per il tramite della Ministra Lorenzin e del suo staff, interviene con un Decreto Legge a regolamentare la vexata quaestio dei vaccini: i bambini da 0 a 6 anni non vaccinati non avranno accesso ai nidi e alle scuole materne, mentre quelli delle scuole dell’obbligo potranno frequentare liberamente perché ai loro genitori inadempienti sarà comminata una multa da € 250,00 a € 7.500,00. Se ne sta discutendo. Perché ricorrere a un DL, impedendo la legittima discussione politica?


Anzitutto, precisiamo che il Decreto Legge è un atto normativo mediante il quale il governo - per far fronte alle emergenze (?) – produce una legge, la quale entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta. È bene ricordare, comunque, che le Camere hanno 60 giorni di tempo per approvarlo e convertirlo definitivamente, cosicché la sua efficacia è transitoria. In altri termini, una forzatura c’è, almeno nel caso in specie, dal momento che non mi sembra di aver notato gli elementi dell’urgenza, quali potrebbero essere un’epidemia in corso o, per esempio e in diverse circostanze, una calamità naturale. E inoltre ci chiediamo, con umiltà e grande disponibilità intellettuale: se il governo è intervenuto per evitare un’epidemia e tutelare la popolazione, per quale motivo non ha esteso l’obbligo del vaccino anche ai bambini e ai ragazzi della scuola dell’obbligo, anziché multarne i genitori? Un’epidemia non conosce limiti d’età. Vale la pena di ricordare che la legge, fino al clamoroso cambiamento di cui ci stiamo occupando, non prevedeva particolari sanzioni per i genitori che sceglievano di non vaccinare i bambini: erano previsti il ‘dissenso informato’ e un colloquio col giudice tutelare, che in genere si risolveva a favore dei genitori.

Nell’accingermi a procedere oltre, ho il dovere di fissare fin da ora il mio ruolo: non sono medico né chimico di laboratorio; sono solo una persona che si dedica con passione allo studio e all’analisi delle fonti d’informazione e ritengo di avere il diritto d’esprimere un’opinione concreta. The last but not the least: sono padre.


Dunque, attenendoci allo svolgimento della traccia, dobbiamo, prima d’ogni altra considerazione, documentare il contenuto del Piano Nazionale di Prevenzione affinché almeno l’informazione sia sana e limpida. Come da DL 07giugno 2017 n° 73, le vaccinazioni obbligatorie sono le seguenti: anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatitica B, anti-pertossica, anti-haemophilus influenzae tipo B, anti-meningoccociga B, anti-meningoccocica C, anti-morbillosa, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

Quando la salute è al centro degli interessi generali, bisognerebbe far parlare la scienza, non l’affetto o l’istinto dei genitori, per quanto quest’ultimo sia genetico e inattaccabile. Riscoprirsi ricercatori di wikilandia e inventare probabili nessi tra una vaccinazione e una patologia, così da marcare un vaccino come patogeno, sono atti esecrandi e pericolosi. Tra le altre cose, secondo una recente pubblicazione della nota rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, uno studio effettuato su <<96.000 bambini non ha trovato alcuna correlazione tra la vaccinazione contro il morbillo, la parotite e rosolia e l’insorgenza di autismo nei bambini vaccinati, neppure nei soggetti più a rischio, cioè con un fratello già colpito dal disturbo.>>. Il dato empirico è inconfutabile. Per contro, non si può passare sotto silenzio ciò che brillantemente ha fatto notare il dott. Stefano Montanari, titolare di un rinomato laboratorio di ricerca, il quale, dopo avere analizzato la struttura e la composizione dei vaccini, ha comunicato che contengono micro e nanoparticelle di piombo, tungsteno, titanio acciaio et similia. Stiamo parlando di elementi cancerogeni, naturalmente.

Nello stesso tempo, non si è fatta adeguata informazione circa il ruolo che è stato assegnato all’Italia al summit di Washington del 19 maggio scorso, durante il quale il nostro paese è stato scelto da 40 paesi come capofila della strategia mondiale di vaccinazione, nell’ambito della Global Health Security Agenda. Pertanto, o il complotto è talmente esteso da coinvolgere l’intero pianeta oppure possiamo stare tranquilli per i nostri figli. Una sola cosa è certa: se c’era qualcosa che il governo poteva fare per non generare caos, di certo non l’ha fatta. Al contrario, ha scelto la più sospetta delle vie e ha giocato sporco, come si suol dire. Perché? Il dubbio è legittimo, l’insinuazione no.  



Noi abbiamo pure l’impressione che tutto questo, dallo sciacallaggio di alcun medici avventurieri al delirio di alcuni genitori modaioli, nasca da una debolezza politica internazionale del governo Gentiloni, che, naturalmente, non ha potuto e, forse, non ha voluto comunicare i dettagli dell’ingrato obbligo cui è stato sottoposto: mettere alla prova il sistema della vaccinazione coatta. Non pensiamo neppure che Lorenzin & Co. siano stati animati da malafede e ribadiamo che il loro unico problema possa essere la lacuna in termini di peso decisionale. A quel summit hanno preso parte, come si è detto, 40 paesi, ma non è passata inosservata la presenza di Barack Obama, il cui ruolo e la cui forza in sanità costituiscono una prova d’indubbio valore circa gli obiettivi della conferenza. Non a caso, i principali mass-media non hanno fatto altro che dare titoli imbarazzanti e poco significativi alla cronaca di pertinenza, non altrimenti che se fossero alla ricerca del colpaccio per dimostrare qualcosa d’indimostrabile. Basta dare un’occhiata a tutti i tentativi di collegamento tra il malessere dei bambini e i vaccini per rendersene conto. Si vuole fare opposizione con la solita solfa delle lobby? Certo, ci sono e resterebbero in ogni caso. Questa volta, tuttavia, non abbiamo proprio le risorse umane per far chiarezza sulla vicenda. Attendiamo nuovi governi.

sabato 10 giugno 2017

Perché Fazio è un candidato buono e giusto

Non è l’uso della ragione ma l’osservanza di certi divieti che dette agli uomini il sentimento di non essere animali [1]

(ph. Mediaset)

Molto probabilmente, tentare di abbattere un gigante o di distruggere un mito è un comune e atavico sogno di gloria, un bisogno di riscatto che, spesso, trasforma tante personcine ombrose e inconcludenti in pellegrini ben vestiti e capaci di far bella mostra di sé, ma assetati di sangue e pronti ad avventarsi addosso alla possibile vittima. La letteratura del vecchio testamento ce ne dà conferma attraverso la vicenda in cui Davide si oppone a Golia e lo sconfigge con l’aiuto divino. Freud, invece, ne Totem e tabù, spiega questo fenomeno descrivendolo come naturale e, per certi aspetti, inevitabile: i figli, presto o tardi, uccideranno il padre.  Se, poi, volgiamo lo sguardo alle trame hollywoodiane, troviamo quasi sempre un eroe che, sprezzante del dolore e del pericolo, attacca il potere e trionfa su di esso. Per immedesimazione, il popolo vive nella speranza di queste forme di protagonismo. Le consultazioni elettorali dei piccoli comuni sembrano costituire un’opportunità preziosa e irrinunciabile per quanti, frustrati e insoddisfatti a causa di un’esistenza plumbea, a un certo punto, si convincono – chissà perché – di poter essere i campioni del rinnovamento, della libertà e della legalità. Della rivoluzione francese hanno scarsa memoria scolastica e, se chiedi loro il nome di almeno due illuministi o quale ne sia stato il vero movente, rischiano la crisi respiratoria… per non parlare del significato di ‘assemblea costituente’. In effetti, cominciamo a pretendere troppo. Insomma, è vero che, se non sussistono cause di ineleggibilità e incandidabilità, a nessuno si può negare questa esperienza, ma altrettanto vero, a nostro avviso, che il presunto aspirante al ruolo di consigliere comunale dovrebbe conoscere almeno i rudimenti dell’economia, del diritto pubblico, del diritto amministrativo e – perché no? – la struttura di una delibera di giunta. Invece no! I candidati vivono di ideali, sono puri, sanno mostrare sdegno.

A Trapani, le cose sono andate male, bisogna ammetterlo. I maggiori tra i candidati a sindaco, Antonio D’Alì e Girolamo Fazio, hanno subito due provvedimenti giudiziari importanti: soggiorno obbligato per il primo e arresti domiciliari per il secondo. In particolare, per Fazio, accusato di corruzione, si è scatenata una specie di gara allo sdegno. I forcaioli mascherati hanno alzato la testa, confidando di eliminare il totem per prendere il suo posto. Scompare così il concetto di ‘presunzione d’innocenza’, che dovrebbe far parte del nostro diritto penale. Non entro nel merito delle vere e proprie accuse perché s’è detto di tutto e di più: io non sono una firma autorevole, pertanto non è proprio il caso di aggiungere altro, tuttavia riesce davvero difficile credere che Girolamo Fazio, già sindaco di Trapani per due volte, e, di conseguenza, amministratore di parecchio denaro, si sia lasciato corrompere in cambio dei biglietti gratis dei mezzi della Liberty Lines o dello stadio e d’una Mercedes in prestito. Fazio ha un caratteraccio, forse non eccelle per empatia, verosimilmente non sa gestire le interviste e manda a quel paese i giornalisti, ma considerarlo corrotto e ineleggibile in virtù di questa inaccettabile tesi della Procura di Palermo significa far prevalere la frustrazione sull’intelligenza. Sono certo che Girolamo Fazio guadagni molto di più di mille euro al mese, pertanto credo che possa permettersi di pagare un biglietto per la tratta Trapani-Favignana. Neppure io, che campo coi soldi che Fazio usa per la colazione, mi sarei lasciato corrompere per così poco. A ogni modo, dato che Fazio e Morace sono amici da più di vent’anni, non è innaturale che l’uno non faccia pagare un servizio all’altro. Tutto questo è ridicolo. Voglio precisare che io non ho mai stretto la mano a Fazio e non so neppure se leggerà mai queste mie righe, pertanto non sono condizionato da interessi personali.

(ph. Wikipedia)

Qual è il vero problema in tutta questa storia? Alcuni uomini hanno potere e altri no? Questo ci spaventa? Si pensa davvero che si possa fare della buona politica, senza possedere il cosiddetto potere? L’economia di un comune – ancor più di quella di una nazione – è basata essenzialmente sulla forza contrattuale dei suoi amministratori. Con gli ideali di purezza non si riempie la pancia. E se dobbiamo dire le cose come stanno… è preferibile che certi posti di comando siano occupati da persone alle quali non giri la testa al passaggio di denaro in quanto già soddisfatte. Far parte di una comunità vuol dire rinunciare alla libertà incondizionata del tempo e dell’azione, ma ciò risulta accettabile in presenza di forme di agio e benessere, di cui non tutti dispongono. Diversamente, s’inveisce per compensazione e per ignoranza di mezzi e fini. Un cittadino normale è distante dall’autorità costituita, ma la distanza è ciò per cui egli riconosce l’autorità, la rispetta, ne teme l’intervento e, nello stesso tempo, nutre un’invidia latente e pronta ad esplodere. È così che ai margini di questa società qualcuno vede sempre complotti, qualcun altro sempre i misteri e tutti sono affamati di scandali e condanne, come se la condanna ponesse fine alle ingiustizie.    

La percezione di essere socialmente riconosciuti è costitutiva del nostro autoriconoscimento, della nostra autostima. Nella misura in cui il riconoscimento da parte di autorità è decisivo per il sentirsi socialmente riconosciuti da questo riconoscimento “autorevole” dipende anche il nostro autoriconoscimento. L’aspirazione al riconoscimento da parte delle autorità è quindi anche un’aspirazione al riconoscimento di noi stessi. [2]







[1] BATAILLE, G., 1976, La Souveraineté, trad. it. di L. Gabellone, 2009, La sovranità, SE, Milano, p. 132.
[2] POPITZ, H., 1968-1986, Phanomene der Macht. Autoritat Herrschaft Gewalt Technik Prozesse der Machtbilding, trad. it di P. Volontè, 1990, Fenomenologia del potere Autorità, Dominio, Violenza, Tecnica, Il Mulino, Bologna, p. 77., p. 27.

domenica 21 maggio 2017

RITARDI DI PAGAMENTO E SOLUZIONI CONCRETE

Diamoci subito un taglio! Il ritardo nel pagamento di una rata d’un qualsivoglia prestito è un’inadempienza vera e propria e preclude, in genere, l’accesso al credito. Il sistema creditizio italiano non perdona e non ammette distrazioni o cali di tensione. Il debitore, in pratica, è costantemente sotto tiro; basta un errore perché egli sia colpito dai cecchini della CRIF, la Centrale di Rischio Finanziario, nient’altro che una società privata nata alla fine degli anni ottanta dall’iniziativa di diverse banche e gruppi bancari. La segnalazione di un ritardo viene rimossa dopo un anno dalla regolarizzazione, mentre per due o più ritardi occorrono due anni. È inutile che si cerchino prestigiatori e mestieranti sulla piazza perché non esistono accomodamenti; gl’istituti di credito e le finanziarie non danno soldi a chi è marchiato, specie se la somma richiesta è importante. Com’è naturale, non si può fare di tutta l’erba un fascio; ci sono casi in cui i rapporti fiduciari, i patrimoni e l’intervento dei garanti diventano elementi di riesame delle pratiche e possibile riammissione.


Un esempio piuttosto interessante è quello di un libero professionista con un reddito annuo superiore a € 35.000,00, sostenuto da un garante con una busta paga da lavoro dipendente a tempo indeterminato di € 3.500,00 e la cui richiesta di liquidità corrispondeva a € 30.000,00. Il credito gli è stato negato a causa di parecchi ritardi di pagamento delle rate di un precedente prestito personale. È chiaro che, in questo caso, potremmo contestare molte cose all’intero sistema, tuttavia la contestazione non è sufficiente a restituire la speranza a chi almeno di essa avrebbe bisogno. Uno dei compiti delle banche dovrebbe consistere nell’agevolare famiglie e imprese, immettendo denaro nel circuito dell’economia reale. Questo compito, da quasi un decennio, non è più assolto e nessuno se ne cura. Se è vero, infatti, che l’esempio americano dell’epoca dei mutui subprime costituisce ormai una lezione di vita per le banche, in considerazione del fatto che, poco prima del disastro (2008), veniva concesso denaro in prestito a chi aveva basso reddito e mediocri possibilità di risarcimento, e se è pur vero che i parametri di Basilea si sono fatti sempre più stringenti, è altrettanto vero e, a ogni modo, inconfutabile che il Quantitative Easing e le varie forme con cui la BCE ha introdotto liquidità nel mercato bancario si sono rivelati fallimentari, almeno sotto il profilo dell’economia reale. Il prestito dovrebbe essere il fulcro dei mercati; di conseguenza le banche non funzionano più perché non si avvalgono di analisti, esseri umani dotati di capacità critiche, ma di punteggi.


A questo punto, bisogna rimboccarsi le maniche e sforzarsi di comprendere alcune regole fondamentali. Le alternative possono essere create, ma ciò non avviene con uno schiocco delle dita. Prima regola: rivolgendosi a un consulente del credito, non si può avere fretta; non si può pretendere che ci faccia ottenere denaro rapidamente, come se dovesse tirarlo fuori da un cilindro. È evidente che chi tenta di ottenere un prestito lo fa per un bisogno reale, ma questo non cambia le cose. Ogni posizione va analizzata e studiata con attenzione affinché possa essere ricostruita e ripresentata. Seconda regola: quando andiamo dal fruttivendolo per comprare le mele o le banane, sappiamo di dover pagare e di non potergli dire “pago dopo averle mangiate”; allo stesso modo, non si può pretendere che il consulente lavori gratis o che attenda la riscossione per andare a fare la spesa. La percentuale di mediazione è un’altra questione; qui, si sta parlando della perizia e della progettazione necessarie a che si generi un profilo idoneo all’accesso ad altre forme di credito. Esistono nel mondo diversi finanziatori privati, veri e propri investitori che intendono diversificare la sorte dei propri guadagni. Un buon consulente che abbia fatto un po’ d’esperienza in giro per il mondo potrebbe anche avere qualche contatto di questo tipo. Però, sia chiaro che si tratta di una disciplina regolare e, di conseguenza, soggetta a leggi internazionali canoniche: dall’atto notarile alla relativa apostille, dalle tasse di concessione alle spese varie, i costi sono innegabili e nessun notaio accetterà mai d’essere pagato dopo l’erogazione della somma. Insomma, non bisogna fare richieste inconcepibili, inaudite e demenziali. Qualcuno potrà obiettare che si tratta del cane che si morde la coda, ma non c’è alternativa, anzi tutti questi passaggi determinano delle garanzie di trasparenza e legalità per il richiedente. Terza e ultima regola: diffidate nettamente di quei presunti prestatori che si presentano sul web, offrendo condizioni vantaggiose e rapidità d’erogazione! Nella maggior parte dei casi, chiedono soldi sulla base del nulla e vi rifilano una potente fregatura.


In conclusione, è opportuno aggiungere che certi canali alternativi non sono inesauribili e non si possono ingolfare, per così dire. Quindi, è corretto dire che ci vuole anche un po’ di fortuna nel fare la richiesta al momento giusto.

dr. Francesco Mercadante
AnalistaFinancial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n.M54

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giovedì 11 maggio 2017

€ 240.000,00 A FONDO PERDUTO (totalmente) 
ALLE START-UP (in Romania)

La prima volta in cui lo raccontai a un imprenditore italiano, negli occhi del mio interlocutore vidi diffidenza, scetticismo, incredulità e tutto ciò che potesse mantenere una certa distanza tra la mia proposta e la sua adesione. Insomma, diciamolo pure, si trattò d’una specie di psicodramma perché chi stava seduto di fronte a me, in un pomeriggio qualunque, presso il tavolino di un noto bar di Trapani, temeva che io volessi fregarlo. Non me lo disse con chiarezza, ma le sue mezze frasi e i suoi espedienti linguistici me ne davano prova.


La piccola e media impresa italiana vive in una dimensione kafkiana, noi tutti – italiani – siamo un popolo kafkiano. L’aggettivo ad alcuni potrebbe sembrare improprio e forzato, ma vi assicuro che è quanto mai pertinente. Ne ‘Il castello’, Kafka narra di un agrimensore assunto dai signori di un castello, tuttavia K., questa la lettera con cui è identificato il protagonista, non svolge mai lavori di agrimensura, anzi in un’occasione si ritrova a fare il bidello, non riceve mai alcun compenso e tenta di raggiungere ossessivamente i funzionari locali, i quali sono quasi sempre irraggiungibili. A questo punto, penso che non si faccia fatica a ridefinire kfkiano, per esempio, il credito all’impresa, com’è kfkiana la speranza di raggiungere certi obiettivi.

Schiacciati da questo aggettivo, quel pomeriggio, io e quell’imprenditore non concludemmo alcunché. Eppure gli dissi con estrema limpidezza: - Fatti preparare un contratto dal tuo legale e aggiungi tutte le clausole di risarcimento che desideri! Io lo firmerò a tutela dei tuoi interessi. –. Non ci fu garanzia sufficiente a rassicurarlo. Ora… A pensarci bene, come dargli torto? Un imprenditore italiano, abituato a sentire la distanza da tutto sulla propria pelle e, soprattutto, abituato a vedersi negare il credito anche per tre giorni di ritardo in un pagamento, come può credere che, in Romania, il governo finanzi l’iniziativa imprenditoriale senza pretendere alcunché in cambio, tranne che il progetto finanziato  resti attivo e conforme al business plan per cinque anni?


In sostanza, il governo della Romania eroga il cento per cento a fondo perduto. Sì, è il caso di ripeterlo, considerati i precedenti: una start-up può accedere a un finanziamento a fondo perduto da un minimo di € 240.000,00 fino a una somma che dipende dal valore della proposta presentata. E non deve restituire neanche un euro. Gli step da seguire, tra le altre cose, sono semplici e non implicano che il protagonista debba traghettare le acque infernali dell’Acheronte, come, nostro malgrado, accade in Italia. Il primo passo consiste nell’apertura di una posizione societaria e di un profilo bancario. Successivamente, si preparano il progetto e il business plan di pertinenza e, da ultimo, si presenta la domanda. Le spese, come si può immaginare, non sono affatto paragonabili a quelle italiane: con € 7/8.000,00, in pratica, si acquisisce l’intero pacchetto senza spese aggiuntive né sorprese. In quanto al resto, i dubbi possono essere fugati facilmente perché, in questo articolo, si fa riferimento alle misure progettuali dei fondi europei per la Romania, pertanto ogni essere umano dotato di capacità di discernimento può accertarsene.

Cos’altro aggiungere, se non che le imposte sul reddito ‘commerciale’ sono altrettanto confortanti? Il 3% fino a € 100.000,00 di fatturato.


A voi la scelta! Vi aspetto

dr. Francesco Mercadante
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sabato 29 aprile 2017

CHIEDE 10.000 euro, MA DEVE RESTITUIRNE più di 16


Quando si parla di prestiti, i sospetti e i timori sono sempre numerosi e i motivi di tanto e marcato disagio sono presto detti. Anzitutto, la disponibilità delle banche e degli intermediari finanziari si può ormai definire elitaria, è rivolta a quei pochi che abbiano un discreto reddito e altrettanto interessanti garanzie; la qual cosa ci riporta a un film di Roberto Benigni del 1983, Tu mi turbi, in cui il protagonista, in sintesi, chiedeva a un direttore di banca perché fosse necessario avere denaro per ottenere denaro in prestito: una contraddizione cocente, ma che rispecchia le reali condizioni del credito. In secondo luogo, in un’epoca in cui il costo del denaro è ridotto ai minimi termini, è assurdo, oltre che frustrante per famiglie e imprese, che per accedere a un finanziamento sia necessario spendere parecchio in termini d’interessi e oneri aggiuntivi. Il primo problema sta tutto nello spread.

È universalmente noto che le banche acquistano il denaro per rivenderlo ed è naturale che su questo passaggio costruiscano il proprio profitto. Ciò che, tuttavia, continua a suscitare dubbi significativi è la regolarità con cui gl’interessi sono applicati, giacché, nella maggior parte dei casi, nonostante la Legge 24 del 29 febbraio 2001, che ha modificato l’art. 644 del codice penale e l’art. 1815 del codice civile, le nostre fonti giurisprudenziali in materia di usura, i contratti di finanziamento presentano ancora parecchia 'devianza'. Di là dall’interpretazione delle norme, è stabilito che, qualora, in un contratto di ‘finanziamento’, si riscontrino interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi. Di conseguenza, la vittima ha diritto alla restituzione di quanto ha versato a titolo d’interessi usurari, al pagamento della sola sorte capitale ed eventualmente al risarcimento dei danni patrimoniali. A questo punto, emerge nettamente la controversia. Si sente dire di tutto sull’argomento a causa della presenza di un nutrito gruppo di ciarlatani e approfittatori, laddove sarebbe sufficiente attenersi a dei parametri scientifici, che la stessa Banca d’Italia fornisce periodicamente.

Prendere le mosse da un esempio concreto è di certo molto più utile che dare definizioni, pertanto analizzeremo adesso un caso tra i tanti e, solo dopo, proveremo a definire il quadro di operatività e le opportunità di esercizio dei nostri diritti in qualità di consumatori ‘offesi’. Dal prospetto informativo di un prestito personale, leggiamo che il contratto in questione è stato stipulato nel mese di luglio del 2013. Di conseguenza, andiamo a consultare il Tasso Effettivo Globale Medio pubblicato dalla Banca d’Italia nel periodo di applicazione corrispondente e leggiamo che, per la categoria di pertinenza, il tasso medio è il 10,47%, mentre il tasso soglia è il 17,0875%. Adesso, occorre tornare sul nostro contratto e fare qualche calcolo. Leggiamo che il TAEG calcolato escludendo oneri e coperture assicurative è pari al 16,36%. Un po’ più in basso, leggiamo, invece, che il TAEG calcolato includendo oneri e coperture assicurative è pari al 23,21%. Assumendo come dato imprescindibile che imposte e tasse non sono rilevanti agli effetti del calcolo del tasso soglia, ci rendiamo conto che, a fronte di una somma di € 10.000,00 richiesta, il consumatore deve risarcire all’intermediario finanziario € 16.241,00, com’è scritto nell’apposita sezione ‘importo totale dovuto dal consumatore’.

Straniti e preoccupati, ci adoperiamo per analizzare un importo, € 6.241,00, che, a prima vista, sembra superare di più del 50% il capitale richiesto in prestito. Com’è possibile? Come si calcola la soglia anti-usura? Si rileva il tasso medio fornito dalla Banca d’Italia aumentandolo di un quarto e si aggiungono ulteriori quattro punti percentuali. Nel caso che ci riguarda direttamente, le percentuali sono ingannevoli perché quel 16,36% che viene ‘pubblicizzato’ determina un’indicazione impropria. Ribadiamo, infatti, che, fatta eccezione per imposte, tasse e spese notarili, tutti gli altri oneri e le coperture assicurative concorrono a determinare l’intero costo reale del finanziamento, pertanto in questo contratto si riscontrano gli elementi per il cosiddetto ‘risarcimento’. Se consideriamo che il tasso soglia è fissato nel 17,085% e che la differenza tra il tasso medio e il tasso soglia deve essere inferiore a 8 punti percentuali, non ci vuole chissà quale competenza per giungere alle conclusioni.

In conclusione, è appena il caso di precisare che l’analisi qui presentata è chiaramente superficiale e incompleta, rispondendo a un’esigenza di adattamento editoriale, per così dire. Ogni, valutazione dev’essere inscritta in uno studio accurato e personalizzato. Per qualsiasi informazione e richiesta di consulenza, utilizza i contatti di seguito riportati!

dr. Francesco Mercadante
AnalistaFinancial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n.M54

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lunedì 3 aprile 2017

ROMANIA, IN 3 GIORNI, SI OTTIENE UN MUTUO

…e sono ancora in credulo

Quando lo si sente dire per la prima volta, si aggrottano le sopracciglia, si arriccia il naso e si sporgono le labbra; insomma, si è increduli e perplessi: in Romania, l’imposizione fiscale per un fatturato di € 100.000,00 è pari al 3%. A questo punto, subentrano l’imbarazzo e lo stordimento. Ci si sente impreparati. Si crede di possedere lacune significative, nonostante gli anni di esperienza. Com’è possibile? Ecco, appunto!  Com’è possibile solo il 3% per centomila euro, quando in Italia, per questo scaglione, si supera abbondantemente il 40%? Ammettiamolo, una risposta vera non esiste!


In Italia, siamo abilissimi a giudicare male lo straniero, ma questo straniero giudicato spesso come arretrato, incivile e inadeguato potrebbe rispedire le accuse al mittente con una pernacchia o con un bel fischio, come nella tradizione cinematografica di Alvaro Vitali. Qualcuno potrebbe obiettare che noi siamo la culla della cultura. Allora, la situazione sarebbe grave, giacché, in nome di questa cultura, gl’insegnanti sono pagati poco, i neolaureati, come sostiene il Ministro del Lavoro Poletti, devono andare a giocare a calcetto, anziché inviare il curriculum alle aziende, i cosiddetti cervelli fuggono verso mete lontane e gl’intellettuali veri e propri vivono di stenti e muoiono di fame. Evviva la cultura! Per non parlare della burocrazia e delle banche… O dobbiamo parlarne?

Mi tocca personalizzare il racconto e usare la prima persona. Un mercoledì qualunque mi reco in banca per trattare una pratica di mutuo assieme a un mio cliente. Sono già provvisto di tutti i documenti, che il direttore esamina in mezz’oretta circa. Ci stringiamo la mano. Entro l’ora di pranzo del giovedì, cioè in ventiquattr’ore, ottengo la risposta. Sono incredulo e ricomincio a produrre smorfie facciali d’ogni tipo. Nessun documento aggiuntivo? Nessuna imperfezione? Nessun ‘ma’? No, niente di tutto questo. Ho un crollo emotivo, quando, il lunedì successivo, vale a dire tre giorni dopo, se si escludono il sabato e la domenica, il direttore mi telefona per comunicarmi che c’è già una delibera ufficiale. Ebbene? Mi sento arretrato, incivile e inadeguato. Mi sento così perché, in effetti, lo sono. Io non sono nato in un paese dell’ex regime comunista sovietico, non sono mai stato costretto a fare la fila per le quote cibo, non sono mai stato sottoposto a dittatura, eppure devo appellarmi a tutti i santi del calendario gregoriano per ottenere un mutuo, sono perseguitato dall’Agenzia delle Entrate e faccio la fila dappertutto per avere un briciolo d’informazione, nonostante i successi della digitalizzazione.


Decido di trascorrere in Romania qualche giorno in più del previsto perché io sono italiano – mi dico – e so bene che il trucco c’è, anche se non si vede; io sono italiano, non mi faccio fregare, sono un professionista – continuo a ripetermi –. Sono certo che, prima o poi, verrà fuori qualcosa di ambiguo, ma le mie certezze si disintegrano. Il notaio mi chiede solamente € 300,00 per la redazione e la registrazione dell’atto, che in due ore è già nelle mie mani, mi informano che, se ho qualche iniziativa imprenditoriale valida, mi viene concesso il 90% a fondo perduto e, a un certo punto, scopro un problema. Finalmente! La cucina, a mio modo di vedere, è pessima: zuppe e miscugli d’ogni genere e specie. Devo cavalcare l’onda e riscattare un minimo di primato italiano, ma mi rendo conto che ciò non basta a rigenerarmi.
     
Io ho viaggiato molto, quasi sempre per lavoro, ma non riesco ancora ad abituarmi a questa storia diabolica del falso primato italiano che ci è stato inculcato con inaudita violenza psicologica. Lo ripeto: si tratta d’inaudita violenza psicologica perché finiamo col crederci e con l’avere delle aspettative. E fa male scoprire che noi italiani viviamo ancora in un regime feudale travestito da Repubblica fondata sul lavoro. Fa sempre male e sempre di più, ogni qual volta in cui metto piede all’estero e soprattutto in quei paesi contro i quali noi puntiamo costantemente il dito. Nel mondo arabo africano, ho visto costruire ponti in una settimana, mentre la Salerno-Reggio Calabria è stata vista nascere dai miei nonni e, forse, non sarà vista completa neppure dai miei nipoti.  Eppure, noi, popolo colto per eccellenza, scambiamo marocchini e tunisini per razze inferiori e non comprendiamo neppure il vero motivo che li spinge a venire in Italia. Nella regione scandinava, un anziano che paga regolarmente le tasse si vede arrivare in casa una persona che, oltre ad assisterlo, gli prepara anche il cibo e gli lava la biancheria, persona inviata e pagata dal servizio pubblico. In Russia, dove, a nostro modo di vedere, stanno i cattivi e pericolosi comunisti l’ordine pubblico e la sicurezza – solo per fare un esempio – sono impeccabili e inossidabili. E potrei continuare a elencare tutti i luoghi comuni che la disinformazione ha elaborato per deviare le nostre conoscenze, ma, credetemi, sono stanco di sentirmi arretrato, incivile e inadeguato.

Io ho studiato tanto. Davvero! Mi sono laureato col massimo dei voti. In Italia, tuttavia, non serve. Ho scoperto l’estero e non l’ho fatto da turista: questo serve.

dr. Francesco Mercadante
Analista, Financial Advisor presso Prestito Sì Finance SpA - Iscrizione O.A.M. n.M54

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